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Le dichiarazioni d’indipendenza di Ossezia del sud ed Abkhazia, subito ratificate dalla Duma e dal Presidente della Russia, costituiscono il prodotto della guerra tra Russia e Georgia che ha infuocato il Caucaso in queste ultime settimane, e che ha rappresentato una chiara battuta d’arresto per il governo di Tbilisi e per l’imperialismo Usa.

Allo stesso tempo è solo un capitolo di un conflitto che si svilupperà in tutta la regione nel prossimo periodo, i cui esiti sono ancora incerti ma che rivestiranno una grande importanza per il movimento operaio a livello internazionale. Pubblichiamo ampi stralci di un’analisi pubblicata il 15 agosto dal sito In defence of Marxism.

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La guerra in Ossezia del sud - una federazione socialista del Caucaso è l’unica soluzione 

Dopo diversi mesi ed anni in cui abbiamo assistito ad un escalation dei preparativi militari su entrambi i fronti, l’8 agosto scorso è scoppiato il conflitto nell’Ossezia del sud, quando il presidente georgiano Mikhail Saakashvili ha ordinato l’invasione della Repubblica autonoma e il bombardamento criminale della sua capitale Tskhinvali. Secondo fonti ufficiali russe circa 1600 tra civili e soldati russi impiegati in missione di peace-keeping sono stati uccisi nei combattimenti avvenuti prima che l’esercito russo riprendesse il controllo della Repubblica autonoma. Migliaia di profughi hanno abbandonato le loro case e si sono rifugiati nell’Ossezia del Nord facendo appello alla Russia affinché venisse in loro aiuto.

Questa è stata la giustificazione di cui aveva bisogno il Cremlino per regolare i conti in sospeso nella regione e riaffermare il proprio ruolo come potenza regionale. Il momento non poteva essere più favorevole, con l’imperialismo Usa intrappolato in Iraq ed in Afghanistan e senza le risorse aspettavano la mossa georgiana e le forze dispiegate ai confini con Ossezia del Sud erano già sul piede di guerra, pronte al contrattacco.

mappacaucasoNonostante i duri combattimenti, le forze georgiane sono state incapaci di riprendere il controllo della capitale dell’Ossezia del sud, Tskhinvali, e si sono dovute ritirare. La controffensiva russa ha distrutto l’esercito georgiano riprendendo il controllo dell’Ossezia del sud in meno di 48 ore. L’11 agosto i carri armati e le truppe russe sono penetrate all’interno del territorio georgiano e sono entrate nella città di Gori (pericolosamente vicina alla capitale, Tbilisi) per dimostrare che erano in grado di controllare facilmente i centri strategici del paese, mentre bombardavano infrastrutture militari chiave e tagliavano i collegamenti tra la Georgia e l’Abkhazia, la seconda repubblica autonoma secessionista della Georgia, e i porti sul Mar Nero.

La controffensiva ha distrutto il centro di Gori, a causa dei bombardamenti ad alta quota, uccidendo dozzine di civili, con migliaia di civili in fuga terrorizzati dal contrattacco, come riportato dai mass-media internazionali.

Nonostante i proclami dei governi georgiano e russo, la guerra, che la si osservi da ambedue i punti di vista, non ha nulla di progressista. L’incubo attuale, fatto di guerra e nazionalismo nel Caucaso, è il risultato dell’operato dell’imperialismo nella regione. Ma è anche il prodotto delle politiche nazionaliste della burocrazia sovietica, imbevute di sciovinismo grande russo, che hanno provocato la crescita del risentimento nazionale e regionale nei confronti di Mosca. Queste tendenze centrifughe hanno rappresentato un fattore nella dissoluzione dell’Urss, e come nel caso dell’ex Jugoslavia, hanno portato a guerre civili in molte delle ex repubbliche sovietiche. Sono spesso conflitti ancora irrisolti che potrebbero riesplodere in qualsiasi momento.

In maniera criminale l’imperialismo americano e quello russo hanno intrecciato questi conflitti con i loro interessi strategici e con la lotta per conquistare nuove sfere di influenza. Gli Usa hanno cercato di presentare la Georgia come un baluardo anti-Russia nel Sud del Caucaso. A sua volta la Russia usa l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud come pedine nella propria battaglia per ridisegnare le sfere d’influenza, battaglia legata all’importanza strategica della Georgia per il passaggio degli oleodotti che dal Mar Caspio portano il petrolio in occidente.

Alan Woods ha spiegato questo processo nell’articolo “La rivoluzione pacifica in Georgia è foriera di nuovi conflitti”, pubblicato nel novembre 2003, al momento dell’ascesa al potere di Saakashvili.

