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Articolo scritto il 22/4/1939. Apparso il 9/5/1939 in “Socialist Appeal” col titolo “The problem of the Ucraine”.

Di seguito riportiamo due articoli sull’Ucraina scritti da Trotskij 50 anni fa. lo scopo di questi scritti era chiarire quali parole d’ordine erano più adeguate per intervenire nell’Ucraina che allora era divisa tra più stati, anche se la maggior parte apparteneva all’URSS. Trotskij partendo dalla constatazione che in Ucraina, anche in quella sovietica, sono cresciute a dismisura le tendenze nazionaliste, propone con decisione lo slogan per un’Ucraina indipendente e socialista. Spiega come l’Ucraina può unificarsi ed essere libera solo sulla base di una rivoluzione socialista e critica chi, dicendo di voler difendere l’URSS, non accetta il diritto dell’Ucraina a separarsi dall’URSS stessa. La scelta di questa parola d’ordine dipende dall’analisi delle condizioni oggettive, di quanto è grande la frustrazione delle masse ucraine nei confronti di Mosca. Non si tratta di difendere un principio morale, ma di trovare il percorso più facile per coinvolgere le masse ucraine nella lotta per il socialismo evitando che cadano nella trappola del nazionalismo borghese.

La questione ucraina, che diversi governi e molti “socialisti” (e persino molti “comunisti”) hanno cercato di dimenticare o di celare nel più profondo ricettacolo della storia, è di nuovo all’ordine del giorno, stavolta con forza raddoppiata. Il recente aggravarsi di questo problema è intimamente legato alla degenerazione dell’Unione Sovietica e del Comintern, ai successi del fascismo ed all’imminenza della prossima guerra imperialista. Messa in croce tra quattro stati, l’Ucraina occupa attualmente la posizione che fu un tempo della Polonia, ma con questa differenza: oggi le relazioni internazionali sono infinitamente più tese e si evolvono a ritmo molto più accelerato. La questione ucraina è destinata a svolgere un ruolo assai importante nel futuro dell’Europa: non per nulla Hitler ha tanto propagandato il suo piano per la creazione di una “Grande Ucraina”, e non per nulla ha accantonato questo stesso problema con tanta tempestiva cautela. La Seconda Internazionale, che esprimeva gli interessi della burocrazia e dell’aristocrazia operaia degli stati imperialisti, ha del tutto ignorato questo problema, e nemmeno la sua ala sinistra gli ha prestato la necessaria attenzione: basti pensare che Rosa Luxemburg, nonostante il brillante intelletto ed il sincero spirito rivoluzionario, definì la questione ucraina come l’invenzione di un gruppuscolo di intellettuali. Del resto, anche nel Pc polacco una simile posizione ha lasciato profonde tracce: la dirigenza della sezione polacca del Comintern ha visto nella questione ucraina un mero ostacolo e non un problema rivoluzionario, e da ciò vengono i continui tentativi opportunistici di accantonare questo problema, di passarlo sotto silenzio o di prorogarlo ad un futuro indefinito.

Il Partito bolscevico giunse ad una corretta messa a fuoco della questione ucraina con difficoltà e solo gradualmente, sotto la costante pressione di Lenin. Egli, che non faceva distinzioni aristocratiche fra i popoli e che considerava la tendenza ad evitare o a posporre i problemi delle nazionalità oppresse come puro sciovinismo grande-russo, aveva esteso il diritto all’autodeterminazione, in altre parole alla separazione, agli ucraini come ai polacchi.

Preso il potere, sorse all’interno del partito un serio scontro riguardante la risoluzione di numerosi problemi delle varie nazionalità, ereditati dalla vecchia Russia zarista: Stalin, allora commissario del popolo per le nazionalità, rappresentò costantemente la tendenza più centralista e burocratica, e questo si evidenziò particolarmente proprio con la questione della Georgia e quella dell’Ucraina. La corrispondenza su questi punti è rimasta sinora inedita: speriamo di poter pubblicarne la piccola parte a nostra disposizione. Ogni rigo delle lettere e delle proposte di Lenin vibra della premura di concedere il più possibile a quei popoli che erano stati oppressi in passato; dalle proposte e dalle dichiarazioni di Stalin, al contrario, emerge sempre la tendenza verso il centralismo burocratico: per tutelare le “necessità amministrative”, cioè gli interessi della burocrazia, si definivano anche le più legittime rivendicazioni delle nazionalità oppresse come manifestazioni di nazionalismo piccoloborghese. Questi sintomi si potevano osservare già nel 1922-23: da allora si sono sviluppati mostruosamente, ed hanno portato all’immediato soffocamento di ogni tipo di evoluzione nazionale indipendente dei popoli dell’URSS.

Nella concezione del vecchio partito bolscevico, l’Ucraina sovietica avrebbe dovuto divenire l’asse poderoso intorno al quale si sarebbero riunite tutte le altre parti del popolo ucraino. Ora è indiscutibile che nel primo periodo della sua esistenza l’Ucraina sovietica esercitò un grande potere di attrazione anche dal punto di vista della nazionalità, e incoraggiò la lotta degli operai, dei contadini e degli intellettuali rivoluzionari dell’Ucraina Occidentale asservita alla Polonia; ma durante gli anni della reazione termidoriana, la posizione dell’Ucraina Sovietica mutò radicalmente, insieme con la valutazione della questione ucraina: quanto più profonde erano state le speranze risvegliate, tanto più acute fu la disillusione.

Certamente la burocrazia ha oppresso e soffocato anche il popolo della Grande Russia. Ma in Ucraina le cose sono state molto più compromesse dall’annientamento delle speranze nazionali: le restrizioni, le purghe, la repressione e in generale tutte le forme di persecuzione, in nessun luogo hanno assunto un carattere così criminale come in Ucraina, nella lotta alla possente e radicata aspirazione del popolo ucraino ad una maggiore libertà ed indipendenza. Per la burocrazia totalitaria, l’Ucraina sovietica è diventata solo una divisione amministrativa di un insieme economico, e una base militare dell’URSS. Sicuramente la burocrazia stalinista erige statue a Sevcenko, ma soltanto per schiacciare maggiormente sotto il suo peso il popolo ucraino, e per obbligarlo a cantar laudi, nella lingua del “Kobzar”, alla banda di massacratori del Cremlino.

