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Il conflitto iracheno continua a trasmettere le sue onde sismiche nell’intera regione mediorientale. Più volte abbiamo sottolineato in passato come il “cratere” creato dall’occupazione americana avrebbe inevitabilmente risucchiato nel conflitto anche i paesi confinanti, mossi sia da ambizioni economiche e territoriali, sia dal timore che che del vuoto creato a Baghdad possano approfittare potenze rivali.

Se fino ad oggi si è parlato molto del coinvolgimento iraniano, ad esplodere è oggi la questione curda.

Il 24 ottobre l’aviazione turca ha nuovamente colpito le postazioni del Partito dei lavoratori kurdo (Pkk) violando per decine di chilometri lo spazio aereo iracheno. Ai raid aerei si è accompagnata un’incursione di 300 soldati che hanno rastrellato il territorio alla ricerca delle basi del Pkk uccidendo 34 guerriglieri.

Non è il primo raid del genere; pochi giorni prima, a seguito di un altro sconfinamento dell’esercito di Ankara, il Pkk aveva sequestrato 8 soldati turchi. La Turchia avrebbe schierato sul confine con l’Iraq 100mila soldati pronti in qualsiasi momento a scatenare un’offensiva su vasta scala.

L’esplodere della “complicazione curda” non è certo una sorpresa. Per oltre 15 anni, a partire dalla guerra del 1991, gli Usa hanno sistematicamente alimentato le aspirazioni autonomiste e indipendentiste del Kurdistan iracheno. Dopo il 2003, con l’occupazione del paese da parte degli Usa, le forze guerrigliere dei due partiti curdi iracheni sono diventate di fatto uno dei pochi punti d’appoggio relativamente affidabili per le truppe occupanti. La Costituzione “federale” del “nuovo Iraq” ha ulteriormente alimentato il movimento nazionale.

La contraddizione bruciante, tuttavia, è che quella stessa aspirazione nazionale che gli Usa hanno cinicamente sfruttato a fini collaborazionistici in Iraq, si trasforma ai loro occhi in “terrorismo” non appena si varchi il confine con la Turchia (dove vive la maggioranza dei curdi, anche se molti di loro sono emigrati dal Kurdistan nelle città e metropoli turche in cerca di lavoro).

Alleati in Iraq, “terroristi” in Turchia, nuovamente alleati in Iran (dove gli Usa sostengono e fomentano ogni gruppo potenzialmente separatista in chiave anti-regime)… è chiaro che il dilemma degli americani è insolubile.

Da parte sua l’esercito turco, già umiliato politicamente con l’elezione dell’islamico Abdullah Gul alla presidenza, non è disposto a transigere sulla questione curda e invoca, sostenuto dalle piazze nazionaliste, una offensiva a tutto campo contro la guerriglia del Pkk (da 3000 a 15000 uomini armati, a seconda delle stime).

L’amministrazione americana sta facendo l’impossibile per evitare questa offensiva che aprirebbe un grave conflitto con un alleato chiave della Nato nella regione mediorientale. Stanno pertanto esercitando una forte pressione sul governo iracheno affinché “risolva” la questione prima che la situazione precipiti. Tuttavia, se il premier del governo fantoccio iracheno al-Maliki si è dimostrato disponibile a unirsi alla campagna “antiterrorista”, passare dalle parole ai fatti è altra cosa. Le autorità del Kurdistan iracheno si sono fatte tramite di una proposta del Pkk di cessate il fuoco e hanno proposto a loro volta la chiusura delle basi della guerriglia. Ma la Turchia pretende molto di più: il ministro degli esteri ha dichiarato inammissibile un cessate il fuoco con un’organizzazione terrorista e alla chiusura dei campi aggiunge la pretesa della illegalizzazione del Pkk in Iraq e della consegna dei suoi dirigenti: una resa senza condizioni.

Non c’è dubbio che, costretti alla scelta tra la solidarietà nazionale con i curdi iracheni e l’obbedienza al padrone Usa, i dirigenti politici del Kurdistan iracheno alla fine sceglierebbero di tradire i loro “fratelli” e di abbandonare il Pkk al suo destino. Ma questo non farebbe che esacerbare ulteriormente la situzione, aggiungendo ai conflitti esistenti un ulteriore conflitto intestino fra i curdi. Nel Kurdistan iracheno vi sono state manifestazioni antiturche e diverse dichiarazioni di dirigenti dei peshmerga che minacciano di unirsi alla battaglia se l’esercito turco attaccherà oltre il confine.

Iran, Siria, Turchia… a oltre quattro anni dalla caduta di Baghdad e dalla “vittoria” di Bush la situazione dell’intera regione è più instabile che mai e il sogno reazionario del “Grande Medio oriente” lascia il posto alla realtà di una catena di conflitti della quale sarà impossibile vedere la fine fino a quando non vi sia una rinascita del movimento di massa degli oppressi contro l’imperialismo, contro i suoi fantocci e contro le cricche borghesi che hanno condotto i loro popoli in questo vicolo cieco.

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