“Con le dimissioni del Presidente georgiano Shevarnadze, l’opposizione filoamericana è arrivata al potere a Tbilisi. Questo fa parte di un disegno più generale volto alla crescita dell’influenza di Washington nel Caucaso, disegno che avrà tuttavia fatto suonare un campanello di allarme al Cremlino. I russi non se ne staranno con le mani in mano mentre una nazione chiave al suo confine meridionale passa direttamente nel campo dell’imperialismo Usa.

Questi avvenimenti preparano la strada a conflitti ancora più aspri ed alla disintegrazione della Georgia. I russi serreranno le fila in Georgia. Le regioni cosiddette autonome ed i leaders filomoscoviti hanno troppa voglia di arrivare allo scontro con il nuovo governo di Tbilisi.”

E ancora:

“Washington e Mosca trattano le nazioni piccole, deboli e divise del Caucaso come pedine in un gioco dove l’intera regione è una gigantesca scacchiera. L’America fa una mossa, la Russia risponde, il risultato è una guerra, un omicidio, un attentato, un colpo di stato militare o una “rivoluzione pacifica”. Stiamo aspettando la prossima mossa della partita. Non sappiamo come e quando Mosca risponderà, ma di una cosa siamo certi: a perdere sarà la gente comune, i poveri, gli inermi”.

Nell’epoca imperialista, le piccole nazioni come la Georgia o l’Ossezia sono troppo piccole per giocare un ruolo indipendente. L’indipendenza nazionale per questi paesi non significa libertà ma ancora più oppressione e militarismo negli interessi di una potenza contro l’altra.

Perché la Georgia ha attaccato?

Da parte dell’élite dirigente georgiana, l’attacco all’Ossezia è stata una scommessa ragionata che però si è ritorta contro. Saakashvili è sopravvissuto per miracolo ad un movimento di massa che protestava contro la corruzione all’interno del governo lo scorso dicembre. Si è salvato attaccando il movimento come frutto di una cospirazione russa e proclamando lo stato di emergenza. Ha poi indetto elezioni anticipate nel giro di un mese, che ha vinto.

Ad aprile l’allora presidente russo Putin ha stretto un accordo con Abkhazia ed Ossezia del Sud dove si prevedevano relazioni speciali con la Russia. Ciò ha forzato la mano di Saakashvili che non poteva assistere senza far nulla alla crescita dell’influenza russa nel Caucaso.

Ciò su cui scommetteva Saakahsvili era che un attacco all’Ossezia del Sud, senza occuparla in maniera stabile perché ciò sarebbe stato impossibile militarmente,  avrebbe stretto le masse georgiane attorno al governo ed alla sua retorica nazionalista. Si aspettava che, dopo le proteste di rito, la Russia avrebbe subito l’umiliazione, come ha fatto riguardo al Kosovo o all’espansione della Nato negli stati baltici. E poi non avrebbero osato intraprendere un intervento militare diretto contro un alleato stretto degli Usa come la Georgia. Dopotutto la Russia si era sempre comportata così ogni volta che i propri interessi erano entrati in conflitto con quelli degli Stati Uniti.

Ma c’è qualcos’altro da aggiungere. È molto difficile credere che Saakashvili abbia lanciato l’attacco contro il volere degli americani. Il governo georgiano dipende dagli aiuti e dall’appoggio Usa e gli strateghi di Washington devono avere assecondato la scommessa di Saakashvili: un grosso errore da parte loro. Lo hanno fatto per i loro interessi imperialisti: volevano testare ancora una volta la reazione russa. Siccome hanno perso nettamente la scommessa, ora hanno davanti due opzioni: o ammettere l’errore di non avere considerato che i rapporti di forza nella regione tra loro e i russi sono cambiati, oppure lasciare intendere che i Georgiani li abbiano ingannati, nascondendo le loro reali intenzioni. Ma anche se crediamo per un momento che i georgiani abbiano agito di loro iniziativa, come avrebbe potuto Saakashvili nascondere i preparativi dell’attacco? O c’è qualcuno che può credere che i servizi segreti russi siano meglio informati di quelli americani, presenti in forza a Tbilisi? In ambedue i casi la credibilità dell’imperialismo a seguito di questo conflitto ne esce seriamente compromessa.

L’imperialismo russo si rafforza

D’altro canto, la Russia non è lo stessa di dieci anni fa. Si è ripresa dal tracollo sia economico che politico e negli ultimi anni ha cercato di rompere la strategia di accerchiamento orchestrata dagli Stati Uniti dopo il crollo dell’Urss.

