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Allo stesso modo in cui il successo di un movimento rivoluzionario dipende dalle qualità della sua direzione, così l'esito di una guerra, come quella in Iraq, può essere influenzato in maniera sostanziale dalla direzione politica e militare della borghesia. Ne troviamo un esempio molto chiaro osservando la condotta di George Bush.

Dal sito In defence of Marxism

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Come il cane torna al suo vomito, così lo stolto ripete le sue stoltezze.” (Proverbi, 26:11)


Dopo la pubblicazione del mio articolo sull’Iraq, "Tamburi di guerra a Washington ovvero l’ultima battaglia di Bush (clicca qui per leggere quest'articolo in inglese), ho ricevuto una lettera dal Dr. Carlos Alzugaray Treto (Capo e Coordinatore del Dipartimento di Studi Internazionali e Strategici presso l’Istituto Superiore di Relazioni Internazionali del Ministero degli Affari Esteri) a L’Avana, il quale mi ha rivolto le seguenti osservazioni:

“Mi sembra tutto molto corretto. Sono d’accordo al 99%. Soltanto un chiarimento circa le ragioni che stanno dietro la guerra in Iraq: sono giunto alla conclusione che la classe dominante statunitense, nel suo complesso, ritiene che l’uso dimostrativo di una forza militare invincibile sia uno strumento altamente efficace in funzione del suo predominio mondiale. Per cercare di dimostrare a tutti i suoi nemici che, come dicono, “ogni resistenza è inutile”.

Benché in ciascun caso siano esistite anche altre ragioni, di volta in volta (Granata 1983, Panama 1989, la Guerra del Golfo del 1991, Somalia e Kosovo 1999, Afghanistan 2001, Iraq 2003) Gli Usa hanno sempre colpito nemici deboli e facili da sconfiggere, così da poter dire a questi stessi avversari, e agli altri e a tutto il mondo: “gli Stati Uniti sono invincibili” (un po’ come in Rambo e in altri film di Hollywood). Questo è il motivo per cui l’emorragia delle forze armate nordamericane in Iraq, che tu descrivi molto bene, è un problema così serio per l’intero sistema di predominio mondiale: mina la credibilità dell’effetto dimostrativo di una schiacciante vittoria militare, l’elemento chiave, secondo la classe dominante statunitense nel suo complesso.

Saluti da Cuba,

Carlos”

I commenti del Dr. Carlos Alzugaray Treto sono assolutamente benvenuti e possono aiutarci ad approfondire la nostra analisi sulla situazione mondiale in generale e sul ruolo degli USA.

È assolutamente corretto dire che l’imperialismo statunitense, specialmente dopo il crollo dell’URSS, si è posto come obiettivo quello di dominare il mondo intero e schiacciare ogni Paese che cerca di resistere. Il motto di Washington è “Fate come diciamo noi, o vi bombarderemo”. “Fate come diciamo noi, o vi invaderemo”. È vero anche che la questione del petrolio (che ovviamente è molto importante) non fu il fattore più importante dietro la decisione di Washington di invadere l’Iraq, piuttosto furono decisive considerazioni strategiche ben più ampie circa il Medio Oriente.

In ogni caso, lo scopo del mio articolo era precisamente dimostrare che gli USA si sono scottati le dita in Iraq. Lungi dal realizzare i propri obiettivi strategici, politici ed economici, sono incappati in un grave passo falso, come rileva il Dr. Carlos Alzugaray Treto. Lungi dal dimostrare il loro potere, hanno dimostrato i limiti del loro potere. I risultati di questo fallimento avranno enormi conseguenze.

Ad ogni modo, il punto principale del mio articolo era sottolineare come, dal punto di vista dell’imperialismo statunitense, è evidente che l’invasione dell’Iraq è stata un grave errore. L’idea (con cui mi sono trovato a confrontare qualche volta) che tutte le azioni degli imperialisti sono attentamente calcolate e seguono un piano intelligente, è scorretta. In ogni guerra l’importanza della leadership è un fattore cruciale. In politica come in guerra, le qualità personali dei leader possono giocare un ruolo considerevole.

