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La teoria dei "due campi":

ieri come tragedia, oggi come farsa

 

Il dibattito sulle questioni internazionali ha fatto emergere differenze importanti nella maggioranza del Prc. Un articolo di Fausto Sorini pubblicato da Liberazione il 17 maggio, ha scatenato una discussione sul giornale (con interventi di Mantovani il 19 e di Vinci il 22) e poi nel partito fino a giungere in direzione nazionale, il 29 giugno.

Sulle posizioni di Bertinotti e Mantovani è già intervenuto il compagno Bellotti nell’articolo che precede, qui tratteremo quelle di Sorini anche se i compagni che le sostengono hanno deciso di non proporle al voto in direzione.

Per non incappare in possibili equivoci, riporteremo lunghi stralci del suo articolo più compiuto sulla questione che è apparso nella rivista l’Ernesto con il titolo Contenuti e forze motrici per un nuovo schieramento antimperialista .

Ci scusiamo con il lettore se questo potrà appesantire il testo, ma riteniamo indispensabile sgombrare il campo da ogni possibile equivoco, tutelandoci da eventuali critiche di "stravolgere" posizioni altrui, per poterle meglio criticare.

La piattaforma antimperialista

Sorini parte evidenziando la necessità di costruire una "piattaforma antimperialista ... Di costruire cioè alcuni elementi di un ordine mondiale alternativo" (quale ordine, non si capisce visto che la prospettiva del socialismo non viene indicata in nessun passaggio del suo articolo).

La piattaforma che propone viene da lui stesso riassunta in quattro punti:

"- salvaguardia della sovranità nazionale sulle proprie risorse, centralità dei poteri pubblici in economia, accordi regionali e internazionali di cooperazione tra Stati e tra imprese pubbliche o miste;

- difesa della sovranità politica, istituzionale e militare degli Stati, in un quadro di regole garantite dall’Onu. Primato dell’Onu rispetto ad ogni altra istituzione sovranazionale (Nato, G7,..); più Onu, meno Nato; no all’allargamento della Nato;

- accordi bilanciati sul disarmo, a partire dalle potenze più armate;

- multipolarismo contro unipolarismo."

Questi secondo Sorini "i punti cardine, largamente condivisi dalla gran parte delle forze comuniste, antimperialiste e di liberazione del pianeta..."

Non discutiamo quanto la piattaforma sia condivisa nella sinistra mondiale, ci limitiamo ad esprimere con puntualità il nostro dissenso.

1) Perché mai i comunisti dovrebbero salvaguardare a priori la sovranità nazionale, o peggio difendere la "sovranità politica, istituzionale e militare degli Stati"? Questa non è mai stata la posizione dei marxisti. Sia Marx che Lenin hanno sempre subordinato la questione nazionale agli interessi della classe lavoratrice a livello mondiale.

Forse il concetto di lotta di classe risulta un po’ ostico per Sorini che riduce gli equilibri sul piano internazionale semplicemente a uno scontro tra Stati.

Secondo lui: "... la difesa intransigente della sovranità degli Stati, delle risorse nazionali e dei settori pubblici dell’economia assume un carattere obbiettivo di resistenza alla espansione e alla penetrazione imperialistica..."

Ne consegue che in nessun caso i comunisti dovrebbero riconoscere i diritti di quelle minoranze che vengono oppresse da Stati considerati "non omologati" agli Usa (tra questi Cina, Russia, India).

Cosa pensi Sorini della questione palestinese, irlandese, Kurda non è dato sapere. Sappiamo cosa pensa sulla Cecenia: mentre Bertinotti difende il Pcf che sale sul carro dell’imperialismo francese ed è parte del governo che bombarda Belgrado, Sorini appoggia il Pcfr di Zjuganov che manifesta a braccetto con i fascisti del Pamjat e appoggia la repressione brutale attuata dall’esercito russo in Cecenia. Cosa sia peggio, difficile giudicarlo.

