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Il nuovo disordine mondiale

I rapporti internazionali all’alba del XXI secolo

 

"Esattamente come il XIX secolo si era chiuso, nel 1914, con lo scoppio della prima guerra mondiale, la guerra nel Kosovo (la prima in Europa dal 1945) segna il nostro vero ingresso nel XXI secolo. È sintomatico che si entri nella nuova era nello stesso tragico modo (e quasi negli stessi luoghi) di allora. Questi eventi riflettono il cambiamento di ruoli dei vari attori internazionali (…). Gli Usa sono rimasti l’unica vera "iperpotenza": una situazione che si rivelerà disastrosa."

(Dominique Moisi, vicedirettore dell’Institut Français des Relations Internationales, sul Financial Times del 29/3/99)

Esattamente cento anni fa Kropotkin scrisse che la guerra è la normale condizione dell’Europa ma, per un lungo periodo di mezzo secolo questa cupa previsione sembrò contraddetta dalla realtà. Dopo la seconda guerra mondiale, il capitalismo sperimentò un periodo di forte crescita, che pose le basi oggettive per rapporti relativamente stabili tra le classi e tra le nazioni. Questo fatto, con la spartizione del mondo tra l’imperialismo Usa e l’URSS, spiega come sia stato possibile che durasse così a lungo una sorta di "pace": l’equilibrio del terrore tra due sistemi sociali in lotta che si escludevano a vicenda, la cosiddetta guerra fredda. Ora però tutto è cambiato.

Il nuovo volto della guerra

Per un periodo di 50 anni, dopo la Seconda guerra mondiale, ci fu una relativa stabilità nei rapporti internazionali basata sull’equilibrio del terrore: la Russia stalinista da una parte e l’America imperialista dall’altra. Le due superpotenze si spartirono l’intero pianeta configurando quelli che potevano apparire blocchi e sfere d’influenza immutabili. Sarebbe stato addirittura inconcepibile, all’epoca, che gli Stati Uniti attaccassero la Jugoslavia o bombardassero l’Irak. Questo avrebbe portato alla guerra con l’Unione Sovietica, ma una tale guerra, per oltre 50 anni, era da escludersi.

La guerra fredda era la manifestazione della lotta su scala mondiale fra due sistemi sociali che si escludevano a vicenda. Per tutto questo cosiddetto periodo di pace le contraddizioni fondamentali non erano state risolte, al contrario, non facevano che accumularsi. La mostruosa corsa agli armamenti, che divorava una gran parte della ricchezza sociale, ne era il sintomo più chiaro. La domanda è: perché queste contraddizioni non portarono alla guerra fra America e Russia?

Verso la fine della sua vita Engels si occupò dello sviluppo dell’imperialismo e del militarismo, che erano allora fenomeni nuovi. Fino alla rivoluzione francese non erano esistiti eserciti di leva: i sovrani del XVIII secolo mantenevano piccoli eserciti di militari di professione, e non era infrequente che generali in lotta arrivassero ad accordi "tra gentiluomini" per decidere la vittoria, allo scopo di evitare costi troppo elevati. La guerra era un "affare" assai dispendioso!

Questo sistema cominciò ad entrare in crisi con la guerra d’indipendenza americana, quando gli irregolari delle colonie rifiutarono, secondo Engels, "di danzare il minuetto con le forze della Corona britannica", e fu completamente superato dalla rivoluzione francese che per la prima volta mise di fronte all’Europa feudale un popolo rivoluzionario in armi.

Brillanti generali rivoluzionari come Lazare Carnot svilupparono tattiche e metodi completamente nuovi. In particolare la leveé en masse, ovvero la mobilitazione di un intero popolo, fu d’insegnamento a tanti, tra i quali Bismarck. Già nel 1807 Hardenberg scriveva al re di Prussia: "Dobbiamo fare dall’alto quello che i francesi hanno fatto dal basso", così la Prussia si appropriò anch’essa dell’idea di Carnot di un popolo in armi, ma lo fece nello spirito di un militarismo reazionario. La macchina militare prussiana fu perfezionata e ottenne una serie di vittorie spettacolari che permisero allo Junker conservatore Bismarck di portare a termine la riunificazione tedesca, un compito storicamente progressivo, assolto con metodi reazionari sotto l’egida della Prussia feudale-burocratica.

Intorno al 1890 lo Stato prussiano, da sempre pervaso da uno spirito burocratico e militarista, era divenuto un enorme mostro militare che spendeva somme mai viste prima in armamenti. La Francia e le altre potenze seguirono la stessa strada, e l’intera Europa si trasformò in un immenso accampamento militare.

Vedendo quest’enorme incremento della potenza militare e dei nuovi mezzi di distruzione, Engels concluse che ciò avrebbe portato al crollo degli Stati, ma anche che a questo punto una guerra europea sarebbe diventata impossibile. La storia prova che Engels si sbagliava: l’antagonismo fra Germania, Francia, Gran Bretagna, Russia e Austria-Ungheria, innescato dalla situazione balcanica, portò alla Prima guerra mondiale che provocò 10 milioni di morti e ridusse l’Europa in rovine.

La seconda guerra mondiale sfiorò la fine della civiltà e reclamò 55 milioni di vittime. Sebbene Engels si fosse sbagliato all’epoca nella sua previsione che la guerra fosse diventata troppo costosa, il suo ragionamento è oggi corretto. Quanto colpì Engels dei livelli di spesa militare raggiunti dal militarismo a lui contemporaneo non è nulla se paragonato alla situazione attuale. Nell’ultimo periodo la spesa mondiale in armamenti ha superato i 1000 miliardi di dollari.

Dopo il 1945 non si sono più verificate guerre mondiali. È stato un periodo di "pace", anche se questa "pace" riguarda soltanto il coinvolgimento diretto delle grandi potenze: in realtà, per la maggior parte del mondo, la pace resta una chimera irrealizzabile. Su scala planetaria negli ultimi 50 anni ci sono stati solo 17 giorni senza guerre. C’è sempre stata una guerra in atto in qualche parte del mondo - soprattutto nel terzo mondo: le lunghe guerre di liberazione in Kenya, Algeria, Angola, Mozambico ed altri, le guerre tra grandi potenze per mezzo di paesi satelliti (come in Corea o in Vietnam); più recentemente le guerre in Nicaragua e in Afghanistan, la guerra del Golfo e infine quella del Kosovo, la prima in Europa da 50 anni, decisivo punto di svolta che avrà ripercussioni d’ogni tipo, ben al di là degli esiti immediati per l’assetto dei Balcani.

La questione della guerra è molto concreta. Perché non c’è stata una guerra fra le grandi potenze negli ultimi 50 anni? Perché, nonostante tutte le contraddizioni stridenti, non ci fu guerra fra Usa e Urss? La risposta è del tutto chiara. Lo sviluppo delle armi nucleari aveva cambiato il volto della guerra. La borghesia non fa la guerra per divertimento, per patriottismo, o per salvare il piccolo Belgio o i poveri Kosovari; la borghesia fa le guerre per i profitti, i mercati, per le materie prime e le sfere d’influenza, non per sterminare un popolo: non è questo l’obiettivo della guerra imperialista. Non era neppure l’obiettivo di una guerra ai tempi di Gengis Khan: benché i mongoli avessero sterminato intere popolazioni e utilizzassero il terrore di massa come arma, lo scopo era di sottomettere popoli dalla cui dominazione trarre ricchezze sotto forma di lavoro e di tributi.

Una guerra nucleare avrebbe significato come minimo la completa distruzione di entrambi i contendenti, e ciò non ha assolutamente senso da un punto di vista capitalista. Alcuni folli generali americani avevano tentato di provare con calcoli accurati che anche a costo di perdere qualche decina di milioni d’abitanti gli Usa avrebbero sempre potuto vincere una guerra nucleare, ma quest’opinione non fu mai presa in seria considerazione dai gruppi di potere americani - salvo confermare la validità dell’opinione di Truman sull’intelligenza dei militari, quando affermò che la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla ai generali.

Le attuali spese militari, in particolare quelle delle grandi potenze, fanno apparire il militarismo di Bismarck e persino di Hitler come giochi da ragazzi. Con la caduta del Muro di Berlino e il collasso dell’Urss, ci fu un gran parlare, in occidente, di un supposto "dividendo di pace". Si preconizzava un futuro di pace per tutto il mondo sotto la tutela degli USA, rimasti l’unica superpotenza. Le cose però sono andate altrimenti. L’inchiostro non si era ancora asciugato sul testo del discorso di Bush a proposito del "nuovo ordine mondiale", che scoppiò la guerra del Golfo. Ora, con il Kosovo, abbiamo appena vissuto la prima guerra vera e propria sul suolo europeo dal 1945. Lungi dal guidare un processo di disarmo, gli Usa continuano ad armarsi, ed oggi vantano una spesa pro-capite per gli armamenti di 804$ annui, seguiti dalla Francia con 642$.

La Gran Bretagna, che nonostante la drastica riduzione della sua forza militare e industriale ama pretendere d’essere ancora una potenza, spende 484 dollari, una cifra assurda per un paese che avendo perso la sua superiorità industriale, è stato da molto tempo declassato al rango di potenza di seconda fila. Durante la guerra del Kosovo, Tony Blair ha provato ad atteggiarsi a rappresentante di una grande potenza, ma la sua imitazione di Winston Churchill non ha ingannato nessuno. Considerati i dubbi e le esitazioni degli altri alleati europei, per Clinton poteva essere conveniente alimentare il suo zelantissimo "amico" londinese e, almeno per un periodo, solleticare le sue illusioni di grandezza. Altri, in America, non erano però altrettanto divertiti e dicevano tra i denti che i britannici, con le loro insistenti richieste di condurre la guerra "fino in fondo", fossero pronti a combattere fino all’ultima goccia di sangue… americano, poiché, in caso di un conflitto di terra, sarebbero stati gli Usa, e non la Francia o la Gran Bretagna, a dover sostenere il maggior peso dei combattimenti, e delle vittime.

Qual è il motivo di questa pazzesca corsa agli armamenti? Non potendo più giustificarla col "pericolo dell’Urss", oggi si parla di "mantenere la pace e la democrazia nel mondo". Questo non inganna nessuno. La sola vera ragione di queste "missioni umanitarie" è quella che in tedesco si chiama Realpolitik, cioè l’egoismo più cinico e calcolatore. Certo, agli occhi dell’opinione pubblica la diplomazia e la guerra devono sempre presentarsi nella veste più favorevole ("missioni umanitarie", "forze di pace", "politica estera etica", e così via). In questo non c’è niente di nuovo: il cinismo e l’egoismo interessato sono sempre stati i principi guida della diplomazia borghese. Nel 1938, quando era nei suoi interessi accontentare Hitler (nella speranza che privilegiasse un’espansione ad est e attaccasse l’Urss), la "democratica" borghesia britannica non esitò ad abbandonare la Cecoslovacchia, come se si trattasse di un osso da lasciare ad un cane affamato; il primo ministro conservatore Chamberlain parlò della Cecoslovacchia come di "un paese lontano, di cui sappiamo poco."

La guerra Iran-Iraq provocò un milione di morti, ma fu praticamente ignorata dai mass-media in Occidente poiché non ne toccava direttamente gli interessi vitali; anzi, all’Occidente conveniva questo massacro che avrebbe esaurito entrambi i paesi, mettendoglieli in mano. Saddam Hussein fu incoraggiato e armato da Gran Bretagna e Usa, fino a quando non pestò loro i piedi con l’invasione del Kuwait. La stessa cinica indifferenza caratterizzò l’atteggiamento dell’occidente verso il terrificante genocidio in Ruanda. Questo non fa che rendere più evidente l’ipocrisia dei cosiddetti interventi umanitari in Bosnia, Kosovo e Timor est. In ciascuno di questi casi dobbiamo saper dissipare le cortine fumogene della diplomazia e mettere a nudo gli interessi di classe che condizionano le manovre diplomatiche.

La guerra degli Usa contro l’Irak non era motivata dalla preoccupazione per le sorti del povero piccolo Kuwait, così come la Prima guerra mondiale non scoppiò per il triste destino del povero piccolo Belgio. La preoccupazione principale era la minaccia al rifornimento petrolifero dell’America e l’aumento del potere dell’Iraq in quella regione d’importanza strategica. Il selvaggio bombardamento dell’Iraq era inteso come un avvertimento ai popolo del Golfo e del Medio oriente: "Se sgarrate, questo è quello che vi accadrà!". Un decennio è passato e il bombardamento dell’Iraq continua, anche se è chiaro a chiunque che l’Irak è stato schiacciato e non rappresenta alcuna seria minaccia militare per gli Usa. I bombardamenti e la pressione militare sono accompagnati da un embargo economico non meno mostruoso che, tra le altre cose, proibisce il commercio di matite - armi notoriamente letali nelle mani degli scolari iracheni.

La rivoluzione coloniale

L’emergere dell’imperialismo Usa nel ruolo di unica grande potenza mondiale non ha precedenti: gli Usa sono ora la più grande forza controrivoluzionaria che la storia abbia mai visto, pronti ad usare ogni mezzo per nuocere ai governi non graditi. In Africa, Asia e America Latina hanno dato aiuto a ladri e banditi di ogni tipo per combattere quelle forze che reputano contrarie ai propri interessi strategici.

È di fondamentale importanza considerare il ruolo essenziale che negli ultimi 50 anni ha giocato il basso costo delle materie prime nello sviluppo del capitalismo occidentale: il controllo delle fonti di petrolio e d’altre materie prime è un fattore di primaria importanza nella politica mondiale degli Usa e di tutte le altre potenze imperialiste. Queste sono disposte a ricorrere ai metodi più brutali contro le popolazioni colonizzate. Uno degli avvenimenti più importanti di questo lungo periodo di cosiddetta pace è stato proprio la rivoluzione coloniale. Si è trattato di un grandioso movimento di popoli, senza paragoni nella storia della lotta degli oppressi per la propria emancipazione nazionale e sociale, che ha coinvolto centinaia di milioni di schiavi coloniali in Cina, Indocina, India, e Africa. Per trovare un paragone appropriato dovremmo risalire al movimento rivoluzionario del primo cristianesimo o al risveglio della nazione araba nel primo periodo dell’Islam. Ma la rivoluzione coloniale fu un movimento di gran lunga più grande di entrambi.

In questa titanica lotta l’imperialismo fu sconfitto. Questo sviluppo, enormemente progressivo, era stato previsto da Trotskij prima della seconda guerra mondiale, quando scrisse che si sarebbe arrivati al punto in cui non sarebbe più convenuto mantenere soggette le masse coloniali con mezzi diretti, perché ciò avrebbe comportato enormi costi in uomini e risorse. I primi imperialisti a capirlo furono i britannici, che compresero l’impossibilità di mantenere sottomesse le masse coloniali in India e in Africa con mezzi militari. L’indipendenza dell’India non si deve ad un loro atto umanitario, ma al movimento delle masse che li scacciò. È interessante notare che, paradossalmente, fu l’imperialismo britannico a creare una coscienza nazionale indiana. Al tempo della conquista, l’India era suddivisa in tanti staterelli in lotta fra loro, e proprio grazie all’uso di truppe indiane la Gran Bretagna riuscì a conquistarla e a mantenerla per più di un secolo. Nel 1947 il governo britannico chiese al generale Auchinleck per quanto avrebbe potuto tenere l’India, e questi rispose: "Tre giorni"! I britannici si trovavano a fronteggiare ammutinamenti, rivolte, scioperi e manifestazioni. Una volta che il popolo indiano divenne conscio di sé come nazione e si levò contro i suoi oppressori, niente poté resistergli.

Uno dopo l’altro anche gli altri paesi imperialisti furono costretti ad abbandonare il controllo diretto delle colonie. De Gaulle apprese questa lezione nel 1958: salito al potere con lo slogan "L’Algeria ai Francesi!" ben presto prese atto del costo enorme della guerra contro il popolo algerino e dovette cedere, causando nella stessa Francia una crisi che sarebbe potuta sfociare in una rivoluzione se il Pcf (Partito comunista francese) avesse avuto una politica rivoluzionaria. I fatti d’Algeria dimostrarono chiaramente come le rivoluzioni coloniali potessero incidere profondamente anche sui paesi metropolitani. La stessa cosa si verificò nel 1974, quando il tentativo di mantenere il possesso dell’Angola, del Mozambico e della Guinea-Bissau portò alla rivoluzione nello stesso Portogallo. Nel 1960 il Belgio fu costretto ad abbandonare il Congo, ma prima di andarsene provocò deliberatamente il caos che perdura ancora oggi.

Tuttavia, benché la rivoluzione coloniale abbia rappresentato un grosso passo avanti, su basi capitaliste non poteva risolvere nessuno dei problemi fondamentali di questi paesi. Dopo mezzo secolo di cosiddetta indipendenza, la borghesia non ha saputo risolvere nessuno dei problemi del Pakistan o dell’India, né la questione agraria, né la modernizzazione della società (un esempio per tutti è il sistema delle caste, che rimane in vigore in India e in una certa misura anche in Pakistan). Nessuno di questi due paesi ha realmente risolto la questione nazionale, che si è incancrenita e ha acquistato una virulenza esplosiva, particolarmente nel Kashmir. Nonostante le belle apparenze dell’indipendenza, entrambi i paesi sono più dominati dall’imperialismo oggi che cinquant’anni fa.

Gli ultimi sviluppi nel subcontinente indiano rivelano l’esistenza di contraddizioni intollerabili. Queste due potenze nucleari sono arrivate a sfiorare la guerra. Nel tentativo di sviare l’attenzione dal caos interno al Pakistan, Nawaz Sharif ha tentato un azzardo disperato in Kashmir, forse nella speranza di cogliere l’occasione della crisi di governo in India. Alla fine, tuttavia, non solo i pakistani hanno mancato i loro scopi, ma il loro fallimento ha messo in moto la catena di avvenimenti che ha portato al colpo di Stato. Il loro tentativo era di occupare territori nelle montagne del Kashmir. Per riconquistarle l’esercito indiano ha dovuto sopportare centinaia di morti. Date le difficoltà di un assalto frontale a quelle altezze, l’esercito indiano stava seriamente considerando la possibilità di una manovra sui fianchi, che implicava la violazione della frontiera pakistana. Questo passo avrebbe inevitabilmente provocato una guerra a tutto campo fra i due paesi, con conseguenze incalcolabili, e solo la pressione di Washington su Nawaz Sharif impedì che si arrivasse a questo. Dal canto suo Sharif, nel tentativo di scusarsi di fronte all’opinione pubblica pakistana, ha commesso l’errore imperdonabile di tentare di far ricadere la colpa sull’esercito, segnando il suo destino e provocando come conseguenza diretta un nuovo colpo di Stato in Pakistan. Questo fatto è di per sé un sintomo dell’assoluto stallo del capitalismo in quel paese. La questione del Kashmir, va da sé, non è risolta e porta con sé i germi di nuove guerre.

