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Un bilancio del movimento

 

Il movimento contro le istituzioni mondiali del capitale e la globalizzazione si è imposto come protagonista sulla scena politica dopo le contestazioni al vertice del Wto di Seattle del dicembre 1999.

Da allora ogni riunione dei grandi organismi economici e finanziari, a Washington, Davos, Praga, Nizza e anche, logicamente su scala minore, a Genova, Ancona, Bologna è stata posta sotto assedio da migliaia e decine di migliaia di manifestanti.


Qualcosa sta cambiando. Dagli anni ottanta in poi il capitalismo ed i suoi dogmi ideologici, il libero mercato, la flessibilità, il profitto e appunto la globalizzazione, sembravano trionfanti. Ma ora settori significativi di giovani, di lavoratori e anche di classi medie stanno ponendo in discussione i meccanismi di funzionamento del sistema esistente. Ciò avviene non solo nel sud del mondo, ma pure nell’occidente sviluppato, negli Stati uniti, paese simbolo delle multinazionali e della "new economy".

Come marxisti partecipiamo a questo movimento, che consideriamo il segnale più chiaro dell’ingresso di una nuova generazione nella lotta per il cambiamento del mondo in cui viviamo. Tuttavia, proprio perché abbiamo a cuore questa lotta, riteniamo che sia necessario discutere ed evidenziare oltre alle potenzialità, tutti i limiti del movimento, allo scopo di rafforzarci e procedere verso conquiste significative.

L’esperienza di Seattle

La contestazione di massa alla riunione del Wto a Seattle è stata sicuramente la scintilla che ha innescato le mobilitazioni anche qui in Europa. Circa cinquantamila persone per le strade della città sul Pacifico rappresentavano uno spettacolo che non si vedeva da molti anni negli Stati Uniti. Quale era la caratteristica decisiva di quella manifestazione? Oltre a organizzazioni e associazioni di vario tipo, più o meno radicali, ambientaliste e non, l’aspetto che ha fatto fare il salto di qualità si può trovare nella partecipazione della classe lavoratrice, degli attivisti sindacali da tutto il paese, organizzati dall’Afl-Cio, la centrale sindacale americana. Anche il suo segretario, Sweeney, era presente alla contromanifestazione.

Sicuramente alcune delle rivendicazioni della centrale sindacale americana avevano un aspetto protezionista e nazionalista, da cui non è esente l’opposizione all’entrata nel Wto della Cina. Ciò costituisce però una reazione comprensibile e immatura della classe operaia davanti a una situazione di pericolo, nella contemporanea mancanza di un’alternativa internazionalista. Inoltre da simpatie protezioniste non sono immuni pezzi del movimento in Europa che godono di un’immagine molto più radicale.

La partecipazione massiccia di settori della classe lavoratrice a Seattle non è che il riflesso di una radicalizzazione che sta iniziando in Usa. Lotte importanti si sono succedute alla General Motors, alla Ups, nel settore dei servizi a Las Vegas e in California, fino alla Verizon quest’estate. La gran parte di esse si sono concluse con vittorie, anche se parziali. C’è un aumento della sindacalizzazione nel paese. Nel 1995, da quando John Sweeney è stato eletto alla testa dell’Afl-Cio, abbiamo assistito a una maggiore attenzione da parte del sindacato americano rispetto all’organizzazione di nuove leve di lavoratori. Questo sia per cercare di trovare una via di uscita alla crisi che lo attanagliava, sia per rispondere alla pressione crescente da parte della massa dei lavoratori statunitensi, che esigono un netto miglioramento delle loro condizioni di vita, sempre più difficili. Nel 1998 infatti il livello reale dei salari era inferiore del 12% rispetto al 1979.

Proprio il coinvolgimento dei lavoratori ha preoccupato non poco la classe dominante americana. E questo accade in un periodo di boom economico in Usa, basato anche sul supersfruttamento della manodopera.

Il coinvolgimento della massa della classe lavoratrice e delle sue organizzazioni tradizionali è stato l’elemento mancante delle mobilitazioni in Italia e in Europa, almeno fino a Nizza. Qui il 6 dicembre abbiamo visto una manifestazione significativa, di circa 80-100mila lavoratori, portati in piazza dalla Ces, la confederazione europea dei sindacati. Una svolta importante, anche se la piattaforma su cui era convocata l’iniziativa era alquanto moderata. La Ces sostiene la Carta dei diritti, approvata a Nizza dai governi dell’Ue, limitandosi ad auspicare solo dei miglioramenti nel campo dei diritti sociali.

I dirigenti sindacali e dei partiti riformisti, infatti non solo non sono contro, ma in molti casi promuovono la globalizzazione capitalista e, quando sono al governo, fanno parte di istituzioni come la Banca mondiale, il Wto, l’Ocse ecc. L’ostacolo che pongono i vari Veltroni, Cofferati, Jospin e Blair alla comprensione dello scontro in atto da parte di larghi strati della popolazione non è indifferente. Tuttavia è indiscutibile che se si fosse fatta una seria indagine fra i partecipanti al corteo del 6 dicembre, la condivisione dei programmi dei loro leaders non sarebbe stata così entusiasta.

Tuttavia una parte delle difficoltà di aggregazione è dovuta all’analisi che diversi settori del movimento anti-globalizzazione compiono dei rapporti di forza fra le classi esistenti.