Negli ultimi 15 anni l’imperialismo Usa ha cercato di trarre vantaggio dalla crisi della Russia sviluppando forti legami ed alleanze con i paesi dell’ex blocco sovietico o con le repubbliche formatesi dopo il crollo dell’Urss in Asia centrale, nel Caucaso, sul baltico e nell’Europa orientale. L’espansione della Nato in Polonia, Repubblica ceca e Ungheria nel 1998 e poi nel 2004 quando sono stati assorbiti il resto dei satelliti dell’Urss, nell’Europa dell’Est e gli Stati baltici, è stata a ragione considerata come una minaccia strategica da parte dei vertici militari russi. Ciò ha convinto il Cremlino che doveva approfittare di ogni opportunità per rovesciare la situazione.

Il mutato atteggiamento del governo russo, insieme all’accresciuto potere di contrattazione del governo russo, si sono evidenziati nello scorso periodo con la decisione unilaterale di tagliare le forniture di gas a Repubblica Ceca ed Ucraina. Tuttavia, la Russia non aveva mai usato la propria forza militare prima dell’8 agosto. La Georgia costituisce l’anello debole nella catena di alleanze nella regione ed attaccarla era il modo migliore per dimostrare al mondo (e soprattutto ai paesi confinanti) che l’imperialismo Usa non è più in grado di garantire ciò che promette, cioè proteggere i deboli satelliti dell’ex Urss dal loro potente vicino.

La guerra in Georgia ha costretto improvvisamente a riconoscere la realtà: la Russia si è imposta come una potenza imperialista regionale abbastanza forte per contendere agli Stati Uniti la sfera d’influenza che una volta era dell’Urss.

Un commento arrogante riguardo alla Russia come “Non rappresentano una potenza importante, sono come l’Arabia saudita con gli alberi” è ancora più significativo se viene da un diplomatico di lungo corso come Robert Hunter, (ex ambasciatore Usa alla Nato), intervistato dalla Bbc il 13 agosto, e rivela quanto gli Usa siano stati colti di sorpresa dagli ultimi  sviluppi.

Il presidente Usa George Bush non è l’uomo più intelligente del mondo ma riguardo alla Georgia è stato costretto dai suoi consiglieri più accorti ad adottare una linea più attenta. Sebbene abbia usato una retorica bellicosa, affermando che la Russia sarà espulsa dal consesso dei paesi avanzati se non cambia atteggiamento, non ha potuto annunciare alcuna misura od azione concreta, a parte la promessa di aiuti umanitari consegnati dall’esercito Usa.

Sarkozy, attualmente presidente di turno dell’Ue, è giunto in visita a Tbilisi il 12 agosto per concludere un accordo di pace. Ma quello che abbiamo appena detto per gli Usa è ancora più valido per l’Unione europea: non c’è molto che l’Ue possa fare se la Russia mantiene il controllo del territorio. L’accordo si potrà raggiungere solo quando la Russia avrà raggiunto tutti i propri obiettivi nella guerra.

Una posizione sciovinista

In Russia, l’elite dominante ha arruolato i mass media nello scatenare un'ondata di isteria militarista. Le sofferenze della popolazione dell’Ossezia del Sud sono state usate per manipolare la comprensibile esplosione d’indignazione popolare e giustificare il contrattacco, ma la propaganda di guerra si è legata ad un grosso risentimento contro l’imperialismo Usa fra la classe lavoratrice russa. I dirigenti del Partito comunista e del sindacato hanno capitolato davanti alle posizioni del Cremlino sulla guerra, come del resto non contestano seriamente la sua linea in tempi di pace. Invece di difendere una linea di classe all’interno del panorama politico russo, portano avanti l’ideologia borghese all’interno del movimento operaio. Ciò è particolarmente vero nel caso di questa guerra e dunque a causa della mancanza di un’alternativa, ciò rafforzerà temporaneamente l’appoggio per Putin.

Ma al tempo stesso la politica militarista è una maledizione per il popolo russo. Il contrattacco in Georgia è un segnale delle rinnovate ambizioni del Cremlino e l’avidità degli oligarchi potrà portare a nuove avventure militari. Una percentuale significativa di russi vivono in Crimea, nei paesi del Baltico e in Kazakhistan. Dove potrà arrivare al di fuori dei confini dello Stato russo la difesa dei propri cittadini? Le prospettive economiche per la Russia sono incerte, mentre il governo ed i capitalisti stanno preparando un’altra ondata di tagli al tenore di vita dei lavoratori ed ai diritti sindacali. Il veleno sciovinista è l’arma che la classe dominante russa usa sempre per far accettare ai lavoratori ed alla gente comune le avventure militari.