Ovunque i paesi ex-coloniali sono preda di guerre e dell’instabilità: questa è l’espressione dell’impossibilità di risolvere i loro problemi fondamentali sulla base del capitalismo che si sta rivelando, come disse Lenin, "un orrore senza fine".

L’Africa è dilaniata in questo momento da non meno di quattro o cinque guerre caratterizzate da genocidio, barbarie e perfino da episodi di cannibalismo. Con tipica ipocrisia, gli imperialisti scuotono la testa e pubblicano articoli razzisti che presentano gli africani come selvaggi subumani, e come "scontri tribali" le guerre che in realtà sono in gran parte guerre condotte per procura, provocate dall’interferenza dell’imperialismo in lotta per i mercati e le materie prime dell’Africa. Alcune di queste guerre avvengono in paesi che dovrebbero essere ricchi come l’Angola e il Congo. Quest’ultimo è un caso esemplare: vaste parti del paese sono sotto il controllo dei ribelli. Zimbabwe, Angola e Namibia sostengono il governo di Kabila, il cui potere non copre più di metà del paese. Uganda e Ruanda controllano i ribelli, e anche il Burundi è coinvolto. Tutti sono ansiosi di allungare le mani sulle miniere di diamanti e su altre ricchezze presenti nel sottosuolo. Nonostante tutti i tentativi di giungere ad un cessate il fuoco, il conflitto in Congo rimane irrisolto. Si tratta di una guerra reazionaria da ambo i lati. L’America e la Francia conducono una guerra in Africa usando per i propri fini eserciti di altri Stati. Sono loro i primi responsabili di questo disastro.

Mai nella storia umana il mondo ha visto un colosso militare ed economico quale l’imperialismo statunitense. Mai il pianeta è stato così totalmente dominato da un solo paese. Nei confronti degli altri paesi, gli Usa dispiegano la massima arroganza.

Nel conflitto con la Jugoslavia, la linea di Washington è stata, fin dall’inizio: "Fate come diciamo o vi bombarderemo". Tuttavia, osservando bene questo colosso, si scopre che ha i piedi d’argilla: il suo potere è limitato anche dove esso sembra essere invincibile. Come già Trotskij aveva predetto, quando scrisse che l’America avrebbe tratto il massimo vantaggio dalla II guerra mondiale arrivando a dominare il mondo, questa supremazia avrebbe avuto le fondamenta minate. Gli Usa hanno ereditato dalla Gran Bretagna di un secolo fa il ruolo di poliziotto mondiale, ma il contesto storico è totalmente differente: laddove - sfruttando le colonie - l’imperialismo britannico aveva ottenuto enormi profitti da questo predominio, nell’attuale situazione di capitalismo in declino tale ruolo per gli Stati Uniti vuol dire soprattutto accollarsi enormi costi con profondi effetti sociali interni; le recenti dimostrazioni di Seattle contro il WTO evidenziano quanto questi contrasti siano cresciuti negli ultimi tempi.

Il punto di svolta fu la guerra del Vietnam. Il trauma della prima sconfitta nella storia degli Usa ebbe un effetto fondamentale sulla consapevolezza della classe dirigente americana: dobbiamo ricordarci che l’imperialismo nordamericano non fu sconfitto in Vietnam, ma nella stessa America, dove si era sviluppato un movimento di massa contro la guerra dalle connotazioni rivoluzionarie. L’esercito americano in Vietnam era così demoralizzato da strappare ad un generale l’ammissione che l’atteggiamento delle truppe poteva essere paragonato solo a quello della guarnigione di Pietrogrado nel 1917. Il fatto che il più potente esercito del capitalismo fosse stato sconfitto nella giungla da guerriglieri straccioni ebbe un effetto decisivo sul pensiero militare americano, come spiegammo già all’epoca.

Dopo la guerra del Vietnam sottolineammo che l’imperialismo americano non sarebbe potuto intervenire con truppe di terra in nessun paese del mondo, con un’unica importante eccezione: l’Arabia Saudita, a causa della sua importanza estrema per l’economia americana. Solo in quel caso gli Usa sarebbero stati costretti ad intervenire, probabilmente prendendo il controllo delle aree petrolifere costiere e lasciando il deserto ai sauditi. Ancora oggi quest’osservazione rimane corretta. L’Arabia Saudita è estremamente instabile. Il debito pubblico è al 10% del Pil. La cricca dominante attorno alla famiglia reale non può più permettersi la stessa prodigalità del passato nel fare concessioni alla popolazione. Le divisioni al vertice, che si riflettono nelle spaccature della famiglia reale, riflettono le tensioni crescenti nella società saudita. Lo spettro della rivoluzione aleggia su tutta la penisola araba. A causa delle violente fluttuazioni del prezzo del petrolio non c’è un solo regime borghese stabile in tutto il Medio oriente.

La storia delle rivoluzioni mostra come queste non comincino dal basso, ma al vertice di una società, con le divisioni nella classe dominante. Il famoso storico e sociologo francese Alexis de Tocqueville trattò il processo nei dettagli e mostrò quello che accade, quando il vecchio regime entra in crisi. Una parte della classe dominante sostiene che se non si concedono delle riforme, ci sarà una rivoluzione, mentre un altro settore ribatte che la rivoluzione ci sarà se si concedono le riforme; entrambe hanno ragione. Questa è precisamente la situazione delle monarchie arabe nel periodo attuale. Questi regimi sembrano, ad un primo sguardo, molto prosperi, molto ricchi e politicamente stabili. L’Arabia Saudita, il Bahrain e il Kuwait sono guidati da famiglie reali. Lo stesso vale per la Giordania e per il Marocco, anche se quest’ultimo paese non gode della ricchezza derivante dal petrolio. Tuttavia ognuna di queste famiglie reali è profondamente divisa al suo interno. Ciò rappresenta un indizio dello sviluppo di tensioni rivoluzionarie in quelle società.

Ovunque sta riaffiorando lo spettro della rivoluzione. Anche in Iran le masse si stanno muovendo, dopo un ventennio di barbaro potere reazionario dei mullah. Come sempre il movimento parte dagli studenti e dall’intellighenzia, i barometri più sensibili delle tensioni nascoste nella società.

Le manifestazioni di massa della scorsa estate hanno messo in guardia il regime dimostrando che la pazienza delle masse è ai limiti. L’esplosione degli studenti rappresenta l’inizio di una nuova rivoluzione iraniana. Malgrado sia stato schiacciato da una feroce repressione, il movimento necessariamente risorgerà con raddoppiato vigore. Gli strateghi del capitale, anche se con leggero ritardo, sono giunti alle stesse conclusioni dei marxisti. Una recente edizione di Business Week riporta: "Molti osservatori hanno interpretato gli scontri dello scorso luglio, che anno visto gli studenti universitari scontrarsi con la polizia e contro i vigilantes, come un avvertimento di quello che potrebbe accadere se il regime non si piega. ‘Khatami è l’ultima speranza per una riforma pacifica. Se lui viene sconfitto il sistema rischia di essere rovesciato.’ dice Ali Rezar - Alavi Tabar, direttore del giornale Sobh-e-Emrooz di Teheran e tra i maggiori sostenitori di Khatami."

Gli avvenimenti rivoluzionari in Iran sono un’anticipazione del processo che si svilupperà in tutta l’area del Golfo e del Medio oriente nel prossimo periodo. Si tratta di uno sviluppo rilevante, di fondamentale importanza non solo per l’Iran ma per la rivoluzione mondiale. Gli avvenimenti in Iran devono aver spaventato a morte gli imperialisti americani. L’Iran non è un paese qualsiasi, ma strategico, e proprio qui si vedono i limiti della potenza dell’imperialismo statunitense. L’Iran era un paese strategico già nel 1979, tuttavia non fu possibile un intervento degli Usa in soccorso del loro alleato, lo Scià. Dovettero guardare con rabbia impotente mentre il vecchio regime veniva rovesciato e la loro ambasciata a Teheran saccheggiata. Se non potevano intervenire nel 1979 potranno farlo ancora meno ora, di fronte ad una rivoluzione delle masse iraniane che avrà inevitabilmente un carattere completamente diverso: anti-mullah, anticapitalista e antimperialista.

Uno sviluppo di queste proporzioni avrebbe ripercussioni rivoluzionarie in tutto il Medio Oriente e l’imperialismo statunitense sarebbe costretto ovunque sulla difensiva. Se dovessero decidere, come sarebbe molto probabile di fronte ad una crisi, di intervenire in Arabia Saudita per proteggere i loro interessi sul petrolio, questo provocherebbe sollevazioni in ogni paese del Medio Oriente. Non una sola ambasciata americana rimarrebbe in piedi. Le ripercussioni si sentirebbero in tutta l’Asia, l’Africa e l’America Latina. Gli imperialisti americani, inglesi e francesi si stanno armando fino ai denti per prepararsi per la tempesta che incombe. Tuttavia, i limiti della potenza imperialista sono dimostrati dall’estrema riluttanza del Pentagono, dopo l’esperienza della guerra in Vietnam, di impiegare direttamente l’esercito di terra in un conflitto. Nelle rare occasioni in cui lo hanno fatto negli ultimi 20 anni, con l’eccezione parziale dell’Iraq, è stato sempre contro paesi piccoli e deboli. Nella maggior parte dei casi è andata a finire non molto bene, se non addirittura male. Gli Stati uniti sono stati costretti ad un’umiliante ritirata in Libano e in Somalia. Come sottolinea il centro di studi geopolitici Stratfor:

"L’intervento in Iraq è stato il primo di una serie d’interventi che comprendono Somalia, Haiti, Bosnia e ora il Kosovo. Questi interventi non hanno avuto tutti degli esiti favorevoli. In Somalia l’intervento fu da ogni punto di vista fallimentare. L’invasione di Haiti ha sostituito il governo ma non ha risolto nessuno dei problemi del paese. L’intervento in Bosnia doveva essere a breve termine, ma si è trasformato in una presenza permanente. Nessuno di questi interventi hanno costretto gli Usa ad affrontare la questione principale: quali sono i limiti della potenza americana?"Global intelligence Update: Il mondo dopo il Kosovo 3/05/1999) (Stratfor:

Questo spiega l’estrema riluttanza del Pentagono ad inviare truppe di terra in Kosovo, preferendo invece affidarsi alla sola potenza aerea. Gli americani erano consapevoli che un intervento di terra avrebbe comportato notevoli perdite umane tra le proprie fila. Questo avrebbe avuto ripercussioni profonde in tutti i paesi della Nato, ma soprattutto negli Stati uniti. Fortunatamente per Clinton, con l’aiuto della Russia, fu raggiunto un accordo che permise di evitare l’intervento di terra. Se si fosse dovuti arrivare a tanto il risultato della guerra sarebbe stato molto diverso. Tuttavia, nonostante tutto il trambusto, la guerra in Kosovo non ha realmente cambiato la situazione in cui si trova il Pentagono. Certo, l’aviazione americana farà pressioni per ottenere più finanziamenti per potenziare ulteriormente il suo arsenale, ma alla fine l’imperialismo statunitense sarà costretto ad impiegare le truppe di terra in un paese o in un altro e dovrà affrontarne le conseguenze.

Il ruolo della Germania

Uno degli sviluppi più significativi dell’epoca recente è stata la tendenza del mondo a dividersi in blocchi regionali. Dopo la seconda guerra mondiale, gli Usa hanno completamente dominato l’Europa occidentale. L’Europa era divisa in due, con l’est sotto il controllo dell’Unione sovietica. Adesso tutto questo è cambiato. Anche prima della caduta dello stalinismo il mondo stava già cominciando a dividersi in blocchi commerciali rivali. Il Nafta è il blocco dominato dall’imperialismo statunitense che va dal Canada fino al Messico. Di fatto gli Usa considerano il continente americano come un proprio terreno privato. Il Giappone scalpita per costruire la propria sfera d’influenza economica in Asia e i paesi capitalisti europei, dal canto loro, hanno creato l’Unione europea.

L’introduzione dell’euro è stata interpretata da molti come la dimostrazione del fatto che il movimento verso un "superstato europeo", o in ogni caso verso una federazione, era diventato inarrestabile. Questo vuol dire non avere compreso assolutamente nulla di quanto sta accadendo. È vero che il processo d’integrazione europea è andato più avanti di quanto i marxisti avevano previsto, ma gli sviluppi sono ancora molto limitati, e in ogni caso le contraddizioni tra i diversi paesi che fanno parte dell’Ue sono ancora lontane dall’essere superate. La questione centrale è che c’è un solo Stato abbastanza forte economicamente per guidare l’Europa, ed è la Germania. Questo fatto che avrebbe dovuto essere chiaro fin dall’inizio è diventato assolutamente evidente dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989, punto di svolta fondamentale nella storia dell’Europa e del mondo.

Lo scrittore e uomo politico Conor Cruise O’Brien ha sostenuto che l’entusiasmo francese e tedesco per l’integrazione europea è sempre stata per entrambe le parti una copertura ipocrita d’ambizioni nazionali: "Il linguaggio del federalismo sulle bocche dei mercanti della politica" scrive "è diventato un modo mascherato di fare appello a gruppi rivali di nazionalisti nei due paesi. Ci si aspetta che i nazionalisti francesi, sentendo il loro presidente che raccomanda il federalismo, ragionino come segue: ‘Noi siamo i più intelligenti e comanderemo in Europa come nel nostro paese’. E i nazionalisti tedeschi, sentendo il loro cancelliere utilizzare un linguaggio pressoché identico, dovrebbero a loro volta pensare: ‘Saremo noi a dominare necessariamente un’Europa federale per le dimensioni del nostro paese, il nostro numero, la nostra forza di carattere e la nostra tradizione di parsimonia e laboriosità’."

È probabile che, in futuro, si guarderà retrospettivamente all’introduzione dell’euro come al punto massimo raggiunto nel processo d’integrazione europea su basi capitaliste. I conflitti d’interesse abbondano ad ogni livello. La forza della Germania risiede nell’industria, mentre la Francia ha tuttora considerevoli interessi nell’agricoltura, ed è determinata a difenderli, anche per ragioni politiche e sociali. La Germania guarda ad est, alle sue ex colonie nella Repubblica Ceca, in Polonia e nei Balcani. La Francia guarda a sud, alle sue ex colonie nell'Africa settentrionale e ai suoi vicini mediterranei, Italia e Spagna, che considera potenziali alleati. La Gran Bretagna rappresenta un caso in qualche modo speciale. Dopo decenni di declino industriale, ha perso gran parte del suo potere e della sua influenza nel mondo, ma non ha perso i suoi sogni e le sue illusioni di grandezza. In realtà è diventata un’economia parassitaria basata sulla rendita, com’era la Francia prima della guerra, un semi-satellite dell’imperialismo Usa. Le potenze europee minori gravitano, come sempre, attorno alle tre maggiori, avvicinandosi ora all’una, ora all’altra, secondo l’interesse prevalente del momento. Tutte sono guidate dai propri ristretti interessi nazionali. La Grecia, per esempio, segue una propria politica in relazione alla Serbia e alla Turchia. La potenza decisiva resta però la Germania.

Lo scopo originario dell’Unione Europea era di vincolare Francia e Germania per evitare nuove guerre tra i due paesi, ma l’intenzione della Francia era fin dall’inizio quella di esserne il partner dominante; inizialmente ciò appariva possibile perché la Germania si stava ancora faticosamente riprendendo dalla catastrofica disfatta del ‘45, ma col passare del tempo la forte base industriale della Germania le ha permesso di sopravanzare ampiamente la Francia.

Parigi si consolava pensando che sebbene la Germania avesse ottenuto la supremazia economica, quella politica e militare restava francese, ma ora tutti questi calcoli sono ridotti in cenere. La Germania riemerge rapidamente come una superpotenza. È sempre stato utopistico pensare che un tale potere economico non trovasse, alla fine, un’espressione politica e militare, e che la classe dominante tedesca si sarebbe accontentata per sempre di avere sulla scena mondiale un ruolo da secondo violino dietro alla Francia.

Con la riunificazione si assiste ad un revival di tutti i vecchi sogni teutonici di grandezza. Oggi la Germania spende meno della Gran Bretagna e della Francia in armamenti, 355 dollari pro capite, ma essa dispone di un forte esercito, di una larga base industriale e di una popolazione di 80 milioni d’abitanti, nel cuore dell’Europa. Con mezzi economici ha già ottenuto quanto non era riuscita ad ottenere con due guerre mondiali: unire l’Europa sotto il suo dominio. Ma il grande potere economico della Germania non si riflette per nulla nel suo attuale ruolo politico e militare. Questo è emerso con chiarezza durante la crisi del Kosovo quando, per la prima volta dal 1945, truppe tedesche hanno partecipato ad un’azione militare sul suolo di un altro paese europeo. La scala dell’intervento era modesta, ma il suo significato simbolico è stato tremendo.

Ci sono segnali sempre più chiari dell’insofferenza tedesca di fronte alle restrizioni artificiali che deve subire nel suo ruolo europeo, dettate dall’atteggiamento sospettoso dei suoi vicini. Nell’agosto ‘99 Schroeder dichiarò: "abbiamo tutti gli interessi a considerarci una grande potenza europea", aggiungendo: "la Germania non è né meglio né peggio di qualsiasi altro paese". Quello che in realtà il cancelliere tedesco stava dicendo era "non capisco cos’abbia la gente contro la Germania: è un paese come tutti gli altri"; al che l’Economist replicò: "Certo, signor Schroeder, non è né meglio né peggio degli altri. È solo gigantesca, e proprio al centro dell’Europa". Questa risposta mostra perfettamente i reali sentimenti di Francia e Gran Bretagna verso la Germania. Nulla, tuttavia, può impedire alla Germania di tradurre prima o poi la sua forza industriale sul piano politico e militare.