Questi settori ritengono che la classe operaia, almeno nei paesi occidentali, non abbia più un ruolo "centrale" nel conflitto, sia "integrata nel sistema", che il mondo del lavoro sia "scomposto, in fase di disintegrazione", "residuale", "annientato dalla flessibilità e dalla precarizzazione", e così via.

Per tutti questi compagni, finita l’epoca (in occidente) del fordismo e dell’operaio-massa le lotte della classe operaia non sono più possibili, oppure "si possono sviluppare diversi momenti di conflittualità, ma nessuno di questi è in grado di inceppare il meccanismo di accumulazione". (Andrea Fumagalli, Sul reddito di cittadinanza)

Addirittura durante le mobilitazioni anti-Ocse a Bologna nel giugno scorso la maggioranza di "Contropiani" il coordinamento creato proprio in occasione del convegno, si è schierata contro la proposta di uno sciopero generale per bloccare il vertice, ed ha lanciato lo slogan di uno "sciopero di cittadinanza".

"Cittadini" o lavoratori?

La realtà è che il fordismo, o il taylorismo, sono solo alcune delle modalità attraverso le quali il capitale organizza o ha organizzato la produzione. A una tale conclusione era già arrivato Marx nel Manifesto del Partito Comunista del 1848:

"La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l’immutato mantenimento del vecchio sistema di produzione. Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi fra tutte le epoche precedenti."

Davanti al cambiamento dei sistemi di produzione, la classe lavoratrice, ma soprattutto i suoi dirigenti, si è sempre trovata disorientata. Prima delle grandi lotte dell’Autunno Caldo e degli anni settanta, le organizzazioni sindacali semplicemente non sapevano come organizzare gli operai non qualificati che arrivavano dal Mezzogiorno, legati com’erano alla loro base tradizionale composta dal lavoratore specializzato milanese o torinese.

Se i padroni possono rivoluzionare gli strumenti di produzione, c’e una cosa di cui non possono fare a meno: il lavoro salariato. Il lavoro umano (o animale) rappresenta l’unica fonte di plusvalore ed è proprio dal plusvalore non corrisposto in forma di salario al lavoratore che i borghesi traggono il profitto. Infatti il numero dei lavoratori salariati a livello mondiale non diminuisce, ma anzi aumenta. Addirittura nei paesi dell’Ocse, dove pure sono in atto processi di ristrutturazione su larga scala, il numero dei lavoratori dell’industria è cresciuto, sia pure di poco, passando dai 112 milioni del 1973 ai 113 del 1995. Nel resto dei paesi, cosiddetti in via di sviluppo, la forza lavoro industriale è aumentata dai 285 milioni del 1980 ai 407 del 1995. (fonte: www.labornotes.org)

In Italia cala il numero degli addetti nella grande industria, ma che dire della costruzione di migliaia di posti di lavoro nei cosiddetti servizi, spesso con una grande concentrazione di lavoratori nello stesso stabilimento, come i call centers?

La ristrutturazione in atto da circa vent’anni nell’industria non è una rivoluzione, è una risposta alla fase di stagnazione generale del capitalismo. I mercati non mantengono la crescita del periodo precedente e per mantenere i loro margini di profitto i borghesi, attraverso anche l’uso delle nuove tecnologie, tagliano tutto quello che si può tagliare, la forza lavoro, i salari, le pause, le scorte di magazzino, e aumentano i ritmi di lavoro, gli orari, ecc..

Si parla di "lavoro immateriale", che sarebbe poi tutto ciò che riguarda le trasmissione dei saperi, delle conoscenze, chi lavora nell’informatica e su internet, ecc. Per alcuni questo sarebbe un luogo "di liberazione" in cui "gli uomini hanno cessato di essere solo dei mezzi di produzione". Ci pare che i meccanismi che regolano questo settore dell’economia siano molto simili a quelli del "vecchio" capitalismo. Intanto perché i lavoratori "intellettuali" vendono ugualmente la propria forza-lavoro, a un padrone o a vari padroni, poco importa che lo facciano da casa propria o recandosi in ufficio ogni giorno. In secondo luogo perché in questo settore tutte le forme precarie di rapporto lavorativo sono utilizzate talmente a dismisura (partite Iva, collaborazioni continuate, ecc) da lasciare i lavoratori senza alcune garanzie. Per ogni operatore che si sente realizzato dal suo lavoro "immateriale" ce ne sono altri cento che vengono sfruttati dal padronato in modo molto "materiale".

La realtà è che la nuova organizzazione del lavoro pone sicuramente nuove problematiche riguardo all’organizzazione e alla lotta dei lavoratori, ma non elimina affatto la contraddizione capitale-lavoro. Anzi, aumentando lo sfruttamento e la precarietà senza nulla in cambio, prepara nuove esplosioni da parte della classe operaia.

