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Ritratto di una sconfitta


È stato pubblicato il 6 dicembre il cosiddetto Rapporto Baker-Hamilton, ossia il risultato dell’indagine sulla guerra in Iraq condotta da un gruppo bipartisan nominato dal Congresso statunitense sotto la guida di James Baker, ex segretario di Stato alle finanze e poi agli esteri sotto i presidenti repubblicani Reagan e Bush padre.

 

La polemica con l’amministrazione Bush è esplicita: “I nostri dirigenti politici devono costruire un approccio bipartisan per portare a una conclusione responsabile quella che ora è una guerra lunga e costosa. Il nostro paese merita un dibattito che premi la sostanza rispetto alla retorica”.

La situazione degli americani in Iraq viene descritta in termini inequivoci: “La capacità degli Stati Uniti di influenzare gli avvenimenti all’interno dell’Iraq diminuisce.” In ottobre le forze Usa hanno subito 110 perdite, il mese peggiore dal gennaio 2005. In totale la media di attacchi è stata di 180 al giorno contro i 70 del gennaio 2006. Il totale delle perdite Usa in Iraq ammonta a 2932 soldati, oltre 21mila sono i feriti.

La resistenza nelle aree sunnite “si rifornisce di armi e fondi in primo luogo dall’interno dell’Iraq”, mentre il numero di combattenti stranieri è ridotto e viene stimato attorno a 1300.

Colpisce anche il quadro di isolamento degli stati maggiori delle forze occupanti, asserragliati nella “zona verde” di Baghdad e incapaci di trovare alcun punto di appoggio sul terreno. L’ambasciata Usa a Baghdad è un apparato enorme, la più grande del mondo con mille addetti; ma di questi solo 33 parlano arabo, sei dei quali in modo scorrevole! Si riporta l’opinone di un analista dei servizi segreti: “Ci basiamo troppo sulle informazioni che altri ci forniscono e troppo spesso non comprendiamo quello che ci viene riferito perché non ne comprendiamo il contesto”.


Tattiche fallimentari


Nonostante il rapporto ometta accuratamente qualsiasi riferimento alle vittime civili e ai massacri indiscriminati condotti dalle truppe Usa e dai loro collaboratori, non può tuttavia nascondere il loro sostanziale fallimento da un punto di vista militare.

Le truppe Usa, a dire del rapporto, possono “ripulire” quelle aree del paese che mettono di volta in volta nel mirino delle loro operazioni. Tuttavia non riescono in alcun modo a mantenerne il controllo, con la conseguenza che ogni volta devono ricominciare da capo.

L’Operazione “Together For-ward II” lanciata nell’agosto 2006 congiuntamente fra i 15mila soldati Usa di stanza a Baghdad e le truppe governative irachene è stata “un fallimento scoraggiante. La violenza a Baghdad, che già era elevata, è balzata in avanti di oltre il 43 per cento tra l’estate e l’ottobre del 2006. Le forze Usa continuano a subire perdite elevate. I colpevoli delle violenze lasciano i quartieri prima dei rastrellamenti solo per tornare a infiltrarsi successivamente. La polizia non ha potuto o voluto fermare queste infiltrazioni e la violenza perdurante. L’Esercito iracheno ha fornito solo due dei sei battaglioni che aveva promesso (…) Poiché nessuna delle operazioni condotte dalle forze militari Usa e irachene cambia in modo fondamentale le condizioni che incoraggiano la violenza settaria, le forze Usa sembrano intrappolate in una missione la cui fine non è prevedibile”.

Più sinteticamente si è espresso il nuovo segretario di Stato Usa, Gates, che ha preso il posto di Rumsfeld, quando nel dibattito al Congresso a un deputato che gli chiedeva se gli Usa stanno vincendo la guerra in Iraq ha risposto “No, sir”.

Fino ad oggi gli Usa hanno speso circa 400 miliardi di dollari nella guerra irachena, l’uscita attuale è di due miliardi alla settimana. Il rapporto stima che la spesa complessiva finale, comprendendo voci quali la cure mediche per i veterani e la sostituzione del materiale bellico, potrebbe arrivare allo stupefacente totale di 2.000 miliardi di dollari.


Il ruolo delle milizie


Seppure senza entrare troppo nei dettagli, il rapporto ammette il legame fra gli squadroni della morte che insanguinano l’Iraq e il governo filoamericano. Questo è un punto importante da sottolineare, poiché nella rappresentazione dei mass media, gli scontri intestini all’Iraq, che stanno conducendo il paese verso la guerra civile, vengono rubricati semplicemente come “scontri settari” su base religiosa, nascondendo il fatto che il conflitto intestino è in larga parte, anche se non esclusivamente, l’altra faccia dell’occupazione militare Usa.

“Le milizie sciite impegnate nella violenza settaria pongono una forte minaccia alla stabilità immediata e di lungo termine. (…) Alcune sono affiliate al governo (…)”. Più avanti si cita la Brigata Badr, addestrata dagli iraniani e da più parti denunciata come colpevole di molti dei peggiori massacri: “La Brigata Badr è affiliata allo Sciri (Consiglio per la rivoluzione islamica in Iraq), guidato da Abdul Aziz al Hakim. La Brigata Badr ha legami di lunga data con i corpi delle Guardie rivoluzionarie iraniane. Molti membri della Badr sono stati integrati nella polizia. (…) Indossando le uniformi dei servizi di sicurezza, combattenti della Badr hanno preso a bersaglio civili arabi sunniti. Si sono scontrati anche con l’Esercito del Mahdi, particolarmente nel sud dell’Iraq”.