Naturalmente, simili fattori rientrano nella categoria della casualità storica. Non possono certo  influire sul risultato finale di ampi processi storici. Ma possono sicuramente influenzare determinati fenomeni, producendo complessi elementi di contro-tendenza, e ritardando o accelerando una certa linea di sviluppo. Se così non fosse, la storia sarebbe un affare estremamente semplice, e su cui sarebbe molto facile fare previsioni.

Il marxismo non nega quindi il ruolo dell’individuo nella storia, ma spiega che le azioni di singoli uomini e donne non sono semplicemente il risultato della loro libera volontà ma sono determinate dalle condizioni materiali esistenti che si sono formate indipendentemente dalla loro volontà e consapevolezza. Le azioni di un leader sono necessariamente limitate dal contesto dato. In una situazione oggettiva favorevole, gli errori di un leader possono non avere effetti seri e duraturi. In una fase simile, anche un leader mediocre può ottenere risultati brillanti a dispetto dei suoi limiti individuali. Ma in una congiuntura storica sfavorevole, anche un leader capace non ha molte scelte di fronte a lui, e le probabilità di un suo fallimento aumentano conseguentemente.

Il periodo storico attuale è quello della decadenza senile del capitalismo. L’imperialismo statunitense, il gendarme del capitalismo mondiale, si trova sotto assedio da ogni parte. Continuamente esplodono nuove guerre e il terrorismo si diffonde come un’epidemia incontrollabile. Gli USA, è vero, hanno enormi risorse economiche e militari. Ma anche queste risorse non sono infinite. Le guerre continue, e le enormi spese che queste implicano, stanno esaurendo il benessere e la forza degli Stati Uniti. In simili circostanze, un leader intelligente userebbe la minaccia di un intervento militare per imporre la volontà degli USA sugli altri Paesi. Ma è un principio elementare della diplomazia che l’effettivo utilizzo della forza militare deve sempre essere l’extrema ratio, non la prima scelta. Lo slogan del Corpo dei Marine esprime molto bene questo concetto: “Parla con gentilezza e porta con te un grosso bastone”.

Il comportamento di Bush e della cricca neo-conservatrice capeggiata da Dick Cheney non è quella di un saggio statista, bensì tipica dei gangster, di bulli di periferia e volgari avventurieri. Questi soggetti immaginano che il potere degli USA li autorizzi a ficcare il naso ovunque e intervenire negli affari degli altri Paesi come un bulletto nel cortile di una scuola. Ma il potere dell’imperialismo statunitense ha un limite. Prendendo di mira l’Iraq e iniziando una guerra fondata sulla base di pretesti inventati, hanno messo in moto una catena di eventi che non avevano minimamente previsto, e sulla quale non hanno alcun controllo.

Allo stesso modo in cui un movimento rivoluzionario dipende, nei momenti cruciali, dalle qualità della sua leadership, così il risultato di una guerra, come quella in Iraq, può essere influenzato in modo decisivo dalla direzione politica e militare della borghesia. Bush ha gettato gli Stati Uniti in un’avventura militare in Iraq. Adesso la questione non è se, ma piuttosto quando saranno costretti ad andarsene. È vero che anche un leader previdente ed intelligente sarebbe in difficoltà nelle medesime condizioni. Ma l’attuale amministrazione di Washington è la più stupida, ignorante e miope da molti decenni a questa parte. Simili personaggi non capiscono niente, non prevedono niente e, di conseguenza, sono finiti nella confusione più totale. Gli imperialisti pagheranno un prezzo assai salato per la pochezza dei loro leader!

