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Da alcune settimane la Birmania è sconvolta da un movimento di protesta che sta coinvolgendo centinaia di migliaia di persone. La scintilla che ha dato il via alle mobilitazioni è stato l’aumento del 500% del prezzo della benzina, in una situazione dove il combustibile serve non solo per i trasporti ma anche per cucinare e per riscaldarsi. In un paese dove il 90% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno non c'è da stupirsi che la condizione delle masse, già precaria, sia divenuta intollerabile.

Prima di queste mobilitazioni non dubitiamo che la maggioranza degli occidentali ignorasse perfino dove la Birmania, o Myanmar come è chiamata dal 1989, si trovasse sul mappamondo. Dominio britannico fino alla fine della seconda guerra mondiale, nel 1962 un colpo di stato portò al potere una giunta militare capeggiata dal generale Ne Win. Il capitalismo fu abolito in Birmania e nell’ambito della “via birmana al socialismo” il paese entrò nell’orbita dell’Unione sovietica.

La Birmania però non sviluppò mai un vero sistema socialista: malgrado i mezzi di produzione fossero nazionalizzati, il potere è sempre stato nelle mani della casta militare e non dei lavoratori e dei contadini poveri. Il sogno di costruire una via nazionale al socialismo, isolando un paese già molto arretrato, portò nel corso dei decenni seguenti ad un impoverimento generalizzato. Il reddito procapite, ad esempio, scese da 670 dollari all’anno nel 1960 a 200 dollari nel 1989.

Dopo una rivolta di massa repressa nel sangue nel 1988, il regime si apre agli investimenti esteri ed inaugura una transizione verso “l’economia di mercato”. La denominazione “Repubblica socialista” viene rimossa e si avviano una serie di privatizzazioni. Finisce l’isolamento e si orienta l’economia verso le esportazioni, dato che la Birmania è un paese ricco di materie prime, dal petrolio al gas ai legni pregiati. Un paese ricco ma sottosviluppato visto che ancora nel 2006 il 70% della popolazione era impiegato nell’agricoltura e solo il 15% nell’industria.

Fra i paesi vicini, la Cina è un importante partner commerciale e ciò spiega il veto posto alle sanzioni nei confronti del regime birmano da parte del governo di Pechino.

Il ruolo dell’imperialismo

L’ipocrisia degli Stati Uniti e delle potenze occidentali, che chiedono un “cambiamento di regime” è però evidente. Il regime militare birmano è senza dubbio uno dei più brutali al mondo e merita di essere rovesciato. Ma non è certo chi ha le mani insanguinate dagli interventi in Iraq ed Afghanistan, come Usa e Gran Bretagna,  che può fornire lezioni di diritti umani e di democrazia. Bush condanna la repressione perché i generali in questione non sono amici degli Usa ed anche perché spera che un cambiamento di governo possa “contenere” l’influenza della Cina e della Russia. Pechino detiene da anni il controllo dei principali giacimenti petroliferi attraverso Petrochina, mentre Mosca ha appena stipulato importanti contratti per sfruttare altri giacimenti di petrolio e gas tramite la Zarubhneft, un’azienda statale.

Come mai Bush non chiede il ritorno della democrazia nella confinante Tailandia, dove l’esercito governa dopo un colpo di stato avvenuto nel settembre 2006?

In un paese così arretrato, dove la religione gioca un ruolo ancora importante è abbastanza naturale che i monaci buddisti si trovassero alla testa delle mobilitazioni, anche se non sono stati loro i promotori delle prime manifestazioni bensì gli studenti. Nel paese ci sono oltre mezzo milione di monaci su una popolazione di poco più di 50 milioni di abitanti. In molte famiglie vige ancora la tradizione di indirizzare uno dei propri figli verso la vita monacale, fatto che aiuta a rinsaldare il legame tra l’istituzione religiosa ed il resto della società.