2) Sulla questione economica c’è la riproposizione di una vecchia ricetta keynesiana, una variante della linea di Bertinotti sull’argomento.

Rivendicare la "centralità" dei poteri pubblici in economia, non significa assolutamente nulla di per sé. I comunisti non possono opporre al liberismo elementi di economia statalista di natura borghese.

La questione del "controllo dei mezzi di produzione" e cioè di quale classe controlla l’economia è tanto importante quanto la natura giuridica della proprietà.

Dopo il crollo di Wall Street del ‘29 e la crisi economica degli anni ‘30 anche il regime fascista di Mussolini introdusse elementi di economia statale (tra le altre cose venne fondata l’Iri). Questo non rendeva progressista quel regime, la classe dominante per superare la crisi era costretta a utilizzare lo stato a sostegno della proprietà privata. Nacque in quegli anni la politica che poi venne in seguito abbondantemente usata dalla Dc nel dopoguerra della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti.

Lo Stato era l’unico soggetto che aveva i capitali sufficienti per portare avanti l’ammodernamento industriale e permettere ai capitalisti italiani di colmare i ritardi con i competitori internazionali.

Processi simili si sono visti nei paesi orientali (ci riferiamo in particolare a Giappone e Corea del Sud) dove la preminenza dello Stato nell’economia era decisiva nel passaggio dall’economia feudale a una moderna economia capitalista.

Il discorso per quanto riguarda i paesi del "campo socialista" è qualitativamente diverso e non possono essere messi nello stesso mucchio la Cina e l’India, un paese quest’ultimo, dove la borghesia non è mai stata rovesciata.

Nei paesi del vecchio blocco sovietico la borghesia era stata espropriata o per via rivoluzionaria (Russia, Cina, Jugoslavia, Cuba) o per intervento militare dell’Armata Rossa (la gran parte dei paesi dell’Europa Orientale).

Si sono stabilite delle economie nazionalizzate e la proprietà privata è stata sostanzialmente abolita, anche se la classe operaia era stata privata di ogni potere politico dalla burocrazia statale e di partito. Tranne che nei primi anni in Urss, i lavoratori non controllavano i mezzi di produzione, tanto meno gestivano il piano economico e la distribuzione delle merci.

Nonostante fossero governati da dittature totalitarie, la natura sociale non borghese di quei paesi era un elemento progressista che andava difeso. Elemento che è andato però esaurendosi con l’inizio della restaurazione capitalista.

In alcuni di questi paesi il capitalismo è stato già restaurato (Germania orientale, Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria) in altri il processo va inesorabilmente in quella direzione anche se permangono forti elementi contradditori (Cina, Cuba, Corea del Nord, Vietnam, ecc).

Anche in Russia il capitalismo sembrerebbe essere restaurato anche se la crisi verticale dell’economia e la complessità del paese rende estremamente precario un nuovo equilibrio su basi capitaliste. La borghesia russa è tanto divisa quanto poco strutturata.

Non c’è qui lo spazio sufficiente per fare un’analisi approfondita del processo che si è sviluppato negli ultimi 10 anni, per il quale rimandiamo il lettore al libro di Ted Grant: Russia dalla rivoluzione alla controrivoluzione.

Resta il fatto che esiste da tempo una nuova borghesia in Russia come in Cina (anche se in Cina il processo è a ritmi più lenti) che grazie al sostegno dell’imperialismo e la relazione di forze a livello mondiale gioca un ruolo egemone nelle scelte politiche dei governi di quei paesi.

In certi casi i loro interessi possono entrare in contraddizione con quelli dei paesi imperialisti (anche se la Russia e la Cina si sono trovate ad avere posizioni convergenti con gli Usa in più occasioni). Ma la ragione di questo non è da cercarsi nella diversa natura sociale degli stati bensì nelle contraddizioni tra le diverse borghesie nazionali.