Bismarck descrisse come segue il concetto di "egemonia": "Un rapporto diseguale stabilito tra una grande potenza e una, o più, piccole potenze, che tuttavia si basa su un’uguaglianza formale o giuridica di tutti gli Stati coinvolti. Non un rapporto fra ‘dominatori’ e ‘dominati’, ma fra ‘guida’ e ‘seguaci’." È una descrizione adeguata dello stato di cose al quale la Germania aspira oggi in Europa. Questo inevitabilmente porterà ad una collisione con Francia e Gran Bretagna, che non possono riconoscersi in un ruolo di "seguaci" della Germania. La politica estera della Germania rimane in gran parte la stessa di 100 anni fa. La sua storia, la sua posizione geografica e i suoi interessi economici la spingono a volgersi all’est, dove spera di portare nell’Unione europea gli Stati suoi satelliti. Questo la pone in conflitto con la Francia, poiché l’inclusione di paesi come la Polonia e l’Ungheria automaticamente significherebbe la morte della Politica agricola comunitaria (Pac), che avvantaggia i coltivatori francesi. Dall’altra parte la Gran Bretagna, che non si oppone in linea di principio all’inclusione di nuovi paesi, potenziali nuovi mercati, si oppone violentemente a qualsiasi ipotesi di cambiare il sistema di votazioni nell’Ue che implichi l’abolizione del diritto di veto. Come potrebbe un’Unione allargata permettere ai piccoli e poveri paesi dell’Europa orientale di bloccare le proprie decisioni? La Gran Bretagna inoltre ha un saldo negativo nei suoi contributi all’Unione, e non nutre un particolare desiderio di aumentare le proprie spese sussidiando le economie di questi paesi a tutto vantaggio della Germania.

La questione dell’allargamento dell’Ue fornisce pertanto ampio alimento alle discordie nazionali. Il solo nominare Berlino come capitale costituisce una dichiarazione politica pregna di simbolismo storico. I capitalisti tedeschi non hanno perso tempo nel mettere base in Polonia e negli altri paesi dell’Europa orientale. Stanno ricostruendo le loro vecchie colonie e sfere d’influenza, secondo la vecchia politica del Drang nach Osten (spinta verso l’est). Questa stessa politica ha portato alla criminale divisione della Cecoslovacchia. Queste azioni corrispondono chiaramente agli interessi dell’imperialismo tedesco, il quale avendo ottenuto il predominio economico in Europa, ora tende i propri muscoli come potenza politica e militare.

Le alleanze e i conflitti temporanei possono causare ogni sorta d’accordi e di blocchi mutevoli, che si formano e si disfano come i vortici in un fiume turbinoso, ma la questione fondamentale è che il vecchio asse tra Francia e Germania si sta rapidamente sgretolando. L’Economist nota che "La Francia, in ogni caso, sembra ora preoccuparsi del fatto che la Germania si orienti alla linea britannica. Un senso d’incipiente tradimento da parte della Francia ha acceso una serie di litigi, relativamente secondari, con la Germania da quando il sig. Schroeder è andato al potere". Ciò che è importante non sono queste scaramucce, ma la crescente consapevolezza di Parigi di non poter più contare su un appoggio automatico proveniente dall’altra parte del Reno, e che la Germania è ora decisa a perseguire il proprio destino, piaccia o no alla Francia.

Come nel periodo anteriore al 1914, c’è una corsa costante a conquistare posizioni tra Francia, Gran Bretagna e Germania. In una prima fase non era chiaro se la Germania si sarebbe unita alla Gran Bretagna contro la Francia, ma il crescente potere della Germania, che minacciava di alterare gli equilibri europei, ha spinto viceversa la Gran Bretagna nelle braccia della sua vecchia nemica, la Francia. La questione fu risolta dall’Entente cordiale (l’Intesa cordiale), con cui Francia e Gran Bretagna costituirono nei fatti un blocco contro la Germania. Oggi siamo di fronte ad una situazione simile. Qualcuno nel Foreign Office [il ministero degli esteri britannico - NdT] una volta affermò: "Le nazioni non hanno amici permanenti; hanno interessi permanenti". Nonostante le attuali frizioni tra Francia e Gran Bretagna sulla questione della carne, è inevitabile che prima o poi questi due paesi siano costretti ad unirsi. Gli interessi permanenti della Gran Bretagna in Europa la costringeranno ad unirsi con la Francia contro la Germania.

La Germania e i Balcani

Come sempre, le cause dell’instabilità dei Balcani vanno ricercate all’esterno. In questo caso, il punto di partenza della crisi nei Balcani fu il crollo dell’Urss e la riunificazione tedesca. Esattamente dieci anni fa, la riunificazione tedesca rappresentò un cambiamento fondamentale, che oggi scuote l’equilibrio fra le potenze in Europa, analogamente a quanto avvenne con l’ascesa tedesca, risultato dell’unificazione nella seconda metà dell’Ottocento, che cambiò tutti i rapporti di forza aprendo la strada a tre guerre. In entrambi i casi, i Balcani ne subirono in modo decisivo gli effetti e, a loro volta, influenzarono la situazione mondiale. Per un’ironia della storia, il XXI secolo è cominciato esattamente come il precedente.

In Europa ci si era ormai abituati a considerare la guerra come un problema d’altri popoli, in altri continenti. La classe lavoratrice aveva scordato il volto della guerra, così come quello della rivoluzione e della controrivoluzione. Gli incubi del passato - le bombe sui civili, la pulizia etnica, la follia razziale, i campi di concentramento - sembravano ormai lontani. Oggi l’Europa ha subìto un duro risveglio. La guerra in Kosovo rappresenta un punto di svolta decisivo nella storia Europea e mondiale.

La scomparsa dell’Urss come superpotenza ha permesso agli Usa di emergere come unica potenza mondiale e ha dato loro la fiducia per sviluppare una politica estera più aggressiva.

C’è una tendenza ad attribuire la politica estera aggressiva di Washington ad una lungimiranza e ad un’intelligenza che corrisponderebbero al grado della potenza militare statunitense. Tuttavia è difficile identificare da parte degli Usa una strategia militare coerente a lungo termine nei Balcani, se non quella d'usare la loro schiacciante superiorità di fuoco per intimidire il resto del mondo e imporre la propria volontà a tutti i governi. La principale, se non l’unica, contestazione che avevano da rivolgere all’attuale governo Jugoslavo era di non essere disposto ad accettare i dettami di Washington.

Gli unici che sembravano sapere quello che volevano fin dal principio, riguardo ai Balcani, erano i tedeschi, che si fissarono una serie di scopi definiti in base a piani d’azione oggi noti a tutti. Il risultato fu la catastrofe jugoslava. Naturalmente c’erano anche problemi interni. L’abolizione dell’autonomia del Kosovo, che a sua volta fu un’espressione delle contraddizioni del vecchio sistema, ebbe un ruolo fatale nello scatenare tendenze scioviniste che Tito aveva sempre cercato di mantenere sotto controllo. Ma come sempre, le fiamme furono alimentate dall’esterno. Interferendo negli affari interni jugoslavi e incoraggiando la secessione di Slovenia e Croazia, la Germania ha scatenato forze che essa, né nessun altro, è poi riuscita a controllare. Indubbiamente non prevedevano tali conseguenze per le proprie azioni. Le dimissioni del ministro degli esteri tedesco Genscher furono un’ammissione implicita di quest’errore. In ogni caso, lasciarono ad altri - in particolare a Francia e Gran Bretagna - il conto da pagare.

Arroganza imperialista

L’attacco all’Iraq e il bombardamento del Kosovo mostrano l’insolenza con la quale l’imperialismo Usa cerca di imporre al mondo la sua volontà. La Nato non è altro che una copertura per le ambizioni mondiali degli Usa.

Al summit della Nato del febbraio 1999 fu presentato un documento sulla nuova concezione strategica che ampliava il raggio d’intervento. Questo documento rappresenta una revisione fondamentale dei rapporti internazionali che, dalla Pace di Westfalia (1648) sino ad oggi, erano rimasti sostanzialmente inalterati. Il principio fondamentale di condotta nei rapporti fra gli Stati era quello della non interferenza negli affari interni di un altro Stato. La guerra del Kosovo ha rappresentato una rottura senza precedenti da tutte le norme accettate in passato di comportamento internazionale. Quale che sia l’opinione che si ha sul problema del Kosovo, questo non riguardava gli Usa. La Jugoslavia era uno stato sovrano, talmente lontano dal Nord-America da non poter rappresentare alcuna minaccia diretta agli Usa.

Per quanto riguarda il Kosovo, non è chiaro se l’America avesse elaborato un piano in anticipo. Per quanto sia possibile, non appare la cosa più probabile. Più credibilmente, l’intera guerra fu il risultato d’errori di calcolo. Il Dipartimento di Stato lasciò credere a Clinton che il governo di Belgrado si sarebbe arreso immediatamente dopo alcuni bombardamenti, ma le cose non sono andate in modo così semplice. Il presidente Truman osservò una volta che i generali americani non erano capaci di marciare e masticare il chewing-gum allo stesso tempo. Per una volta, tuttavia, nella vicenda del Kosovo, il Pentagono si è dimostrato più intelligente dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Secondo fonti affidabili, ci fu una lotta fra il Pentagono e il Dipartimento di Stato sulla linea da seguire. Il Pentagono era preoccupato per l’avventura in Jugoslavia, e particolarmente circa la possibilità di un conflitto a terra. Per rassicurare i generali, Clinton escluse esplicitamente fin dal principio un intervento a terra - una decisione aspramente criticata dagli esperti militari in Usa e altrove.

Sembra chiaro che l’America non volesse essere trascinata in una guerra balcanica. Quello che Washington voleva era la stabilità, ma voleva dei Balcani stabili sotto il suo controllo. Il problema con la Jugoslavia era che questa non agiva secondo i desideri di Washington, e questo apriva una questione di prestigio. Un’operazione militare coronata dal successo avrebbe provato la serietà della Nato nel sostenere con i fatti, i propri scopi dichiarati. Madeleine Albright - probabilmente il ministro degli esteri più ottuso che gli Usa abbiano mai avuto - ha fatto tutto il possibile per provocare gli jugoslavi. L’arroganza di Washington si può vedere in occasione delle trattative di Rambouillet, dove il testo "di mediazione" americano aveva un contenuto che nessun governo sovrano al mondo avrebbe potuto accettare.

Quest’accordo era simile all’ultimatum che l’Impero austroungarico diede alla Serbia nel 1914. Belgrado rifiutò di accettarlo, e cominciarono i bombardamenti, ma da quel momento le cose cominciarono ad andare male per la Nato. Belgrado non si arrendeva e l’esercito jugoslavo non poteva essere distrutto solo con i bombardamenti. Così la Nato ha deliberatamente bombardato obiettivi civili: fabbriche, case, ponti, ospedali, scuole, nel tentativo di terrorizzare la popolazione e costringerla ad inginocchiarsi di fronte all’imperialismo americano, allo stesso modo dell’Iraq. In Iraq, dopo otto anni di bombardamenti e blocco economico, Washington non è più vicina del primo giorno ai propri obiettivi strategici, è altrettanto improbabile che a lungo termine abbia un successo maggiore nei Balcani.

L’imperialismo Usa ha una grande potenza militare e possiede mezzi straordinari e terrificanti di distruzione. Ma la propaganda Usa esagera sistematicamente l’importanza che la tecnologia militare americana può avere in quanto tale. Per esempio, si sono molto entusiasmati per le cosiddette bombe intelligenti. Sono così precise, dicevano, che da grandi altezze possiamo colpire anche gli obiettivi più piccoli. Lo scopo di questa propaganda era di convincere l’opinione pubblica americana che era possibile vincere una guerra indolore, solo con i bombardamenti. Tuttavia, se queste dichiarazioni fossero vere, sarebbe difficile comprendere come mai siano stati colpiti obiettivi come l’Ambasciata cinese e le colonne di profughi kosovari, o il territorio di stati amici quali Albania e Bulgaria. Questi episodi dimostrano che la proclamata infallibilità delle bombe intelligenti era solo una solenne sciocchezza.

Si dice spesso che la prima vittima della guerra sia la verità. Nel 1914 francesi e britannici lanciarono una massiccia campagna di propaganda per demonizzare i tedeschi, accusandoli di aver compiuto ogni genere d’atrocità nel Belgio occupato. Alcune di queste storie erano vere, molte erano false o esagerate. Ma il fatto principale era che la propaganda era utilizzata come un’arma militare, per preparare l’opinione pubblica al massacro della Prima guerra mondiale. Analogamente sono stati attribuiti ai serbi ogni genere di crimini orrendi. Indubbiamente sono state perpetrate delle atrocità contro gli albanesi kosovari, ma non sulla scala riportata dai mass-media. La gran parte di queste azioni di pulizia etnica sono state commesse dopo l’inizio dei bombardamenti della Nato, non dall’esercito jugoslavo, ma dai cosiddetti Cetnici, bande paramilitari di poco migliori dei fascisti serbi. In ogni guerra balcanica si sono visti fenomeni simili, né si può sostenere che si tratti di un monopolio esclusivo dei serbi. La Croazia ha espulso 300mila serbi da un territorio nel quale vivevano da secoli e, nel 1993, ha lanciato una feroce pulizia etnica dei musulmani di Mostar. Tutto questo, tuttavia, fu accettato tacitamente dall’occidente sulla base del principio che "il nemico del mio nemico è mio amico", così come l’occidente oggi tace sulla pulizia etnica e sulle uccisioni di civili serbi da parte dell’Uck in Kosovo. Si trattava quindi di una campagna di propaganda dell’imperialismo con il fine deliberato di demonizzare i serbi.

In ogni guerra, il quartiere generale utilizza la propaganda come arma ausiliaria da affiancare ai carri armati, agli aerei e ai missili teleguidati, ma la valanga di propaganda che dal primo giorno ha accompagnato questo conflitto è certamente senza precedenti. Si è costruito un coro unanime per convincere la gente che si stava conducendo una "guerra giusta"; ciò rendeva impossibile ottenere una versione equilibrata degli avvenimenti. Anche se in Gran Bretagna (e negli Usa) non c’era alcun entusiasmo per la guerra, la maggior parte della popolazione, mugugnando, l’ha accettata come inevitabile. In Italia e in Grecia c’è stata un’opposizione di massa alla guerra, e in Germania si stava sviluppando un clima simile, causando seri problemi interni alla Spd e ai Verdi. A differenza dei britannici, il popolo tedesco non ha più vissuto la guerra dopo il 1945, né intende rifare quell’esperienza. A qualsiasi osservatore informato era chiaro che la propaganda non era altro che un mucchio di menzogne. Gli strateghi della Nato non erano certo motivati da preoccupazioni umanitarie, come dimostra il loro rifiuto di accogliere i profughi. Avevano bisogno degli assassinii nel Kosovo per giustificare i bombardamenti, e non dissero mai che la gran parte di questi attacchi erano precisamente la conseguenza dei bombardamenti della Nato. Tanto più potevano esagerare la scala delle atrocità, quanto più potevano giustificare la prosecuzione dei bombardamenti.

La Nato vorrebbe proiettare l’immagine di una grande famiglia felice di Stati democratici uniti nella difesa della pace e della civiltà. Dopo la caduta dell’Urss, la Nato si è affrettata ad estendere i suoi membri, fino a lambire i confini della Russia. Il quadro però è diverso da come lo vogliono dipingere. La Nato non è un blocco omogeneo, come hanno dimostrato gli avvenimenti in Kosovo. Per esempio, alla fine d’aprile emerse la proposta di un embargo petrolifero alla Serbia, ma non riuscirono a trovare l’unità su questo punto. Imporre l’embargo avrebbe significato un possibile conflitto con la Russia, poiché si sarebbe imposto il blocco delle petroliere russe. La Russia avrebbe potuto rispondere scortandole con la flotta navale russa, il che rendeva implicita la possibilità di un conflitto armato. Per rendere "legale" un’operazione del genere sarebbe stata necessaria l’approvazione dell’Onu, ma la Russia e la Cina avrebbero bloccato qualsiasi risoluzione in questo senso nel Consiglio di sicurezza. Questo spinse la Francia, l’Italia e la Grecia a frenare tutto il progetto, con il risultato che, alla fine, l’idea fu lasciata cadere, dimostrando una volta di più che la Nato non aveva un’unica politica ed ha rischiato più volte una spaccatura aperta per tutta la durata dei bombardamenti.

Lungo tutta la campagna, il governo statunitense ha dovuto lottare per tenere unita l’alleanza. Già in marzo il governo italiano era in difficoltà, e il parlamento votava per la riapertura dei negoziati e la sospensione dei bombardamenti. Così Italia e Grecia, due tra i membri della Nato più vicini alla zona di guerra, furono costantemente considerate come gli anelli più deboli dell’alleanza.

Anche la Germania era tutt’altro che entusiasta della guerra. Una settimana dopo l’inizio dei bombardamenti, i sondaggi mostravano come solo un tedesco su quattro era a favore dell’invio di truppe di terra. All’interno del governo c’erano indecisioni. La base dei Verdi premeva affinché si pronunciassero contro la guerra, e c’era anche opposizione all’interno della Spd. Se la Nato avesse portato avanti i suoi piani per un intervento a terra, con ogni probabilità si sarebbe spaccata. Per questo motivo la Nato e gli americani sono stati costretti a manovrare, scendendo a patti con i russi, per trovare una soluzione che evitasse il conflitto a terra.

La Nato ha raggiuntoi suoi obiettivi di guerra?

Era inevitabile che alla fine della guerra si gridasse "abbiamo vinto, abbiamo vinto!" Cos’altro avrebbero dovuto dire? Dovevano dipingere la guerra come un successo, affermare che avevano distrutto la macchina da guerra jugoslava. La Nato ha dichiarato di aver distrutto un terzo dei carri armati serbi, vale a dire diverse centinaia. In realtà fino ad oggi ne sono stati contati… 13! Il Guardian del 4 luglio ’99, ha rivelato: "I danni inflitti alle forze di terra serbe si stanno rivelando inezie rispetto alle dichiarazioni di Jamie Shea e colleghi nelle loro entusiastiche conferenze stampa quotidiane."

L’esercito jugoslavo era intatto. Si era trincerato in previsione del conflitto a terra. È chiaro che l’armata jugoslava era pronta a combattere, e in caso di conflitto a terra la vittoria degli americani non era neppure certa. Sicuramente sarebbe stata una faccenda sanguinosa con gravi perdite da entrambe le parti. In tali circostanze, la fragile unità della Nato sarebbe stata sottoposta ad un’enorme tensione. In ogni paese ci sarebbe stata una fortissima opposizione alla guerra, non esclusi Gran Bretagna e Usa.

Era chiaramente un terreno molto difficile per l’esercito americano, ben diverso dal terreno su cui si combatté la guerra del Golfo. Sarebbe stato un incubo, e per questo motivo il Pentagono si opponeva. Se alla fine sono riusciti a costringere gli jugoslavi a ritirarsi non è stato a causa dei bombardamenti, ma perché i russi, e in particolare Eltsin e Cernomyrdin erano spaventati dalla possibilità di una guerra in Jugoslavia, temendone le conseguenze interne sulla Russia. Alla fine della guerra, i corrispondenti occidentali si guardavano perplessi vedendo le truppe jugoslave che lasciavano il Kosovo sventolando le bandiere e facendo gesti di vittoria. "Questo non pare essere un esercito sconfitto. Non gli hanno detto che hanno perso?" L’esercito jugoslavo non è stato sconfitto in guerra. È stato tradito, il che è una cosa del tutto diversa, che avrà conseguenze profonde sia in Jugoslavia sia in Russia.