La coperta troppo corta degli USA su scala mondiale

Gli USA sono indubbiamente la maggiore superpotenza della storia, ma il ruolo che oggi occupano a livello mondiale li sta esponendo troppo. Come sottolineavo nel mio articolo precedente, gli Stati Uniti hanno ereditato il ruolo di gendarme mondiale dalla Gran Bretagna. Nel XIX secolo la Gran Bretagna ottenne un sacco di denaro dal saccheggio delle sue colonie, si era però in una fase storica diversa – quella dell’ascesa del capitalismo, quando la borghesia, nonostante la sua mostruosa natura sfruttatrice ed oppressiva, era ancora in grado di giocare un ruolo relativamente progressivo nello sviluppo delle forze produttive.

Il periodo in cui viviamo ora è invece completamente differente. È la fase della decadenza dell’imperialismo. L’incapacità del capitalismo di sviluppare le forze produttive come ha fatto in passato è il risultato della contraddizione centrale tra il colossale potenziale dell’industria, della scienza e della tecnologia, e gli angusti limiti imposti a questo potenziale dalla proprietà privata e dagli stati nazionali. Tutto questo si esprime nel fenomeno della globalizzazione, che non è che il tentativo di sfruttare al massimo il mercato mondiale, come previsto già da Marx ed Engels nelle pagine del Manifesto Comunista.

In ogni caso, l’avvento della globalizzazione non significa l’eliminazione delle contraddizioni del capitalismo, ma solo la loro riproduzione in scala assai maggiore che in passato. Lenin spiegò che il capitalismo significa guerra, ed il suo libro L’imperialismo, fase suprema del capitalismo è ancora il testo più moderno che si possa leggere riguardo la situazione mondiale attuale.

Nonostante la globalizzazione – o piuttosto a causa di essa – le tensioni tra le nazioni non sono diminuite bensì aumentate a livelli senza precedenti. Ovunque si guarda si vedono nuovi conflitti e guerre. Questa situazione impone una situazione di stress enorme per gli Stati Uniti, a dispetto delle loro grandi risorse. Esaminiamo per un attimo lo schieramento delle truppe statunitensi nel mondo. La suddivisione è grosso modo come segue:

almeno 150.000 soldati in Iraq (ed altri in arrivo)
18.000 in Afghanistan (e non sono sufficienti a controllare la situazione)
20.000 in Giappone
19.000 in Corea del Sud
53.000 in Europa (i Russi si chiedono a fare che)
2.000 in Bosnia e Kosovo (dove nulla è stato risolto)
1.800 nel Corno d’Africa.

E non dimentichiamoci dei circa 700 marines che ancora occupano una fetta del territorio cubano a Guantanamo.

La guerra in Afghanistan è ancora più impossibile da vincere di quella in Iraq. Diversi anni dopo aver proclamato la vittoria, gli Stati Uniti esercitano un precario controllo sulla sola città di Kabul, dove il loro burattino Karzai è tenuto in vita soltanto dalle sue guardie del corpo americane. Le truppe statunitensi e britanniche sono impantanate nella guerra nel Sud del Paese, dove Talebani ed altri conducono una lotta implacabile contro le forze d’occupazione.

Americani e britannici non sono stati in grado di pacificare l’Afghanistan. Il parlamento (loya jirga) è formato da signori della guerra, baroni della droga, gangster assortiti e simpatizzanti dei Talebani. Gli imperialisti scuotono la testa e si lamentano che non si aspettavano che i Talebani organizzassero una resistenza così determinata. Noi proprio non riusciamo a capire perché non se lo aspettassero, dal momento che l’intera storia di questo Paese mostra che la popolazione dell’Afghanistan non prende con filosofia le invasioni straniere. Sconfissero l’esercito britannico nel XIX secolo, ed anche l’Unione Sovietica, nonostante tutta la sua potenza militare, fu alla fine costretta a ritirarsi. In preda alla disperazione, gli USA invitano i loro “alleati” della NATO ad impegnarsi nella guerra nel Sud. Ma questi rispondono educatamente: “dopo di voi, signori!”. Come risultato dell’intervento in Afghanistan, l’intera Asia centrale è stata destabilizzata ed anche il regime di Musharraf in Pakistan è appeso ad un filo.