Come alla Verizon Comunications, negli Stati Uniti, dove 87.200 dipendenti della hanno incrociato le braccia, costringendo questa enorme impresa statunitense di telecomunicazioni a sedersi al tavolo delle trattative con i sindacati. La Verizon è il frutto della fusione fra la Bell Atlantic Corporation e la Gte: la proprietà voleva realizzare questa fusione tagliando posti di lavoro e salari. Lo sciopero, che ha avuto luogo in diverse filiali contemporaneamente e che è durato dai 15 ai 18 giorni a seconda della zona, si è concluso con un buon risultato: un contratto triennale che prevede un aumento salariale del 12% in 3 anni, un aumento del 14% della pensione aziendale, alcune limitazioni allo "straordinario forzato" cui l’azienda ha sempre fatto un largo ricorso. Un risultato altrettanto importante è quello ottenuto sul fronte dei diritti sindacali: i sindacalisti potranno parlare con i dipendenti della Verizon Wireless (la più grande compagnia americana di telefonia mobile), ed organizzare sindacati. Questo apre importanti possibilità anche negli Usa alla sindacalizzazione di un settore della classe operaia sempre più importante nei Paesi sviluppati.

Il problema è che quando si parla di organizzare la classe operaia, ci si trova sempre di fronte a vari ostacoli: la repressione padronale, il momento di riflusso del movimento operaio, il ruolo della burocrazia sindacale. La maggior parte di gruppi coinvolti nelle mobilitazioni contro la globalizzazione, almeno in Italia, ha sviluppato un atteggiamento settario verso i sindacati confederali, che ci piaccia o no, organizzano la maggioranza della classe lavoratrice.

Si può credere allora di superare questi ostacoli negando il ruolo centrale del lavoro salariato, pensando ad esempio che è il territorio il terreno di conflitto decisivo nel momento attuale. ("Una sorta di nuovo punto cardinale a partire dal quale leggere il presente. Il territorio come chiave per comprendere le dinamiche sociali ma anche come possibile risposta alla perdita d’identità che lo spaesamento porta con sé". "Carta", maggio 2000)

Ci permettiamo di ricordare come l’esperienza storica dimostra che è stato sempre nei momenti di ascesa del movimento operaio, come nei primi anni settanta in Italia, che i movimenti che coinvolgevano anche altre classi, per il diritto alla casa o alla salute, per i diritti delle donne, più in generale per i diritti sociali, hanno compiuto passi in avanti decisivi. Ed è a partire dal riflusso delle lotte del proletariato che in tutti questi campi si sono avuti notevoli arretramenti, che coinvolgono pure le periferie (il "territorio") e il loro crescente degrado.

Dunque, quali sarebbero le forze che dovrebbero essere parte attiva in un eventuale "sciopero di cittadinanza"? Cittadini lo siamo tutti, almeno nella nazione di appartenenza. Cittadini sono i borghesi e i banchieri, che organizzano i convegni dell’Ocse o del Fmi, cittadini siamo noi, lavoratori, pensionati, disoccupati, che subiamo le decisioni di questi potentati economici. Pensiamo che i primi possano "scioperare" contro se stessi? Se non si rendono chiare le classi sociali a cui lanciamo una proposta, i risultati non potranno essere che quelli di una adesione individuale a un’iniziativa, come abbiamo visto nelle manifestazioni di maggio giugno scorsi a Genova o a Bologna. Un buon punto di partenza, una partecipazione non disprezzabile, di 5-10.000 persone, ma solo con la quale non si possono certo cambiare i rapporti di forza nella società.

Sicuramente esiste il problema del diritto di cittadinanza per gli immigrati extracomunitari. Ma chi sono in Italia gli immigrati? Una casta di esclusi, "migranti" non collocabili socialmente? Quattro su cinque stranieri nella penisola sono lavoratori dipendenti. La lotta per la conquista dei diritti democratici ha quindi precisi connotati di classe, e deve essere connessa alle lotte della classe operaia italiana, con cui gli immigrati lavorano fianco a fianco. Non è un caso che il movimento per i permessi di soggiorno della scorsa estate sia cominciato a Brescia, una delle zone a più alta concentrazione industriale. Sempre non a caso molti di loro si sono cominciati a organizzare dietro alle organizzazioni tradizionali dei lavoratori, come la Fiom.

I "nuovi luoghi del conflitto"

Quali dovrebbero essere i soggetti del cambiamento, i luoghi del conflitto nella globalizzazione? Secondo Marco Revelli, noto sociologo, che possiamo individuare come uno fra coloro che hanno compiuto i maggiori sforzi di analisi dei processi della globalizzazione e i loro rapporti con i movimenti, "dobbiamo innnanzitutto costruire un’alternativa al paradigma novecentesco che si riassume nell’asse fabbrica-partito-stato. Dobbiamo individuare i luoghi, gli spazi e gli strumenti attraverso i quali organizzare la non identificazione col modello capitalista. (…) Si può parlare di terzo settore, si può parlare di economia sociale, si può parlare di contropotere, si può parlare di spazi liberati." (M. Revelli, P. Tripodi, Lo stato della globalizzazione, pag.17, Libro del Leoncavallo, 1998)

All’interno del terzo settore, delle cooperative sociali, del commercio equo e solidale esistono sicuramente delle esperienze valide, che devono essere sostenute. Ma come non vedere che, lungi da essere "una spina nel fianco del capitale", lo sviluppo del terzo settore è uno dei grimaldelli con i quali il capitale stesso sta smantellando lo stato sociale, e che sovente dietro le cooperative no-profit esistono invece grossi profitti, e storie di pesante sfruttamento dei lavoratori delle cooperative stesse?

Come ci si può illudere, come fa lo stesso Revelli, che il terzo settore possa diventare "un luogo in cui effettivamente si può esercitare quel lavoro collettivo consapevole diretto non a produrre merci, ma socialità, quella risorsa scarsa che, appunto, l’economia postfordista consuma e distrugge" ("almanacco di Carta", luglio 2000)?