Secondo un articolo di Richard Norton-Taylor apparso sul Guardian (30/6/99): "La Nato, naturalmente, non ha altra scelta che cantare vittoria. Un modo sperimentato di dichiararsi vincitori quando le cose non sono andate secondo i piani, è di cambiare quelli che erano i propri obiettivi dichiarati". Già in marzo, al secondo giorno di bombardamenti, il ministro della difesa britannico dichiarò che il fine dell’intervento era di "impedire una catastrofe umanitaria incombente soffocando gli attacchi violenti delle forze di sicurezza jugoslave contro gli albanesi kosovari, e per limitare la loro capacità di condurre simili attacchi in futuro."

I fatti però stabiliscono che la gran parte della "pulizia etnica" ebbe luogo in realtà dopo l’inizio dei bombardamenti, e che in Kosovo l’esercito jugoslavo ha perso ben poco.

Così la capacità militare della Jugoslavia resta intatta. Persino alcuni volontari dell’Uck lo hanno ammesso. Il Guardian del 30/6/99 riporta come secondo Lirak Qelaj, 26enne combattente dell’Uck, "i serbi non sono stati sconfitti. I bombardamenti Nato non sono stati così efficaci come lui e i suoi compagni avevano sperato. Ci conferma che l’Uck ha avuto grosse difficoltà a sostenere gli attacchi serbi, ed era in grado di fare poco per proteggere le migliaia di persone costrette a fuggire già dalla fine di marzo. Rivela anche che sono stati i consigli dell’Uck, più che le deportazioni serbe, a spingere una parte delle centinaia di migliaia d’albanesi che hanno lasciato il Kosovo."

All’inizio della campagna di bombardamenti i diplomatici della Nato dichiaravano che "…L’Alleanza dovrebbe perseguire l’obiettivo strategico di danneggiare o distruggere l’apparato militare [jugoslavo]. Una volta ottenuto questo obiettivo, la Nato potrà dire di avercela fatta…" (The Financial Times 27/3/99). Il loro fine era chiaramente di distruggere la capacità militare serba, e questo per motivi strategici, poiché dominare la Serbia è un passo decisivo per controllare tutti i Balcani. Ma a fine aprile era chiaro come "il fallimento della campagna nel raggiungere l’obiettivo iniziale ha fatto crescere l’inquietudine tra i politici di qua e di là dall’Atlantico." (The Financial Times 23/4/99).

Una volta terminati i bombardamenti, hanno cominciato ad apparire valutazioni più realistiche della campagna. Come ha rilevato il Wall Street Journal (8/6/99), "a questa fine della guerra manca una cosa: la sensazione che ci sia stata una vittoria. Alla fine, Milosevic non è stato sconfitto. Dopo che per 76 giorni forze enormemente superiori lo hanno martellato con le più precise e potenti armi convenzionali mai conosciute, il capo di un piccolo stato di 11 milioni d’abitanti è riuscito a negoziare un compromesso." (The Wall Street Journal 8/6/99)

Il generale sir Michael Rose, ex comandante della Protection Force dell’Onu in Bosnia nel 1994, ha scritto in una lettera al Times di Londra datata 14 luglio 1999:

"Sono sorpreso di vedervi appoggiare l’attuale propaganda della Nato e del Governo britannico, che continuano a ripetere che i bombardamenti sul Kosovo hanno raggiunto il loro scopo. Ciò è evidentemente falso. Dopo 11 settimane di una delle più pressanti campagne nella storia della guerra aerea, è chiaro che la Nato ha tragicamente fallito i compiti che si era prefissa all’inizio: migliaia di persone sono state brutalmente assassinate e più di un milione sono state cacciate dalle loro case dai Serbi. Così l’Alleanza è stata costretta a ridurre il suo obiettivo a quello di permettere ai kosovari albanesi di tornare a casa senza pericoli. Il conseguimento di quest’obiettivo minore non deve poter nascondere il messaggio fondamentale: non è possibile salvaguardare una popolazione bombardando da 5000 metri d’altezza. Invece di dedicarsi a cinici esercizi di propaganda, la Nato dovrebbe studiare un modo per combattere più efficacemente le prossime guerre umanitarie. Questo richiederà di sviluppare una leadership migliore e una maggior disponibilità nell’impiego di truppe di terra, due elementi critici che purtroppo oggi sembrano mancare."

Effetti destabilizzanti su tutti i Balcani

Anche se la guerra è stata combattuta sotto la bandiera ipocrita dell’autodeterminazione del Kosovo, è chiaro che un’ulteriore disgregazione della Jugoslavia non rientrava negli scopi della Nato. Come ha sottolineato il Financial Times, (27/3/99), "La completa disintegrazione della Jugoslavia non può essere un obiettivo per la Nato: essa si oppone all’idea di un Kosovo indipendente, perché destabilizzante per la regione." La Nato decise inizialmente di cominciare i bombardamenti per evitare un conflitto più ampio e per tentare di stabilizzare la situazione nei Balcani, ma il risultato è stato il contrario, e oggi l’intera penisola è più instabile che mai.

L’intenzione iniziale degli accordi di Rambouillet era d’occupare l’intera Jugoslavia. Oggi questo è fuori questione. Allo stato attuale, tuttavia, l’America controlla una buona porzione di territorio nei Balcani: non solo la Bosnia è, come il Kosovo, un protettorato Usa, ma anche il destino della Macedonia e dell’Albania è nelle sue mani. Avendo raggiunto questa posizione, gli Usa devono decidere cosa farsene. Il loro obiettivo era di stabilizzare i Balcani sotto il controllo americano, di farne un protettorato. Se però poniamo la domanda "l’invasione del Kosovo ha creato una situazione di maggiore stabilità nei Balcani?", la risposta non può essere che No. Non soddisfatti di aver ridotto in macerie la Serbia, gli imperialisti mantengono un brutale blocco economico che disorganizza ulteriormente la sua economia, creando terribili ristrettezze per la popolazione. D’altro canto, non si può parlare di una ripresa economia dei Balcani senza la ricostruzione della Serbia. L’embargo attuale avrà serie conseguenze per tutti gli Stati confinanti, causando nuove privazioni ed instabilità.

C’è anche il pericolo di una nuova guerra in Montenegro, dove l’occidente sta intrigando per i propri fini. Anche se probabilmente la Nato non sarebbe entusiasta di un crollo completo della Jugoslavia a causa delle ripercussioni che avrebbe nel resto dei Balcani, sta tuttavia cercando punti d’appoggio per indebolire e destabilizzare il governo di Belgrado. La presenza delle truppe occidentali, sia in Bosnia sia in Kosovo, incoraggia il governo del Montenegro nel suo tentativo di separarsi dalla federazione jugoslava. Il governo montenegrino cerca chiaramente gli investimenti dell’occidente. È interessante notare come il governo stia programmando il proprio piano di privatizzazioni massicce, e anche l’introduzione di una propria moneta, legata al marco tedesco. La secessione da parte del Montenegro, tuttavia, condurrebbe certamente ad una nuova guerra e destabilizzerebbe ulteriormente la regione.

La Macedonia è, a sua volta, sotto un’estrema pressione. Circa 750mila albanesi, pari approssimativamente al 23% della popolazione, vivono nella regione occidentale. E come indicava il Financial Times (27/3/99), "è altrettanto difficile immaginare che gli albanesi di Macedonia non vengano coinvolti. In breve, se si dà spazio alle aspirazioni etniche albanesi in Kosovo, l’intero processo di spostamenti di popoli e frontiere potrebbe aprire una nuova serie di guerre balcaniche." Una disoccupazione attorno al 40% non può che esacerbare il problema. Solo la presenza di 12.000 soldati Nato impedisce che la pentola sia scoperchiata.

Nello stesso Kosovo, l’Uck continua a battere il tamburo dell’indipendenza. Cercano di installarsi al potere, ma è improbabile che vi riescano, poiché l’imperialismo americano non vuole un Kosovo indipendente. Questo significherebbe la creazione di una Grande Albania e avrebbe conseguenze disastrose nel resto della regione. L’Uck parla già di includere nella Grande Albania non solo parte della Macedonia, ma anche della Grecia. Sono cose con cui non si scherza! Un progetto simile non può che essere il punto di partenza di nuove guerre e catastrofi per tutti i popoli balcanici. La conclusione è inevitabile: i Balcani sono oggi più destabilizzati oggi di quanto non fossero prima. Soprattutto, la potenziale frammentazione della Macedonia pone il pericolo di nuove guerre che coinvolgerebbero non solo l’area adiacente, ma minaccerebbero di trascinare anche la Grecia, l’Albania, la Bulgaria e persino la Romania e l’Ungheria in un conflitto armato. Questo potrebbe persino condurre ad una guerra generale nei Balcani nella quale la Turchia si troverebbe a faccia a faccia con la Grecia, sua vecchia nemica. Le conseguenze sarebbero incalcolabili per gli Usa, la Nato e l’Ue. Dunque, gli americani sono ora intrappolati nel Kosovo come sono intrappolati in Bosnia: non possono ritirarsi senza provocare una sollevazione generale nei Balcani che potrebbe coinvolgere i loro alleati e portare alla rottura della stessa Nato.

Nell’ultimo periodo la Croazia è stata molto calma. Ma dopo la morte di Tudjman, il paese si trova di fronte a nuovi sconvolgimenti. Franjo Tudjman era un altro ex stalinista trasformatosi in un nazionalista borghese reazionario. Da ex "comunista", ha adottato il linguaggio e i simboli del regime fascista croato degli Ustascia, un regime così sanguinario che persino i nazisti tedeschi ebbero a rimproverarlo per la sua brutalità. Fintanto che questo andava d’accordo con i loro interessi, gli imperialisti Usa hanno accettato la sua politica di brutale pulizia etnica dei serbi e dei musulmani bosniaci. Ma dopo la vicenda del Kosovo, gli americani hanno cominciato a prendere le distanze da Tudjman, un cambiamento di linea dettato in parte dal fatto che non gli restava molto da vivere, ma anche dal fatto che, perseguendo i suoi propri scopi nei Balcani, Tudjman non era sempre disposto a seguire fedelmente la linea americana. Per esempio, puntava alla costituzione di un’entità politica separata dei croati bosniaci; questa mossa era progettata per aprire la strada ad una successiva fusione all’interno di una Grande Croazia, che ha sempre costituito lo scopo finale di Tudjman; Questo era in aperta sfida degli accordi di Dayton. Dall’altro canto, Tudjman aveva fatto capire che c’erano dei limiti alla sua cooperazione con i tribunali dell’Onu sui crimini di guerra.

Ora gli americani preferirebbero una Croazia governata da qualche fantoccio più ubbidiente e manovreranno per installare un regime del genere a Zagabria. Ma lentamente il popolo comincia a realizzare che il movimento verso il capitalismo non ha portato altro che guerre, sofferenza e miseria. I lavoratori croati cominciano a recalcitrare. Tutta la storia mostra che esiste una relazione fra guerra e rivoluzione. Quando si disperdono i fumi dello sciovinismo, le masse fanno il bilancio della loro vera situazione e traggono le proprie conclusioni. La loro rabbia si dirige contro la cricca dominante che le ha portate sulla strada dell’impoverimento e della distruzione. Finché la guerra dura, la classe operaia deve tenere la testa bassa, ma questo non può durare per sempre. Presto o tardi la classe lavoratrice entrerà nell’arena della lotta. In Croazia ci sono stati vasti scioperi, perlopiù non riportati dalla stampa in occidente. Questo dimostra il processo che accadrà in un paese balcanico dopo l’altro nella prossima fase. Giunti ad un certo punto, si creerà il terreno per una politica internazionalista e di classe, basata sull’obiettivo di una federazione socialista dei popoli balcanici come unica via d’uscita dall’incubo attuale.

Riformismo e imperialismo

Vi è un’organica connessione tra la politica interna ed estera, che fu descritta da una meravigliosa definizione dialettica di Von Clausewitz quando disse che "La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi". Ciò è profondamente vero. I marxisti non hanno due politiche diverse per la pace e per la guerra. La guerra è solo una continuazione della politica con altri mezzi. In uno dei suoi articoli, Trade Unions in the Epoch of imperialist Decay (I Sindacati nell’Epoca della Decadenza imperialista), Trotsky spiegò come nel presente periodo vi fosse una tendenza organica delle direzioni sindacali a fondersi con lo stato capitalista e ciò si è dimostrato vero. I sindacati ed i leader dei partiti tradizionali dei lavoratori, in una nazione dopo l’altra, si sono mescolati allo stato capitalista ad un livello senza precedenti. Costoro agiscono come agenti delle grosse banche e monopoli ed a livello internazionale si comportano come i più entusiasti sostenitori dell’imperialismo, con un occhio di riguardo per quello americano. Così, Tony Blair è stato il sostenitore più servile di Clinton nella guerra del Kosovo e George Robertson, il ministro degli esteri britannico, non a caso è stato nominato segretario generale della Nato.

La schiacciante preponderanza economica e militare degli Usa trova una sua ulteriore espressione negli strati più alti del movimento operaio. I dirigenti riformisti ne sono abbagliati, naturalmente! I piccolo-borghesi sono da sempre affascinati ed impressionati dal potere, sia in patria sia a livello internazionale. Il trotskista srilankese Colvin Da Silva sintetizzò questo concetto in maniera piuttosto acuta: "Qualunque sia la Bibbia del momento dei piccolo borghesi, il loro Dio è invariabilmente il potere." Ciò spiega l’attitudine di Blair e Schroeder verso l’imperialismo americano. Si tratta di una legge che governa la condotta dei riformisti di destra, come le leggi di Newton ed Einstein governano il movimento dei corpi celesti. In patria questi dirigenti sono ancora più servili, succubi delle banche e dei monopoli, che non i rappresentanti politici diretti della borghesia; la ragione non è difficile da comprendere.

La classe media per la sua posizione intermedia tra la classe operaia e il capitale, alza sempre lo sguardo verso la classe dominante con un miscuglio di sentimenti: paura, invidia e timore reverenziale. Si sente inferiore, e ciò può produrre nelle persone che la compongono un potente bisogno psicologico di dimostrarsi affidabili e degni di fiducia, capaci di mantenere il controllo della situazione. Questa è la ragione per cui i dirigenti del movimento operaio, una volta al potere, anelino alla palma di migliori difensori dello status quo e siano addirittura più servili dei politici conservatori nei confronti del grande capitale e del liberismo economico.

Essi sono ancor meno capaci di portare avanti una politica di classe indipendente. Può succedere che un governo conservatore diretto da banchieri, proprietari terrieri e uomini d’affari realizzi una politica relativamente indipendente dalle grandi banche e dai monopoli, sacrificando gli interessi a breve termine di alcuni settori, per meglio difendere a lungo termine gli interessi dell’intera classe capitalistica. I riformisti sono invece organicamente incapaci di fare questo. Allo stesso modo del caporeparto di una fabbrica, che fa il prepotente coi lavoratori dalle cui fila proviene e si riduce a fare il leccapiedi del direttore, la destra dei riformisti non perde occasione di colpire i settori più deboli e oppressi della società per eseguire servilmente e con zelo i dettami dei banchieri e dei monopolisti. A livello mondiale, i dirigenti del movimento operaio provenienti dalla classe media fanno a gara nell’esibire la loro lealtà alla Nato, ossia al Grande Fratello d’oltreoceano. Ogni tanto questo produce un particolare tipo di schizofrenia politica quando gli interessi dei capitalisti connazionali collidono con quelli di Washington; la tendenza fondamentale dei riformisti di destra comunque non cambia : è la difesa del dominio del Grande capitale sia a livello nazionale sia internazionale.

Questi processi tuttavia hanno un altro aspetto da considerare. Ad un certo livello l’incapacità di indipendenza politica provoca contrasti e crisi all’interno delle organizzazioni di massa dei lavoratori, favorendo le condizioni per la formazione al loro interno di correnti di sinistra aperte alle idee del marxismo. I riformisti di sinistra emergeranno di nuovo, ma saranno irrimediabilmente confusi e senza alternative serie da offrire ai lavoratori e ai giovani. Ove i riformisti di destra difendano apertamente gli interessi del Grande Capitale, quelli di sinistra si collocheranno in una posizione intermedia riflettendo la natura piccolo borghese del riformismo di sinistra. Non v’è occasione migliore di una guerra per rivelare la confusione politica di questi riformisti, di destra e di sinistra. Essi accettano il dominio del capitalismo, tuttavia lo desidererebbero un poco più gentile e benevolo nei confronti delle masse. Nell’arena internazionale della politica essi accettano di conseguenza il dominio dell’imperialismo e dei suoi mostruosi monopoli ma si pronunciano per la "pace". In entrambi i casi, questi riformisti assomigliano ad un buon vegetariano che tenta di persuadere una tigre mangiatrice d’uomini a nutrirsi di lattuga invece che di carne. La loro bancarotta e il superficiale utopismo sono messi a nudo dai loro continui appelli all’Onu, che essi follemente immaginano essere una specie d’arbitro col potere di mantenere la pace tra grandi potenze, come un gentile vigile urbano ferma il traffico ed aiuta la vecchietta ad attraversare la strada.

L’Onu e la guerra

Oltre a scrivere sulla lotta di classe, Karl Marx trascorse molto tempo ad analizzare la diplomazia e le relazioni tra le potenze. Anche Trotsky raccomandò ad ogni lavoratore cosciente di studiare la diplomazia, imparando il funzionamento e la realtà che si nasconde dietro le menzogne del linguaggio diplomatico. E’ nostro dovere esporre le falsità della propaganda imperialista e mettere a nudo le manipolazioni ciniche ed interessate che il frasario diplomatico nasconde. I marxisti hanno fatto il loro dovere durante la guerra del Kosovo, smascherando le bugie e l’ipocrisia dell’imperialismo americano e dei suoi sostenitori di Londra, Parigi, Bonn. Una parte importante del nostro lavoro consiste nell’esporre chiaramente la menzogna delle Nazioni (dis)Unite nel dichiararsi forza di pace.