Per questa ragione i comunisti non possono sostenere (e tanto meno in forma acritica come propone Sorini) quegli Stati del ex "blocco socialista" che a differenza del passato non intendono affatto difendere la proprietà pubblica.

Sorini si spinge all’estremo in questa posizione ed è disposto persino a difendere il partito comunista cinese che reprime brutalmente centinaia di manifestazioni operaie e contadine che si propongono di contrastare il gigantesco processo di privatizzazione e di ristrutturazione portato avanti dallo Stato cinese.

Questo, per la verità non lo scrive nell’articolo, ma ogni volta che Bertinotti ed altri criticano il Pcc, sono proprio i compagni della sua area che insorgono indignati.

3) Ancora più incredibile lo slogan: più Onu, meno Nato. Quante altre guerre di aggressione sostenute dall’Onu saranno necessarie perché si capisca che l’Onu non è altro che un paravento dei "briganti imperialisti". Per quale ragione ai tempi di Lenin l’Urss rifiutò di entrare nella Società delle nazioni antesignana dell’Onu? Semplicemente perché fare quello significava riconoscere la legittimità di un istituzione borghese e di un aggressione militare quando questa vedeva il sostegno delle "nazioni unite".

La guerra in Corea ebbe il sostegno dell’Onu, era giustificata per questo?

La guerra nel Golfo venne fatta anch’essa con il sostegno delle nazioni unite, a quei tempi Russia e Cina erano totalmente subordinate agli Usa, ma anche nei Balcani dove sono emerse più contraddizioni i bombardamenti hanno avuto il beneplacito di Kofi Annan.

4) Cosa vuol dire multipolarismo contro unipolarismo? Che siamo disposti a tollerare un pianeta che indipendentemente dalle forme di produzione e di controllo sia semplicemente multipolare?

Certamente non c’è mai stata nella storia del capitalismo una situazione come quella attuale dove una sola potenza (gli Usa) avessero un predominio così totale nel campo economico, politico e militare.

Ma questo cosa significa? Che l’esistenza di altri blocchi imperialisti sufficientemente forti risolverebbe i problemi della popolazione? Pia illusione

Bisogna domandarsi a questo punto che cosa genera l’oppressione. L’esistenza di una o più potenze o il fatto che noi tutti si viva in una società di mercato dove i bisogni della popolazione sono subordinati ai profitti di una minoranza di capitalisti e che ogni aspetto della nostra esistenza sia condizionato da questo?

L’imperialismo rappresenta la fase monopolistica del capitalismo, non è possibile costruire alcuna piattaforma antimperialista senza combattere alla radice il capitalismo. Quanti siano i "poli" nel mondo non è affatto l’elemento essenziale.

5) Quando Sorini parla di accordi regionali e internazionali di cooperazione tra Stati e tra imprese pubbliche o miste cosa sta proponendo?

Nel suo testo a seguire ci sono alcune delucidazioni: "Nell’epoca di una crescente interdipendenza delle relazioni economiche internazionali, la difesa della sovranità nazionale non può affermarsi nel quadro di una impossibile autarchia... Non autarchia quindi, ma accordi sovrani e integrati tra stati che intendono resistere alla morsa del nuovo ordine mondiale e che congiuntamente intendano condurre una battaglia comune e convergente all’interno dei grandi organismi economici internazionali come il Fondo monetario internazionale, la Banca Mondiale, il Wto.. Dai quali sarebbe allo stato attuale impensabile e velleitario prescindere;..."

E sorprendente che si possa considerare il Fmi, la Banca Mondiale e il Wto non come delle istituzioni contro cui battersi ma organi da cui "sarebbe velleitario prescindere".

Si capisce che oggi la Cina (da un punto di vista capitalista) abbia tutto l’interesse ad entrare nel Wto per spartirsi con le altre potenze commerciali i mercati e le aree di influenza.