Il rapporto non contiene elementi nuovi o sconosciuti a chi abbia seguito minimamente le vicende irachene. Di nuovo c’è il fatto che per la prima volta la classe dominante nordamericana sia costretta ad aprire un dibattito non più solo sulla base delle farneticazioni di Bush e della cricca della Casa Bianca, ma debba accettare di guardare in faccia la possibilità di una sconfitta dalle conseguenze politiche difficilmente prevedibili. Il rapporto Baker continua elencando i numerosi elementi di instabilità, traccia un quadro desolante dell’esercito iracheno, male equipaggiato, privo di quadri, lacerato dalle divisioni politiche, religiose e nazionali e largamente inutilizzabile. Si ammette che la maggior parte degli iracheni disapprova la presenza degli Usa e il 61 per cento approva gli attacchi contro le loro truppe. Si cita il fallimento economico, la corruzione incontrollata, il ruolo criminale della stessa polizia.

Significativi anche i commenti preoccupati sullo stato dell’esercito Usa, sulle difficoltà di arruolamento, di gestire la rotazione dei reparti, sul logoramento dei materiali, sulla rottura della fiducia fra capi militari e politici civili, sull’impossibilità, in queste condizioni, di fare fronte ai nuovi teatri di crisi che possono aprirsi nel mondo.


Proposte velleitarie


Ma ogni accento di realismo scompare quando si arriva alle 79 “raccomandazioni” che concludono il rapporto. Baker non vuole parlare di ritiro, ma sa anche che un impegno a tempo indeterminato è insostenibile; la “soluzione” che propone è di gettare la croce addosso al governo fantoccio di Nuri al Maliki: si sobbarchino loro il compito di “riconciliare” gli iracheni mentre le truppe Usa verrebbero ridotte di numero e tenute al coperto nelle proprie basi e sul campo andrebbero le truppe irachene; gli americani si limiterebbero ad aumentare il numero dei loro “consiglieri” inseriti nelle forze armate irachene passando dagli attuali 3-4.000 a 10-20mila.

Parallelalemente si propone di coinvolgere tutti i paesi della regione in una trattativa volta a stabilizzare l’Iraq.

Il rapporto propone inoltre di frenare il processo di frantumazione del paese, di rinviare sine die il referendum sullo status di Kirkuk (città petrolifera contesa fra curdi, turcomanni e arabi), di frenare le velleità dei capi sciiti di formare una regione autonoma nelle nove province meridionali, di permettere il reinserimento degli ex esponenti del Baath nella vita politica (tranne i capi di primo piano).

Proposte completamente velleitarie, incapaci di fare i conti con un semplice dato di fatto: nello scacchiere iracheno e mediorientale gli Usa sono ormai così invischiati che è impossibile che se ne possano semplicemente tirare fuori senza provocare una ulteriore destabilizzazione.

La sola idea di tornare indietro rispetto alla Costituzione “federale” approvata in Iraq (che in realtà apre la strada alla spartizione delle zone petrolifere fra curdi e sciiti tagliando fuori i sunniti e la regione centrale) ha suscitato l’opposizione delle forze oggi dominanti nel governo collaborazionista, a maggior ragione in quanto si parla di trattare con la guerriglia e con i baathisti.

Non si capisce poi perché l’Iran dovrebbe fare agli Usa il favore di togliere loro le castagne dal fuoco, quando ha solo da guadagnare dall’attuale situazione. D’altra parte il ruolo degli sciiti e dell’Iran suscita allarme in Arabia Saudita e in molti paesi del Golfo, che ne temono un eccessivo rafforzamento. Le aspirazioni separatiste del Kurdistan iracheno sono inaccettabili per la Turchia, il cui esercito più volte ha sconfinato in Iraq; d’altra parte le milizie curde si stima abbiano 100mila uomini armati e non accetterebbero pacificamente di tornare indietro rispetto al potere che attualmente detengono nella propria regione, potere che al contrario intendono espandere.

Ancora più velleitaria è l’idea di trattare con la Siria. Il rapporto non dice cosa dovrebbero offrire gli Usa alla Siria in cambio di collaborazione, tuttavia è evidente che non possono pensare di mettersi d’accordo sull’Iraq mentre la combattono apertamente in Libano. Accordarsi con la Siria, ammesso che gli Usa lo volessero, implicherebbe abbandonare alla sua sorte l’attuale governo libanese filoamericano. Su questa strada gli Usa si scontrerebbero con Israele, che con ogni probabilità prenderebbe l’iniziativa per conto proprio aprendo la strada a un nuovo conflitto armato.

Quali che siano le scelte di Washington nel prossimo periodo, una cosa appare sempre più chiara: se l’entrata delle truppe nordamericane nel Golfo ha causato sconvolgimenti senza precedenti, la loro inevitabile uscita sarà accompagnata da esplosioni ancora più gigantesche e dalle conseguenze ancora più profonde.

 

18/12/2006 


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