Sia a livello nazionale che internazionale è importante considerare la politica da un coerente punto di vista di classe. Sono molti gli aspetti comuni alla lotta di classe e alla guerra tra nazioni : gli stessi principi fondamentali sono applicabili ad entrambe. Un trattato, sia nel caso di un contratto tra padrone e lavoratori di una fabbrica che in quello di un accordo diplomatico tra nazioni, è semplicemente il frutto ed il riflesso dei rapporti di forza tra i contendenti in un momento dato. Non è nient’altro. Guai alle persone che vedono nella firma di un pezzo di carta la soluzione di una qualunque questione importante! Quando l’equilibrio delle forze cambia, il trattato viene invariabilmente stracciato. In un’azienda i contratti possono venire stracciati dai lavoratori ma molto più comunemente vengono calpestati dai padroni. La faccenda si risolve spesso con una lotta (ad esempio uno sciopero) che stabilisce quale delle parti, in quel momento, abbia la forza necessaria ad imporre condizioni a sé favorevoli. Lo stesso è vero per i trattati e i compromessi tra gli stati nazionali.

Hegel, un filosofo meravigliosamente profondo, è veramente impopolare tra borghesi e piccolo-borghesi giacché essi non riescono a comprenderlo. Tra le molte stolte critiche mossegli queste persone cercano di affermare ch’egli fosse un guerrafondaio, precursore del militarismo e persino di Hitler. Ciò che Hegel disse fu che, nella storia, tutte le questioni serie furono e vengono risolte con la guerra. E’ difficile capire come si possa contestare una così elementare asserzione. La storia dimostra che quando sono messi in discussione gli interessi fondamentali della classe dominante, essa non confida mai in trattati scritti su carta, negoziati o tutto il resto: la classe dominante sceglie la guerra. Può non piacere, ma resta un fatto.

L’idea che i conflitti tra nazioni siano risolvibili con pacifico arbitrio è una pia illusione, come dimostrato in maniera più che lampante dall’esperienza della Società delle Nazioni prima del secondo conflitto mondiale. La questione delle Nazioni Unite viene continuamente sollevata da pacifisti utopici e riformisti di sinistra d’ogni sorta ma è la storia dell’intero periodo postbellico e specialmente degli ultimi dieci anni a dimostrare che nessuno dà la minima importanza all’Onu eccetto i cosiddetti riformisti di sinistra, i quali belano come pecore ad ogni crisi internazionale. "Le Nazioni Unite, per favore! Chiediamo l’intervento delle Nazioni Unite !". Cercano in tutti i modi di proporre l’Onu quale soluzione ai problemi internazionali e alle guerre. Non capiscono assolutamente l’abc delle relazioni internazionali e nulla hanno imparato dagli ultimi 50 anni di storia.

Solone, l’ateniese, scrisse che "La legge è come la tela del ragno: i piccoli vi restano intrappolati mentre i grandi la strappano." Che profonda conoscenza della natura della legge aveva l’autore della Costituzione Ateniese! Una conoscenza sia nazionale sia internazionale! Le Nazioni Unite non potranno mai risolvere nulla di serio. Per essere più precisi, questo organismo altro non è che un forum delle potenze imperialiste che vi possono discutere e risolvere questioni secondarie nelle quali gli interessi fondamentali non siano in gioco. L’imperialismo americano riconosce l’Onu solo a parole. Quando invece gli Usa devono risolvere un problema nel quale la presenza dell’Onu sia d’impiccio, allora il forum viene semplicemente ignorato. E’ esattamente quello che abbiamo visto durante la crisi del Kosovo. I riformisti di sinistra piagnucolavano sulla cosiddetta illegittimità del bombardamento della Jugoslavia: "Il Consiglio di Sicurezza deve votare su questo, l’Onu deve decidere!"

La guerra del Kosovo fu un’ulteriore prova, se mai ce ne fosse stato bisogno, che quando gli interessi fondamentali degli Usa sono in gioco la legalità internazionale viene bellamente ignorata. Le leggi di carta vengono calpestate.

Non v’è nulla di nuovo in tutto ciò. Quando Trotsky si recò a Brest-Litovsk a condurre i negoziati con l’imperialismo tedesco ed austriaco nel 1918, lo fece per guadagnare tempo prolungando i negoziati ed al contempo utilizzava il tavolo negoziale in senso rivoluzionario ed internazionalista, rivolgendo i suoi discorsi ai lavoratori tedeschi ed austriaci, discorsi che passavano sulle teste dei generali prussiani ed asburgici. La tattica di Trotsky era efficace. I suoi discorsi furono pubblicati sui giornali in Germania ed Austria e servirono ad accendere lotte di piazza e scioperi generali. E’ comprensibile che questa tattica rivoluzionaria ebbe i suoi limiti. Ad un certo punto, proprio nel bel mezzo di un discorso di Trotsky, il generale Hoffmann sbatté gli stivali sul tavolo e il marxista non ebbe nessun dubbio che l’unica cosa reale in quella sala fossero proprio gli stivali sul tavolo. In ultima analisi, qualunque confronto diplomatico necessita d’essere sostenuto dalla minaccia dell’uso della forza.

Nel conflitto del Kosovo erano gli interessi vitali dell’imperialismo Usa ad essere coinvolti. Quindi era del tutto fuori discussione la possibilità di permettere e attendere la discussione al Consiglio di Sicurezza dell’Onu dove non avrebbe guadagnato altro che il veto di Russia e Cina. Di conseguenza gli Stati Uniti si limitarono ad ignorare qualunque discussione e, seguendo l’esempio del generale Hoffmann, sbatterono gli stivali sul tavolo. Per muovere guerra alla Jugoslavia hanno usato la Nato, che teoricamente è un’alleanza di potenze occidentali mentre in realtà è un blocco militare dominato dagli USA. Sebbene l’imperialismo americano voglia mantenere in vita l’Onu, che potrebbe a volte servire da copertura per le proprie operazioni (come nel passato in Corea), quando gli Usa vogliono agire, l’Onu viene messo in un angolo senza esitazione alcuna. In ogni caso, l’Onu dipende fortemente dai fondi degli Stati Uniti, i quali spesso rinfrescano ad essa la memoria "dimenticandosi" di pagare la propria quota. Gli Usa consentirebbero alle Nazioni Unite di dettare le regole di politica internazionale con lo stesso entusiasmo col quale cederebbero a Greenpeace il controllo della propria spesa militare.

Gli effetti sulla Russia

Il conflitto nel Kosovo ha prodotto un importante effetto sulla Russia e le sue ripercussioni sono tutt’altro che svanite, specie all’interno dell’esercito russo. Questa guerra contro un loro alleato tradizionale ha scosso considerevolmente i generali russi, costretti insieme al loro esercito ad assistere con orrore alla distruzione delle difese antiaeree jugoslave da parte d’armi tecnologicamente più avanzate. Dieci anni di privatizzazione ed "economia di mercato" non hanno solamente portato la Russia alla bancarotta bensì deteriorato la capacità bellica del suo esercito. I militari non hanno ricevuto fondi adeguati per dieci anni, ciò implica un corrispondente ritardo rispetto agli Usa ed è perciò comprensibile il ribollire di malcontento tra gli ufficiali.

Chiaro sintomo dell’impazienza dell’esercito è l’incidente dell’entrata delle truppe russe a Pristina. Sebbene sia stato solo un episodio, resta un pericoloso avvertimento, perché chiaramente non fu deciso dal governo di Mosca. Il ministro degli esteri russo Ivanov ne era all’oscuro. Parrebbe che alcuni generali russi avessero deciso che s’era già atteso abbastanza, che alla Nato fosse stato concesso troppo margine d’azione e che fosse invece tempo di levare la testa contro di essa e gli americani. Ivanov era sincero nel dichiarare di non saper nulla dei movimenti dell’esercito ed è probabile che nemmeno Eltsin ne sapesse qualcosa. Ciò non è sorprendente visto che l’ex presidente russo raramente era a conoscenza degli avvenimenti nel suo paese. Eltsin era solamente il portavoce della cricca del Cremlino, tanto che lo avevano soprannominato "Penna" da quando sua figlia gli porgeva i decreti da firmare e basta. Uomo al limite della senilità alcolistica, Eltsin era incapace di reagire a qualsivoglia situazione e tanto meno concepire un piano per beffare la Nato. Solo, di tanto in tanto era preda d’eccessi d’ira (normalmente provocati da una rabbiosa gelosia nei confronti del primo ministro di turno) ed appariva in televisione per dimettere il governo.

Uno dei generali più critici nei confronti del governo russo era Ivashin. Non vi sono dubbi che, con altri generali, Ivashin avesse perso la pazienza e deciso che alla Nato fosse stata concessa troppa libertà di bombardare ed assassinare proprio nel cuore dell’Europa. Chiunque fosse stato a ordinare alle truppe russe in Bosnia di entrare a Pristina, non lo fece certo per scherzo e fu fermato giusto in tempo con discussioni, conferenze e scuse varie, ma il rischio di conflitto era in quel momento abbastanza serio. Di sicuro l’occidente prese la cosa seriamente, come dimostrò la reazione di panico alla notizia che truppe russe avessero preso controllo dell’aeroporto di Pristina. L’episodio rivela fino a che punto i generali russi ne avessero piene le tasche.

Per quale motivo Eltsin aveva abbandonato la Jugoslavia al proprio destino? Lo fece, proprio come Giuda, per trenta danari, o meglio per una quantità di danaro più cospicua: per essere esatti 4,4 miliardi di dollari. Questi anni di cosiddette riforme di mercato hanno letteralmente devastato l’economia russa, a tal punto che Mosca ora necessita di sovvenzioni occidentali per evitare il collasso totale. Un anno prima l’occidente non avrebbe prestato un centesimo ma ora il capitalismo ha il terrore di un collasso della Russia. Hanno paura che l’intero programma di riforme potrebbe subire un’inversione, che i militari prendano il potere, con i comunisti e i nazionalisti; con il ritorno ad una centralizzazione dell’economia ed una rinazionalizzazione su larga scala. La situazione in Russia è davvero instabile e sebbene sia ritornata una calma apparente dopo il collasso dell’agosto 1998, è chiaro che la situazione attuale non può essere mantenuta. Il crollo economico dell’agosto 1998 fu un colpo mortale ai danni dei sostenitori delle riforme di mercato come la guerra nel Kosovo è un altro chiodo sulla loro bara. Mosca è nella morsa di una crisi senza soluzione di continuità, la quale sta innervosendo i centri di potere più sensibili, esercito incluso, che diviene giorno dopo giorno più indignato per la politica filo-occidentale della cricca del Cremlino e per la bancarotta che sta umiliando il paese.

Ad un certo punto vedremo un secondo crollo economico che sortirà effetti ancora più profondi. E' già possibile percepire, oggi in Russia, una profonda reazione di disgusto verso il mercato, le "riforme", il capitalismo, l’occidente ed in particolare gli Stati Uniti. La crisi del Kosovo ha fatto da catalizzatore ed è per tale ragione che non è stata una crisi qualunque; al contrario, ha rappresentato un momento di svolta per la Russia e la situazione politica mondiale. Data la gravità del collasso è sorprendente quanto a lungo la cricca del Cremlino abbia potuto mantenersi a galla. La sola cosa che sostiene quest’ultima è la politica di Zyuganov e dei dirigenti del Partito Comunista che le hanno permesso di raggiungere una stabilità tanto fragile quanto temporanea. La guerra in Cecenia fu chiaramente provocata dal Cremlino come diversivo ma non potrà che avere effetti opposti e sgraditi, alla fine dei conti. A queste condizioni un ulteriore collasso economico è alle porte anche senza una recessione nel mondo occidentale, che sortirebbe effetti molto profondi. La classe operaia russa tornerà inevitabilmente sulla strada della lotta, guidata delle idee e delle tradizioni del 1905 e del 1917.

Un nuovo conflitto tra Russia e Stati Uniti pare inevitabile ed entrambe le parti stanno preparandosi. La conclusione cui sono giunti i dirigenti di Mosca è: "Ieri la Jugoslavia, domani toccherà a noi! Dunque occorre prepararci, dobbiamo riarmarci." E lo faranno. Le ripercussioni sul futuro dell’economia di mercato in Russia sono da considerare seriamente, visto che sulla base attuale un programma serio di riarmo è pressoché impraticabile. Dunque la situazione della Russia non offre nessuna garanzia di stabilità. I commentatori occidentali più coscienti non si fanno nessuna illusione al proposito. Temono, con cognizione di causa, che l’intero programma di riforme di mercato possa trasformarsi nel suo opposto: difatti la sola strada seria per cominciare a risolvere la crisi della Russia passa per la restaurazione dell’economia nazionalizzata e pianificata.

Cecenia e Caucaso

La nuova guerra in Cecenia è un’ulteriore prova dello spostamento del potere in Russia a favore dei militari. I generali sono ora chiaramente in sella e non solo decidono le modalità della guerra in Cecenia, ma lo fanno senza preoccuparsi troppo delle opinioni del Cremlino. Boris Eltsin ora è una nullità, ma i militari non prestano alcuna attenzione nemmeno al resto del governo russo, che è visto solo come la fonte di tutti i problemi. Una volta assaggiato il potere politico, i generali tenderanno a prenderci gusto e a fare qualche passo in avanti.

L’offensiva in Cecenia fu preceduta da una serie di attentati dinamitardi a Mosca ed in altre città russe, i quali causarono un’ondata di panico nella popolazione. Furono immediatamente incolpati i terroristi ceceni, tuttavia nessuna prova ha sinora confermato le accuse e nessun gruppo armato ceceno ha rivendicato alcuno degli attentati. Persino la dinamica di questi ultimi è quanto mai singolare e dubbia: in passato il terrorismo islamico ha diretto i propri attacchi verso obiettivi come le ambasciate americane; questa volta invece gli obiettivi sono stati appartamenti residenziali, specialmente in quartieri poveri. Le conseguenze psicologiche degli attentati si sono rivelate utilissime all’establishment russo, ma certamente dannose per la causa cecena. I sentimenti d’isteria anti-cecena fomentati dai mezzi di comunicazione sono serviti a preparare psicologicamente la popolazione per una nuova offensiva. Ci pare dunque molto probabile che la responsabilità degli attentati in Russia sia da attribuire a settori della cricca governante. Per questi gangsters la morte di lavoratori russi nelle esplosioni non ha grande rilevanza. Come risultato, la guerra mossa alla Cecenia ha guadagnato in Russia crescente sostegno e la popolarità di Vladimir Putin è cresciuta al punto da rendere possibile la sua candidatura alla presidenza.

Le potenze occidentali guardano con finto sdegno alla distruzione dei villaggi ceceni, dimenticando che in Jugoslavia loro si sono comportati allo stesso modo. A differenza del chiasso sollevato contro Belgrado, questa volta gli Usa e l’Europa si sono limitati ad una reticenza estrema. Il motivo è ovvio: non osano sfidare militarmente la Russia, e questo è uno dei motivi per cui l’esercito russo può dimostrare di essere ancora padrone in casa propria e non essere umiliato davanti al mondo intero. La guerra contro la Cecenia, non è altro che una dimostrazione della forza militare russa per dimostrare al mondo intero che con essa non è il caso di scherzare.

L’aggressione alla Cecenia è stata perpetrata dando sfoggio del tradizionale disinteresse per la vita umana tipico dei generali russi, che non hanno mai trattato dolcemente i popoli del Caucaso, come insegna la storia sanguinaria della conquista zarista di quella regione. Nonostante ciò la propaganda anti-russa dell’occidente è farcita d’ipocrisia. Il capitalismo occidentale non è preoccupato della sorte dei ceceni più di quanto non lo sia per quella dei curdi o dei kosovari albanesi. Nella misura in cui questo conflitto è parte di uno scontro più ampio per il controllo del Caucaso, l’occidente stesso ha la sua buona fetta di responsabilità nelle guerre che affliggono la regione caucasica. Va da sé che i marxisti condannino la prepotenza della Russia verso le piccole nazioni caucasiche e difendano il diritto all’autodeterminazione dei ceceni e degli altri popoli della regione, ma questa considerazione non esaurisce la questione. I secessionisti ceceni hanno commesso un grosso errore strategico nel giocare la carta islamica e nell’intervenire nei vicini stati del Daghestan ed Inguscezia, perché - come si è visto - Mosca non avrebbe mai potuto ingoiare un tale rospo senza reagire. Il risultato finale è che la Cecenia sta perdendo l’indipendenza de facto che aveva raggiunto. La Russia non può accettare la perdita totale del Caucaso, che comporterebbe l’ingresso dell’imperialismo americano proprio in un settore strategico importantissimo che minaccia il fianco meridionale russo. Vi è inoltre da considerare la questione delle enormi riserve minerarie e petrolifere di questa zona. E’ chiaro che l’esercito russo sia disposto ad andare sino in fondo per "pacificare" la Cecenia, al punto da mettere a ferro e fuoco l’intera zona, se necessario.

In Asia centrale assistiamo già ad una contesa feroce per il possesso delle ricche riserve petrolifere, di gas naturale e di altre materie prime. Gli interessi della Russia sono in collisione sempre più spesso con quelli americani e turchi: è per questa ragione che l’Asia centrale è stata negli ultimi dieci anni teatro di continui conflitti. Ci sono state una serie di guerre, e ancora di più sono in preparazione. Attualmente Azerbaigian ed Armenia sono in guerra: l’Armenia è sostenuta da Russia, Iran e Grecia mentre l’Azerbaigian dalla Turchia, incoraggiata silenziosamente dagli USA. La Turchia è legata agli Usa e ad Israele. Gli americani non osano farsi coinvolgere direttamente in tale conflitto, ma vi sono indiscutibilmente interessati per via del petrolio presente in Azerbaigian e Turkmenistan. Al centro della contesa c’è un oleodotto; gli americani incoraggiano la Turchia che ha ambizioni serie su un’ampia fetta della regione che ospita l’oleodotto e che fa leva sull’argomento della somiglianza tra la lingua turca e le lingue parlate nell’Asia centrale e nelle regioni del Caucaso. L’Azero, lingua ufficiale dell’Azerbaigian, è in realtà un dialetto turco come pure l’uzbeko, idioma del Turkmenistan. La Turchia è una potenza imperialista di medie proporzioni, ansiosa d’espandere la propria area d’influenza in contrasto con la Russia. Il problema dunque è molto serio.

La guerra in Cecenia è solo un dettaglio di un quadro più ampio, nel momento in cui la Russia comincia ad invertire la sua ritirata in Caucaso, in Daghestan e Cecenia. Mosca però non potrebbe imporsi nel Caucaso settentrionale senza assicurarsi il controllo anche sulla parte meridionale, dove è entrata in collisione con Georgia ed Azerbaigian. Mosca ha già accusato entrambe di aiutare i ribelli ceceni e le accuse probabilmente sono fondate, ancor più se si considera il fatto che la Georgia è l’unico paese ad accettare (seppur discretamente) la presenza di una rappresentanza diplomatica cecena.