Ma non si capisce cosa questo centri con la lotta agli Usa e come il Wto o il Fmi possano diventare un terreno di battaglia che apra dei varchi ai movimenti di liberazione, quando è in quegli stessi organismi dove si preparano i piani di ristrutturazione, di "aggiustamento strutturale" che dissanguano i paesi più poveri mettendoli sotto il giogo dell’imperialismo.

La questione dello Stato

Polemizzando con dei compagni che a più riprese rivendicano la loro ortodossia leninista non è senza importanza ricordare la posizione espressa da Lenin su Stato e rivoluzione.

Lenin spiega chiaramente che lo Stato è sempre e comunque uno strumento di oppressione, anche quando si tratta di uno Stato operaio sano, strumento della transizione da una società capitalista a una socialista.

Non a caso riferendosi all’Urss parlava di un semistato che doveva tendere all’estinzione tanto più portava a termine i compiti della trasformazione socialista. Nella polemica sulla militarizzazione dei sindacati, Lenin si spinse a sostenere, paradossalmente, che i sindacati dovevano difendere i lavoratori contro il "loro" Stato.

L’idea stessa di Sorini della "difesa della sovranità politica, istituzionale e militare degli Stati, in un quadro di regole garantite dall’Onu" avrebbe provocato orrore in Lenin.

Per non parlare degli accordi bilanciati sul disarmo a partire dalle potenze più armate che equivale in un contesto di lotta tra le classi e di opposti imperialisti a proporre di trasformare gli animali carnivori in erbivori.

Si tratta di una rivendicazione vuota con un contenuto falsamente pacifista che non tiene conto di un semplice fatto: fino a quando esisteranno gli stati ci saranno sempre "raggruppamenti di uomini armati" che difenderanno gli interessi di una minoranza di proprietari. A meno che non si scenda sul terreno revisionista liberale o socialdemocratico che pretende di riconoscere un ruolo imparziale allo stato, neutro e al di sopra delle parti.

Neutralità sempre e comunque?

Detto questo è del tutto evidente che il movimento comunista possa trovarsi in un determinato contesto a sostenere criticamente in un conflitto la sconfitta di uno o più Stati e dunque la vittoria di un altro blocco militare.

L’internazionale comunista quando era ancora un’organizzazione sana, sosteneva la difesa delle colonie nella lotta contro l’imperialismo, anche quando a capo di quei movimenti c’erano esponenti democratico-borghesi, ma a condizione che i partiti operai e comunisti mantenessero un’assoluta indipendenza di classe dalle direzioni di quei movimenti e dei rispettivi Stati.

Indipendenza di classe di cui non c’è traccia nel testo di Sorini.

Lo stesso discorso si potrebbe fare per gli stati operai, per quanto deformati, aggrediti dall’imperialismo.

Trotskij e il suo movimento (la Quarta Internazionale) per quanto perseguitati a morte dagli stalinisti e impegnati in una lotta implacabile contro la degenerazione della Rivoluzione d’Ottobre rivendicarono, nella seconda guerra mondiale, la difesa dell’Urss dall’aggressione nazista.

Ma questo non significava affatto sospendere la critica verso Stalin, tutt’altro.

Trotskij giunse correttamente alla conclusione che la sconfitta di Hitler e del fascismo era la condizione necessaria per lo svilupparsi di nuove situazione prerivoluzionarie e questa previsione venne confermata successivamente con lo scatenarsi di movimenti partigiani e situazioni insurrezionali in Grecia, Italia, Francia, Belgio e Jugoslavia, ma l’elemento centrale della sua posizione era che la difesa non poteva essere intesa in modo assoluto.

Lasciamo che sia lui stesso a spiegarlo:

"Gli errori che si commettono a proposito della questione dell’Urss abbastanza spesso derivano da una comprensione erronea dei metodi di difesa.

Difesa dell’Urss non significa affatto riavvicinamento con la burocrazia del Cremlino, accettazione della sua politica, o conciliazione con la politica dei suoi alleati. In questa questione, come in tutte le altre, rimaniamo interamente sul terreno della lotta di classe internazionale....

