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La mattina del 28 giugno a Baghdad, in una sbrigativa cerimonia tenutasi a porte chiuse, il proconsole americano Paul Bremer ha consegnato il potere ad un governo ad interim composto da Iracheni. Un tradizionale passaggio di poteri è normalmente accompagnato da cerimonie, alzabandiera e squilli di trombe. In questo caso non è accaduto niente del genere.

Paul Bremer non è sembrato il rappresentante di una potenza imperialista che lascia il governo ad un alleato riconoscente, ma piuttosto come un uomo che, dopo essersi scottato, passa frettolosamente la “patata bollente” nelle mani di un altro. Il nuovo primo ministro ha giurato sul Corano impegnandosi per la difesa della libertà dell'Iraq. Bremer se ne è invece andato via con un aereo americano di trasporto, senza dubbio felice di lasciare vivo il suolo iracheno. Il rappresentante ufficiale dell'imperialismo americano è fuggito via come un ladro nella notte.


Tuttavia, nonostante il comprensibile sollievo di Bremer, il cosiddetto trasferimento della sovranità è una vera e propria farsa. L'esercito degli Stati Uniti rimane la potenza che dirige tutto dietro le quinte. Lo slogan secondo cui gli Americani e gli Iracheni sono “partner” è un inganno. Si tratta in realtà di una relazione simile a quella fra l’asino ed il suo cavaliere.


Malgrado tutto il baccano propagandistico sulla democrazia, il nuovo governo non è stato eletto. E’ stato invece nominato sulla base del suo zelante sostegno alle forze di occupazione e si regge solo ed esclusivamente sulla forza delle loro baionette. Iyad Allawi, il primo ministro designato, è un tirapiedi della CIA. Ironicamente, è stato un sostenitore di Saddam Hussein e un leader dei Partito Baath che, negli anni 90, con il regime ormai avviato verso l’inesorabile declino, decideva che era giunto il momento di opporsi a Saddam utilizzando le armi del terrore, piazzando bombe nei teatri e sugli autobus.


La domanda da farsi è: qual è il potere reale degli Iracheni? La condizione principale per l’esercizio del potere è, in ultima analisi, poter disporre di “corpi muniti di uomini armati”. L'esercito e la polizia saranno teoricamente controllati dal governo iracheno, ma in pratica sarà la coalizione a decidere. L'esercito degli Stati Uniti rimarrà sul suolo iracheno, svelando come sia un'assurdità completa l’affermazione secondo cui l'occupazione sia terminata. Allawi ed il suo governo dipenderanno completamente dalla presenza di una forza multinazionale di 150.000 uomini oltre che dalle migliaia di mercenari occidentali ed asiatici fuori dalla sfera d'azione della legge irachena. In teoria gli eserciti d'occupazione dovrebbero ritirarsi se il nuovo governo lo richiedesse. Ma questa argomentazione trascura il piccolo particolare che la sicurezza del nuovo governo è interamente dipendente da queste stesse forze. A meno che non siano stanchi di vivere, non faranno una tale richiesta.


Il nuovo governo inoltre dipenderà completamente dai soldi americani. E’ questo il caso delle forze armate di Allawi. Nel bilancio per il 2004, quattro quinti dei finanziamenti per le spese militari sono fornite dagli Stati Uniti. I consiglieri occidentali al ministero della difesa ritengono che, se il governo ad interim cercherà di accelerare il ritiro delle truppe, i finanziamenti Americani potrebbero essere ritirati. Altri ministeri del governo Allawi avranno i loro bilanci dipendenti dal sussidio americano. Da dietro le quinte gli Americani prenderanno quindi tutte le decisioni importanti.


Il governo sarà controllato dagli emissari di Washington, che diranno ai ministri che cosa è necessario fare. Anche se tutti i ministeri ora sono diretti da Iracheni, circa 150 consiglieri americani continueranno a lavorare dalle stesse scrivanie dalle quali lavoravano già prima del “passaggio dei poteri”. In particolare, oltre agli Americani, anche i Britannici faranno funzionare i ministeri della difesa e della finanza, mentre gli australiani controlleranno il ministero dell’agricoltura.


Gli Americani dicono che stanno formulando un ordinamento giudiziario indipendente dal ministero della giustizia. È realmente così? Circa 1.300 detenuti dovevano essere liberati entro il 1 luglio. Ma altri 4.000-5.000 rimarranno sotto la custodia americana fino a che le autorità irachene non “saranno in grado di garantire un regolare processo e una corte sicura”. Saddam Hussein rimarrà fisicamente in custodia statunitense mentre legalmente sarà prigioniero del governo iracheno e gli americani ora affermano che formeranno un accordo con quest’ultimo a riguardo.


Iyad Allawi era stato scelto dalla Cia perché era considerato un “duro”. “È il genere di spaccone che fa al caso nostro” ha dichiarato un portavoce del dipartimento di Stato all’Economist. Ciò ricorda un’altra frase famosa riguardo al ex dittatore del Nicaragua, Somoza, “È un figlio di puttana, ma è un nostro figlio di puttana”. Tutto ciò non è molto incoraggiante per i partigiani della democrazia in Iraq.