Verso quelle zone dell’Ucraina attualmente al di fuori delle proprie frontiere l’attitudine del Cremlino è oggi la stessa che ha verso tutte le nazionalità oppresse, le colonie e le semicolonie: esse sono gli spiccioli da spendere nei trattati internazionali con i governi imperialisti. Nel recente XVIII congresso del “Partito comunista”, uno dei più ripugnanti rinnegati del comunismo ucraino, Manuilski, ha chiaramente spiegato che non solamente l’URSS, ma anche il COMINTERN (l’”alleanza-truffa” secondo l’espressione di Stalin) non si sono mai impegnati per l’emancipazione di popoli oppressi nei casi in cui gli oppressori non fossero nemici della cricca di Mosca. Stalin, Dimitrov e Manuilski difendono l’India dal … Giappone, ma non dall’Inghilterra, e sono disposti a cedere per sempre l’Ucraina Occidentale alla Polonia in cambio di un accordo diplomatico che attualmente risulta vantaggioso per i burocrati del Cremlino. Siamo ben lontani da quando nella loro politica non andavano più in là di qualche accomodamento episodico. Non resta la minima traccia della primitiva fiducia delle masse dell’Ucraina Occidentale verso il Cremlino: dopo l’ultima “purga” in Ucraina, in Occidente non resta più nessuno che voglia far parte di quella satrapìa del Cremlino che seguita ad usufruire del nome di Ucraina Sovietica. Le masse operaie dell’Ucraina Occidentale, della Bucovina, dell’Ucraina Carpatica sono in piena confusione: dove andare? Che cosa vogliamo? Indubbiamente questa situazione favorisce le cricche ucraine più reazionarie, che dimostrano il proprio “nazionalismo” cercando di vendere il popolo ucraino a questo o a quell’imperialismo in cambio di un‘indipendenza fittizia. Hitler basa la sua politica ucraina su questa tragica confusione. Una volta abbiamo detto: se non fosse stato per Stalin (per la nefasta politica del Comintern in Germania) non ci sarebbe nessun Hitler. Ora possiamo aggiungere: se non fosse per la violenza fatta all’Ucraina dalla burocrazia stalinista non ci sarebbe una politica hitleriana verso l’Ucraina stessa.

Non ci dilungheremo ad analizzare qui i motivi che hanno spinto Hitler a mettere da parte, almeno per ora, l’obiettivo della Grande Ucraina: devono ricercarsi da un lato negli accordi fraudolenti stipulati dall’imperialismo tedesco, e dall’altro nel timore di evocare un demone che potrebbe poi essere difficile esorcizzare. Hitler ha donato l’Ucraina carpatica ai macellai ungheresi, e ciò è stato fatto se non con l’aperta approvazione di Mosca, almeno con la certezza che questa approvazione ci sarebbe poi stata. E’ come se Hitler avesse detto a Stalin: “Se io stessi preparando un attacco imminente all’Ucraina sovietica, avrei certo tenuto l’Ucraina Carpatica nelle mie mani”. In cambio Stalin, nel XVIII Congresso, ha apertamente preso posizione in favore di Hitler contro le calunnie delle “democrazie occidentali”. Hitler attaccare l’Ucraina? Mai e poi mai! Combattere Hitler? Non vi è alcun motivo. Ovviamente Stalin interpreta il regalo della Ucraina Carpatica all’Ungheria come un atto di pace.

E questo significa che, per il Cremlino, una parte del popolo ucraino si è realmente convertito in moneta di scambio nei suoi conteggi internazionali. La Quarta Internazionale deve comprendere chiaramente l’enorme importanza che la questione ucraina ha non solo per il destino dell’Europa orientale, ma per il futuro dell’Europa intera: stiamo parlando di una nazione di ovvia importanza come crocevia tra gli stati, che eguaglia numericamente la popolazione della Francia, e che occupa un territorio ricchissimo e di altissima importanza strategica.

La questione del destino dell’Ucraina si pone in tutta la sua preminenza: è necessario porsi un obiettivo chiaro e definito che sia adatto alla nuova situazione. A mio parere, in questo momento uno solamente è l’obiettivo possibile: una Ucraina sovietica, unita, libera e indipendente, operaia e contadina.

Questo programma è in aperta contraddizione, in primo luogo, con gli interessi delle tre potenze imperialiste del settore: Polonia, Ungheria e Romania. Solo qualche imbecille, pacifista ad oltranza, può pensare che l’indipendenza e l’unificazione si possano ottenere con pacifici metodi diplomatici, come i referendum, le decisioni della Società delle Nazioni, e simili. Naturalmente, non sono affatto meglio quei “nazionalisti” che pensano di risolvere la questione ucraina entrando al servizio di un imperialismo contro un altro: Hitler ha dato una buona lezione a questi avventurieri regalando (ma fino a quando?) l’Ucraina Carpatica agli ungheresi, che hanno immediatamente sacrificato molti fedeli ucraini. Finché il problema verrà affrontato solo dagli stati imperialisti in termini di potenza bellica, la vittoria dell’uno o dell’altro gruppo significherà soltanto un nuovo smembramento e una sottomissione ancora più brutale del popolo ucraino. Il programma indipendentista per l’Ucraina, nell’età dell’imperialismo è direttamente ed indissolubilmente legato al programma della rivoluzione proletaria, e sarebbe criminale farsi illusioni in proposito.