Un’esperienza a riguardo l’abbiamo già vista, in questo paese e in altre parti d’Europa, quella del movimento cooperativo che all’inizio del novecento si era sviluppato con obiettivi simili a quelli di Revelli. All’interno di una società capitalista esso si è dovuto piegare ai meccanismi del mercato e diventare un impresa non molto differente dalle altre, come le vicende della Legacoop insegnano.

Estendendo il discorso sugli "spazi liberati" alla socialità e alla cultura, significativa è anche l’esperienza dei centri sociali dalla fine degli anni settanta ad oggi. Chiaramente difendiamo l’esistenza di ogni spazio autogestito dagli attacchi delle forze reazionarie e dello Stato, ma è difficile non cogliere due processi simmetrici che si sono sviluppati negli anni novanta nel panorama dei Centri italiani. Da una parte un progressivo allontanamento dalla lotta politica, la trasformazione dei centri in luoghi di esclusiva produzione artistico-culturale o "concertifici", dall’altra un altro settore che si rinchiude in una logica estremistica, senza alcun rapporto con la popolazione, avendo come unico punto di riferimento la propria area politica o culturale (autonomi, anarchici, punk, ecc.), ghettizzandosi. Da questi processi pochissimi centri si sono salvati.

La strategia di costruire "spazi liberati" economici o sociali, "isole di autogestione" a fianco del capitalismo, conquistando a poco a poco spazio e importanza maggiori, non può funzionare, se non a livelli così poco sviluppati da non preoccupare la classe dominante. Prima o poi il capitale queste esperienze o le ingloba o le annienta, a meno di una rottura rivoluzionaria che cambia i rapporti dominanti di produzione dominanti di produzione, oggi capitalisti, per sostituirli con rapporti di tipo socialista.

Ancora più fantascientifica la proposta della "possibilità di finanziamento da parte del datore di lavoro di attività autorganizzate, autogestite, di spazi di socialità attraverso i quali i lavoratori di quell’impresa possano lavorare al recupero territoriale e alla rimozione dei danni che quell’attività industriale ha prodotto." (M. Revelli, op. cit., pag. 27) Vi immaginate Lucchini o Agnelli che elargiscono miliardi per attività autogestite dai lavoratori volte al recupero di Mirafiori o Cornigliano? Non c’è molta differenza tra queste idee e i piagnistei dei dirigenti dei Ds o della Cgil che si lamentano perché i padroni non investono nello "sviluppo del paese". Quando si abbandonano le categorie marxiste di analisi sulla contraddizione tra lavoro salariato e capitale, lo spazio è aperto all’infiltrazione di ogni tipo di idee riformiste.

Lo stato del movimento

"Avrei voluto una rivoluzione

per il momento

faccio movimento per il movimento"

(Assalti Frontali, dall’album Conflitto)

Gli strati che sono stati coinvolti fino ad ora nel movimento anti-globalizzazione in Europa sono perlopiù studenti, alcuni disoccupati e lavoratori precari, oltre a fasce di piccola borghesia, particolarmente in Francia, radunati attorno alla Confederation Paysanne di Jose Bovè. A Praga spiccava la quasi totale assenza del movimento operaio organizzato, così come si notava la scarsa partecipazione della popolazione ceca alle proteste.

Un movimento importante, ma ancora non un movimento di massa, e per diventarlo, come già spiegato in precedenza, non può fare altro che trovare il modo di coinvolgere la classe lavoratrice. A tal riguardo, sia le rivendicazioni che i metodi di lotta sono decisivi.

Lo spontaneismo e il movimentismo sono stati fino ad ora i tratti dominanti delle mobilitazioni. Da Seattle a Washington, da Davos a Genova, e poi a Ginevra, passando per Bologna per finire a Praga e a Nizza. Non dimentichiamoci che nel 2001 ci sarà Porto Alegre e poi il vertice dei G8 a Genova e poi… Agli attivisti viene richiesto molto tempo libero e voglia (e possibilità) di girare per il mondo. Risulta evidente che ciò è praticabile solo per un numero limitato di persone, la cui entità tende inevitabilmente a restringersi col trascorrere del tempo. Ciò pone seri pericoli per garantire una reale democrazia nel processo di presa delle decisioni. Poche volte nelle assemblee si vota, spesso viene rifiutata ogni forma di delega, decide chi ha più resistenza fisica e chi è più assiduo alle riunioni.

Inoltre, la domanda che molti attivisti si potrebbero porre è: passare da una manifestazione all’altra per raggiungere cosa? Tutti sanno che l’Fmi o il G8 non si democratizzeranno così facilmente.

Migliaia di persone non possono restare in una condizione perpetua di mobilitazione. Di più, i movimenti sono un’eccezione nella storia, non la regola. In genere le masse scelgono altre vie per risolvere i propri problemi. Un’avanguardia può cercare di velocizzare il processo di presa di coscienza del resto della massa, ma non può mai pensare di sostituirsi ad essa, "creando" un movimento. Quando esplodono le mobilitazioni, compito di un gruppo più cosciente (osiamo dire di un partito, sfidando l’irritazione dei nostri compagni di strada dalle idee più moderne) è quello di fornire ad esse una prospettiva, coordinare le lotte attraverso un programma che stabilisca obiettivi comuni.