Sulla difesa dell’Ossezia del Sud

L’uccisione di civili inermi in Ossezia del Sud è un atto criminale e completamente reazionario, ma non giustifica l’uccisione di civili in Georgia. Al contrario ciò servirà a provocare ulteriori episodi di pulizia etnica come ritorsione nel futuro.

La preparazione sistematica per la guerra sia da parte russa che da parte georgiana dimostra che da tempo i due paesi stavano organizzandosi per perseguire i propri interessi reazionari. Lo scorso 17 luglio oltre 8000 soldati e 700 unità corazzate russe hanno partecipato ad una serie di esercitazioni denominate “Kavkaz 2008”. Tra le simulazioni effettuate c’erano operazioni antiterrorismo in Abkhazia ed in Ossezia del sud, come pure il soccorso di eventuali profughi. Il giorno prima, 600 soldati georgiani avevano effettuato un’esercitazione con mille soldati Usa chiamata “Reazione rapida 2008”.

La verità è che per il Cremlino la questione dell’Ossezia del Sud e i diritti della popolazione osseta sono di secondaria importanza.

Il fatto che il teatro delle azioni di guerra si sia spostato ben oltre l’Ossezia e l’Abkhazia dimostra che l’obiettivo dei governanti russi non era, come proclamato, la difesa della popolazione osseta ma bensì infliggere un duro colpo alla Georgia per minarne la stabilità e provocare un cambiamento di regime a Tbilisi.

Il problema dello sviluppo di relazioni pacifiche nel Caucaso non sarà risolto dal numero di soldati presenti nella regione. Putin ha dichiarato che l’Ossezia non sarà reintegrata nel territorio georgiano. È piuttosto chiaro che ogni dichiarazione di indipendenza da parte dell’Ossezia del Sud sarà il preludio alla sua integrazione alla Federazione russa, essendo la Repubblica caucasica troppo piccola per avere una vita realmente autonoma.

L’imperialismo ed il capitalismo sono una parte del problema, non la soluzione e la questione delle nazionalità non può essere risolta all’interno del capitalismo. Ciò non per ragioni ideologiche, ma molto materiali. Lenin descrisse la questione nazionale come una questione di pane. L’unico modo per risolverla è attraverso lo sviluppo delle forze produttive: ciò si può raggiungere solo liberando le nazionalità oppresse dall’influenza dell’imperialismo, attraverso l’esproprio delle proprietà delle aziende imperialiste e degli oligarchi locali e la pianificazione delle forze produttive in modo armonico sotto il controllo e la gestione dei lavoratori.

Come pensare che si possa risolvere la questione del ritorno dei profughi su basi capitaliste? Infatti all’interno di tale sistema economico ciò provocherebbe una competizione crescente per accedere ai posti di lavoro, alle case, all’istruzione, all’assistenza medica e agli altri servizi. Creerebbe ulteriori tensioni su basi etniche o religiose. L’indipendenza per l’Ossezia del Sud o la sua integrazione nella Federazione russa porterebbe alla pulizia etnica nei confronti della minoranza georgiana, fatto che a sua volta rafforzerebbe il risentimento della popolazione georgiana e innescherebbe nuove guerre ed instabilità.

La complessità della questione nazionale nel Caucaso

Il Caucaso è stato per migliaia di anni un crocevia per diversi popoli, lingue e religioni. La prospettiva di una separazione fisica di popoli diversi come una “soluzione” alla questione nazionale è una pazzia reazionaria.

Prendiamo l’esempio dell’Ossezia del Nord oggi, come pure di altre repubbliche del Caucaso. A seguito del crollo dell’Urss gli Osseti del nord, che erano cittadini russi, hanno combattuto contro i loro vicini ingusci, anch’essi cittadini russi. Questa guerra è il tragico risultato della politica catastrofica di Stalin sulla questione nazionale. Centinaia di migliaia di ingusci furono deportati per ordine di Stalin negli anni quaranta, e la stessa sorte toccò ai ceceni.

La maggior parte dei territori tolti agli ingusci all’epoca non è stata restituita. Migliaia di ingusci vivono ancora in quelli che sono fondamentalmente dei campi profughi. La situazione di tensione estrema spiega perché i terroristi scelsero Beslan, una città dell’Ossezia del Nord, per il loro tremendo attacco terrorista del primo settembre 2004. Volevano far credere agli osseti che i terroristi fossero ingusci e provocare così una nuova guerra civile, un fatto che poteva accadere all’epoca e potrebbe accadere anche nel futuro. Tuttavia anche gli osseti che si sono trasferiti sulle terre degli ingusci e vi risiedono da due o tre generazioni e non dispongono di un altro posto dove andare, hanno dei diritti che devono essere considerati. È una questione molto delicata e complicata.