Ma l’indipendenza di un’Ucraina unificata significherebbe la separazione dell’Ucraina Sovietica dall’URSS, grideranno in coro tutti gli “amici” del Cremlino. E che cos’ha questo di così terribile?Gli rispondiamo. Il culto fervente delle frontiere nazionali ci è alieno. Non sosteniamo la posizione di un insieme “unito e indivisibile”. Dopo tutto, anche la Costituzione del’URSS riconosce ai suoi popoli federati il diritto all’autodeterminazione, ovvero alla separazione, e neppure l’interessata aristocrazia del Cremlino si preoccupa di negare questo principio. Almeno finché resta solo sulla carta: la minima intenzione di porre apertamente la questione di un’Ucraina indipendente significherebbe, infatti, l’immediata esecuzione con l’accusa di tradimento. Ma è proprio questo spregevole sbaglio, proprio questa spietata persecuzione di ogni libera idea nazionale che ha portato le masse lavoratrici ucraine a considerare la dominazione del Cremlino una mostruosa oppressione, ancor di più di quanto lo facciano le masse della Grande Russia. Con una simile situazione interna, è naturalmente impossibile anche solo pensare che l’Ucraina Occidentale si possa unire volontariamente all’URSS come è oggi: per questo, l’unificazione dell’Ucraina presuppone la liberazione della cosiddetta Ucraina Sovietica dal tallone stalinista. Anche in questo, la cricca bonapartista raccoglierà ciò che ha seminato.

Ma tutto questo non provocherebbe un indebolimento militare dell’URSS? Urleranno terrorizzati gli “amici” del Cremlino. Rispondiamo che sono invece le tendenze centrifughe incontrollate, generate dalla dittatura bonapartista ciò che causa l’indebolimento dell’URSS. In caso di guerra, l’odio delle masse per la cricca dominante potrebbe portare alla caduta di tutte le conquiste sociali di Ottobre. La fonte dello spirito disfattista è nel Cremlino stesso. D’altra parte, un’Ucraina Sovietica indipendente diverrebbe, anche in contrasto coi propri interessi, un possente baluardo a sudovest dell’URSS. Più presto si scalzerà, si schiaccerà e si liquiderà l’attuale casta bonapartista, più ferma sarà la difesa della Repubblica e più sicuro il suo futuro socialista.

Naturalmente un’Ucraina operaia e contadina potrà in seguito unirsi con la Federazione Sovietica: però volontariamente e alle condizioni che riterrà essa stessa accettabili, la qual cosa presuppone una rigenerazione rivoluzionaria dell’URSS. La reale emancipazione del popolo ucraino è inconcepibile senza una rivoluzione o una serie di rivoluzioni in Occidente che devono culminare con la creazione degli Stati Uniti Sovietici d’Europa. Un’Ucraina indipendente potrebbe, e indubbiamente lo farebbe, essere membro alla pari di questa federazione. La rivoluzione proletaria in Europa a sua volta non lascerebbe in piedi neanche una pietra della ripugnante struttura del bonapartismo stalinista: in tal caso, la stretta unione degli Stati Uniti d’Europa e dell’URSS rigenerata sarebbe inevitabile e produrrebbe infiniti vantaggi per il continente asiatico e quello europeo, inclusa ovviamente l’Ucraina. Qui però entriamo in questioni di secondo o terzo livello: la cosa importante è la garanzia rivoluzionaria dell’unità e indipendenza di un’Ucraina operaia e contadina nella lotta tanto contro l’imperialismo che contro il bonapartismo di Mosca.

L’Ucraina è particolarmente ricca ed esperta in false vie di lotta per l’emancipazione nazionale; qui si è tentato di tutto: il piccolo-borghese Skoropadski e la Rada, Petlura, l’”alleanza” con gli Hohenzollern e gli accordi con la Entente. Dopo tutti questi tentativi, soltanto dei cadaveri politici possono continuare a riporre speranze in qualcuna delle fazioni della borghesia ucraina come dirigenza della lotta nazionale per l’indipendenza. Il proletariato ucraino è in grado non soltanto di portare a termine il processo (che è essenzialmente rivoluzionario) ma anche di prendere l’iniziativa di questa operazione: il proletariato e solo il proletariato può riunire attorno a sé le masse contadine e gli intellettuali nazionali sinceramente rivoluzionari. Al principio dell’ultima guerra imperialista, gli ucraini Melenevski (“Basok”) e Skoropis-Yeltujovski cercarono di porre il movimento di liberazione ucraino sotto l’ala protettrice del generale degli Hohenzollern, Ludendorff, e per far ciò si nascosero dietro slogan di sinistra: i marxisti rivoluzionari li stanarono a pedate. Così dovranno comportarsi i rivoluzionari del futuro. La guerra che si approssima creerà un’atmosfera favorevole ad ogni sorta di avventurieri, di cacciatori di miracoli e di cercatori del Vello d’Oro: tutti questi signori, cui piace scaldarsi le mani al tepore della questione nazionale, non dovranno essere ammessi nei ranghi del movimento operaio in lotta. Nessun compromesso con l’imperialismo, fascista o democratico che sia! Non la più piccola concezione ai nazionalisti ucraini, tanto ai reazionari clericali che ai liberali pacifisti! Niente “Fronti Popolari”! Totale indipendenza del partito proletario come avanguardia dei lavoratori! Questa, a mio parere, è la politica corretta nei riguardi della questione ucraina. Parlo personalmente e a nome mio. Il problema deve essere aperto alla discussione internazionale, e i primi ad aver il diritto di parlare sono i marxisti rivoluzionari ucraini. Dobbiamo ascoltarli con maggiore attenzione. È meglio però che si sbrighino: c’è poco tempo per prepararsi!

L’indipendenza dell’Ucraina e la confusione dei settari

[Pubblicato sul Socialist Appeal, il 15 e il 18 di settembre del 1939. Trotskij risponde qui a una critica all’articolo “La questione ucraina”, scritto il 30 luglio 1939.]