Uno dei limiti più lampanti del movimento è proprio l’assenza di una serie di rivendicazioni che leghino l’obiettivo finale alla lotta, inevitabilmente connessa, per migliori condizioni di lavoro, per difendere il salario, il diritto allo studio, alla casa, alla salute. Un programma che intervenga sulle contraddizioni concrete che le masse vivono ogni giorno possa strappare dei risultati, estendendo e generalizzando la consapevolezza di dovere lottare per un mondo diverso anche a chi generalmente non si occupa delle "grandi questioni".

Mancando un approccio simile, mentre la maggioranza è ancora inattiva in politica, lo spontaneismo di una minoranza arrabbiata prende il sopravvento. Si può esprimere nella distruzione di locali appartenenti a note multinazionali, in scontri con la polizia, ecc.

Quello che è peggio è che c’è chi da una copertura teorica a questi atti, definendoli come "azione diretta", "conquista di obiettivi simbolici" e così via.

Il Documento delle tute bianche di Italia, Finlandia, Repubblica Ceca, Grecia, Madrid, subito dopo i fatti di Praga, spiega che la distruzione del Mc Donald’s è stata "un’azione diretta di disobbedienza civile e di nuova legalità, dal basso. (…) A Praga abbiamo voluto iniziare proprio da questo: allargare il concetto e la pratica della disobbedienza civile e di azione diretta non restringendole ad atti liberatori e fugaci, ma vere e proprie azioni di massa di nuova legalità costituente".

La nostra critica a queste azioni non risiede nel fatto che siano violente. In una società dove la classe dominante usa la violenza tutti i giorni attraverso le guerre e l’uso dell’apparato repressivo dei vari Stati, o che causa migliaia di morti sul lavoro ogni anno solo in Italia. La denuncia della "violenza" a parte della classe dominante e dei suoi portavoce non è che meschina ipocrisia.

Quello che dobbiamo domandarci sempre è: chi usa la violenza? A quale scopo? Quale risultato concreto ha ogni singola azione, fa andare avanti o indietro il movimento? Aiuta ad elevare il livello di coscienza dei partecipanti alle manifestazioni, e più in generale delle masse che vogliamo influenzare?

Il nostro obiettivo non è quello di distruggere un McDonald ma quello di espropriare l’intera catena multinazionale e porla sotto il controllo dei lavoratori. All’azienda fa più male lo sciopero dei lavoratori dei Mc Donald, come quelli avvenuti prima a Firenze e Catania, poi nello scorso Capodanno a livello nazionale, che l’azione di Praga o qualunque altra simile. Anzi le forze usate per "l’azione diretta" avrebbero dovuto essere impiegate nell’opera di convincimento dei lavoratori di quel fast-food, come delle altre principali aziende della città, perché si unissero alla manifestazione contro il Wto. Alquanto improbabile, visto che gli annunci coi megafoni da parte degli organizzatori della protesta venivano tradotti in diverse lingue, tranne che in ceco!

Non pensiamo che gli "show down", vale a dire i confronti con la polizia che puntualmente avvengono in ogni manifestazione, in chiave prevalentemente mediatica (come ammesso da Luca Casarini, portavoce dei centri sociali del Nord-Est), possano servire a fare prendere coscienza a tutti quei lavoratori e giovani che osservano, anche con simpatia, il movimento.

Nel migliore dei casi potranno applaudire, ma il giorno dopo…. Cosa proporranno al loro collega di lavoro o col compagno di scuola, di attuare uno "show down" contro il padrone o il preside?

Le "azioni" organizzate da questi gruppi si rilevano cosi nient’altro che "atti liberatori e fugaci". Alcune migliaia di persone da tutta Europa a Praga non sono quattro gatti, ma nemmeno una forza di massa, e consideriamo arduo che riescano a imporre ai governi "una nuova legalità costituente".

Il tentativo di ostacolare le conferenze del Fmi o del Wto può contenere indubbiamente un grande valore simbolico. Tuttavia sarebbe un’illusione pericolosa pensare che in questo modo possiamo inceppare il funzionamento del sistema capitalista. Alla fine tutto si riduce a uno scontro con la polizia, che, conferenza dopo conferenza, si preparerà sempre meglio per queste occasioni, mentre i "padroni del mondo" prenderanno in altre sedi le loro decisioni.

I simboli inoltre hanno un valore fintanto che si può percepire dietro di essi un contenuto reale. In Italia siamo stati testimoni dell’importanza dei "simboli", come la falce e martello nell’emblema del Pci. Ma perché era così importante per milioni di persone? Il Pci era visto come il Partito che aveva ottenuto (con il contributo essenziale delle lotte di massa) grandi conquiste per la classe lavoratrice. Dal momento che la direzione del Pci e del sindacato imbocca dalla metà degli anni settanta la strada delle controriforme e dei sacrifici, quel simbolo perde quel significato per una parte importante delle masse, e diviene relativamente facile per Occhetto e soci abbandonarlo progressivamente. Nuove lotte, e soprattutto nuove vittorie delle classi oppresse, riporteranno in auge i simboli tradizionali del movimento operaio, insieme forse anche ad altri, nuovi.

Riformare il mercato?