Georgia ed Azerbaigian hanno espresso chiaramente la volontà di aderire alla Nato e gli Usa tentano di attirare queste repubbliche al di fuori dall’area di influenza russa. Una minaccia così diretta agli interessi di Mosca non sarà tollerata. Gli antagonismi che emergono dal quadro sopra descritto sono la causa sottintesa del caos sanguinario che infesta la regione caucasica. Georgia ed Azerbaigian sono inoltre paesi membri, con Ucraina, Uzbekistan e Moldavia, del decisamente filo-occidentale GUUAM, nato come alleanza economica e sviluppatosi fino ad una cooperazione di carattere militare. Hanno anche formato una forza congiunta addetta alla sicurezza del nuovo oleodotto Baku-Supsa. Lo scopo dichiarato dell’oleodotto di Baku-Supsa e del progetto di Baku-Ceyhan, oleodotto che attraverserebbe Georgia e Turchia, è quello di creare un corridoio per il petrolio dell’Asia centrale che sfugga al controllo della Russia. La minaccia, sia economica sia strategica, ha indotto Mosca a riaffermare con la forza la propria influenza sulla regione.

Il presidente georgiano Eduard Shevardnadze, ex ministro degli esteri dell’Urss nonché grande amico di Gorbaciov, è un entusiastico ammiratore dell’occidente e non fa segreto del suo desiderio di aderire alla Nato. In un’intervista del 25 ottobre 1999 resa al Financial Times, Shevardnadze affermò l’intenzione di "bussare forte alla porta della Nato" entro cinque anni. Considerando che ancora una volta si tratta di una minaccia diretta verso Mosca, non fu certo una dichiarazione intelligente da parte del presidente georgiano. Ci si attendeva che il Cremlino reagisse con virulenza, approfittando delle buone carte che ha da giocare nella regione. Mosca sta effettivamente esercitando pressioni crescenti su Tbilisi, appoggiando l’opposizione al governo georgiano e sostenendo i movimenti separatisti in Ossezia del Sud e in Abkhazia che minacciano di spaccare la Georgia. Sino a poco tempo fa truppe russe erano presenti sul territorio georgiano e sono state ritirate solo temporaneamente. Mosca sta preparando un conto molto salato per Shevardnadze, che è già sfuggito a diversi attentati e non è detto che la fortuna continui ad assisterlo in eterno.

Nel loro stile abitualmente caustico, gli analisti di Stratfor hanno commentato a questo proposito: "Le guardie di frontiera russe, ritirandosi dagli uffici nella capitale Tbilisi, hanno lasciato un piccolo ricordino - mine antiuomo. Questo gesto è solo un piccolo esempio della più ampia campagna della Russia per riaffermare l’influenza sulla Georgia e sul resto della regione caucasica. La Russia deve riprendere il controllo sul Caucaso Meridionale se intende mantenerlo sulla parte settentrionale e sulle riserve energetiche dell’Asia centrale. L’attuale governo georgiano costituisce un ostacolo agli interessi di Mosca, che è chiaro Mosca cercherà con determinazione di rimuovere." (Stratfor.Com Global Intelligence Update, 29 Ottobre 1999). Questa valutazione non si discosta molto dalla realtà.

L’offensiva contro la Cecenia, col suo brutale spiegamento di forze, fa parte di questa strategia. Allo stesso tempo la Russia ha appesantito la pressione sulla Georgia e serba altri assi nella manica da giocare al momento opportuno. Al momento Mosca sta minacciando un intervento militare ai confini della Georgia con la Cecenia e sostiene il maggiore partito d’opposizione. Inoltre sta concedendo aiuti alle tre regioni separatiste della Georgia : Abkhazia, Ossezia del sud e Ajaria. Il presidente georgiano ha affermato, senza dubbio a ragione, che Mosca stia finanziando l’Unione della Rinascita Democratica della Georgia, guidata dal leader ajariano filo-russo Aslan Abashidze.

Il leader abkhazo Vladislav Ardzinba ha affermato la sua intenzione di allearsi con la Russia, contro la Georgia e le sue aspirazioni d’avvicinamento alla Nato. Nel tardo settembre del 1999, la Russia ha abrogato un accordo bilaterale ed ha aperto le sue frontiere con alla regione secessionista dell’Abkhazia fornendole sostegno economico e militare. Dopo aver temporaneamente chiuso il confine in ottobre, Mosca l’ha riaperto il 26 dello stesso mese. Oltretutto, col ritiro delle guardie di confine russe, sono state create intenzionalmente le condizioni perché i ribelli abkhazi si appropriassero delle loro scorte, armi incluse, destinate alle truppe georgiane. Da parte sua, anche l’Ossezia del Sud, come abbiamo detto, si è schierata al fianco della Russia tanto che il suo presidente Ludvig Chibirov ha dichiarato alla televisione georgiana Prime-News, il giorno 25 ottobre 1999, che il suo governo approvava pienamente l’intervento delle truppe russe contro i "terroristi" in Cecenia. Un’altra regione secessionista, l’Ajaria, ha interrotto il pagamento delle tasse al governo della Georgia rifiutando altresì la presenza dei rappresentanti del partito di governo all’interno della regione. Si riporta inoltre che guardie di confine russe avrebbero abbandonato di proposito pezzi d’artiglieria di cui si sarebbe impossessato il governo regionale.

Le autorità russe hanno già intimato alla Georgia di cessare il suo sostegno al governo separatista ceceno ed alle sue forze armate. Mosca ha accusato Shevardnadze di accordare rifugio e libera circolazione ai ceceni in passato; Mosca sostiene inoltre che la guerriglia cecena si sia rifugiata in Georgia per riorganizzarsi. In un’intervista del 26 ottobre 1999 al Moskovsky Komsomolets, il generale Gennady Troshev, capo delle truppe russe in Cecenia, ha avvertito la Georgia che se non provvederà alla chiusura dei suoi 80 chilometri di frontiera con la Cecenia, sarà la Russia a blindare il passaggio. L’aviazione russa ha già "incidentalmente" bombardato un villaggio georgiano sulla via dei bersagli in Daghestan (fatto noto come "l’incidente di Omalo").

Nel frattempo la Russia sta utilizzando ogni mezzo a sua disposizione per stringere la morsa nel Caucaso. L’Armenia è il principale alleato russo nel Caucaso meridionale. Il 27 ottobre 1999 un gruppo di uomini armati entrò nella sede del parlamento di Erevan, assassinando il primo ministro e molto altri parlamentari. Di fronte alla destabilizzazione politica l’Armenia invocò immediatamente l’intervento russo, e Mosca rispose all’appello, come si poteva facilmente prevedere. Appena il giorno dopo l’eccidio, un’unità del commando chiamato Élite Alpha, del Servizio di Sicurezza Federale Russo, fu spedito ad Erevan. L’esercito armeno, dichiaratamente filo-russo, divulgò un avvertimento pubblico al governo secondo cui non sarebbe rimasto immobile in caso di minaccia alla sicurezza nazionale.

La Russia mostra i muscoli

Non è chiaro chi ci sia dietro l’omicidio, ma è molto chiaro chi ci ha guadagnato. L’esito finale è che l’Armenia è ora legata, più strettamente che mai, a Mosca dalla crisi seguita all’omicidio. Ciò ha ulteriormente intensificato la pressione sulla Georgia: in risposta agli eventi in Cecenia e in Armenia, il dipartimento delle guardie di frontiera dello stato georgiano ha annunciato il 28 ottobre che ha raddoppiato gli uomini e mobilitato tutti gli ufficiali lungo il confine armeno. Ma il fatto di presidiare il confine armeno non terrà l’influenza russa lontana dalla Georgia, e dopo la Georgia viene l’Azerbaigian, ricco di petrolio. In breve, la Russia ha lanciato una campagna a vasto raggio per riaffermare il proprio controllo sul Caucaso meridionale, e la Nato non può far nulla per fermarla.

Tutto ciò ha implicazioni che vanno ben oltre la questione della Cecenia e del Caucaso. Al tempo del crollo dell’Unione Sovietica, avevamo previsto che la Russia si sarebbe mossa inevitabilmente per riprendere i territori persi e la sua sfera d’influenza. Gli eventi ci hanno dato ragione. Avevamo sostenuto che Russia, Bielorussia e Ucraina si sarebbero messe d’accordo. Il processo è già in sviluppo. C’è un gran movimento in Ucraina per ritornare a legami più stretti con la Russia. In Bielorussia non si può sostenere che il capitalismo sia stato ristabilito, non essendoci stati grandi cambiamenti negli ultimi dieci anni. Anche lì vediamo lo sviluppo del movimento verso la Russia. La situazione in Ucraina è catastrofica. L’incontro con il capitalismo è stato ancora più disastroso che in Russia. The Economist ha di recente scritto:

"La corruzione è spaventosa, gli investimenti sono inesistenti; i servizi pubblici allo sfascio. L’Ucraina è il candidato più disastroso al prossimo ingresso nell’Ue."

Gran parte della popolazione vorrebbe ritornare ad un’unione con la Russia. Questo vale soprattutto per la regione orientale, meno per la parte occidentale, una volta parte della Polonia. La maggior parte dei russi non considera l’Ucraina un paese separato. Un consigliere per gli affari esteri di Eltsin una volta si riferì all’Ucraina come ad un’"entità temporanea". Questo esprime molto bene l’atteggiamento che Mosca ha verso l’Ucraina.

Un’unione del "nucleo slavo" dell’Urss - Federazione russa, Ucraina e Bielorussia - costituirebbe un grande mercato e agirebbe come un forte magnete per le altre ex repubbliche sovietiche. Nell’eventualità di una dura recessione mondiale, la tendenza alla ricostruzione di qualcosa che emuli l’Urss riceverebbe un notevole impulso.

Le repubbliche dell’Asia centrale sarebbero quasi certamente desiderose di aderirvi. In passato, hanno guadagnato molto dall’appartenenza all’Unione Sovietica, nonostante i terribili torti subiti. Il destino dei paesi baltici dipenderebbe dalla volontà di Mosca. Potrebbero essere invasi in pochi giorni. La discriminazione di cui sono vittima le minoranze russe di questi paesi fornirebbe una scusa per l’intervento. Chi potrebbe impedirlo? Nato e Ue borbotterebbero disapprovando, ma non oserebbero muovere un dito. In tali condizioni, non è detto che l’esercito russo si fermerebbe al confine con la Polonia. In ogni modo, nell’eventualità di una profonda recessione, ci sarebbero disordini in tutta l’Europa orientale e nei Balcani. Paesi come la Romana, la Bulgaria e la Serbia; dove il ritorno al capitalismo ha comportato disastri, voterebbero probabilmente per tornare all’ovile. L’atteggiamento di polacchi, ungheresi e cechi è da vedere. Ma ovunque i partiti filo-occidentali entrerebbero in crisi.

Per la maggior parte della popolazione dell’Europa orientale e della Russia, il movimento verso la restaurazione capitalista è stato un disastro. The Economist (6/11/99), entusiasta sostenitore dell’economia di mercato, ammette che:

"Anche ora la lista dei perdenti è lunga. Ovunque si aggiungono voci al coro: la gente che ci comandava prima, i comunisti, la "nomenklatura", comanda ancora. È stato il furbo apparatcik, il duro dirigente d’azienda che ci ha guadagnato di più dal ritorno al capitalismo, beneficiando di una privatizzazione truccata. La corruzione è ovunque nel vecchio mondo comunista. Crimine organizzato, con scarsa opposizione dalla polizia, dai giudici e dai politici, ha il controllo di parti crescenti dell’area.

La sorte d’impiegati di mezza età, persone istruite o meno istruite, in città che dipendevano da una sola industria ora andata a gambe all’aria, è orribile. Quasi ovunque, gli ultra-sessantenni sono poveri, i loro risparmi e pensioni patetici. La vita per i lavoratori intellettuali che una volta servivano il vecchio regime è anch’essa fosca: nel vecchio regime anche poeti e pittori {!} ricevevano uno stipendio mensile ed avevano diritto ad un appartamento gratis. La disoccupazione è schizzata alle stelle, da praticamente zero {…} a un buon dieci per cento. Un’ironia dell’era post-comunista è che proprio i lavoratori, operai dei cantieri e minatori, che hanno tanto lottato per abbattere il comunismo sono spesso i primi a perdere il lavoro nel nuovo mondo selvaggio" (sic!).

Sebbene la maggior parte dei paesi nel vecchio Patto di Varsavia stia già crescendo, il divario tra ricchi e poveri si allarga. Si sono aperti nuovi divari tra grandi e piccole città, tra città e campagna. Più si va ad est e peggio stanno le campagne. Rivitalizzare la vita dei villaggi è stato duro ovunque. E in Polonia, dove un quinto della popolazione vive nel settore agricolo, entrare nell’Ue significherà probabilmente comprimere questa proporzione a circa il cinque per cento.

In quasi tutti gli ex paesi comunisti, le condizioni sanitarie sono crollate. In alcuni, la speranza di vita alla nascita diviene sempre più corta. In Russia è di 58 anni per i maschi, come in molte parti dell’Africa. La popolazione nel suo complesso (ora circa 147 milioni) sta diminuendo di circa un milione l’anno".

Si vede l’inizio di un movimento di reazione generale contro il mercato in Europa orientale. L’idea che l’economia di mercato avrebbe risolto i problemi della Russia e dell’est europeo si è dimostrata falsa. Anche in Germania orientale c’è una reazione diffusa contro il mercato, dimostrata dal forte aumento dei voti per la PDS. La massa della popolazione non vuole il regime totalitario della burocrazia stalinista, ma non vuole nemmeno soffrire sotto la dittatura delle grandi banche e dei monopoli. L’arrivo di una dura recessione getterà tutte queste economie in crisi. Anche se in ritardo, l’occidente sta scoprendo la vera situazione in paesi come la Polonia, la cui classe operaia ha una tradizione molto rivoluzionaria. Strobe Talbott, stratega di Clinton per l’Europa orientale e la Russia, ha tristemente osservato che ai polacchi "è stato dato troppo shock e poca terapia". Il prossimo periodo vedrà sviluppi rivoluzionari, particolarmente in Polonia, dove una classe operaia arrabbiata ha visto tutti i propri sforzi e sacrifici distrutti e dispersi dai nuovi venuti borghesi che si sono impadroniti del potere. Si diffonderà rapidamente l’idea che ci vuole un’economia nazionalizzata pianificata, ma sotto il controllo democratico dei lavoratori.

Un "nuovo isolazionismo"?

"Gli Stati Uniti giganteggiano sul mondo come un colosso. Dominano l’economia, i commerci e le comunicazioni; hanno l’economia più competitiva del mondo, una potenza militare senza uguali. Eppure, nonostante tutto, il colosso è incerto. Avendo così tanto potere, non sa come comportarsi." (The Economist, 23/10/99.)

Il ruolo di gendarme mondiale costerà caro all’America. Le contraddizioni si vanno ammassando su scala planetaria e, come nazione capitalista leader, gli Usa alla fine pagheranno il conto. Lo sfruttamento impietoso del mondo coloniale (non ultima l’America Latina) per decenni, sta producendo una situazione esplosiva in un paese dopo l’altro e colpirà l’America in modo molto diretto. Gli Usa hanno cercato di costruire un blocco economico che si estenda dal Polo Nord a Panama ed oltre. Il Nafta già include Messico e Canada, ma l’intenzione è di espanderne la sfera delle operazioni per coprire l’intero emisfero occidentale. Questo fornirebbe un mercato enorme agli Usa, che sarebbe poi convertito in un recinto riservato ai prodotti industriali e agricoli statunitensi, se arrivasse una forte recessione. Il sogno dell’impero però sta già diventato un incubo. L’America Latina sta ancora subendo gli effetti di una dura recessione. Un paese dopo l’altro è sconvolto da crisi sociali e politiche. In almeno due paesi, Venezuela e Colombia, la futura sopravvivenza del capitalismo è posta in discussione, ciò si sta verificando anche prima di una recessione mondiale.

Votando contro il trattato che vieta gli esperimenti, proprio quando Clinton cercava di convincere India e Pakistan ad accettarlo, la maggioranza di destra repubblicana del Congresso si sta comportando nello stesso modo crassamente isolazionista del 1919, quando umiliò il presidente Wilson votando contro il trattato di pace di Versailles e respinse l’adesione degli Usa alla Lega delle Nazioni. Oggi, è vero che gli Usa, non solo sono membro dell’Onu, ma ne tengono il cordone della borsa saldamente in mano. Inoltre, appena hanno sentore che il Consiglio di Sicurezza potrebbe impedire le loro azioni, minacciano l’Onu con ben meritato disprezzo. "L’America" si lamenta The Economist "ogni tanto si comporta da padrone delle Nazioni Unite, le ignora, si rifiuta di pagare il suo contributo". Naturalmente. Perché mai l’imperialismo americano dovrebbe continuare a pagare la propria quota ad un club che non lo soddisfa appieno? La gretta filosofia del Congresso è quanto ci si potrebbe attendere dall’imprenditore medio americano, un misto di miope ingordigia, avarizia e provincialismo. Ma in realtà la visione dell’attuale ospite della Casa Bianca non è di molto più ampia. Non si può riconoscere nell’imperialismo americano quella visione a tutto campo, di lungo corso, che una volta caratterizzava la classe dominante britannica e francese. Prevalgono solo i calcoli più crudi, basati sull’interesse immediato, sulla convenienza dell’ultima ora. Queste sono le qualità dei dominatori del paese più forte del mondo, all’inizio del nuovo millennio. Dal declino delle capacità intellettuali dei principali dirigenti del mondo occidentale si può misurare il grado di decadenza del sistema che rappresentano. La crescente tendenza verso l’isolazionismo del Congresso non è un caso. Anche il più ottuso di questi bottegai ha cominciato ad afferrare che il ruolo americano di poliziotto globale non è solo fonte di profitti, ma porta anche perdite molto dolorose. La questione del Kosovo è per loro fortuna stata superata senza spargimento di sangue (americano). Ma, se si guarda al mondo, si vede un posto sempre più pericoloso e instabile. Non è per nulla quello che doveva essere quando cadde il Muro di Berlino! Però, nonostante gli sforzi del Senato di ricondurre l’America dentro il suo guscio, l’idea dell’isolazionismo non ha futuro. Non più della Russia, della Cina o del Giappone, gli Usa possono porre una barriera alle spinte irresistibili del mercato mondiale. Nonostante le sue proteste e la diffidenza del Congresso, l’America sarà costretta ad intervenire in un conflitto dopo l’altro, con conseguenze imprevedibili.