...La difesa dell’Urss coincide per noi con la preparazione della rivoluzione mondiale. Sono consentiti solo quei metodi che non entrano in conflitto con gli interessi della rivoluzione.

La difesa dell’Urss è legata alla rivoluzione socialista mondiale come l’obiettivo tattico è legato a quello strategico. La tattica è subordinata alla strategia e in nessun caso può essere in contraddizione con essa...

Ma supponiamo che Hitler rivolga le sue armi contro l’est ed invada i territori occupati dall’Armata Rossa. In queste circostanze i sostenitori della Quarta Internazionale, senza cambiare in nessun modo il loro atteggiamento verso l’oligarchia del Cremlino, metteranno in prima linea, come compito più urgente del momento, la resistenza militare contro Hitler. Gli operai diranno: "Non possiamo affidare a Hitler il compito di rovesciare Stalin; questo compito è nostro". Durante la lotta armata contro Hitler gli operai rivoluzionari faranno ogni sforzo per entrare in rapporti stretti e fraterni il più possibile con la base combattente dell’Armata Rossa. Mentre con le armi alla mano daranno colpi a Hitler, i bolscevichi-leninisti allo stesso tempo condurranno la propaganda rivoluzionaria contro Stalin preparando la sua caduta in una fase ulteriore, forse non lontana. Questa forma di difesa dell’Urss naturalmente differirà, come il cielo dalla terra, dalla difesa ufficiale che viene ora condotta con la parola d’ordine: Per il socialismo! Per la Patria! Per Stalin! Per evitare che queste due forme di difesa dell’Urss vengano confuse nella coscienza delle masse è necessario sapere chiaramente e precisamente come formulare le parole d’ordine che corrispondono alla situazione concreta. Ma soprattutto è necessario definire chiaramente ciò che difendiamo, come lo difendiamo, contro chi lo difendiamo. Le nostre parole d’ordine creeranno confusione fra le masse solo se noi stessi non abbiamo una concezione chiara dei nostri compiti." (Tratto da In difesa del marxismo).

Il discorso della difesa condizionale se era vero per l’Urss degli anni ‘40 lo è ancora di più per la Russia e la Cina di oggi, per non parlare degli stati borghesi che Sorini definisce "non omologati" (Venezuela, Sudafrica, India, Congo, Libia, ecc).

Chi scrive, nella guerra del Golfo e nei Balcani ha sostenuto la sconfitta dell’imperialismo, ma questo significava appoggiare Saddam, Milosevic e i rispettivi stati? Niente affatto: il miglior modo per sconfiggere l’imperialismo era quello di rovesciare i dittatori, trasformando la guerra tra eserciti regolari destinata alla sconfitta in una guerra rivoluzionaria nel quale è il popolo, armi alla mano, che lotta per il proprio destino contro l’imperialismo.

Quando Sorini parla del governo di "sinistra" di Milosevic (l’articolo era stato scritto prima della vittoria di Kostunica. NdR), e di "nazionalismi positivi" "diretti contro i potenti del sistema, gli Stati Uniti in particolare" dimentica di ricordare come sia stato proprio Milosevic ad aprire per primo la strada al capitalismo in Serbia in collaborazione con l’imperialismo.

Conseguenze pratiche di una teoria sbagliata

A dir poco stupefacenti sono le conclusioni dell’articolo di Sorini:

"Compito dei comunisti e delle forze rivoluzionarie è quello di operare con pazienza e spirito di unità (respingendo ogni tentativo, comunque motivato, di introdurre artificiose divisioni o contrapposizioni tra queste forze) alla costruzione di forme sempre più efficaci di raccordo e iniziativa comune o convergente, a partire dai rispettivi contesti regionali. Nella prospettiva, oggi ancora immatura, ma non eludibile, di un loro collegamento su scala globale. Per la costruzione di un "Forum" internazionale di tutte le forze comuniste, rivoluzionarie e antimperialiste - a sinistra dell’Internazionale socialista, ma capace di operare sulle sue contraddizioni - che sappia aprire ai popoli del mondo le frontiere di un nuovo internazionalismo al passo coi tempi."

