Breadcrumbs


La nostra battaglia per la svolta a sinistra

La conclusione del congresso nazionale del Prc ha generato un ricco campionario di commenti sulla stampa. La maggioranza che ha sostenuto il documento finale del congresso ed ha eletto Ferrero segretario è stata sinteticamente definita come una accozzaglia di nostalgici fuori dalla storia che marciano verso il deserto cantando Bandiera Rossa, residui gruppettari da anni ’70 fuori tempo massimo…

 Scarica questo testo in formato volantone A3  (file pdf)

Ironie e ostilità si mescolano in parti uguali, spiccano per livore gli articoli dei quotidiani di area “democrat”, con una menzione speciale per l’ex direttore del Manifesto Riccardo Barenghi che su La Stampa piange calde lacrime per la fine delle “innovazioni bertinottiane” e (soprattutto) della politica di alleanze col Pd. Tanto livore si spiega facilmente: al congresso di Chianciano è successo quello che non doveva succedere, il “loro” candidato ha perso la corsa alla segreteria e progetti lungamente accarezzati sono finiti in cavalleria.

Il congresso nazionale è stato dominato da un clima di fortissima e crescente polarizzazione, montata già nelle settimane precedenti durante i congressi di circolo. Il fatto che la mozione 2 non avesse raggiunto la maggioranza assoluta, fermandosi al 47,3 per cento nonostante una gestione assai spregiudicata di tessere e voti in una serie di regioni da essa controllate, già di per sé costituiva un segnale importante.

Un segnale che i dirigenti bertinottiani hanno ignorato in un volontario accecamento che li ha portati ad assumere una linea oltranzista del “tutto o niente”: o Vendola segretario, o nulla. Un disastroso errore dettato da una supponenza da tempo cresciuta in quel gruppo dirigente, sempre più abituato a identificare il partito con se stesso e a ignorare quanto accade fuori dal recinto dei propri sostenitori. E così, tra tutto e nulla, nulla è stato.

Perché? Il clima di scontro frontale che si toccava fisicamente nei quattro giorni di Chianciano non è caduto dal cielo, ma era il chiaro riflesso di una radicalizzazione, parziale quanto si vuole, e tuttavia reale, di una parte significativa della militanza e del quadro periferico del partito.

A Chianciano la mozione 2 ha buttato a mare zavorra a piene mani, ha lasciato cadere la sua proposta di Costituente della sinistra, ha speso un lungo intervento di Bertinotti pieno di aperture conciliatorie, insomma erano disposti a tutto o quasi pur di eleggere segretario il loro candidato, e su questa linea hanno esercitato la massima pressione sulla mozione 1 e in particolare sull’area di Essere comunisti per tentare un accordo.

L’accordo si è dimostrato impossibile non per mancanza di volontà da parte di Claudio Grassi, il quale apertamente aveva più volte definito una sciagura l’ipotesi di una divisione netta del congresso. Solo che nel clima del congresso nazionale (che, lo ripetiamo, rifletteva comunque uno stato d’animo presente e crescente nel partito) qualsiasi ipotesi di accordo con i bertinottiani sarebbe risultata semplicemente indifendibile e chi se ne fosse fatto portatore ne sarebbe uscito distrutto. Era palpabile il sentimento di rifiuto verso l’ennesima giravolta, verso l’ennesimo tentativo di riproporre una minestra ormai stracotta e che nessun artificio retorico, né di Vendola, né di Bertinotti, avrebbe reso meno indigesta.

Il nostro sì al documento finale

Questo sentimento si è riflesso nel documento finale approvato dal congresso, che non a caso è stato interpretato unanimemente, dentro e fuori dal Prc, come una svolta a sinistra e una netta rottura con la precedente politica del partito.

I dirigenti bertinottiani hanno fatto grande scandalo su questo, tacciando il documento di essere un accordo senza principi fra mozioni tra loro inconciliabili, fatto per pura ambizione di gestione del potere.