In aggiunta agli impegni militari pubblicamente dichiarati, gli USA sono coinvolti anche in altre attività militari non dichiarate ufficialmente. È stato rivelato recentemente che gli USA impiegano circa 1.800 soldati nel Corno d’Africa, dove si può presumere che non siano andati solo per ammirare il paesaggio. I ribelli islamici in Somalia stavano vincendo una guerra civile contro un regime reazionario e corrotto di signori della guerra, spalleggiati da Washington. Gli USA sono chiaramente dietro l’intervento dell’esercito etiope, che è riuscito temporaneamente a sconfiggere i ribelli e ad imporre nuovamente a Mogadiscio il governo dei signori della guerra, favorevoli agli Stati Uniti. Ma dal momento che i somali non tollereranno a lungo la presenza dei soldati etiopi sulla loro terra, gli USA saranno costretti ad aumentare il loro coinvolgimento militare per evitare la vittoria dei ribelli. Chiunque controlli il Corno d’Africa, infatti, controlla l’ingresso nel Golfo Persico. Gli USA hanno costruito una grande base militare a Gibuti, ed è molto probabile che Washington si troverà risucchiata nel vortice di un nuovo conflitto nel Corno d’Africa.

Sconfitta in Iraq

Quattro anni dopo l’invasione dell’Iraq, tutti i piani di Bush sono andati in malora; con quasi 150.000 truppe, non riesce a sconfiggere gli insorti. Lo stato d’animo della popolazione è di schiacciante ostilità alle forze occupanti. Ciò è stato confermato recentemente da un sondaggio condotto dalla BBC e dall’ABC, dove viene evidenziato un crollo della fiducia nel futuro, un odio acceso verso le forze della coalizione e una completa mancanza di credito del governo Maliki. Nel quarto anniversario dell’invasione, sono notizie fosche per la Casa Bianca. Secondo lo stesso sondaggio d’opinione, la maggior parte degli iracheni adesso dice che stava meglio sotto Saddam Hussein. Addirittura l’uomo che era apparso in televisione mentre abbatteva la statua di Saddam ora dice che è pentito e che vorrebbe che la statua – e Saddam – tornassero!

Gli USA stanno cercando disperatamente di creare un esercito iracheno. Vogliono gettare delle fondamenta abbastanza solide che permettano all’esercito statunitense di ritirarsi, lasciando dietro di sé un governo-fantoccio ed un esercito ed una forza di polizia capaci di tenere la situazione sotto controllo. Ma come possono riuscirci? Hanno spaccato la società irachena lungo linee religiose e confessionali. Inizialmente hanno fatto concessioni agli sciiti, facendo infuriare i sunniti. Ora, sotto la pressione dei sauditi e spaventati dalla crescente influenza dell’Iran, stanno provando a spostare le loro simpatie verso i sunniti, corrompendo alcuni capi tribali. Questo a sua volta ha urtato gli sciiti.

Prima dell’invasione dell’Iraq, nel 2003, Bush, seguendo i consigli della banda neoconservatrice, partorì un’idea brillante secondo cui, siccome la maggioranza sciita dell’Iraq era stata oppressa sotto Saddam Hussein, gli sciiti avrebbero fornito una solida base d’appoggio per gli americani. Elementi più pensanti nei circoli dell’intelligence avvertirono dei legami tra i leader sciiti iracheni e l’Iran. Questi avvertimenti, tuttavia, rimasero inascoltati. Ora, improvvisamente, la Casa Bianca ha aperto gli occhi sul fatto che è l’Iran, e non gli USA, ad aver creato una solida base dentro l’Iraq ed a godere di un’influenza crescente sulla popolazione sciita.