Nella pratica si sta dicendo che in nessun modo e per qualsiasi motivazione i movimenti rivoluzionari (piuttosto che i partiti e le tendenze) possono mettere in discussione il ruolo degli stati che a suo modo di vedere non sono "omologati" con l’imperialismo.

Vediamo nella pratica cosa questo voglia dire, ci limiteremo a due soli esempi ma tanti altri se ne potrebbero fare :

Riferendosi all’Africa, Sorini si esprime in questi termini: "In Africa la regione più interessante è quella sub-equatoriale, dove il nuovo Sudafrica progressista (maggiore potenza economica, industriale e militare del continente) sta diventando il perno di un raccordo che comprende tutti i governi della regione... Decisiva per tutti sarà l’evoluzione dell’orientamento del Sudafrica, dove all’interno dell’Anc - che governa con una maggioranza assoluta del 65% - si è aperto uno scontro politico tra tendenze moderate e neo-liberali (incarnate dal nuovo presidente della repubblica Thabo Mbeki, succeduto a Mandela) e l’ala sinistra dell’organizzazione, rappresentata dal Partito comunista e dalla potente confederazione sindacale Cosatu (2 milioni d’iscritti, il più grande di tutta l’Africa)..." (evidenziatura nostra)

Sullo scontro in atto nell’Anc, non si prende posizione. Ma la domanda che poniamo è: chi si oppone alla linea dominante nell’Anc, una linea che lo stesso Sorini definisce liberista, non sta contravvenendo al suggerimento che bisogna "respingere ogni tentativo comunque motivato, di introdurre artificiose divisioni o contrapposizioni tra queste forze"? In fondo il Sudafrica è uno stato "progressista" e "non omologato".

Chi oggi si oppone veramente alla politica del governo sudafricano non sono i gruppi dirigenti a cui si fa riferimento, ma le loro basi e più in generale il movimento operaio.

Il 10 maggio del 2000, oltre 4 milioni di lavoratori hanno aderito allo sciopero generale convocato dal Cosatu, con manifestazioni di massa in tutto il paese, (Johannesburg, Pretoria, Città del Capo, Port Elizabeth, Nelspruit, East London, Queenstown, ecc). Il motivo dello sciopero era quello di protestare contro la massiccia distruzione di occupazione e la privatizzazione selvaggia attuata dal governo che oltrettutto abbassando i dazi doganali (su suggerimento del Fmi) sta permettendo al capitale straniero di penetrare con più facilità.

In questo momento in Sudafrica, il tasso di disoccupazione è del 40% e la metà della popolazione vive sotto i livelli minimi di sopravvivenza. La situazione è così drammatica che persino il segretario generale dell’Anc, Kgalema Montlanthe, ha dovuto formalmente appoggiare lo sciopero per quanto agli occhi dei lavoratori questa sia apparsa come una manovra elettoralistica in vista delle elezioni.

Il governo invece, includendo i ministri del Sacp (Partito comunista sudafricano), ha fermamente condannato lo sciopero.

La cosa ironica è che persino certi portavoce del capitale, preoccupati dalla situazione sociale, propongono di introdurre elementi di politica keynesiana, mentre la cupola dirigente dell’Anc e il governo sono i sostenitori più entusiasti della politica dettata dal Fmi e dalla Banca Mondiale.

Cosa c’è di progressista nel Sudafrica governato dall’Anc, ma soprattutto che c’è da difendere in quello Stato? Giriamo la domanda al compagno Sorini.

Per quanto riguarda l’India il giudizio può essere ancora più netto, attualmente il paese è governato da un partito di estrema destra, il BJP.

L’11 maggio del 2000, 200 milioni di persone hanno partecipato allo sciopero generale convocato dalla Piattaforma nazionale delle Organizzazioni di massa, sostenuta da 56 sindacati e 12 partiti politici, tra i quali i due Partiti comunisti indiani (PCI e PCIM).