Il nodo centrale sta ad ogni modo nel programma. Anche nell’anima considerata più radicale del movimento, le Tute bianche e l’associazione Ya Basta, troviamo molta confusione a riguardo. Sempre nel Documento citato in precedenza, si scrive: "Fare società per noi significa distruggere e costruire. Distruggere, cioè sabotare, disobbedire, inceppare i meccanismi dell’impero, essere schiavi ribelli e non ribelli schiavi. Costruire poiché abbiamo come sogno un mondo diverso, dove tutte le differenze di questo pianeta trovino la maniera di convivere, dove l’inclusione e la giustizia sociale siano l’antidoto alla barbarie generalizzata".

Al di là della prosa, piena di immagini affascinanti, gli obiettivi rimangono poco chiari. In cosa consiste il "mondo diverso"? Come arrivare alla "giustizia sociale" e liberarci dalla schiavitù?

Il movimento antiglobalizzazione è stato fino ad ora un movimento "contro", che incontra parecchie difficoltà a definire "per" cosa lotta, a definire un’alternativa al sistema capitalista.

Dal documento finale del vertice alternativo di Ginevra:

"Esigiamo il cambiamento radicale del Fmi e della Banca Mondiale poiché sono all’origine della povertà mondiale esacerbata da crescenti ineguaglianze. (…) La conferenza chiede: la trasparenza e la democratizzazione di Fmi/Banca mondiale (…). L’esistenza futura la struttura e la politica di queste organizzazioni devono essere determinate attraverso un processo democratico.

I progetti della Banca mondiale e le politiche del Fmi devono rispettare e promuovere i diritti umani (…)".

Le formulazioni citate non costituiscono altro che pie illusioni. Come si può pensare che l’Fmi o la banca mondiale possano rispettare i diritti umani? Rispetteranno solo i "diritti" dei propri fondatori, cioè la logica del profitto. Anche se il presidente del Fondo monetario internazionale venisse eletto democraticamente dai popoli, la politica che dovrebbe portare avanti, non volendo rompere col capitalismo, sarebbe quella dei grandi potentati economici. Non dobbiamo chiedere il cambiamento, anche radicale, di queste istituzioni: persino la loro abolizione, che potrebbe avere comunque un grande valore in sé, non risolverebbe il problema. Sarebbe da inserire nella lotta contro il sistema capitalista e non dovrebbe essere limitata a "democratizzare" il processo di presa di decisioni all’interno di questo stesso sistema. Spesso i dirigenti dei partiti riformisti parlano di "riportare in primo piano la politica rispetto all’economia". Ma la politica non è neutrale, difende gli interessi di una classe o dell’altra. In questi anni abbiamo visto governi di sinistra o di centrosinistra in gran parte dell’Europa, che, non volendo mettere in discussione il libero mercato, hanno sostanzialmente portato avanti gli interessi della borghesia attraverso politiche neoliberiste.

Il neoliberismo pare un nuovo veleno capitalista, contro cui è necessario inventare chissà quali antidoti. In realtà, la politica di libero scambio non è una novità, fu applicata anche dall’Inghilterra per imporre il proprio dominio sul mercato mondiale nella seconda metà dell’ottocento. La borghesia ha spesso alternato libero scambio e protezionismo, intervento dello Stato e politica del "laissez faire", a seconda di ciò che riteneva più utile per massimizzare i profitti. Anche la pressione delle altre classi sociali, come la classe operaia, hanno spesso influenzato le scelte, ma anche quando si sono concesse riforme (come in Europa negli anni ’60-’70), lo si è fatto per prevenire un movimento rivoluzionario. Il neoliberismo, come il keynesismo, rappresenta una faccia dello sfruttamento capitalista. Ma ambedue le politiche non rappresentano una soluzione ai problemi dell’umanità.

"Noi, movimenti e organizzazioni, ci impegniamo a lavorare per un sistema di scambio internazionale equo e sotto il controllo democratico." (Documento del vertice alternativo di Ginevra)

Molti appoggiano l’idea che sia possibile combattere il neoliberismo costruendo una catena alternativa di produzione e di scambio. I piccoli produttori del sud del mondo, meglio se di prodotti biologici, dovrebbero essere aiutati da un movimento di "consumo critico" qui nel nord del pianeta, indebolendo così il potere delle multinazionali. Purtroppo è impossibile cambiare il sistema capitalista partendo dall’ultimo anello della catena, il consumo. Il "commercio equo e solidale" non può competere con la produzione di massa e l’odierno sistema di distribuzione delle merci, almeno nell’economia di mercato.

Sembra che possa essere sufficiente cambiare le scelte di acquisto della popolazione, che viene relegata al ruolo di consumatori.