Aung San Suu Kyi

Allo stesso tempo i religiosi non dispongono di un progetto politico proprio ma tendono a considerare come proprio leader Aung San Suu Kyi e la sua Lega nazionale per la democrazia (Lnd). Nelle elezioni celebratesi nel 1990 la Lnd ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti, ma il regime dichiarò il risultato non valido e concluse con la forza la breve parentesi democratica. Da allora Aung San Suu Kyi è stata detenuta in prigione o posta agli arresti domiciliari quasi ininterrottamente. Premio Nobel ed eroina della lotta per la difesa dei diritti umani, il suo programma non rappresenta una vera alternativa. Si ispira a Gandhi per quanto riguarda i metodi della lotta politica, che quindi non contemplano la lotta di classe, e vuole una Birmania “pienamente integrata nella comunità internazionale”, vale a dire, aggiungiamo noi, pienamente asservita all’imperialismo occidentale ed alle multinazionali. La Lnd ha dichiarato in questi giorni che è disposta a concludere un patto con i militari per gestire la transizione alla democrazia, mentre nelle strade scorre il sangue di centinaia di manifestanti.

Infatti il Premio Nobel dichiarava al Times online il 26 settembre “Le dimostrazioni non dovrebbero porsi l’obiettivo di rovesciare il regime militare. Il rischio è che molti possano temere una risposta militare e non siano disposti ad unirsi al movimento”.

Il padre di Aung San Suu Kyi, uno dei protagonisti dell’indipendenza birmana, collaborò con i giapponesi durante la seconda guerra mondiale, salvo poi appoggiare i vincitori, cioè la Gran Bretagna.

La strategia dell’imperialismo Usa è chiara: sfruttare la mobilitazione di massa per promuovere i “propri” leader, con cui portare a compimento la “rivoluzione democratica”. Questo è successo  in Georgia nel 2003 (la rivoluzione delle rose) ed in Ucraina nel 2004 (la rivoluzione arancione). I piani di Washington sembravano ben meditati ma non hanno risolto nulla in questi paesi, dove l’instabilità sociale e la povertà sono aumentate. Da questi esempi la classe lavoratrice birmana e il resto delle classi oppresse devono comprendere che per la propria emancipazione possono contare solo sui propri mezzi.

Repressione


Nei giorni scorsi pareva che l’esercito fosse sull’orlo di una divisione, con reparti che si rifiutavano apertamente di sparare sui dimostranti. Ma ben presto si è assistito ad una ricomposizione dell’unità dell’apparato statale. Oggi la calma sembra regnare a Rangoon, la principale città del paese. Malgrado Cina e Russia si siano opposte a sanzioni nei confronti di Myanmar, faranno pressioni sui generali per qualche apertura alla democrazia parlamentare ed al multipartitismo. La Cina particolarmente non vuole avere troppi problemi, oltre a quelli che ha già, per quanto riguarda la propria “credibilità democratica” a meno di un anno dalle olimpiadi di Pechino.

Tali aperture potranno però avranno luogo solo dopo la “normalizzazione” delle proteste. I militari infatti non si possono permettere di liberare energie che non possono controllare. Allo stesso tempo la questione nazionale si è alquanto deteriorata negli ultimi anni. Oltre il 30% della popolazione è composta da minoranze etniche come gli Shan e i Karen che da decenni lottano, organizzati in movimenti guerriglieri, rivendicando una totale autonomia dal governo centrale. Insomma, sulla base degli attuali rapporti economici capitalisti Myanmar è una polveriera dove si preparano nuove esplosioni.

È ancora presto per capire quali saranno gli avvenimenti dei prossimi giorni, ma quel che è certo è che le masse dovranno passare attraverso dure esperienze. Se la giunta militare cadrà sarà certamente per effetto delle mobilitazione delle masse ma sarà l’opposizione filooccidentale a riempire il vuoto. Possiamo immaginare quali politiche di tagli e ulteriori privatizzazioni porteranno avanti, consigliati da Banca mondiale e Fmi. Allora si potrà aprire uno spazio per un’alternativa di classe che si dovrà legare al proletariato di India e Cina, i colossi del continente, perché l’emancipazione delle classi oppresse di tutta l’Asia possa diventare una realtà.

La base per questo testo è stata fornita dagli articoli pubblicati da Fred Weston su In defence of Marxism.


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