Il motivo dello sciopero era quello di protestare contro la politica economica e sociale del governo, che ha abolito i sussidi agli alimentari e al grano, contro le privatizzazioni e l’entrata delle multinazionali nell’economia.

Come dice Sorini, in India c’è "una resistenza alla forte pressione del Fmi per liberalizzare l’economia", ma questa resistenza non è certo lo Stato o il governo indiano ad opporla, ma piuttosto i lavoratori e più in generale le masse indiane.

Ed è lì che va trovata e ricostruita una risposta al dominio imperialista.

Quale internazionalismo?

Sorini teorizza un blocco con le elitès politico-militari, che sono i nemici principali dei veri soggetti rivoluzionari e antimperialisti: il movimento operaio e i diseredati del pianeta.

Nella pratica una riedizione della teoria "dei due campi".

Una teoria che era già sbagliata ai tempi dell’Unione sovietica perché subordinava gli interessi del proletariato mondiale a quelli di una burocrazia stalinista di tipo parassitario, ma che è ancora più assurda oggi quando non esistono più le condizioni sociali di economie non capitalistiche che era l’unico elemento progressista che rimaneva in Urss prima della restaurazione (ci riferiamo in particolare alla nazionalizzazione dei mezzi di produzione, la pianificazione dell’economia e il monopolio del commercio estero). Anche in Cina o a Cuba dove il processo di restaurazione è più indietro, considerando gli attuali rapporti di forza, con un movimento inesorabile verso il capitalismo, non si può pensare di difendere lo Stato ma al limite quello che resta dell’economia statale e che lo Stato e la burocrazia a differenza del passato (non dimentichiamolo) non è più disposta a difendere.

In un passaggio dell’articolo di Sorini si dice: "il vecchio internazionalismo, definitivamente consumatosi con il crollo dell’Urss e del vecchio "campo socialista" (ma la cui crisi comincia a manifestarsi già con la drammatica rottura tra comunisti sovietici e cinesi, negli anni ‘60; che ha avuto come conseguenza, tra le altre, quella di una tendenza delle varie componenti comuniste e antimperialiste sopravvissute al terremoto di fine anni ottanta, a rinchiudersi prevalentemente nelle rispettive realtà nazionali..."

In realtà la fine dell’internazionalismo è da cercarsi molto più indietro nel tempo. Già nel 1924 Stalin proponendo la teoria del socialismo in un paese solo aveva posto le basi teoriche per rompere con quella concezione basilare del marxismo.

L’Internazionale Comunista venne svuotata così di ogni significato rivoluzionario, e dopo la morte di Lenin solo l’Opposizione di sinistra si manteneva salda sui principi di un’Internazionale intesa come "partito mondiale della rivoluzione socialista".

Prima Zinoviev e poi Stalin in maniera più organica e definitiva svuotarono l’Internazionale di ogni contenuto democratico trasformando il Comintern in uno strumento totalitario al servizio della casta dominante in Urss.

Migliaia di dirigenti comunisti di tutta Europa vennero fucilato o internati nei campi di concentramento in Siberia, e l’Internazionale tradì la rivoluzione in Cina, in Spagna e aprì la strada al nazismo in Germania, solo per citare i crimini più importanti tra le due guerre.

Con i patti Molotov-Ribbentrop si diede il via libero all’avanzata di Hitler in Europa occidentale e centrale spingendo al massacro milioni di lavoratori.

Non a caso i congressi dell’Internazionale comunista divennero una formalità. Mentre ai tempi di Lenin e Trotskij le assisi mondiali si celebravano tutti gli anni (pur in situazione di guerra civile) con l’avvento dello stalinismo l’Internazionale si riunì a congresso soltanto 3 volte in 18 anni per essere definitivamente sciolta da Stalin nel 1943.