A dire il vero non è facile capire perché un accordo fra mozioni che si pone l’obiettivo di imprimere al partito una svolta a sinistra sia da considerarsi come una manovra, mentre un accordo, da stabilirsi al fine di mantenere la vecchia linea fallimentare, fra la 1 e la 2 che fino al giorno prima si erano scontrate col coltello in mano, sarebbe stato invece un’operazione pulita.

Sono tuttavia polemiche con poco contenuto. Chiunque sappia leggere può farsi un’idea precisa di quale sia la natura dell’accordo che ha sancito la vittoria di Ferrero al congresso. Si vuole conoscere le posizioni di partenza? Basta leggere le mozioni congressuali; si vuole misurare l’esatta portata del compromesso e chi ha rinunciato a cosa? Basta misurare la distanza fra le mozioni iniziali e il documento finale; si può pensare tutto il male possibile, ma non si può certo dire che non vi sia chiarezza politica…

Per quanto ci riguarda, i punti decisivi che ci hanno spinto a sostenere quel documento sono stati tre: la dichiarazione di alternatività strategica rispetto al Pd e il conseguente abbandono della prospettiva di ricostruire il centrosinistra; la netta dichiarazione iniziale di rottura con qualsiasi idea di scioglimento del Prc; l’indicazione di una chiara battaglia anticoncertativa nei luoghi di lavoro e nel sindacato.

La valutazione reale di quel documento verrà data non dall’esegesi del testo, ma dalle dinamiche politiche che saprà – o non saprà – mettere in moto.

La svolta a sinistra è dichiarata, ma è ancora tutta da conquistare e costruire. Su un punto concordiamo con i compagni della seconda mozione: con la loro evidente e dichiarata intenzione di cercare fuori dal partito le forze per vincere la loro battaglia. Pensiamo esattemente allo stesso modo, con l’importante differenza che mentre Vendola e Giordano sembrano intenzionati a cercare conforto fra il ceto politico della sinistra governista senza governo o fra i giornali amici del Pd, noi pensiamo che si debba cercare in tutt’altra direzione. La battaglia vitale è per fare arrivare nei luoghi di lavoro, fra i giovani, nei quartieri, fra gli immigrati, un messaggio chiaro: c’è un partito che intende mettersi anima e corpo a disposizione delle vostre battaglie, venite e aiutateci a renderlo più forte!

Il nostro intervento nel congresso

Pensiamo di poter contribuire in modo importante a questo compito decisivo, in primo luogo perché riteniamo che il nostro intervento sia nei congressi di circolo che nel congresso nazionale indichi una grande crescita del nostro consenso e soprattutto delle nostre potenzialità. Riprendiamo alcune considerazioni che svolgevamo su Liberazione alla vigilia del congresso nazionale: “Il primo dato che vogliamo evidenziare è come la mozione 4 sia stata quella che ha dimostrato maggiore capacità di espansione del proprio consenso fra i militanti rispetto alla presenza negli organismi dirigenti uscenti.

Se facciamo pari a 100 la percentuale che ogni mozione ha raccolto nel Cpn di avvio del congresso, e lo rapportiamo con la percentuale dei voti espressi nei circoli, rileviamo come questo indice salga a 144 per la nostra mozione, a 117 per la mozione 2, cresca leggermente per la mozione 5 (104,9), mentre risulta nettamente deficitario per la mozione 1 (86,29) e per la 3 (84,92).

La nostra mozione raccoglie pertanto nei circoli un consenso del 44 per cento superiore a quello che ha raccolto nel Cpn. I 1400 voti con i quali chiuderemo i congressi di circolo rappresentano una piccola minoranza del partito; una minoranza tuttavia in crescita, se ricordiamo gli 835 voti che tre anni fa raccolse la mozione “Rompere con Prodi”; aggiungiamo che cresciamo in un congresso che vede calare il numero di partecipanti al voto (nel 2005 furono poco più di 50mila).