Le multinazionali agroalimentari e le grandi catene commerciali basano la loro supremazia sulla possibilità praticare prezzi stracciati e di controllare tutti i segmenti del mercato (proprietà dei terreni, produzione delle sementi, dei mangimi, macellazione, conservazione, ricerca scientifica, ecc.). Come si può realisticamente pensare di mettere in crisi questi colossi con un ritorno al piccolo commercio e alla piccola produzione? D'altra parte, è già evidente a tutti la facilità con la quale il grande capitale assume e fa proprie anche le contestazioni che gli vengono rivolte su questioni come la salute, il rispetto dei diritti dei lavoratori e dei produttori, la difesa dell’ambiente, ecc. Quelle che vengono ingenuamente definite come forme di produzione o di commercio incompatibili o addirittura antagonistiche con il mercato sono in realtà considerate dai padroni come nuovi settori di mercato da conquistare. Gli scaffali dei supermercati sono ormai affollati di prodotti "equi, solidali e biologici"; multinazionali come Ikea, Nike, Apple e altre tentano, non senza successo, di darsi un'immagine "alternativa" ("Ikea: design democratico"; "Apple: think different", ecc.) e di farne un'arma di concorrenza sul mercato. La chiave dei loro successi, ovviamente, non risiede fondamentalmente nella loro "astuzia", ma nei loro prezzi e nella distribuzione capillare, in grado di sbaragliare la concorrenza di qualsiasi catena di commercio alternativo, o di relegarla in nicchie trascurabili. Alla fine, tutto si riduce a un appello alla coscienza dei consumatori affinché comprino "pulito". Ma questo appello può avere effetto solo sui consumatori più abbienti, in grado di spendere di più, e sarà tanto meno efficace quanto più ci si avvicina alle famiglie proletarie, che devono far quadrare i conti con redditi minori. In altre parole, l’appello sarà meno efficace proprio fra coloro che più pesantemente subiscono, sia come lavoratori che come consumatori, tutti gli abusi e gli orrori del capitalismo nei confronti della salute e dell'ambiente. In ultima analisi si ritorna al vecchio discorso sentimentale secondo cui per cambiare le cose bisogna prima cambiare il modo di pensare della gente, combattere l’egoismo, muovere le coscienze individuali: discorso appunto convincente per l’intellettuale "progressista", molto meno per chi quando va al supermercato non ci va per curare la propria coscienza, e che sarebbe ben contento di poter spendere per beni di qualità (inclusi quelli biologici), ma non può permetterselo se non saltuariamente. Va anche detto che se per ipotesi improbabile, il settore del commercio alternativo dovesse veramente diventare una protagonista dell'economia in grado di competere con le grandi multinazionali, vedremmo inevitabilmente svilupparsi al suo interno le stesse logiche che regolano il mercato in generale; si formerebbero grandi aziende, magari sotto forma di consorzi, ci sarebbe una proletarizzazione degli addetti da una parte e la formazione di un nuovo settore di borghesia agricola e commerciale dall’altra, e così via.

Il problema è quindi capire some combattere il nostro avversario, quali forze possono realmente metterlo in crisi. La Nike non ha difficoltà ad aderire alle campagne filantropiche per il pallone da calcio "etico" o simili; molto più difficile le sarà affrontare gli sviluppi rivoluzionari in un paese come l’Indonesia, dove produce gran parte delle sue scarpe, e dove i lavoratori che fanno la sua fortuna si sono sollevati contro il regime dittatoriale di Suharto e cominciano a comprendere di avere nelle proprie mani la forza per lottare e cambiare il proprio futuro.

Per un programma rivoluzionario

Nella stragrande maggioranza di questi documenti è completamente assente la questione della lotta di classe. I maitre a penser del movimento hanno tratto delle conclusioni completamente erronee delle lotte del movimento operaio del novecento, e ancora di più dello stalinismo.

Poiché la classe operaia occidentale non ha conquistato il potere fino ad ora, non lo potrà conquistare più, chissà per quale suprema legge divina. Poiché la rivoluzione russa è degenerata, lasciando il posto a una mostruosa casta dirigente burocratica, ogni tentativo di presa del potere da parte delle classi subalterne dovrà inevitabilmente evolvere verso il più spietato regime autoritario.

Nessuna analisi seria sulle cause delle sconfitte della classe operaia, in Italia o in Francia, sul ruolo di ostacolo e di freno posto dalle organizzazioni riformiste o staliniste (di cui spesso questi intellettuali erano parte integrante). Nessuna spiegazione sul crollo dello stalinismo e sulle ragioni della restaurazione capitalista nei paesi dell’est (di cui tanti di loro erano fervidi sostenitori, poco importa se di Mosca, Pechino o Belgrado).

Così tutta l’elaborazione del movimento operaio dell’ottocento e del novecento, o quasi, viene buttata fuori dalla finestra, particolarmente gli aspetti riguardanti la conquista dell’egemonia nella classe operaia e la presa del potere, sviluppata soprattutto da Lenin e Trotskij, ma anche da Marx ed Engels.

Rigiriamo a questi esponenti del "pensiero critico" l’accusa che sovente come marxisti ci sentiamo rivolgere. Il loro è un vero e proprio "dogmatismo" nel rifiutare in toto l’esperienza del bolscevismo fino ai primi anni venti, le analisi dell’imperialismo e dello Stato di Lenin, quelle sul fascismo, sulla tattica e sulla strategia rivoluzionaria, sullo Stato operaio degenerato di Trotskij. Una chiusura e una sordità alle tesi rivoluzionarie che li porta, come abbiamo visto, ad abbracciare le tesi del riformismo, anche se mascherato da una fraseologia e da metodi radicali.

Quello che è più preoccupante che tali idee trovano crescenti consensi anche all’interno del Partito in cui militiamo, Rifondazione Comunista, e dei Giovani Comunisti, con un area che non esita a proporre nei fatti lo scioglimento del partito e la totale "contaminazione" (vale a dire subordinazione) da parte dei soggetti della "sinistra alternativa". La ragione di simili proposte si trova nella completa mancanza di una elaborazione autonoma da parte del Prc, che, come un organismo senza difese immunitarie, si piega ai primi attacchi esercitati su di esso.