In una delle piccole pubblicazioni settarie che appaiono in America e che si alimentano delle briciole che cadono dal tavolo della Quarta Internazionale, ricambiandole con la più nera ingratitudine, mi sono imbattuto casualmente nell’articolo dedicato al problema ucraino. Che confusione! Il settario autore si oppone, naturalmente, alla parola d’ordine di una Ucraina Sovietica indipendente. È a favore della rivoluzione mondiale e a favore del socialismo “totalmente”. Ci accusa di ignorare gli interessi dell’Urss e di rinnegare il concetto di rivoluzione permanente. Ci accusa di essere centristi. La critica è molto severa, quasi implacabile. Disgraziatamente non capisce assolutamente niente (il nome della sua pubblicazione, The Marxist, suona alquanto ironico). Ma la sua incapacità di comprendere assume forme così definite, quasi classiche, che ci permettono di chiarire la questione meglio e più a fondo.

Il nostro critico inizia con la seguente posizione: “Se gli operai dell’Ucraina Sovietica abbattono lo stalinismo e ristabiliscono un autentico Stato operaio, devono separarsi dal resto dell’Unione Sovietica? No”. E così via. “Se gli operai abbattono lo stalinismo…” allora vedremo cosa fare chiaramente. Ma prima bisogna abbatterlo. E per far questo non bisogna chiudere gli occhi davanti alla crescita delle tendenze separatiste in Ucraina, ma darle un’espressione politica corretta.

“Non [si deve] voltare le spalle all’Unione Sovietica -continua l’autore- ma rigenerarla e rafforzarla come un potente bastione della rivoluzione mondiale: questa è la strada del marxismo”. La tendenza reale dello sviluppo delle masse nazionali oppresse viene sostituita dal nostro saggio con speculazioni riguardo le strade migliori possibili per tale sviluppo. Con questo metodo, ma con molta più logica, si potrebbe dire: “Il nostro compito non è difendere una Unione Sovietica degenerata, ma la vittoriosa rivoluzione mondiale che trasformerà tutto il mondo in una nuova Unione Sovietica mondiale” eccetera. Simili aforismi non valgono niente.

Il critico ripete varie volte la mia posizione, che il destino di un’Ucraina indipendente è indissolubilmente legato alla rivoluzione mondiale. Di questa prospettiva generale, l’ABC per un marxista, si limita a farne una ricetta di passività conciliatrice e nichilismo nazionale.

Il trionfo della rivoluzione proletaria su scala mondiale è il prodotto finale di molteplici movimenti, campagne e battaglie, e non una condizione data a priori con cui risolvere automaticamente tutti i problemi. Solamente una posizione diretta e ferma sulla questione ucraina nelle circostanze esistenti faciliterà l’aggruppamento delle masse piccolo borghesi e contadine dietro il proletariato, come in Russia nel 1917. Sicuramente il nostro autore potrebbe obiettare che in Russia prima dell’Ottobre c’era la rivoluzione borghese in corso, invece ora abbiamo alle nostre spalle la rivoluzione socialista. Una rivendicazione che poteva essere progressista nel 1917 è attualmente reazionaria. Simile ragionamento, nel pieno spirito dei burocrati e dei settari, è falso dall’inizio alla fine.

Il diritto all’autodeterminazione dei popoli è, naturalmente, un principio democratico e non socialista. Ma i principi genuinamente democratici li appoggia e li porta in pratica nella nostra éra solo il proletariato rivoluzionario; proprio per questa ragione, s’intrecciano con i compiti socialisti. La decisa lotta del Partito Bolscevico per il diritto all’autodeterminazione dei popoli oppressi della Russia facilitò notevolmente la presa del potere da parte del proletariato. La rivoluzione proletaria risolvendo i problemi democratici, come quello agrario e quello nazionale, diede alla Rivoluzione Russa un carattere combinato. Il proletariato stava affrontando già compiti socialisti, ma non poteva elevare a quel livello i contadini e le nazionalità oppresse (in prevalenza contadine esse stesse) che erano obbligati a risolvere i loro compiti democratici. Da qui sorgono i compromessi storicamente ineludibili tanto nel campo agricolo, come in quello nazionale. Nonostante i vantaggi economici dell’agricoltura su grande scala, il governo sovietico si vide costretto a dividere i grandi possedimenti rurali. Solo dopo vari anni poté passare alle fattorie collettive, ed essendosi spinto troppo avanti si vide costretto, pochi anni più tardi, a fare concessioni ai contadini consegnandogli terre private che in molti posti tendono a inghiottire le fattorie collettive. Le tappe successive di questo processo contraddittorio non sono ancora risolte.

La necessità di un compromesso, o meglio ancora di una serie di compromessi, si pone in una forma simile nel campo del problema nazionale, la cui strada segue un percorso non più lineare di quello della rivoluzione agraria. La struttura federale della Repubblica Sovietica è un compromesso tra le necessità centralistiche dell’economia pianificata e quelle anticentralistiche delle nazioni che erano oppresse nel passato. Al momento della costruzione dello Stato operaio nella forma di una Federazione, il Partito Bolscevico sancì nella costituzione il diritto dei popoli alla separazione completa, dimostrando così che il partito non considerava affatto che la questione nazionale fosse risolta per sempre.

L’autore dell’articolo arguisce che i dirigenti del partito speravano di “convincere le masse a rimanere dentro la struttura di una Repubblica Sovietica Federale”. Questo è giusto, se la parola “convincere” non si prende nel senso di presentare argomenti logici, ma nel senso di passare attraverso l’esperienza di una collaborazione economica, politica e culturale. L’agitazione astratta a favore del centralismo non ha di per sé maggior peso. Come si è già detto, la federazione era una deviazione necessaria dal centralismo. Si deve aggiungere inoltre che la composizione della federazione non è in nessun modo posta a priori, per sempre. A seconda delle condizioni oggettive, una federazione può evolvere verso un maggiore centralismo, o al contrario, verso una maggiore indipendenza delle sue parti nazionali. Politicamente non si tratta se è vantaggioso “in generale” per vari popoli convivere nei confini di uno stato, ma se una nazione in particolare trova vantaggioso, sulla base della propria esperienza, aderire ad un determinato stato.