Il nostro approccio al dibattito congressuale non è mai stato di tipo elettoralistico. Partire dalle cifre serve per discutere la prospettiva politica. Chi ci ha sostenuto sa che il primo imperativo è quello di dare continuità alle posizioni che abbiamo espresso nel dibattito congressuale; il voto raccolto tra un significativo settore operaio del partito (vogliamo qui ricordare fra gli altri i circoli di fabbrica della Terim e dell’Inalca di Modena, della Bonfiglioli di Bologna, di Pomigliano d’Arco, il circolo Trasporti di Milano) ci consegna la responsabilità di discutere con tutti i compagni quale applicazione pratica possiamo dare nei prossimi mesi alla proposta della svolta operaia.”

È stato con questo spirito che ci siamo avvicinati all’assise nazionale, con i risultati già esposti.

Dopo il congresso: una svolta da costruire

Ci avviamo pertanto a una stagione decisiva per le sorti di Rifondazione comunista. Mentre scriviamo non sono ancora stati eletti i nuovi gruppi dirigenti (Segreteria, Direzione, responsabili dei vari dipartimenti), già da queste prime scelte sarà possibile capire e verificare se la svolta si materializzerà in un lavoro di lunga lena o se è destinata a impantanarsi negli slogan e negli annunci che si esauriscono senza trovare uno sbocco reale. Misureremo anche se sono effettivamente caduti gli steccati che hanno impedito che negli scorsi anni qualsiasi esponente della nostra area potesse farsi carico della gestione di responsabilità significative sia a livello nazionale che nelle federazioni. Siamo determinati a creare le condizioni affinché la nostra area possa essere misurata non solo per le sue posizioni e analisi politiche, ma anche per la sua capacità di costruire un intervento efficace per il partito, innanzitutto sul decisivo terreno del radicamento operaio. Ci sentiamo legittimati ad avanzare questa proposta innanzitutto per l’enorme mole di lavoro svolta negli scorsi anni, senza e a volte persino contro le strutture ufficiali del partito; ci riferiamo alle campagne contro lo scippo del Tfr, per il No all’accordo sul welfare del 2007, sul contratto dei metalmeccanici e di altre categorie, alle numerose vertenze nelle quali siamo intervenuti sia dentro i luoghi di lavoro che con un’azione esterna di sostegno politico e militante.

Al di fuori di un serio impegno per il rilancio del partito nelle lotte e nell’opposizione al governo Berlusconi non c’è per noi alcun interesse alla partecipazione a qualsivoglia livello di responsabilità; non abbiamo aderito a una maggioranza congressuale per piantare una bandierina o per dare visibilità a chicchessia. Ci basiamo oggi su un’ipotesi ottimista, ossia che la ricerca di radicalità e di un nuovo spirito militante nel Prc, unita alla disperata necessità di punti di riferimento a sinistra nella società e innanzitutto fra i lavoratori, crei le possibilità per un effettivo contributo da parte nostra a questa battaglia.

Una scissione a destra?

La sconfitta subìta a Chianciano ha lasciato la mozione 2 in uno stato confusionale, preda delle posizioni più estreme (valgano per tutte le dichiarazioni di Bertinotti all’indomani del congresso, che paventava addirittura la “galera” per i suoi sostenitori…). In questo clima, sembra prendere piede almeno in certi settori della mozione 2 una linea oltranzista che considera inevitabile una nuova divisione. Le pressioni di Veltroni si fanno sentire, per non parlare dei vari rottami alla deriva dopo il naufragio della fu Sinistra Arcobaleno, tutti impegnati a solidarizzare con Vendola e a invitarlo ad abbandonare il Prc e ad accomodarsi fra le assai più accoglienti braccia di papà Walter.

Primo banco di prova saranno le manifestazioni in preparazione per l’11 e il 25 ottobre, la prima organizzata dal Prc e dal Pdci, la seconda dal Pd. L’ipotesi ventilata in questi giorni, di una partecipazione di Vendola e Giordano alla data del 25 ottobre equivarrebbe a una nuova dichiarazione di guerra.

Non sappiamo se davvero i dirigenti di “Rifondazione per la sinistra”, questo il nome adottato dall’area sorta dalla Mozione 2, vorranno dare una simile prova di completa cecità politica (oltre che di un opportunismo senza aggettivi), né sappiamo quanto forte si farà sentire la voce di chi, all’interno dell’area bertinottiana, non è disposto ad abbandonare il Prc.