La democrazia rivoluzionaria che governava il Comintern nei primi quattro congressi venne sostituita dal monolitismo e dall’assoluta impossibilità di criticare i capi pena l’eliminazione fisica da parte della Gpu.

Venne imposto il "culto della personalità" e l’idea dello "Stato guida" a cui dovevano subordinarsi i partiti comunisti e gli stati "socialisti", oltre che i movimenti rivoluzionari, che venivano sempre visti con terrore dalla burocrazia stalinista.

Dopo la seconda guerra mondiale l’Urss dimostrò il proprio "internazionalismo proletario" reprimendo armi alla mano la rivoluzione politica degli operai ungheresi nel ‘56 e successivamente la rivolta in Cecoslovacchia e in Polonia.

Se Tito prima e Mao poi entrarono in conflitto con Mosca fu perché la burocrazia jugoslava e quella cinese non sopportavano di subordinare i propri interessi a quelli dell’Urss.

Lo scontro cino-sovietico giunge dunque dopo oltre 30 anni nei quali si era persa ogni traccia di internazionalismo proletario nel cosiddetto "campo socialista".

Ma quella affermazione è significativa perché fa comprendere da quale inguaribile nostalgia sia trasportato Sorini, per i " bei tempi andati" prima del crollo del muro di Berlino.

E possiamo ben immaginare a cosa si riferisca quando propone la costruzione di un "Forum internazionale di tutte le forze comuniste, rivoluzionarie e antimperialiste".

Quello di cui c’è bisogno è ben altro, ripartire dal patrimonio teorico, politico, strategico ed organizzativo lasciato in eredità dall’autentico marxismo: dalla Prima Internazionale di Marx ed Engels, per continuare con le tendenze che nella seconda Internazionale si sono battute contro la degenerazione opportunista e socialdemocratica (in primo luogo il Partito bolscevico, gli spartachisti tedeschi e più in generale la sinistra di Zimmerwald) per giungere ai primi quattro congressi della Terza Internazionale e al congresso di fondazione della Quarta Internazionale (1938).

Ognuna di queste quattro internazionali è degenerata (solo la Prima è stata sciolta da Marx ed Engels prima che naufragasse con la sconfitta della Comune di Parigi), sia detto di passata, per una miscela di errori soggettivi e per gli sfavorevoli rapporti di forza a livello internazionali.

Nelle mani di una nuova generazione di rivoluzionari che si formeranno negli avvenimenti futuri c’è il compito di ricostruire una nuova Internazionale comunista.

Non si tratta di rifondare nessuna delle quattro Internazionali che sono esistite nella storia ma di una nuova aggregazione che deve svilupparsi nei movimenti che attraverseranno la prossima epoca e che inevitabilmente avranno un effetto dirompente nelle organizzazioni della classe operaia a livello internazionale.

Le posizioni socialdemocratiche e quelle staliniste verranno messe da parte per fare spazio alle idee del marxismo a condizione che nei prossimi anni i settori d’avanguardia sapranno costruire un’alternativa organizzata. Per questa ragione la formazione di tendenze rivoluzionarie sul piano mondiale è un compito fondamentale nel quale ci sentiamo impegnati in prima fila.

La nostra critica in Rifondazione Comunista sulle questioni internazionale è parallela a quella che facciamo sul piano nazionale, non volendo mettere al centro del programma la prospettiva rivoluzionaria, non si pone il problema di costruire una nuova Internazionale comunista.

D’altra parte se si mantiene la barra su posizioni riformiste e tutto si riduce in una lotta di tipo parlamentare non c’è bisogno di alcuna Internazionale, che è invece l’unica risposta possibile al capitalismo della globalizzazione e delle multinazionali, oggi più di ieri.

Una nuova internazionale nel quale sia chiaro non c’è spazio per alcuno Stato, ma sì per milioni di sfruttati e di lavoratori che non hanno patria, e che per dirla con Marx "non hanno nulla da perdere se non le proprie catene".

Gennaio 2001 

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