In altre parole: qual è, in queste circostanze, la tendenza che predomina sul compromesso del regime federativo, la centrifuga o la centripeta? O per essere più concreti: sono riusciti o no Stalin e i suoi satrapi ucraini a convincere le masse ucraine della superiorità del centralismo di Mosca sull’indipendenza dell’Ucraina? Questa domanda è di importanza decisiva. Purtroppo il nostro autore neanche sospetta della sua esistenza.

Vogliono le grandi masse del popolo ucraino separarsi dall’Urss? A prima vista sembrerebbe difficile rispondere a questa domanda, in quanto il popolo ucraino, come altri dell’Urss, è privato della possibilità di esprimere la propria volontà. Ma la stessa origine del regime totalitario e l’intensificazione della sua brutalità, soprattutto in Ucraina, provano che la vera volontà delle masse ucraine è completamente ostile alla burocrazia sovietica. Non mancano prove evidenti che l’origine di quest’ostilità è la soppressione dell’indipendenza ucraina. Le tendenze nazionaliste scoppiarono violentemente nel periodo tra il 1917 e il 1919. Il Partito Borotba è stata l’espressione di sinistra di queste tendenze.(1)

L’indicatore più importante del successo della politica leninista è stata la fusione del Partito Bolscevico Ucraino con l’organizzazione dei borotbisti.

Durante il decennio successivo, invece, ci fu una vera rottura con il gruppo Borotba, e i suoi dirigenti furono perseguitati. Skripnik(2), bolscevico della Vecchia Guardia, uno stalinista puro, è stato portato al suicidio per un’ipotetica tolleranza eccessiva delle tendenze nazionalistiche.

Il vero “organizzatore ” di questo suicidio è stato l’emissario stalinista Postishev(3), che poi rimase in Ucraina quale rappresentante della politica centralista di Mosca.

Ora lo stesso Postishev è caduto in disgrazia. I fatti sono profondamente sintomatici, in quanto rivelano quanta forza ci sia dietro la pressione dell’opposizione nazionalista alla burocrazia. In nessun altro posto le purghe e la repressione hanno assunto un carattere così selvaggio e massiccio come in Ucraina.

La decisa presa di distanza degli elementi democratici ucraini dell’Unione Sovietica è di enorme importanza politica. Quando il problema ucraino si aggravò all’inizio di quest’anno, non si sono sentite per niente le voci dei comunisti, ma quelle dei clericali e dei socialisti nazionalisti erano abbastanza forti. Questo significa che l’avanguardia proletaria ha lasciato che il movimento nazionale ucraino gli sfuggisse dalle mani e si spingesse molto avanti sulla strada del separatismo. Infine è anche abbastanza rilevante lo stato d’animo che predomina tra gli emigrati nel continente americano. Per esempio in Canada, dove gli ucraini costituivano il grosso del Partito Comunista, nel 1933 è cominciato, secondo quanto mi ha informato un esponente di spicco del movimento, un rilevante esodo degli operai e dei contadini ucraini dalle fila del comunismo, cadendo nell’apatia o in diversi tipi di nazionalismo. L’insieme di questi sintomi e di fatti testimonia irrefutabilmente il crescente rafforzamento delle tendenze separatiste tra le masse ucraine.

Questo è l’elemento che sta alla base dell’intero problema. Dimostra che nonostante il gigantesco passo avanti compiuto dalla Rivoluzione d’Ottobre nel campo delle relazioni nazionali, la rivoluzione proletaria isolata in un paese arretrato si è dimostrata incapace di risolvere il problema nazionale, in special modo quello ucraino, che è, nella sua essenza, di carattere internazionale. La reazione termidoriana, che ha portato alla burocrazia bonapartista, ha fatto arretrare le masse anche nel campo nazionale. Le grandi masse del popolo ucraino non sono soddisfatte della propria sorte come nazione e vogliono cambiarla drasticamente. Il politico rivoluzionario, a differenza del burocrate e del settario, deve prendere questo fatto come punto di partenza.

Se il nostro critico fosse capace di pensare politicamente, si sarebbe ricordato senza grosse difficoltà degli argomenti degli stalinisti contro la parola d’ordine di un’Ucraina indipendente: “…nega la posizione della difesa dell’Unione Sovietica”, “rompe l’unità delle masse rivoluzionarie”, “non serve agli interessi della rivoluzione ma a quelli dell’imperialismo”. In altre parole, gli stalinisti ripeterebbero i tre argomenti del nostro autore. Lo faranno indubbiamente anche domani. La burocrazia del Cremlino dice alla donna sovietica: siccome c’è il socialismo nel nostro paese, devi essere felice nell’Urss e smettere di fare aborti (o subisci il castigo). Agli ucraini dice: siccome la rivoluzione socialista ha già risolto la questione nazionale, il vostro dovere è di essere felici nell’Urss e rinunciare a qualsiasi idea di separazione (o affrontate il plotone di fucilazione).

Cosa dice un rivoluzionario alla donna? “Deve decidere da sola se desidera avere un figlio; io difenderò il suo diritto all’aborto contro la polizia del Cremlino.” Al popolo ucraino dice: “Quello che mi interessa è il vostro atteggiamento nei confronti della vostra sorte nazionale e non i sofismi ‘socialisti’ della polizia del Cremlino; io appoggerò la vostra lotta per l’indipendenza con tutte le mie forze!”.

I settari, come spesso succede, si trovano dalla parte della polizia, mentre proteggono lo status quo, ossia la violenza poliziesca, attraverso una sterile speculazione riguardo i vantaggi dell’unificazione socialista delle nazioni invece della loro divisione. Certamente la separazione dell’Ucraina è svantaggiosa nei confronti di una federazione socialista volontaria ed egualitaria; ma sarebbe positiva se paragonata allo strangolamento burocratico del popolo ucraino. Per continuare insieme più compattamente e più onestamente, a volte è necessario prima separarsi. Lenin amava citare il fatto che le relazioni tra gli operai svedesi e norvegesi migliorarono e si fecero più stretti dopo che si ruppe l’unificazione conflittuale di Svezia e Norvegia.