L’amministrazione Bush sta esercitando una forte pressione sul Primo Ministro Maliki per obbligarlo a cooperare con l’esercito degli Stati Uniti nella soppressione delle milizie sciite, come l’Esercito del Mahdi di Moqtada Al-Sadr. Però, se Maliki soddisfacesse queste richieste, riuscirebbe soltanto a firmare la propria condanna a morte – politicamente e forse fisicamente. Visto l’attuale sanguinoso caos in cui versa l’Iraq, che è interamente responsabilità degli americani, la massa degli iracheni, sunniti o sciiti, non vedono alternativa al sostenere le milizie che perlomeno forniscono loro una qualche forma di protezione e spesso sono l’unica fonte di sostentamento per le necessità elementari di sopravvivenza. Gli americani sono odiati; il governo è sempre più impopolare e visto come collaborazionista: attaccando le milizie perderebbe rapidamente anche la sottile base d’appoggio di cui ancora gode.

L’Iraq non è sull’orlo di una guerra civile. C’è già una guerra civile in Iraq. Come altro si possono descrivere i massacri quotidiani, la costante pulizia etnico-confessionale? Il dislocamento di grandi numeri di persone che ha luogo in Iraq può condurre alla secessione. Si potrebbe finire con la divisione del Paese in tre parti, con aree sunnite, aree sciite e aree curde. La stessa Baghdad potrebbe essere divisa in aree sunnite e sciite. Questo sarebbe uno scenario da incubo, come quello della divisione dell’India nel 1947 e ci si arriverebbe attraverso massacri e bagni di sangue terribili.

Con le loro azioni gli imperialisti Usa hanno destabilizzato l’intero Medio Oriente. Una volta la Giordania era relativamente stabile, ora non lo è più. Se Bush avrà via libera, lo stesso caos e gli stessi conflitti interni che vediamo oggi in Iraq si estenderanno al Libano e alla Siria, con conflitti tra sunniti, alauiti, cristiani maroniti, drusi e sciiti. Una simile follia settaria, una volta scatenata, sarebbe difficile da fermare. Può diffondersi non solo alla Giordania ma anche all’Egitto, all’Arabia Saudita e ai Paesi del Nord Africa. Significherebbe nuova instabilità e nuove guerre.

Bush prende un’altra cantonata

Una certa dose di flessibilità è necessaria in tutte le guerre. La tattica deve cambiare col cambiare delle circostanze. Un generale che sia inflessibile, che elabori un piano di battaglia e lo segua pedissequamente porterà il suo esercito ad una sicura sconfitta. Bush si è comportato proprio così in Iraq. C’è un vecchio adagio secondo cui un popolo ottiene i capi che si merita: posta in questi ternini, questa affermazione non è corretta, ma è giusto dire che la classe dominante USA ha certamente avuto i capi che si merita. La borghesia americana era inizialmente entusiasta di Bush, ma ora tutto è cambiato: hanno perso ogni fiducia nell’inquilino della Sala Ovale. Soprattutto,  hanno perso ogni fiducia nella sua capacità di vincere la guerra in Iraq. È perciò che hanno messo in piedi l’Iraq Study Group, in un tentativo disperato di spingere il presidente in un’altra direzione. Invano! Se n’è semplicemente infischiato.

Bush ha deciso di inviare altri 21.000 soldati. Questa però non è una “irresistibile forza militare” ma una barzelletta, pure di cattivo gusto. Non servirà a niente per cambiare la situazione militare, in compenso porterà a nuove perdite statunitensi. Qualunque cosa facciano adesso, sarà sbagliata.