Sappiamo invece che, al di là del danno che potrebbero creare al partito, promuovere una scissione equivale all’ammissione di una sconfitta senza appello. La strategia della Sinistra Arcobaleno aveva un senso – perverso, ma lo aveva – nella misura in cui partiva dalla scomparsa di Rifondazione comunista. Ma il Prc non scompare, questo è il significato di Chianciano; non è stato demolito nel congresso, non lo sarà neppure da questo tentativo di ottenere una rivincita a tempo scaduto, ricorrendo all’aiuto del Pd e, si suppone, di nuove leggi elettorali ancora più antidemocratiche di quelle in vigore.

Il primo passo in una direzione nuova

Saranno gli avvenimenti a dire se Chianciano è stato il primo passo in una direzione nuova, il primo tentativo di fermare uno smottamento a destra che ha portato il Prc sull’orlo dell’estinzione e la sinistra intera alla crisi più grave degli ultimi 60 anni. Ma saranno avvenimenti dei quali non saremo spettatori passivi, ancorché interessati, ma dei quali vogliamo puntare ad essere protagonisti assieme a migliaia di compagni e compagne che hanno manifestato, nelle condizioni più avverse, la loro volontà di non abbandonare il partito a chi ne aveva già decretato la “dolce morte”.

Non è un mistero che la battaglia aperta a Chianciano è tutt’altro che vinta. Non sono pochi i dirigenti della nuova maggioranza che considerano questa come una parentesi da chiudersi al più presto, che ritengono che sui documenti congressuali si possono scrivere tutte le belle parole del caso per accontentare qualche ingenuo, ma che la politica “vera” sia ben altro. Sul punto delle alleanze locali continueremo la nostra battaglia nelle federazioni e nei comitati regionali, lavorando affinché la linea della subalternità al Pd venga seppellita una volta per tutte. Diversi esempi importanti, a partire dalla Provincia di Milano, dimostrano come settori importanti del Pd stiano lavorando per scaricare un Prc considerato ormai irrimediabilmente “estremista”; di fronte a ciò risulta patetica l’ostinazione con la quale gruppi dirigenti locali anche della mozione 1 si aggrappano alla prospettiva di un’alleanza che ormai esiste solo nelle loro teste. Sul versante opposto la decisione della mozione 2 calabrese, maggioranza in quella regione, di rientrare nella giunta Loiero ha provocato una ulteriore forte divisione interna al partito alla stessa mozione 2. Questi due esempi dimostrano come, per un verso o per l’altro, la vecchia linea degli accordi locali sia ormai insostenibile e saranno sempre più numerosi i militanti e i circoli che chiederanno una svolta anche su questo terreno e una battaglia contro questa seconda trincea del governismo.

Sono dunque ancora tante le forze che lavorano, più o meno apertamente, a depotenziare la svolta di Chianciano e far deragliare il nuovo corso prima ancora che si affermi; a quelle già citate possiamo aggiungere qualche frangia (poche, per la verità) che pensava che una vittoria di Vendola avrebbe per contraccolpo reso più facile il percorso della cosiddetta unità comunista nella sua versione più ristretta.

Sull’altro piatto della bilancia dobbiamo fare pesare le ragioni di un rilancio della rifondazione comunista su nuove basi e soprattutto la necessità impellente, vorremmo dire disperata, di un partito che sia per davvero un’organizzazione di lotta, una sede di elaborazione politica e programmatica, che voglia conquistarsi sul campo il ruolo di forza dirigente e di centro propulsore del riscatto del movimento operaio italiano. Se non si commettono troppi errori (errori sono e saranno comunque inevitabili) e se sapremo dare il nostro contributo, non abbiamo dubbi che sarà questa seconda prospettiva a prevalere.

Leggi gli interventi della quarta mozione a Chianciano:


Leggi anche:

 


Joomla SEF URLs by Artio