Dobbiamo partire da fatti e non da principi ideali. La reazione termidoriana dell’Urss, la sconfitta di varie rivoluzioni, le vittorie del fascismo -che sta aggiustando a suo modo la mappa dell’Europa- si devono pagare in contanti in tutti gli ambiti, incluso nella questione ucraina. Se ignoreremo la situazione determinata dalle sconfitte, se pretenderemo che non sia successo niente di straordinario, e se contrapponeremo astrazioni familiari a fatti sgradevoli, potremmo di sicuro dare alla reazione le possibilità di una rivincita in un futuro più o meno immediato.

Il nostro autore interpreta la rivendicazione di una Ucraina indipendente così: “Prima di tutto l’Ucraina Sovietica deve rendersi indipendente dal resto dell’Unione Sovietica,dopo avremo la rivoluzione proletaria e la unificazione del resto dell’Ucraina”. Ma, come ci può essere una separazione senza prima una rivoluzione? L’autore cade in un circolo vizioso, e la parola d’ordine di un’Ucraina indipendente insieme alla “logica difettosa” di Trotskij rimane completamente screditata. In realtà questa peculiare logica -“prima” e “dopo”- non è altro che un esempio flagrante di pensiero scolastico. Il nostro sventurato critico non sospetta neanche che i processi storici possono accadere non solo “prima” e “dopo” ma anche parallelamente, influenzarsi [a vicenda], avere un’accelerazione o un ritardo mutui, e che il compito dei politici rivoluzionari consiste propriamente nell’accelerare l’azione e la reazione reciproca dei processi progressivi. La parola d’ordine di una Ucraina indipendente mira a colpire al cuore la burocrazia di Mosca e permette all’avanguardia proletaria di trascinare le masse contadine. Dall’altra parte, la stessa rivendicazione apre al partito proletario la possibilità di giocare un ruolo dirigente nel movimento nazionale ucraino di Polonia, Romania e Ungheria. Entrambi i processi politici daranno un impulso in avanti al movimento rivoluzionario e aumenteranno il peso specifico dell’avanguardia proletaria.

La mia posizione sul fatto che gli operai e i contadini dell’Ucraina Occidentale (Polonia) non vogliono unirsi all’Unione Sovietica tale come è costituita e del fatto che è un argomento in più a favore dell’indipendenza dell’Ucraina, il nostro saggio la elude con l’affermazione che, anche se fosse questo il loro desiderio, non dovrebbero unirsi all’Unione Sovietica perché potrebbero farlo appena “dopo la rivoluzione proletaria in Ucraina Occidentale” (ovviamente Polonia). In altre parole: adesso la separazione dell’Ucraina è impossibile, e dopo il trionfo della rivoluzione sarebbe reazionaria. Un ritornello vecchio e conosciuto!

Luxemburg, Bucharin, Piatakov e molti altri hanno usato la stessa argomentazione contro il programma dell’autodeterminazione nazionale: sotto il capitalismo è utopico, sotto il socialismo è reazionario. L’argomentazione è falsa fino al midollo perché ignora il momento della rivoluzione sociale e i suoi compiti. È certo che sotto il dominio dell’imperialismo è impossibile un’indipendenza genuinamente stabile e ferma delle nazioni piccole e medie. È anche certo che con un socialismo totalmente sviluppato, ossia con la progressiva dissoluzione dello Stato, il problema dei confini nazionali scomparirà. Ma tra i due fatti -il presente e il completo socialismo- sono compresi quei decenni nel corso dei quali ci prepariamo a realizzare il nostro programma. La rivendicazione di un’Ucraina Sovietica indipendente è di principale importanza per la mobilitazione delle masse e per la loro educazione nel periodo di transizione.

I settari semplicemente ignorano che la lotta nazionale, una delle forme più labirintiche e complesse ma allo stesso tempo più importanti della lotta di classe, non si può eliminare con vaghi riferimenti alla futura rivoluzione mondiale. Avendo distolto gli occhi dall’Urss, e mancando di appoggio e di direzione da parte del proletariato internazionale, le masse piccolo borghesi e anche proletarie dell’Ucraina Occidentale sono candidate sicure della demagogia reazionaria. Indubbiamente nell’Ucraina Sovietica avvengono processi simili, solo che sono più difficili vederli allo scoperto. La rivendicazione dell’Ucraina indipendente, sostenuta da tempo dall’avanguardia proletaria, porterà inevitabilmente a una stratificazione della piccola borghesia, e faciliterà l’alleanza dei suoi strati più bassi con il proletariato. Solo così si può preparare la rivoluzione proletaria.

“Se gli operai portano a termine una rivoluzione vittoriosa in Ucraina Occidentale -insiste l’autore- la nostra strategia sarebbe allora di rivendicare che l’Ucraina Sovietica si separi e si unisca alla sua parte occidentale? Al contrario.” Quest’affermazione chiarisce fino in fondo la “nostra strategia”. Un’altra volta ascoltiamo la stessa cantilena: “Se gli operai portano a termine…” I settari si accontentano di una deduzione logica partendo da una rivoluzione ipoteticamente già riuscita. Ma per un rivoluzionario la cosa essenziale è proprio come aprire la strada alla rivoluzione, come facilitare alle masse l’avvicinamento della rivoluzione, come avvicinare il momento della rivoluzione, come assicurarsi il suo trionfo. “Se gli operai portano a termine”, una rivoluzione vittoriosa, certamente che tutto andrà bene. Ma proprio adesso non c’è nessuna rivoluzione vittoriosa, [ma] c’è una reazione vittoriosa.

Quello è il compito: cercare il ponte che permette di passare dalla reazione alla rivoluzione. Detto di passaggio, quello è il senso di tutto il nostro programma di transizione (L’agonia mortale del capitalismo e i compiti della Quarta Internazionale). Importa poco se i settari di ogni genere non riescono a comprendere il significato. Lavorano con astrazioni: un’astrazione di imperialismo e un’astrazione della rivoluzione socialista. Il problema della transizione dall’autentico imperialismo all’autentica rivoluzione, il problema di come mobilitare le masse per la conquista del potere in una situazione storica data, continua ad essere per questi sterili sapientoni un libro sigillato con sette sigilli.