Ritornare a Lenin!

Nel suo libro, Russia dalla rivoluzione alla controrivoluzione, scritto nel 1996, Ted Grant riassume l’approccio di Lenin e dei Bolscevichi sulla questione nazionale, che vogliamo citare a fondo:

“La Russia era una prigione dei popoli. Una delle ragioni chiave nel successo della rivoluzione bolscevica era l’approccio sulla questione delle nazionalità. Lenin capì che l’unico modo con cui costruire una nuova federazione socialista era quello di basarsi su una completa uguaglianza per tutte le minoranze nazionali. Non ci poteva essere costrizione di una nazione da parte di un’altra. Una repubblica socialista poteva costituirsi su base volontaria, come l’unione volontaria di nazionalità diverse. Di conseguenza il diritto delle nazioni all’autodeterminazione era scritto nel vessillo del partito e della giovane repubblica dei Soviet, fino a includere la secessione.

Lenin si battè per l’unità dei popoli componenti l’impero zarista, ma doveva essere una unione volontaria. Fu per questo che egli insistette fin dall’inizio sul diritto all’autodeterminazione. Questa idea, che viene spesso fraintesa  come una richiesta di separazione, è completamente corretta. I bolscevichi non incoraggiavano la separazione, ma difendevano la più ampia estensione possibile dell’autodeterminazione nazionale, fino ad includere la separazione. Nessuno ha il diritto di obbligare un popolo a vivere nei confini di uno Stato quando la maggioranza non ci vuole stare. Ma il diritto all’autodeterminazione non comporta la richiesta di una separazione più di quanto il diritto al divorzio significhi che tutte le coppie devono dividersi, o che il diritto all’aborto significhi che tutte le gravidanze vanno interrotte.” (Russia. Dalla rivoluzione alla controrivoluzione, Ac editoriale, pag 348)

Lenin si opponeva ad ogni manifestazione di sciovinismo grande russo: “dichiaro guerra allo sciovinismo grande russo” scrisse a Kamenev e considerò la questione così importante da determinare la sua rottura irrevocabile con Stalin sulla questione del comportamento vergognoso di Stalin e Dzerzinskij rispetto all’opposizione dei comunisti georgiani ai loro piani sulla Federazione sovietica. Come spiega Ted Grant:

“Dopo la rivoluzione, Lenin sperava nella possibilità di un’unione volontaria e fraterna delle popolazioni che formavano l’impero zarista in una Federazione dei Soviet. Per questo chiese che le nazionalità fossero trattate con estrema sensibilità. Ogni manifestazione di sciovinismo grande russo andava estirpato. A onor del vero, per un periodo di tempo dopo l’Ottobre la parola “Russia” scomparì del tutto dai documenti ufficiali. Il nome ufficiale della terra madre dell’Ottobre era semplicemente “lo Stato dei lavoratori.” (op. cit.. pag. 350)

La lotta di classe in tutti questi paesi, a cominciare dalla Russia, è avvelenata dalla questione nazionale. I lavoratori russi non guadagneranno nulla dalla guerra contro la Georgia a parte il rafforzamento di Putin e la crescita delle organizzazioni neonaziste che rivolgeranno i loro attacchi dapprima contro i giovani e i lavoratori del Caucaso e poi contro i lavoratori russi e le loro organizzazioni. Solo i marxisti possono fornire un programma ed una prospettiva per risolvere le ferite della questione nazionale, basandosi sulla lotta della classe operaia e la costituzione di una federazione di Stati socialisti a livello degli Stati dell’ex-Unione sovietica ed a livello internazionale.

Anche in Georgia abbiamo assistito a proteste contro gli oligarchi che sono sfociate in manifestazioni di massa alla fine del 2007, scontratesi violentemente con la polizia. Oggi in Georgia prevarrà una grande confusione ed il rancore contro la Russia ma la lotta di classe riuscirà a spezzare questa isteria nazionalista. La demagogia nazionalista di Saakashvili è un segno di debolezza, senza di essa infatti non avrebbe una base di appoggio sufficiente.

Non c’è altra strada per i lavoratori russi e georgiani che unire le proprie forze contro le interferenze imperialiste ed i propri sfruttatori. La sola tradizione che può unire tutta la classe operaia, aldilà della religione, della nazionalità della lingua e del colore della pelle è quella del bolscevismo e delle tradizioni dell’Ottobre.

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