Il nuovo governo avrà a disposizione poteri draconiani. In base alla Costituzione provvisoria, le decisioni del Consiglio dei ministri sono legge e i decreti in vigore, come quello riguardante la legislazione della stampa o sul garante indipendente dei mass media statali e dei telefoni cellulari, sono già stati annullati dal governo. Si dice che il governo stia progettando di introdurre la legge marziale.


Questi disposizioni dovrebbero poi terminare dopo le elezioni per un'Assemblea nazionale nel mese di gennaio del 2005. Ma che ciò avvenga è altamente improbabile, soprattutto se le condizioni di sicurezza non dovessero migliorare. Tutti i segnali vanno infatti in direzione opposta. A metà giugno Kofi Annan, segretario generale delle Nazioni Unite, ha annunciato che avrebbe rinviato il ritorno dell'Onu nell'Iraq fino quando non ci saranno margini di sicurezza accettabili.


Il motivo principale per cui il “passaggio dei poteri” è stato anticipato di due giorni rispetto alla data prevista del 30 giugno è relativo ai timori circa la situazione sul terreno militare e sociale che va deteriorandosi ogni giorno di più. C’è una media di 45 attacchi al giorno contro militari della coalizione. La vigilia del “passaggio dei poteri” ha visto un’intensificarsi della lotta, con gli insorti che si scontravano con la polizia in due diverse città ad ovest e nord di Baghdad. Un soldato britannico è stato ucciso a Bassora e un marine americano è stato sequestrato. Il problema principale per le elezioni in Iraq, tuttavia, non è la mancanza di sicurezza. Piuttosto, se libere elezioni si dovessero svolgere, gli Iracheni potrebbero votare nel modo “sbagliato”. Cioè, potrebbero votare per i candidati che non piacciono agli Usa. Paul Bremer ha sempre avversato l’idea di indire alcune elezioni locali o nazionali per il timore che gli Islamisti potessero vincere.


La reazione della popolazione nei confronti del passaggio di poteri sembra essere contraddittoria. Da una parte, sembra esserci un elemento di stanchezza rispetto alla guerra in larghi strati della popolazione, che desidera la pace. L'ondata di auto-bombe sta esasperando gli animi e aumentando il desiderio di un ritorno alla normalità. Particolarmente fra gli Iracheni della classe media, ci possono essere alcune illusioni verso il nuovo governo. Ma questa ipotetica benevolenza dipenderà da un miglioramento reale delle condizioni di vita del popolo iracheno.


Teoricamente, il nuovo governo avrà nelle proprie mani i ricchi giacimenti petroliferi del paese. Ma anche questa è un'illusione. I profitti del petrolio iracheno non saranno sotto il controllo del governo di Baghdad. Saranno infatti sotto la tutela di un’apposita commissione internazionale, formalmente Onu, ma di fatto nominata dal comando Usa. La risoluzione delle Nazioni Unite costringe inoltre l'Iraq a rispettare i contratti già finanziati dagli Americani con i profitti del petrolio iracheno e depositati nel Fondo di sviluppo per l'Iraq (DFI). Dall’inizio dell’occupazione, gli americani hanno già speso 11,3 miliardi di dollari dei 2,2 miliardi di profitti del DFI e ne hanno già stanziati a bilancio altri 4,6.


Le centinaia di milioni di dollari di questo fondo sono state usate per affittare milizie private da agenzie di sicurezza occidentali in modo da controllare alcuni luoghi strategici, come il centro di radiodiffusione nazionale, e tenerli fuori dal controllo iracheno. Le ditte di sicurezza britanniche sono state invece messe a controllo degli accessi sia all'aeroporto internazionale di Baghdad che al porto di Um Qasr. Quindi, quasi tutta la ricchezza derivante dal petrolio iracheno è già stata spesa in anticipo ed i soldi depositati nelle casseforti dei grandi monopoli statunitensi . Pochissimo, o addirittura nulla, sarà andato al popolo iracheno.


La rabbia causata dalla povertà e dalla disoccupazione ha trascinato a sua volta le masse all'insurrezione. Le ostilità che non sembrano avere una fine escludono la possibilità di una ripresa economica generalizzata.


L’amministrazione di Bush ha promesso di creare 850.000 nuovi posti di lavoro nell'Iraq. A partire da aprile, gli Americani ne avevano realizzato 395.000. Ma la maggior parte sono destinati non agli iracheni, ma agli appaltatori occidentali, a cui è stata garantita l'immunità attraverso una specifica legge “irachena”. E mentre i lavori sono stati dati a vari contractors stranieri, 2 milioni di iracheni, su una forza lavoro totale di 7 milioni di persone, sono ancora disoccupati.


Inoltre i subappaltatori protestano perché il più grande appaltatore della coalizione, la Kbr, è in ritardo sui pagamenti da diversi mesi. In più, i continui sabotaggi degli oleodotti condotti dalla guerriglia, rallentano le operazioni di “rapina” imperialista. L'Iraq, quindi, si trova stretto in un circolo vizioso in cui la crisi economica alimenta l'insurrezione e l'insurrezione alimenta la crisi economica.