"Il problema contemporaneo riguarda la secessione dal capitale, la costruzione di soggettività fuori e contro i processi capitalistici. (…) Oggi il problema è quello di gestire l’esodo dal capitale, del trasferimento di risorse vitali dall’interno del rapporto capitalistico e mercantile di produzione a forme antagonistiche. (…) Non più una concezione idraulica della rivoluzione per cui il capitale produce dall’interno il soggetto che crescendo ne fa saltare il reticolo dei rapporti di produzione quasi per un aumento della pressione interna, ma la necessità che attraverso uno sforzo culturale, di produzione soggettiva di socialità altra, si costruisca il nostro mondo fuori e contro il capitale." (M. Revelli, op. cit., pag. 33)

La lotta contro la globalizzazione capitalista non può essere condotta al di fuori di questo sistema. Il mondo da cambiare è questo e non si può emigrare su un altro pianeta per costruirne un altro. Non è possibile che la borghesia permetta il trasferimento di risorse "vitali" a "forme antagonistiche" o a una "socialità altra", senza colpo ferire.

Senza espropriare le grandi multinazionali, i grandi gruppi finanziari, senza togliere il controllo dell’economia alla borghesia e trasferirlo nelle nostre mani, quelle della classe operaia, un mondo diverso è impossibile. Solo attraverso una pianificazione democratica della produzione da parte della stessa classe lavoratrice e con l’abolizione della logica del mercato e del profitto è possibile farla finita con l’oppressione e lo sfruttamento, con la distruzione dell’ambiente, con la fame e il sottosviluppo del Sud del mondo. Questo è quello che chiamiamo lotta per il socialismo. Per arrivare a un simile obiettivo è necessaria una rivoluzione.

Cos’è una rivoluzione? Recentemente il segretario del Partito della Rifondazione Comunista, il compagno Bertinotti, ha rilasciato un’intervista, un passaggio della quale merita un commento. "La rivoluzione non è una rivolta e non può essere concepita come conquista del potere statuale. E non può essere fatta in un solo paese. Bisogna tornare all’idea della rivoluzione come processo mondiale e di lungo periodo." (intervista al Corriere della Sera, riportata da Liberazione, 21-10-2000)

Siamo d’accordo con Bertinotti che la rivoluzione deve essere mondiale, visto che il capitalismo è un sistema che funziona inestricabilmente connesso a livello internazionale e il socialismo dovrebbe sostituirlo. Che sia un processo, e anche di lungo periodo, è solo parzialmente vero. Sicuramente non è un processo graduale, ma che subisce brusche accelerazioni e improvvisi cambiamenti. Nel corso di tale processo di accumulazione di forze molecolari, che, spiace contraddire Revelli, avviene proprio all’interno del capitalismo e nasce dalle sue contraddizioni, si inserisce una rottura, una trasformazione della quantità in qualità. Un’insurrezione, una rivolta, dove la questione della conquista del potere statale acquisisce un’importanza decisiva.

Il risultato di una rivoluzione dipende proprio dal fatto che le masse riescano a strappare o meno il potere alla classe dominante. La ragioni della sconfitta dell’insurrezione in Albania nel 1997, o in Ecuador nel gennaio scorso, risiedono proprio in questo.

Che le classi sfruttate si impossessino dello Stato però non basta. Già Marx nel secolo scorso lo aveva ben chiaro.

"La classe operaia non può mettere semplicemente le mani sulla macchina dello Stato bella e pronta, e metterla in movimento per i propri fini." (Marx, La guerra civile in Francia, pag. 31, Editori Riuniti, 1990)

E ancora, dopo la comune di Parigi, nel 1871:

"Il prossimo tentativo della rivoluzione francese non consisterà nel trasferire da una mano all’altra la macchina militare e burocratica, come è avvenuto fino ad ora, ma nel demolirla." (Marx, Lettere a Kugelmann, citato in Lenin, Stato e Rivoluzione, pag.73, Newton Compton, 1975)

Una rivoluzione socialista dunque implica la presa del potere da parte della classe operaia, per abbattere lo Stato borghese e costruirne uno nuovo, una democrazia operaia.

Il compito di un partito comunista è proprio quello di intervenire, di porsi come avanguardia nei movimenti, per coordinare quei milioni di sfruttati, che, in determinati momenti della storia, decidono di tentare l’assalto al cielo. La mancanza di un partito rivoluzionario è stato il principale motivo di occasioni rivoluzionarie mancate, come quelle menzionate sopra.

Non nascondiamo che è una impresa dura e difficile. Il movimento contro la globalizzazione, con decine di migliaia di persone che si ribellano al sistema capitalista, è però un’anticipazione delle lotte di massa a cui assisteremo nel futuro. La radicalizzazione di settori della gioventù ha spesso anticipato vere e proprie esplosioni rivoluzionarie, come all’epoca della rivoluzione russa o del ’68 in Francia e parzialmente in Italia.

Spetta a chi vuole difendere un programma marxista cogliere questa sfida e costruire una simile alternativa nel movimento, ma più in generale in Rifondazione comunista, nel sindacato, nella vita di tutti i giorni.

Gennaio 2001 

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