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Tutti i fondi pensione sono più rischiosi del Tfr, in quanto il loro andamento non è certo ma dipende dai titoli in cui sono investiti (essenzialmente azioni e obbligazioni). Per questo non c’è alcuna certezza del risultato finale, né nel breve, né nel lungo periodo. Per quanto riguarda il breve periodo, gli ultimi dieci anni ne sono una dimostrazione sufficiente, dato che il Tfr ha battuto i fondi pensione in più della metà degli anni e anche prendendo i dati aggregati 1998-2005, il Tfr straccia i fondi pensione. Solo nel periodo 2004-2006 i fondi pensione hanno fatto meglio, per la ripresa della Borsa, e questo “sorpasso” viene sbandierato su tutti i giornali.

Tuttavia, quando ci presentano questi risultati si dimenticano sempre di un particolare. Nel confrontare il rendimento di due investimenti, spiegano i libri di teoria della finanza, occorre confrontare il loro “rischio relativo”, altrimenti il confronto è falsato. Ad esempio, è ovvio che investire in azioni argentine è più rischioso che comprare Bot. Per questa ragione si suppone che in media le azioni argentine rendano di più. Da questo a dire che conviene comprarsi queste ce ne passa, perché il maggior rendimento è pagato con il rischio di non perdere parte o tutto il capitale investito. Ora, per un lavoratore il Tfr è sicuro al 100 per cento, mentre non è così per i fondi pensione. Quando si fanno i confronti, occorre dunque depurare il rendimento (nemmeno sempre maggiore) dei fondi per il loro maggior rischio. Prendiamo il periodo d’oro dei fondi pensione (2003-2006). Secondo i dati Covip (l’ente di controllo sui fondi pensione), il Tfr ha reso il 7,8%. I fondi obbligazionari puri, i meno rischiosi, hanno reso il 6,2%. Dunque pur se con rischio maggiore (le obbligazioni, come dimostrano Cirio, Parmalat e Argentina, sono comunque rischiose), questi fondi sono stati battuti dal Tfr. Logico che i lavoratori, pur di ottenere un minimo di rendimento, si buttino su investimenti più rischiosi.

Ad esempio, a fine 2005 solo il 3,8% degli aderenti a Fonchim e il 6,9% degli aderenti a Cometa aveva scelto il comparto obbligazionario puro, gli altri comparti più rischiosi. In totale, a fine 2005, solo il 25% delle risorse dei fondi erano investite in linee di “obbligazionario puro”. Questa tendenza ad andare verso i maggiori rischi è ancor più evidente nei paesi storici dei fondi pensione. Nei fondi americani o britannici la componente azionaria supera il 50% e non è nemmeno la più rischiosa, infatti i fondi pensione stanno investendo nel mercato immobiliare, nei fondi di “private equity” (vedi riquadro), in materie prime, in “hedge funds”. Detto diversamente, per garantire un rendimento decente stanno assumendo rischi crescenti che vengono scaricati sulle spalle dei lavoratori.

Un altro aspetto da considerare è che c’è una enorme differenza nel rendimento dei fondi. Ad esempio nella relazione del dipartimento welfare della Cgil per il 2004, dove sono riportati i rendimenti netti di tutti i fondi pensione, si scopre che il Fondapi (il fondo per le piccole e medie imprese) ha reso quell’anno l’1,8%, il Fondo per quadri e dirigenti Fiat e il Fondo dei dipendenti dell’Enel ha reso il 2,3%, il Fondo per i lavoratori dell’ambiente il 4,8% e il Fondo per i lavoratori del cemento il 7%. Ma un lavoratore non può saperlo prima e ovviamente ogni anno la classifica è diversa. Dunque, di nuovo, nessuna garanzia, mentre si introduce un ulteriore elemento di rottura tra diverse categorie di lavoratori.

 

23/04/07 

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