Ammucchiando in modo indiscriminato tremende accuse, il nostro critico dichiara che la parola d’ordine di un’Ucraina indipendente serve agli interessi degli imperialisti (!) e degli stalinisti (!) perché “nega completamente la posizione della difesa dell’Unione Sovietica”. Non si capisce perché compaiano tirati per i capelli, “gli interessi degli stalinisti”. Ma limitiamoci alla questione della difesa dell’Urss. Un’Ucraina indipendente minaccerebbe questa difesa solamente se fosse ostile non solo alla burocrazia, ma anche all’Urss. Nel caso si compisse questa premessa (ovviamente falsa), come può chiedere un socialista che si trattenga un’Ucraina ostile dentro i confini dell’Urss? O la domanda ingloba solo il periodo della rivoluzione nazionale?

Apparentemente il nostro critico ha riconosciuto l’inevitabilità di una rivoluzione politica contro la burocrazia bonapartista. Nonostante ciò, come ogni rivoluzione comporta indubbiamente qualche rischio dal punto di vista della difesa. Che fare? Se il nostro critico avesse realmente pensato al problema, avrebbe risposto che quel pericolo è un rischio storico ineludibile che non può evitarsi, perché sotto il dominio della burocrazia bonapartista l’Urss è condannata. Lo stesso ragionamento è applicabile all’insurrezione rivoluzionaria nazionale, che non è altra cosa che una parte della rivoluzione politica.

Occorre evidenziare che l’argomento più serio contro l’indipendenza non passa neanche per la testa del nostro critico. L’economia dell’Ucraina Sovietica rientra in un piano. La sua separazione minaccia la rottura di quel piano e la riduzione delle forze produttive. Ma neanche tale argomento è decisivo. Un piano economico non è qualcosa di sacro. Se gli stati nazionali di una federazione, nonostante il piano unificato, vanno ognuno per conto proprio, ciò vuol dire che il piano non li soddisfa. Un piano è opera degli uomini. Si può rifare conformemente alle nuove frontiere. Nella misura in cui quel piano sia vantaggioso per l’Ucraina, lei stessa vorrà, e saprà, come arrivare all’accordo economico necessario con l’Unione Sovietica, come anche stipulare la necessaria alleanza militare.

Per di più è inammissibile scordarsi che il saccheggio e il dominio arbitrario della burocrazia formano parte del piano economico attuale, che porta via un forte bottino dall’Ucraina. Il piano dev’essere controllato drasticamente, tutto e in primo luogo in questo aspetto. La decadente casta dominante sta distruggendo sistematicamente l’economia, l’esercito e la cultura del paese. Sta annichilendo il fior fiore della sua popolazione e sta preparando il terreno per la sua catastrofe. L’eredità della rivoluzione si può solo salvare con un rovesciamento. Quanto più decisa e risoluta sarà la politica dell’avanguardia proletaria riguardo la questione nazionale tra le altre [questioni], più successo avrà il rovesciamento rivoluzionario e minore [sarà] il suo costo.

La parola d’ordine di un’Ucraina indipendente non significa che rimarrà isolata per sempre, ma che potrà determinare nuovamente da sola e secondo la propria libera volontà quali saranno i suoi rapporti con il resto dell’Unione Sovietica e con i suoi vicini occidentali. Consideriamo una variante ipotetica favorevole al nostro critico: la rivoluzione avviene simultaneamente in tutta l’Unione Sovietica. Il polipo burocratico è strangolato e messo da parte. Il congresso costituente dei soviet è all’ordine del giorno.

L’Ucraina esprime il suo desiderio di ridefinire le sue relazioni con l’Urss. Perfino il nostro critico, speriamo, sarà pronto a concederle questo diritto. Ma per determinare liberamente le proprie relazioni con le altre repubbliche sovietiche, per avere il diritto di dire di sì o di no, le si deve ridare una totale libertà di azione, almeno durante la durata del suo periodo costituente. Per [definire] questo [processo] non c’è altro nome che indipendenza statale.

Adesso supponiamo che la rivoluzione coinvolga anche la Polonia, la Romania e l’Ungheria. Ogni settore del popolo ucraino viene liberato ed entra nei negoziati per unirsi all’Unione Sovietica. Allo stesso tempo esprime il desiderio di avere voce in capitolo sulla questione delle relazioni tra l’Ucraina unificata e l’Unione Sovietica, con la Polonia Sovietica, ecc…

È evidente che per decidere su ognuna di queste questioni sarà necessario convocare l’Assemblea Costituente dell’Ucraina unificata. Ma una Costituente implica uno Stato indipendente che si prepara a determinare il suo regime interno e la sua posizione internazionale.

Si può supporre con una certa proprietà che nel caso che trionfi la rivoluzione mondiale, la tendenza all’unità acquisterà una forza enorme, e che tutte le repubbliche sovietiche troveranno le forme adeguate di alleanza e di collaborazione. Si potrebbe arrivare a questa meta se tutti i legami conflittuali, e di conseguenza le vecchie frontiere, saranno distrutti totalmente, solo se ognuna delle parti contrastanti è totalmente indipendente. Per accelerare e facilitare questo processo, per rendere possibile una genuina fratellanza tra i popoli nel futuro, gli operai dell’avanguardia della Grande Russia devono comprendere fin d’ora le cause del separatismo ucraino, così come il potere latente e il diritto storico che lo sostengono, e deve annunciare senza riserve al popolo ucraino che sono pronti ad appoggiare con tutte le loro forze la parola d’ordine di un’Ucraina Sovietica indipendente, in una lotta congiunta contro la burocrazia autocratica e contro l’imperialismo.

