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Nonostante i fondi pensione esistano da decenni non hanno riscontrato da parte dei lavoratori particolare successo, a tal punto che al 31 dicembre 2006 solo il 12 per cento dei lavoratori vi aveva aderito.

Per superare la naturale e giustificata diffidenza dei lavoratori, il precedente governo di centro destra aveva preparato a tale proposito una controriforma che stabiliva che a partire dal 2008, i lavoratori avrebbero dovuto decidere la destinazione del proprio Tfr. Alla scadenza del termine semestrale, a chi non aveva deciso, sarebbe stata imposta l’adesione ai fondi.

Il governo Prodi è riuscito a fare di più: ha anticipato di un anno questa controriforma attraverso il memorandum firmato anche da Cgil-Cisl-Uil, riconfermando il meccanismo del silenzio-assenso. Chi, entro il 30 giugno 2007, non deciderà dove destinare il proprio Tfr, compilando l’apposito modulo ministeriale (peraltro di non semplicissima comprensione per chi non ha competenze in materia previdenziale), vedrà destinato il proprio Tfr ad un fondo pensione, che potrebbe essere di categoria, qualora nel contratto nazionale sia presente un fondo chiuso, o di banche, assicurazioni o finanziarie se nell’azienda i lavoratori avranno in prevalenza destinato il proprio Tfr in un fondo aperto.

Il meccanismo del silenzio assenso è uno stratagemma volto a rastrellare quante più adesioni possibili, dato che neanche il ricatto di una pensione pubblica misera, l’illusione di rendimenti significativi e una fiscalità agevolata sono sufficienti a raggiungere l’obbiettivo indicato il ministro del lavoro, il 40 per cento di lavoratori che aderisca ai fondi.

Meglio di noi l’hanno spiegato in questi giorni quotidiani che non si possono certo definire strenui difensori della classe operaia. Ecco cosa ci spiega l’inserto economico di Repubblica, Affari e finanza, del 26 marzo: “Il silenzio assenso salverà la previdenza complementare. A quasi metà del percorso entro il quale 11 milioni di lavoratori dovranno scegliere cosa fare del proprio Tfr, solo una sparuta minoranza (poco più di 100mila persone, secondo le prime stime della Covip) ha già optato per i fondi. Il resto sta aspettando ma forse non sceglierà nemmeno, lasciando tacitamente che i futuri accantonamenti per la vecchia liquidazione vada al fondo negoziale di riferimento.” Lo stesso articolo ci spiega con candido cinismo che in tutto il mondo è così, perché là dove il lavoratore ha libertà piena di scelta, tendenzialmente partecipa poco a questo tipo di iniziative.

Un meccanismo, quello del silenzio-assenso, che ha anche altri risvolti negativi per i lavoratori; se un lavoratore dichiara di volersi tenere il Tfr, dovrà ribadire questa volontà ogni volta che cambia lavoro anche dopo il 30 giugno, sia che abbiano un contratto a tempo determinato che a tempo indeterminato.

In sostanza i lavoratori precari che cambieranno rapporto di lavoro frequentemente dovranno ricordarsi ogni volta di compilare il modulo continuamente. Se non lo faranno si vedranno portare via parte del loro salario (differito ma pur sempre salario) che in molti casi è utile per i periodi di inattività. Questo vale, ad esempio, anche per le centinaia di migliaia di lavoratori immigrati, magari di recente entrata in Italia e con poca conoscenza della lingua e ancor di più della normativa italiana. Intanto le aziende, che secondo la legge sono obbligate a distribuire e ricordare al lavoratore di compilare il modulo, se non lo faranno non avranno nessun tipo di sanzione.

Anche questo è un motivo più che concreto per continuare a estendere la campagna informativa contro il Tfr nei fondi pensione. Se veramente è nell’interesse dei lavoratori consegnare a speculatori finanziari i propri soldi che bisogno c’era di utilizzare escamotage del genere? L’istinto dei lavoratori ancora una volta ha la vista più lunga di chi, anche nel sindacato, sembra avere fatto dei fondi pensione una ragione di vita.

Tenersi il Tfr è a nostro avviso la scelta più corretta, sia per i rischi impliciti nei fondi pensione, sia perché è il modo migliore per lanciare un chiaro segnale a tutti coloro che stanno lavorando per un nuovo attacco alla pensione pubblica: la pensione è un diritto di tutti i lavoratori, non accettiamo di metterla in mano alla speculazione finanziaria e a interessi privati che da sempre sono contrapposti ai nostri.

 

23/04/07 

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