L’atteggiamento dell’imperialismo americano nei confronti dell’emisfero occidentale si è già visto con l’invasione di Panama, Grenada e Haiti. Con queste azioni, Washington ha dichiarato il suo diritto ad intervenire con la forza militare ovunque nel ‘suo’ emisfero. Ma si trattava di paesi minuscoli, con eserciti insignificanti, e ciò nonostante, nel caso di Haiti, gli Usa hanno esitato a lungo prima d’intervenire, per paura di perdite. La Colombia è di proporzioni del tutto diverse. La situazione in Colombia sta causando profondo allarme a Washington, specialmente ora che il canale di Panama, giusto lì a due passi, è tornato a Panama. Le forze guerrigliere controllano ora la maggior parte delle campagne. Lunghi negoziati non hanno dato frutti. La guerriglia li ha usati semplicemente per rafforzarsi, un fatto ben compreso dall’esercito e da Washington. Sebbene gli americani non vogliano intervenire direttamente sul terreno, dietro le quinte stanno aiutando l’esercito colombiano con "consiglieri" con il pretesto della guerra alla droga. Hanno addestrato ed armato diverse unità speciali che sono chiaramente sotto il loro controllo. Ricordiamo che fu così che iniziò il coinvolgimento statunitense in Indocina.

Anche la situazione che si vive in Venezuela sta dando crescenti preoccupazioni a Washington. Hugo Chavez ha fatto passare una nuova costituzione che, tra le altre cose, vieta la privatizzazione della PDVSA, l’azienda statale del petrolio, e ha ristretto la possibilità d’investimenti stranieri nell’industria petrolifera. È un calcio nei denti ai piani americani che prevedevano di acquisire a prezzi stracciati industrie e aziende di servizi del cosiddetto terzo mondo, avvantaggiandosi della campagna di privatizzazione sostenuta dal Fondo Monetario Internazionale. Chavez ha un appoggio di massa per la sua "rivoluzione pacifica". La sua coalizione "patriottica" domina l’assemblea nazionale con 121 seggi su 131. Appoggiandosi ai lavoratori e ai ceti poveri delle città e delle campagne, potrebbe facilmente debellare il capitalismo dal Venezuela. Un simile sviluppo, del tutto possibile nelle condizioni di una recessione mondiale, terrorizza Washington che sta facendo pressione su Chavez per assicurarsi che la sua "rivoluzione pacifica" non vada oltre i limiti del capitalismo.

La visione di repubblicani come George Bush junior è infantile. Gli Usa sono i più forti militarmente. Nessuno sano di mente vorrà sfidarci militarmente o competere militarmente con noi. Perciò gli Usa non devono impelagarsi in "missioni di pace" all’estero, operazioni "umanitarie", ma al massimo brandire un revolver per mano, se necessario, come in una scena di un qualsiasi buon film di John Wayne. C’è un elemento di buon senso in questo ragionamento. Alla fine la diplomazia deve essere sostenuta dalla forza. Ma fare del tutto a meno della diplomazia non sarebbe semplice, e per di più davvero puerile, dato che lo scopo della diplomazia è precisamente di raggiungere i propri scopi senza il bisogno di ricorrere alle armi (che sono costose e potenzialmente pericolose). Come si sottolineò al tempo della crisi del Kosovo, questa gente ha dimenticato che mentre chiacchierare non costa nulla, la guerra è molto costosa.

L’America non si può separare dal resto del mondo, con le sue crisi sempre più allarmanti, né rinunciare alla diplomazia, alle alleanze e al coinvolgimento all’estero. Al contrario. La sua partecipazione tenderà ad aumentare e diventerà anche più aggressiva. Naturalmente, gli americani cercheranno di evitare un coinvolgimento militare diretto, per quanto possibile. Per esempio, se in Colombia, come è possibile, la situazione va fuori controllo, cercheranno di convincere i paesi vicini ad intervenire per "riportare l’ordine". Tuttavia, dato che la crisi sociale ed economica non riguarda solo un paese dell’America Latina, la lotta potrebbe contagiare i paesi vicini. Ricordiamoci che il coinvolgimento dell’imperialismo statunitense in Vietnam è stata una delle ragioni principali per cui la guerra si diffuse in Laos, Cambogia e in tutta l’area. Prima o poi, gli Usa saranno tirati dentro il conflitto, con spaventose conseguenze per gli stessi Stati Uniti.

C’è un’altra spiegazione per i sentimenti isolazionisti del Congresso. Il deficit commerciale con il resto del mondo ha raggiunto livelli record. In questo momento, tutta l’economia mondiale dipende dai consumi americani, perché gli Usa importano un terzo più di quanto esportano. Di conseguenza, soprattutto dopo la recessione in Asia, il mercato americano è stato inondato di prodotti stranieri a basso costo. Nei primi otto mesi del 1999 soltanto, l’import era a livelli del dieci per cento superiori a quelli dello stesso periodo del 1998. Per fermare questa tendenza, l’export americano nel resto del mondo dovrebbe aumentare del trenta per cento più rapidamente delle importazioni, una cosa semplicemente impossibile, solo per mantenere il deficit a questi livelli. La reazione istintiva del Congresso è di chiudere le frontiere.

Già nel 1997 il Congresso aveva respinto la richiesta del presidente di avere l’autorità per negoziare accordi commerciali in "via rapida". Da allora i politici americani sono sempre più restii ad una politica di libero scambio. La destra repubblicana al Congresso ha fatto di tutto per bloccare l’ingresso della Cina nel Wto. Le ragioni non sono difficili da capire. La Cina ha un grosso surplus commerciale con gli Usa e il Congresso è dominato da protezionisti dichiarati o dissimulati. Certo, alla fine hanno dovuto cedere. Se i protezionisti più incalliti avessero vinto, si sarebbe aperto un disastroso dissidio con la Cina che avrebbe minato la posizione dell’ala filo-capitalista a Pechino. Ma i conflitti tra Cina e Usa non sono risolti.

La tensione cresce, non solo tra America, Cina e Giappone, ma anche tra America ed Europa. Gli Usa sono in conflitto con l’Europa sulla questione dei cibi geneticamente modificati, sugli ormoni nella carne, sulle banane. Si tratta di un avvertimento di quanto sta per arrivare. In un recente sondaggio, il 46% degli americani ha affermato che "gli Stati Uniti dovrebbero rallentare lo sviluppo della globalizzazione perché questa colpisce i lavoratori americani". Questo spiega perché Clinton è stato costretto a tenere discorsi di conciliazione al tempo delle manifestazioni anti-Wto a Seattle. Quest’ambiente si mantiene anche se la disoccupazione negli Stati Uniti è a un livello eccezionalmente basso. Che cosa succederà quando l’economia darà cenni di rallentamento? Finché continua il boom in America il protezionismo si presenta in modo camuffato, di solito assumendo la forma di sanzioni antidumping, o simili. All’inizio del ’99 il Congresso ha votato le quote d’importazione dell’acciaio con una maggioranza di due a uno. Una depressione farebbe assumere al protezionismo un carattere più aperto ed aggressivo. Questo minaccerebbe la stessa esistenza del delicato tessuto del commercio mondiale intrecciato con enorme fatica in cinquant’anni. Ricordiamoci che proprio il protezionismo trasformò il crollo del 1929 in una depressione mondiale. In queste condizioni, le contraddizioni sottostanti che già emergono nella politica mondiale s’intensificheranno mille volte.

Europa e America

"La guerra della Nato in Kosovo quest’anno potrebbe dimostrarsi lo shock necessario per portare a cambiamenti. Lo spettacolo della potenza americana dispiegata sotto i loro occhi, nel cortile di casa, ha messo paura ed ammutolito i governi europei. Hanno scoperto che i loro arsenali sono obsoleti in confronto agli armamenti americani di bombardieri Stealth e missili teleguidati. Una volta iniziata, è diventata una guerra americana condotta dalla Casa Bianca e dal Pentagono su cui gli europei hanno avuto scarsa influenza politica" (The Economist)

La guerra del Kosovo è stata un punto di svolta anche per l’Europa. Il fatto che si sia trattato di una guerra americana, in cui la Nato era usata solo come bandiera di comodo, ha dato un forte impulso agli europei per sviluppare la propria capacità di combattimento, indipendentemente dalla buona volontà degli Stati Uniti che non è garantita per il futuro. La creazione del mercato comune europeo è stato un tentativo degli stati europei di creare un blocco commerciale in grado di resistere alle pressioni dei giganti dell’economia mondiale, America e Giappone. I lillipuziani stati europei sono stati schiacciati per decenni tra l’imperialismo americano e il potente stalinismo russo. Ora la minaccia da oriente non c’è più, ma sono costretti a stare assieme per resistere alla concorrenza americana e giapponese, paesi attivamente impegnati a creare, a loro volta, blocchi in America Latina ed Asia.

Zbigniew Brzezinsky, ex consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti durante la presidenza Carter, descrive l’Europa come "perlopiù un protettorato americano, con i suoi stati alleati che ricordano i vassalli e i tributari del passato", e considera questa situazione come pericolosa per entrambe le parti. In effetti, l’Europa intera si trova a traino dell’imperialismo americano, un fatto che non può essere nascosto dal termine "alleanza". La guerra in Kosovo ha mostrato in modo lampante l’umiliante dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti. Ciò potrebbe cambiare parecchio nel prossimo periodo; ora che l’Urss non c’è più, gli stati europei, con l’eccezione della Gran Bretagna che ama nascondere la sua debolezza cronica dietro la finzione di un "rapporto speciale" con i cugini americani, non sono più così pronti a subire passivamente gli ordini di Washington.

Sotto il crescente antagonismo tra Europa ed America vi sono scontri di natura economica. L’apparenza di relazioni amichevoli non può dissimulare le forti contraddizioni tra Europa ed America emerse durante i negoziati del Wto a Seattle. Il casus belli era l’agricoltura. Gli Stati Uniti considerano, giustamente, la politica agricola comunitaria come protezionista. L’Europa difende i propri produttori agricoli tenendo fuori dell’Unione i prodotti americani con una serie di scuse, come l’accusa rivolta agli Stati uniti di uso di ormoni o la presenza di cibo modificato geneticamente. Questo toccante interesse per il benessere dei consumatori sarebbe più convincente se non fosse ben noto che i produttori europei sono coinvolti in ogni sorta di pratiche dubbie, tra cui la diffusissima pratica di mischiare escrementi e carcasse d’animali morti nel mangime per gli allevamenti. Ad entrambe le sponde dell’Atlantico interessano solo i profitti. Questioni legate alla salute e al benessere dei consumatori e degli animali, ricordano in modo lugubre la propaganda sulla "autodeterminazione" e sulla missione umanitaria che ha accompagnato la guerra nel Kosovo.

Gli Stati Uniti accusano l’Unione Europea di sussidiare fortemente i produttori agricoli, il che è vero, ma si dimenticano di menzionare i sussidi che Washington paga ai propri: 8,7 miliardi di dollari come "aiuti d’emergenza", solo nel 1999. Come negli anni ’20, la crisi generale è preceduta dalla crisi nell’agricoltura, colpita dai prezzi bassi, dalla sovrapproduzione e dalla concorrenza estera. Europa ed America stanno nei fatti cercando di scaricare la disoccupazione sugli altri proteggendo gelosamente i propri interessi. Questo conflitto d’interesse si vede in forma particolarmente acuta tra Stati Uniti e Francia, e non solo nel campo agricolo. I due paesi si sono scontrati più volte nel terzo mondo, dove la Francia non accetta la perdita della propria influenza. La dura disputa sulle banane riflette questa situazione. Gli americani sostengono, non senza ragione, che le banane del centro e sud America sono più economiche e di qualità migliore dei prodotti importati nell’Unione europea dai Caraibi. Ma l’apertura dei mercati europei alle piantagioni centroamericane (possedute dalle grandi aziende americane) rovinerebbe i produttori dei Caraibi (che sono di proprietà delle aziende europee) e questo vale in tutti i campi.

I colloqui di Seattle si sono rotti per il fallimento delle trattative tra Europa ed America. Questo ha lasciato un’ombra sul futuro dello stesso Wto. È una faccenda molto seria. Molto presto quasi tutte le esportazioni agricole americane conterranno cibi geneticamente modificati. Cosa succederà? Probabilmente cercheranno una specie di compromesso per evitare una catastrofe del commercio mondiale, il principale motore dello sviluppo economico dal 1945. La crisi dei colloqui sull’agricoltura mostra quanto sia fragile tutto l’edificio del commercio mondiale. Non molti sanno che l’agricoltura aveva già quasi portato alla rottura dei colloqui dell’Uruguay Round. Potrebbe portare alla rottura di questi. The Economist ha commentato in toni spaventati le possibili conseguenze di una rottura dei colloqui iniziati a Seattle:

"Se avvenisse, incoraggerebbe i gruppi anti-Wto ad andare all’offensiva. America, Unione Europea e Giappone sarebbero sempre più tentati dal manipolare i commerci. Ue ed America raddoppierebbero i propri sforzi per suddividere i mercati con accordi preferenziali regionali che possono solo minare l’approccio multilaterale al commercio. Il Congresso dovrebbe rivedere l’adesione dell’America al Wto in marzo; qualcuno potrebbe spingere per un’uscita." (The Economist, 27/ 11/ 99)

Se arrivasse una recessione, le crepe che ci sono già tra Europa ed America si spalancherebbero in crepacci. Nel passato questa situazione avrebbe portato ad una guerra. In queste condizioni è escluso, ma sì può scoppiare una dura guerra commerciale, che può innescare conflitti armati delle rispettive marionette in Africa e Asia, per i mercati e le materie prime. Data la profondità dello scontro tra gli stati europei, il progetto di una forza armata unificata è difficilmente a portata di mano. Si porrebbe, infatti, subito la questione: chi la comanda? Ecco perché tutte le chiacchiere sul super-stato europeo sono panzane nell’ambito del capitalismo. Negli Stati Uniti, per esempio, i vari stati hanno un forte grado d’autonomia, ma c’è un solo esercito, una forza di polizia federale e uno stato centrale. È chiaro che la possibilità che si realizzi un simile quadro in ambito europeo prevederebbe il dominio della Germania e ciò è impossibile da raggiungere con accordi pacifici, ma solo con i metodi di Hitler che, dopo tutto, riuscì a unificare l’Europa, sotto i suoi stivali.

Washington guarda all’Unione europea con un certo senso d’inquietudine. Da una parte, la crescita dei sentimenti isolazionisti porta a mugugni di fronte all’idea di costose guerre oltre oceano. D’altra parte, sono spaventati dalla prospettiva di permettere all’Europa di uscire dal proprio controllo. George Robertson, ex ministro della difesa di Blair, ora ricompensato con un posto di dirigente alla Nato, ha commentato con inusuale ironia l’atteggiamento schizofrenico degli americani verso l’Europa, "da una parte dicono: ‘europei dovete prendervi più responsabilità sulle vostre spalle.’ Quando gli europei dicono ‘va bene, ci prendiamo più responsabilità’, allora quelli dicono ‘aspettate un minuto, ci state dicendo di andare a casa?’".

Per ora, l’Europa spende solo il 60% di quanto spende l’America in armi, ma cambierà. Un generale processo di riarmo è inevitabile nel prossimo periodo. Di fatto, è già cominciato. François Heisbourg, un esperto di difesa francese, sostiene che ogni governo europeo dovrebbe spendere almeno il 40% del proprio bilancio per la difesa in ricerca e sviluppo, riducendo il numero di soldati a non più dello 0,3% della popolazione e senza considerare di ridurre la spesa sotto il livello attuale. Questo programma non esprime una grande fiducia in un mondo pacifico! Ma perché questa insistenza sulla necessità di aumentare le spese in ricerca? Certo, armi talmente sofisticate non sono così indispensabili per combattere contro la Iugoslavia o in Medio Oriente.

La diffidenza tedesca nei confronti dell’America si è rafforzata come risultato della guerra nel Kosovo: "la politica tedesca è quella che più probabilmente cambierà dopo il Kosovo", scrive Stratfor, "la Germania ha un interesse fondamentale nel mantenere buone relazioni con i russi. Da un punto di vista geopolitico e finanziario, una Russia ostile è l’ultima cosa di cui la Germania ha bisogno. Il quasi scontro tra Nato e Russia sulla guerra in Kosovo è stato una secchiata d’acqua gelida per i tedeschi. Per alcuni giorni si sono ritrovati sull’orlo del precipizio a fissare l’abisso. I membri della coalizione rosso-verde a Bonn sono intrinsecamente sospettosi verso gli Usa e le avventure militari. Hanno usato l’ultimo mese per cercare di dimostrare che potevano essere buoni elementi della Nato, mettendo da parte le loro resistenze degli anni ’60. Ne sono usciti con una chiara percezione che facevano bene ad avere poca fiducia nella dirigenza americana e nelle avventure militari. Una delle conseguenze del Kosovo è che gli europei in generale, e tedeschi e italiani in particolare, stanno diventando molto cauti nell’accettare futuri usi creativi della Nato" (Stratfor’s Global Intelligence Update: Il mondo dopo il Kosovo, 3 maggio 1999)

Gran Bretagna e Francia, entrambe sfavorevoli al dominio tedesco in Europa, stanno cercando un’alleanza. Parigi cerca di staccare Londra dal suo legame con Washington. Dalla seconda guerra mondiale Londra si è ridotta ad essere un cliente degli Stati Uniti. La guerra in Kosovo ha segnato un punto di svolta tra le potenze. La dimostrazione di schiacciante potenza militare americana li costringe ad andare verso una forza di difesa europea. Ma Gran Bretagna e Francia non vogliono che questa forza sia guidata dalla Germania. Le discussioni tra Blair e Chirac a Londra sul futuro della cooperazione anglo-francese ne sono un riflesso. Segnano l’inizio di un processo che può terminare solo con la formazione di una nuova intesa tra Parigi e Londra, diretta contro la Germania. Le tensioni all’interno dell’Unione cresceranno. In certe condizioni potrebbero persino portare alla sua rottura, ma questo non è l’esito più probabile. Stante i grandi dissidi tra loro, i capitalisti europei sanno che devono stare insieme per proteggersi con gli Stati Uniti e il Giappone. Come si dice: "O ci impiccano tutti insieme, o uno alla volta".

Una lotta mondiale

Da dieci anni a questa parte gli apologeti del capitalismo parlavano di un nuovo ordine mondiale di pace, prosperità e stabilità. Siamo entrati invece nel periodo più convulso della storia umana. Il libro di Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, resta di straordinaria attualità nei giorni nostri.

Cosa diceva Lenin sull’imperialismo? Che il capitalismo monopolista si caratterizzava per il dominio sul mondo dei grandi monopoli. Il processo di concentrazione monopolista è giunto ad un livello mai visto prima. Attualmente il commercio mondiale è dominato da meno di 200 imprese che determinano le politiche dei governi.