The Economist (13 marzo 2007) ha commentato acidamente:

«La nuova politica estera di Bush può essere probabilmente spiegata meglio come una reazione agli eventi. Quello che ha provato a fare prima in Iraq non ha funzionato, così ora prova qualcosa di nuovo. Deve anche gestire un Congresso democratico che, se ignorato, potrebbe legargli le mani. Alcuni democratici vogliono tagliare i finanziamenti alla guerra. Altri preferiscono stare in disparte e lasciare che Mr Bush si prenda tutta la colpa. John Murtha, uno stretto alleato del presidente della Camera Nancy Pelosi, ha rivelato in maniera poco accorta un progetto per porre gradualmente così tante restrizioni sull’invio delle truppe da rendere la guerra impossibile da vincere. Il suo partito ha preso le distanze da una tattica simile, che avrebbe fomentato la rabbia dell’elettorato patriottico, ma allo stesso tempo deve ancora stabilire quale sia l’alternativa. Nel frattempo, la (sottilissima) maggioranza democratica al Senato sta ancora pensando se revocare  l’autorizzazione alla guerra all’Iraq che votò nel 2002. Dialogare con gli iraniani potrebbe essere inteso come un modo indolore per rendere più malleabile il Congresso – ma non scommettete che funzioni

Prosegue:

«Michael Rubin, un analista all’American Enterprise Institute, un “pensatoio” dei falchi, pensa che il cambiamento sia piccolo nella sostanza ma simbolicamente importante. Vede due pericoli. Primo, i diplomatici iraniani potrebbero fare una promessa che un’altra parte del regime iraniano potrebbe rompere, rendendo impossibili ulteriori incontri diplomatici bilaterali. Secondo, pensa che l’Iran abbia un “pericoloso eccesso di fiducia”. I leader a Teheran, pochi dei quali hanno il polso della politica americana, potrebbero fraintendere l’attuale retorica anti-guerra nel Congresso come un segno che l’America sia ora troppo debole politicamente per frustrare le ambizioni regionali dell’Iran. Questo potrebbe indurli ad errori di calcolo e a provocare uno scontro militare. “Il rischio di un conflitto con l’Iran non è mai stato così alto”, sostiene

Spaccature nella classe dominante

L’amministrazione Bush è impegnata fervidamente ad intensificare la sua avventura militare in Iraq e a diffondere il caos e l’instabilità in tutto il Medio Oriente. Secondo notizie recenti, è coinvolta in operazioni clandestine, insieme all’Arabia Saudita e ad Israele, per minare la stabilità dell’Iran e della Siria. Queste attività sono condotte in segreto e non vengono riportate al Congresso.

Le azioni di Bush e di Cheney ricordano quelle di un altro avventuriero, Richard Nixon, che portò avanti una guerra segreta in Cambogia all’insaputa del Congresso e del popolo americano. I loro accordi con dubbi mediatori – inclusi estremisti sunniti in Libano con collegamenti con Al-Qaeda – rammentano anche uno scandalo più recente. Vent’anni fa l’amministrazione Reagan vendette armi all’Iran allo scopo di finanziare illegalmente i Contras nicaraguensi in quello che divenne noto come lo scandalo Iran-Contra. Sebbene quel piano venne alla fine svelato, fu condotto piuttosto efficacemente dietro le spalle del Congresso. Denaro saudita giocava un ruolo in quello scandalo ed è del tutto possibile che la storia oggi si stia ripetendo. Secondo alcune fonti, Negroponte si è dimesso dal posto di direttore della CIA in parte perché non voleva ripetere l’esperienza avuta con l’amministrazione Reagan.

Un recente articolo su The New Yorker (5 marzo) cita un consulente del Pentagono che dice che c’è stata qualche difficoltà nel rendicontare i fondi segreti: “Ci sono molti, molti depositi di denaro sporco, sparpagliati in vari luoghi e usati in tutto il mondo per finanziare una varietà di missioni”, ha detto. Secondo queste fonti, il caos finanziario in Iraq, dove non vengono messi a bilancio miliardi di dollari, l’ha reso un veicolo per transazioni di questo genere.