Né George Bush è riuscito a convincere i suoi amici europei così come lui avrebbe voluto. Infatti, anche se il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha votato una risoluzione patrocinata dagli Stati Uniti, Francia e Germania stanno insistendo per ottenere almeno il pagamento del debito iracheno, prima che si decidano di tornare ad investire nell'economia irachena del dopoguerra. Proprio questa settimana il presidente dell’Iraq, Ghazi al-Yawar, si lamentava del fatto che solo il dieci per cento degli aiuti promessi all’Iraq erano effettivamente arrivati.


Tutti questi avvenimenti ci lasciano pensare che l’odio verso gli imperialisti, che in questi mesi è cresciuto fra la popolazione, non potrà essere cancellato con l'istituzione di un regime iracheno fantoccio. Secondo uno studio condotto dal Centro per la Ricerca e gli Studi Strategici di Baghdad, solo il due per cento degli Iracheni vede gli Americani come dei liberatori. La grande maggioranza lo vede invece come un esercito straniero occupante. La resistenza continuerà, con i suoi flussi e riflussi, forse per anni. Alla fine, gli Americani non avranno alternativa che ritirarsi dal paese. Quello che è accaduto nelle ultime settimane è già un indicazione di ciò che potrebbe accadere in futuro.


Le forze americane hanno dovuto lasciare due città, Fallujah e Baquba, consegnandole ai loro avversari dopo una serie di battaglie sanguinose e inconcludenti. I Kurdi, a nord, stanno invece spingendosi sempre più a sud, verso la città di Kirkuk, importante perché ricca di giacimenti di petrolio. I limiti dell’autorità centrale si sono rivelati quando, il giorno dopo l'ordine di scioglimento di tutte le milizie dell'Iraq , il sig. Allawi è dovuto tornare sui suoi passi e affermare detto che i due partiti nazionalisti kurdi potevano mantenere le loro milizie di peshmerga. Malgrado il divieto del sig. Allawi , i paramilitari leali al Consiglio supremo per la Rivoluzione Islamico nell'Iraq (SCIRI), un partito filo iraniano che siede nel governo collaborazionista, hanno protestato e marciato per le vie di molte città.


Le milizie dei vari partiti, ma anche lo stesso esercito iracheno che si sta costruendo, saranno sempre più permeabili ai sentimenti antimperialisti della popolazione. Già diverse volte, per esempio a Falluja, l’esercito iracheno ha rifiutato di prendere parte ad azioni militari della coalizione, così come vari ammutinamenti sono avvenuti nella polizia a favore delle milizie guerrigliere. Allawi ed i suoi compari desiderano mostrare ai loro padroni americani di sapere essere duri e capaci di reprimere la resistenza irachena. Il ministro della giustizia ha chiesto la reintroduzione della pena di morte, il ministro della difesa ha promesso personalmente di tagliare le mani e le teste dei ribelli e il ministro degli interni ha ordinato alla sua polizia di sparare in zone come i mercati, se necessario. Tuttavia, questi signori potrebbero ritrovarsi ben presto a fare i conti con un apparato poliziesco e militare del tutto inservibile per i loro scopi repressivi.


Nondimeno, il nuovo regime rimane estremamente debole. Saddam Hussein aveva a disposizione 70 divisioni, mentre Allawi ne avrà solo una composta da 8.000 soldati. Non avrà armi pesanti ed appena 16 elicotteri per il trasporto e la ricognizione. Per gli Stati Uniti non c’è via di scampo se non quella di aumentare il numero di militari impegnati sul suolo iracheno, rendendo sempre più difficile il ritiro delle truppe, ma, nello stesso tempo, provocando sempre più apertamente la resistenza all’occupazione.


Uno degli elementi principali di ogni guerra imperialista è il morale e spirito delle truppe di occupazione. Circondati da una popolazione ostile, costantemente all'erta per il pericolo di attentati, i soldati americani si stanno sempre più demoralizzando e disilludendo. Ogni nuovo incidente, ogni nuova rivelazione di abuso dei prigionieri, approfondisce l'umore negativo. Il soldato medio degli Stati Uniti vuole tormarsene a casa. I rischi di ammutinamento sono impliciti nella situazione. Il Pentagono ha accuratamente evitato di pubblicare i dati relativi, ma il solo corpo della Marina ha denunciato 1.113 casi di diserzione nel 2003, mentre per il 2004, a marzo avevano già disertato in 384 (Fonte: The Guardian).


L'esempio della Spagna mostra come siano possibili oscillazioni improvvise e violente nell'opinione pubblica. Presto o tardi, l'esercito degli Stati Uniti sarà costretto a ritirarsi dall'Iraq. Le conseguenze di ciò non sono facili da prevedere, almeno in maniera dettagliata. Ma una previsione può essere fatta di sicuro. Il mondo non sarà un posto più sicuro o più pacifico dopo l’avventura irachena di George Bush.

 

5 Luglio 2004

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