L’escalation militare dopo la caduta dell’Unione Sovietica non è casuale. Non hanno speso tutti questi fondi per nulla. Le potenze imperialiste si stanno preparando seriamente per la nuova epoca. Come si spiegano le colossali spese nel campo militare? Non si può utilizzare la Russia e la Cina come spiegazione. La risposta è un’altra. Lo sfruttamento dei paesi coloniali, il saccheggio del Terzo Mondo, provocheranno inevitabilmente una reazione di massa, una riedizione della Rivoluzione coloniale. Si preparano per questo. Questa è l’unica spiegazione per la guerra contro l’Irak.

Sotto la vernice della "civiltà cristiana" di queste dame e di questi galantuomini democratici della classe dirigente americana, non ci sarà nulla che potrà fermarli nel difendere i loro privilegi contro il resto del mondo.

Non esiteranno a colpire i popoli coloniali. Non ha avuto molta risonanza sui giornali, ma il bombardamento contro l’Irak è continuato parallelamente alla guerra nel Kosovo. Tutti i giorni, da un decennio a questa parte, aerei americani si levano in volo per colpire obiettivi in Irak, assassinano civili, distruggono quello che viene ricostruito. Questo, nonostante l’Irak non rappresenti alcun pericolo sul piano militare. Perché? È un monito per i popoli mediorientali: "Se ci sfidate, sapete qual è il prezzo da pagare".

Nel luglio del ‘99 scrivevamo: "Le intenzioni dell’imperialismo americano e della Nato di ampliare la propria sfera d’influenza verso Est, ha accelerato la formazione di un nuovo blocco di potere nel mondo. La guerra contro la Jugoslavia ha accelerato ancor più questo processo. Contro il pericolo della Nato la Russia sta preparando altre alleanze militari... queste includono la Cina, l’Ucraina e la stessa Jugoslavia. La Russia sta stringendo un’alleanza anche nel Caucaso, dove ha aperto un conflitto con la Nato. La politica aggressiva ed espansionista nella politica estera della Nato e degli Usa ha avuto i suoi effetti, soprattutto sulla Russia, ma anche in altri paesi. Le frizioni tra Russia e Nato che si sono viste in Kosovo hanno provocato un significativo riallineamento di forze nei rapporti tra le forze imperialiste." (I nuovi rapporti di forza dopo la guerra nel Kosovo, luglio 1999).

La caratteristica fondamentale nelle relazioni mondiali all’inizio del XXI secolo, sarà ancora lo scontro feroce tra gli Usa e la Russia. Dalla caduta dell’Unione Sovietica è continuato il conflitto come si vede nel Caucaso e in Asia Centrale, dove da un lato sono schierati gli Usa alleati con la Turchia e dall’altro Russia, Iran e Cina. Da qui partono le condizioni per una nuova guerra fredda, una nuova lotta per l’egemonia globale e una nuova divisione del mondo in blocchi antagonisti. È inevitabile che la Russia si allei con la Cina, che pure attraversa un periodo d’instabilità. La crescente realizzazione dell’egemonia nordamericana sta spingendo insieme la Russia e la Cina, ed è probabile che anche l’India entri a far parte del blocco.

L’unione tra Russia, Cina e India contro gli Usa corrisponde alla logica che ha portato alla lotta tra Usa e Cina nel Pacifico. Non contenta di controllare l’atlantico e il Mediterraneo, Washington vuole aggiungere il Pacifico alla sua lista della spesa, alimentando la vorticosa corsa agli armamenti.

Il Giappone ha acquistato missili di difesa aerea agli Usa, la qual cosa ha allarmato molto la Cina, perché questo mette in discussione la sicurezza del loro sistema missilistico e li costringerà a rinnovarlo.

Esistono molti altri esempi della corsa agli armamenti nel Pacifico. Resta irrisolta la questione di Taiwan, che potrebbe portare a una guerra. I cinesi considerano Taiwan parte inalienabile della Cina e qualsiasi movimento di Taiwan per cavalcare unilateralmente l’indipendenza sarebbe visto come una provocazione intollerabile dal governo cinese, a causa degli effetti che questo avrebbe verso le minoranze nazionali (in Tibet, Mongolia, Sinkiang, ecc.). L’aumento delle tensioni tra la Cina e gli Usa non vengono solo da Taiwan, ma derivano da una serie di contrasti profondi sul piano economico e strategico.

Dieci anni fa, gli Usa consideravano la Cina come un mercato, solo un mercato. In quel momento dicemmo che se l’Occidente iniziava a investire in Cina, la Cina avrebbe costruito fabbriche e queste avrebbero prodotto merci che sarebbe arrivate sul mercato mondiale entrando in competizione con le merci americane. È precisamente questo quanto è avvenuto.

C’è adesso un grande punto interrogativo sul futuro del capitalismo in Cina. L’economia cinese attraversa grandi difficoltà. Esiste un serio pericolo di collasso della Borsa cinese, che potrebbe rovinare 40 milioni di persone. L’entrata nel Wto non risolverà nulla, anzi peggiorerà solo le cose. A differenza della Russia, la burocrazia stalinista mantiene fermamente il potere. L’esperimento dell’economia di mercato (con più successi che in Russia) si mantiene entro certi limiti predeterminati. È confinato principalmente nelle zone costiere di Guandong e Shenzen. Ancora oggi il settore privato contribuisce solo per un terzo della produzione. Il settore decisivo è quello statale e con l’arrivo di una recessione il settore privato potrebbe sparire. Se la classe operaia non prende il potere in Cina si potrebbe tornare ad un qualche tipo di regime stalinista (maoista), che entra in un blocco con la Russia. Sono proprio questo tipo di timori che hanno convinto il Congresso americano, a denti stretti e all’ultimo momento, a ritirare ogni obiezione sull’entrata della Cina nel Wto. Se non l’avessero fatto l’ala filo-capitalista della burocrazia di Pechino avrebbe subìto un colpo mortale.

Ciò nonostante l’entrata della Cina nel Wto, non risolve alcun problema. I riformisti, capeggiati dal primo ministro Zhu Rongji, hanno avuto una boccata d’ossigeno, ma la loro vittoria non durerà a lungo. "Gli investimenti in Cina vengono fatti in un campo minato" (Business Week, 29/11/99), e l’accordo del Wto non lascia niente di chiaro. Il problema è semplice. La massiccia entrata d’aziende straniere in Cina sta rovinando l’industria pubblica, aumentando la disoccupazione e il malessere sociale.

Questa prospettiva allarma la burocrazia e la conduce ad opporre resistenza a una maggiore penetrazione delle grandi imprese multinazionali. L’ala "conservatrice", alleata a personaggi come il presidente dell’Assemblea nazionale, Li Peng, ha molte armi nelle proprie mani per sabotare le imprese straniere.

Il pericolo di nuove convulsioni sociali in Cina è evidente per gli strateghi del capitale. Business Week, in un editoriale circa l’entrata della Cina nel Wto, dava l’allarme: "Nessuna nazione comunista è riuscita a portare avanti con successo una trasformazione economica dalle dimensioni che la Cina vuole portare avanti senza scatenare una grande agitazione politica. Nessun sistema di libero mercato nella storia ha assorbito un paese gigantesco senza provocare enormi tensioni". E aggiunge: "Con cento milioni di lavoratori che migrano vagando per le sue città, la Cina spera di attrarre gli investimenti stranieri sufficienti per generare occupazione. Però deve avere la forza politica per farlo completamente. La scommessa è molto alta. Destabilizzare le regole del Wto può scatenare un uragano sui delicati equilibri del commercio mondiale e vanificare gli sforzi della Cina di diventare un paese moderno".

Un altro punto esplosivo è la Corea: sono in corso avvenimenti rivoluzionari nel sud, mentre la Corea del Nord è al collasso. Il Pentagono parla del pericolo di una guerra, anche se sembra poco probabile che la Corea del Nord invada il sud. Non sarebbe la prima volta che un regime totalitario instabile e disperato si avventuri in questa direzione. Anche se il Nord è alla rovina e alla fame ed è incredibile che abbia il quinto esercito più grande del mondo. La situazione in Corea del Nord è simile a quella della Romania dieci anni fa. Il paese è in una situazione disperata, il regime è sull’orlo di un abisso. Certamente un regime totalitario può mantenersi come una pentola a pressione con una valvola difettosa. Un minuto prima della caduta di Ceaucescu sembrava che tutto fosse sotto controllo e il minuto seguente tutto esplose. Lo stesso può succedere in Corea del Nord.

Ottimismo rivoluzionario

All’alba del XXI secolo, il rischio di una guerra importante tra le nazioni industrializzate diventa meno probabile, ma non per questo il mondo è oggi un luogo più pacifico. Attualmente sono in atto sul pianeta almeno trenta conflitti armati, sono "piccole guerre", quasi tutte nel Terzo mondo. Il fatto che siano piccole, rispetto alle due guerre mondiali del XX secolo, non significa che siano meno orribili per le persone che le subiscono. Attualmente sono almeno 50 milioni i profughi nel mondo. Queste guerre sono tra le più brutali, con l’uso di moderni strumenti di distruzione, come le mine antiuomo. Nonostante tutti i discorsi demagogici sul bando delle mine, milioni di queste armi diaboliche sono interrate nei campi dell’Angola, del Congo e dell’Afghanistan. La maggioranza delle vittime sono donne e bambini. I bambini sono frequentemente coinvolti nei combattimenti, armati di kalashnikov.

Nel prossimo periodo "piccole" guerre di questo genere si diffonderanno sempre più. Nella maggioranza dei casi saranno guerre per il potere, appoggiate dietro le quinte da una o l’altra delle potenze. In Africa l’imperialismo francese e americano provocano costantemente conflitti per il controllo delle risorse minerarie.

Russia e Usa sono impegnate in un conflitto che ha per teatro il Caucaso e l’Asia Centrale. Le leve che le potenze imperialiste rivali utilizzano per i propri fini sono gli antagonismi tribali, etnici e nazionali. L’imperialismo Usa, nonostante le sue parole ipocrite sul rispetto della vita umana e la democrazia, è disposto ad armare e finanziare bande che raccolgono la feccia dell’umanità per rivolgerle contro qualsiasi regime che non gli vada a genio. Il caso più evidente è quello dell’Afghanistan, dove, dietro i mujaheddin (banditi e assassini alleati ai signori feudali e ai mullah reazionari che volevano farla finita con il regime filo-russo di Kabul), si trovavano proprio i nordamericani.

Oggi, dopo vent’anni di guerra orribile, il paese è ridotto al disastro. Il mostruoso regime dei talebani, che vuole precipitare la società in un tuffo verso il VII secolo, ha sprofondato il paese nella barbarie.

Usa, Russia, Pakistan, India, Iran e Arabia Saudita, in maggior o minor grado, continuano ad appoggiare fazioni rivali per i propri interessi. L’unica obiezione di Washington nei confronti del regime dei talebani è che è fuori controllo e che da rifugio a personaggi come Osama Bin Laden, un dirigente islamico reazionario, che in principio era sostenuto dalla Cia mentre adesso si dedica a far saltare in aria ambasciate americane.

I paesi capitalisti avanzati sono armati fino ai denti. In un mondo tormentato dalla povertà, dall’indigenza e dall’analfabetismo, nel quale sette milioni di bambini muoiono per malattie come la diarrea o per mancanza d’acqua potabile, si spendono miliardi di dollari nella ricerca e nella produzione d’armi. Questo non è casuale. Gli imperialisti si preparano a scatenare la guerra del XXI secolo, non guerre come le due mondiali, ma piuttosto guerre per schiacciare le piccole nazioni arretrate e assicurarsi il dominio sulle loro risorse. La Francia si sta armando per intervenire in Africa e in Medio Oriente. La Germania per intervenire nell’Europa dell’Est e nei Balcani e per un possibile conflitto con la Russia. La Russia si arma per difendere le sue frontiere e per recuperare, se è possibile, i suoi antichi territori e sfere d’influenza verso Est, Sud e Ovest.

La Cina si arma per evitare la secessione delle province ribelli, com’è capitato nel passato, e porta avanti una politica aggressiva in Asia che potrebbe condurre ad una guerra in futuro. Con tutta probabilità gli Usa saranno costretti ad intervenire in un guerra asiatica. Non c’è alcun dubbio che ci sono delle buone notizie per le industrie d’armi, che faranno profitti straordinari.

Per l’osservatore superficiale che non ha fiducia nel marxismo e nella dialettica, l’attuale situazione mondiale si presenta come la reazione più nera. Il capitalismo e l’imperialismo sembrano essere ben saldi al loro posto. I democratici civilizzati dell’Occidente, mentre predicano il pacifismo al resto del mondo, sono molto occupati a sperimentare armi chimiche e batteriologiche, che includono l’antrace e la peste bubbonica (la quale nel Medio Evo portò alla morte di un terzo della popolazione europea). Questa è una minaccia di morte per l’umanità futura.

Da tutte le parti guerre, massacri etnici, barbarie e follia. Questa è la manifestazione dell’agonia di un sistema che è sopravvissuto alla sua necessità storica, che è più che maturo per essere rovesciato. Le guerre e le convulsioni che piagano l’umanità, infliggono terribili sofferenze e dimostrano la decadenza senile del capitalismo. Siamo di fronte alla contraddizione fondamentale che esiste tra la potenza colossale delle forze produttive e la camicia di forza che rappresenta la proprietà privata e lo stato nazionale. Dalla risoluzione di questa contraddizione dipende il destino dell’umanità.

La storia dimostra che esiste una relazione tra guerra e rivoluzione. La rivoluzione francese finì in una guerra. La rivoluzione russa fu provocata da una guerra. La guerra è l’espressione delle tensioni tra gli stati nazionali, come le rivoluzioni sono l’espressione delle tensioni fra le classi. Con frequenza le guerre sono anche l’espressione delle contraddizioni interne, che cercano uno sfogo nell’arena internazionale. Però le guerre esacerbano anche le tensioni interne e le elevano al massimo grado. Gli effetti rivoluzionari della guerra nel Vietnam negli Usa e della guerra in Angola e Mozambico in Portogallo sono due esempi che dimostrano chiaramente questo punto. Vedremo nuove situazioni del genere nella nuova epoca.

"Ogni azione provoca una reazione uguale e contraria". Quello che è vero in meccanica lo è anche in politica. Il periodo di semi-reazione associato alle dottrine liberiste della Thatcher e di Reagan e il dominio illimitato del mercato (monetarismo) ha fatto il suo tempo. Da tutte le parti vediamo l’inizio del rifiuto del capitalismo, alla sottomissione, alle sue disuguaglianze e ingiustizie. L’espressione più clamorosa di quest’opposizione l’abbiamo vista con le manifestazioni di Seattle. Rappresentano una nuova ondata rivoluzionaria che attraversa il mondo coloniale e troverà rapidamente espressione negli Usa e negli altri paesi capitalisti avanzati. I movimenti che si preparano faranno sembrare piccole le manifestazioni di massa contro la guerra in Vietnam. L’aspetto più rilevante della manifestazione di Seattle è il suo chiaro contenuto anticapitalista. Le manifestazioni contro la guerra in Vietnam avevano un contenuto principalmente pacifista. Questo è un importante passo avanti e riflette il cambiamento nelle coscienze.

La reazione contro il capitalismo e "l’economia di mercato" assume molte forme, ma non si può dubitare del fatto che milioni di persone inizino a mettere in discussione l’ordine esistente. L’affermazione che il capitalismo (l’economia di libero mercato) è l’unica forma di società possibile, e che gli uomini e le donne siano condannati per sempre a vivere sotto il giogo del capitale, ha dimostrato appieno la sua falsità. Le promesse fatte dieci anni fa sono vuote. L’Asia è al collasso, l’America Latina è in profonda recessione e la Russia è nel caos più completo.

Dobbiamo essere pronti per profondi e repentini cambiamenti nella situazione d’ogni paese: Messico, Bolivia, Grecia, ma anche Gran Bretagna e Germania. Si stanno preparando enormi movimenti e la grande domanda è quando? Quanto tarderanno? Ma non è questa la questione. Non è possibile rispondere a questa domanda, ogni tentativo di farlo non sarebbe fondato su basi scientifiche. Possiamo solo dire: dobbiamo approfittare dell’attuale tregua; è la pace tra due battaglie, e un esercito serio se si trova in questa situazione non si dedica a sprecare il suo tempo prezioso, ma pulisce le armi, scava trincee, fa nuove reclute, le prepara, studia la guerra e si prepara per la nuova offensiva che senz’altro arriverà.

Durante la prima guerra mondiale, Lenin era totalmente isolato, in esilio, senza mezzi, in contatto solo con un pugno di persone. Era una situazione di nera reazione, di trionfo del militarismo, della guerra, della pazzia, della barbarie: la fine della civiltà. Ma Lenin fu capace di individuare gli elementi rivoluzionari che stavano maturando lentamente sotto la superficie. Salutò con entusiasmo l’insurrezione irlandese della Pasqua del 1916, la descrisse come il principio di un periodo d’agitazione rivoluzionaria e nazionale. L’insurrezione di Pasqua finì in un bagno di sangue per mani dell’imperialismo britannico, ma un anno dopo si dimostrò che l’analisi di Lenin era giusta. All’inizio del nuovo millennio, i marxisti sono gli unici ottimisti sul pianeta. Le prospettive per i capitalisti sono pessime. Gli strateghi seri del capitale vedono con terrore il futuro. Il prossimo periodo sarà ricco di possibilità rivoluzionarie, la prova brillante è nella rivoluzione in Indonesia, che non si è ancora conclusa, o in Iran, dove il movimento è ai suoi primi passi.

Se percorriamo la storia delle rivoluzioni, notiamo che le frontiere non sono mai state rispettate. Le rivoluzioni del 1848 scossero l’Europa da cima a fondo. La rivoluzione russa del 1917, i "dieci giorni che sconvolsero il mondo", non solo ebbe un effetto elettrizzante in tutta Europa, ma anche in Asia. Ora le condizioni per la rivoluzione mondiale sono maturate ad un grado senza precedenti. Gli avvenimenti in una parte del mondo hanno un effetto immediato in altre zone. L’avvento della globalizzazione implica anche che i conflitti si estenderanno più rapidamente da un paese all’altro, da un continente all’altro. Nell’epoca moderna, una volta che la rivoluzione cominci in un paese importante, si estenderà più rapidamente che nel passato. L’unica cosa necessaria è una vittoria, come quella dell’Ottobre del ’17, in un paese chiave. Il movimento si estenderà come un incendio. Questa è l’epoca della rivoluzione mondiale. Il secolo XXI vedrà risorgere la lotta di classe che presto o tardi, condurrà alla vittoria la classe operaia stabilendo così un nuovo ordine mondiale al posto dell’attuale caos sanguinoso. Il nome di questo nuovo ordine mondiale è socialismo internazionale.

15 dicembre 1999

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