La CIA è impegnata in attività segrete in tutto il mondo, non solo in Medio Oriente. Lavorano sistematicamente alla destabilizzazione e al rovesciamento di governi che considerano avversi agli interessi degli Stati Uniti – cioè, all’imperialismo USA e ai grandi monopoli che gli stanno dietro. Ciò include operazioni segrete per assassinare Hugo Chávez, il presidente democraticamente eletto del Venezuela, e per rovesciare la rivoluzione cubana sotto la falsa bandiera della “democrazia”.

Normalmente la classe dominante americana è piuttosto disponibile a chiudere un occhio di fronte a queste faccende. Occasionalmente, però, quando una particolare amministrazione va troppo in là e mette gli interessi dell’imperialismo USA in pericolo attraverso avventure all’estero, l’establishment statunitense interviene a tarparle le ali, o, come con Nixon, la rimuove dal potere. Ci sono alcuni segnali che mostrano come l’establishment stia diventando sempre più preoccupato a proposito dell’amministrazione Bush e si stia muovendo per limitare i danni che crea.

Oltre all’effetto che ha sulla psicologia delle truppe in Iraq e della gente negli USA, la guerra sta anche ponendo seriamente sotto sforzo le risorse economiche dell’America, che sono enormi ma non illimitate. Inizialmente si supponeva che il costo della guerra all’Iraq sarebbe stato di 60 miliardi di dollari. Tuttavia, finora il conto ammonta a 350 miliardi di dollari. La guerra sta costando all’America 2 miliardi di dollari alla settimana e nessuno sa quale sarà il costo finale. Una stima lo pone all’altezza di 2mila miliardi di dollari. Ciò avra serie conseguenze per l’economia statunitense, che sta già rallentando ed è minacciata da una recessione. Mentre spende quantità di denaro sempre maggiori in armi e per la sicurezza interna, il Presidente sta pretendendo profondi tagli nella spesa sociale per l’assistenza sanitaria e le pensioni. Questa variante della politica di Göring dei “cannoni invece del burro” mette i repubblicani a rischio di annichilimento alle prossime elezioni.

Le cose quindi stanno cominciando a muoversi nel Campidoglio. La Commissione Senatoriale sui servizi segreti, guidato dal senatore Jay Rockefeller, ha organizzato di recente un’audizione sulle attività di spionaggio del Dipartimento della Difesa. Il senatore Ron Wyden, dell’Oregon, un democratico che è membro della Commissione sull’Intelligence, ha detto al giornalista Hersh: “L’amministrazione Bush ha mancato spesso di rispettare l’obbligo legale a tenere pienamente e costantemente informata la Commissione sull’Intelligence. Più e più volte, la risposta è stata «Fidatevi di noi»”. Wyden ha detto: “Mi è difficile fidarmi del governo”.

Queste parole riflettono fedelmente l’atteggiamento di un settore crescente della classe dominante statunitense. Ora si sta aprendo una chiara divisione all’interno della classe dominante, ma Lenin ha spiegato molto tempo fa che le spaccature ai vertici sono i sintomi dello sviluppo di una crisi rivoluzionaria. È vero che gli USA sono ancora ben lontani da tale situazione, ma, seppur nei loro tratti generali possiamo già riconoscere alcuni i che vanno nella direzione di una profonda crisi sociale e politica. La classe dominante è già divisa e in crisi sulla guerra in Iraq e questo sta influenzando l’ambiente generale esistente nella società.

La guerra, lo scoppio della bolla nei prezzi immobiliari, la prospettiva di una recessione, L’attacco al sistema pensionistico e all’assistenza sanitaria per gli anziani, tutto questo sta creando un clima di incertezza sul futuro, nel ceto medio così come nella classe lavoratrice, che davvero non ha precedenti nella storia degli Stati Uniti dalla Seconda Guerra Mondiale. Il prossimo sarà un periodo tempestoso e pieno di tensione su scala mondiale, che scuoterà gli USA dalle fondamenta. Assisteremo ad uno shock dietro l’altro. In questo processo la psicologia delle masse verrà trasformata ed avvenimenti esplosivi saranno all’ordine del giorno.

21 marzo 2007

 

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