I nazionalisti piccolo borghesi ucraini considerano corretta la parola d’ordine di un’Ucraina indipendente. Ma fanno obiezioni se si lega tale rivendicazione con la rivoluzione proletaria. Vogliono un’Ucraina democratica indipendente e non un’Ucraina Sovietica. È necessario entrare qui in un’analisi più dettagliata della questione in quanto non si tratta solo dell’Ucraina, ma anche della valutazione generale di un’epoca, che varie volte abbiamo analizzato. Evidenzieremo solamente gli aspetti più importanti.

La democrazia sta degenerando e sta morendo perfino nei suoi centri metropolitani. Solo gli imperi coloniali più ricchi o i paesi borghesi particolarmente privilegiati possono mantenere ancora oggi un regime democratico, ma anche lì sono in decadenza. Non c’è nessun valido motivo per supporre che un’Ucraina povera e arretrata potrà dar vita e potrà mantenere un regime democratico. Inoltre l’indipendenza dell’Ucraina non avrà lunga vita in un sistema imperialista. L’esempio della Cecoslovacchia è abbastanza eloquente. Mentre saranno in vigore le leggi dell’imperialismo, la sorte delle piccole e medie nazioni continuerà ad essere instabile. Solo la rivoluzione proletaria potrà abbattere l’imperialismo.

La parte più grossa della nazione ucraina è rappresentata ora dalla Ucraina Sovietica. Lo sviluppo dell’industria vi ha creato un potente proletariato puramente ucraino. Esso è destinato a diventare il leader del popolo ucraino in tutte le sue future lotte. Il proletariato ucraino vuole sottrarsi alle grinfie della burocrazia. La rivendicazione di un’Ucraina democratica è possibile storicamente. Ma il suo unico scopo è consolare gli intellettuali piccolo borghesi. Non unirà le masse. E senza le masse è impossibile l’emancipazione e l’unificazione dell’Ucraina. Il nostro severo critico ci scaglia il termine “centrismo” a ogni passo. Secondo lui tutto l’articolo è scritto per smascherare il nostro “centrismo”. Ma non fa nessun tentativo di dimostrare in cosa consiste esattamente il “centrismo” della rivendicazione di un’Ucraina Sovietica indipendente. Sicuramente non è un compito facile.

Il nome centrismo si dà a una politica che è nella sua essenza opportunista e che cerca di apparire rivoluzionaria nella forma. L’opportunismo consiste in un adattamento passivo alla classe dominante e al suo regime, a ciò che esiste già, incluso anche le frontiere nazionali. Il centrismo condivide quest’aspetto fondamentale dell’opportunismo, ma per adattarsi al malcontento degli operai lo ricoprono di commenti di sinistra.

Se partiamo da questa definizione scientifica, risulterà che la posizione del nostro sventurato critico è in parte e nell’insieme centrista. Prende come spunto i limiti specifici (accidentali dal punto di vista della politica nazionale e rivoluzionaria) che dividono le nazioni, come se fossero qualcosa di immutabile. La rivoluzione mondiale, che per lui non è una realtà vivente ma l’incantesimo di uno stregone, deve accettare quei limiti come punto di partenza.

Non si preoccupa minimamente delle tendenze centrifughe nazionaliste che possono indirizzarsi verso la reazione o verso la rivoluzione. Violano il loro pigro schema amministrativo costruito sul modello del “prima” e “dopo”. Fugge dalla lotta per l’indipendenza nazionale contro l’oppressione burocratica e si rifugia nelle speculazioni riguardo la superiorità dell’unità socialista. In altre parole: la sua politica (se si può chiamare politica i commenti scolastici sulla politica degli altri) contiene i tratti più nefasti del centrismo.

Il settario è un opportunista che ha paura di se stesso. Nel settarismo l’opportunismo (centrismo) rimane incapsulato nella sua fase iniziale, come un bocciolo. Poi si apre per un terzo, per metà e a volte anche di più. Abbiamo allora una peculiare combinazione di settarismo e centrismo (Vereecken), o di settarismo con un poco di opportunismo (Sneevliet). Ma ci sono casi in cui marcisce senza fiorire (Oehler). Se non sbaglio, Oehler dirige The Marxist.(4)


(1) - Il Partito Borotba (Lotta) dell’Ucraina agì tra il 1918 e il 1920, fin quando si unì al Partito Comunista Ucraino. A metà degli anni Venti la direzione del Pc era occupata dagli ex-borotbisti e portò avanti una politica di ucrainizzazione fino a verso la fine del decennio, cioè quando gli stalinisti si schierarono contro questa politica e cacciarono dalla direzione i borotbisti. La maggior parte di loro morirono nelle purghe degli anni ‘30

(2) - Nicolai A. Skripnik (1872-1933) si unì alla socialdemocrazia russa nel 1897. Dopo la rivoluzione di Ottobre fu più volte commissario degli affari interni e dell’educazione della Repubblica Socialista dell’Ucraina e fu membro del CC del Partito Comunista Ucraino.

(3) - Pavel P. Postishev (1888-1940) è stato membro della Vecchia Guardia Bolscevica, ha fatto parte dell’Ufficio Politico nel 1926 ed è stato segretario del Partito Comunista di Ucraina. È stato arrestato e giustiziato nel 1938.

(4) - Georges Vereecken rappresentava una tendenza settaria all’interno della sezione belga del movimento trotskista. Henricus Sneevliet (1883-1942) è stato uno dei fondatori del Partito Comunista d’Olanda e d’Indonesia. Si separò da questo nel 1927 e nel 1933 il suo gruppo si unì al movimento a favore della Quarta Internazionale. È stato uno dei firmatari del primo appello pubblico per una nuova internazionale. Nonostante ciò ruppe con questa nel 1938 per differenze sulla politica sindacale e sulla Guerra Civile Spagnola. Ugo Oehler capeggiava una frazione settaria del Workers Party degli Usa, che si opponeva alla sua entrata nel Partito Socialista come forma per conquistare la crescente ala sinistra che si stava formando in quel partito. Lui e il suo gruppo vennero espulsi nel 1935 per violazione della disciplina di partito.

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