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La situazione in Afghanistan si fa sempre più intricata. L’invasione Usa dura ormai da sette anni, e l’imperialismo non è riuscito affatto a stabilizzare la situazione, al contrario. Le truppe della Nato controllano sempre meno territori e sono sempre più impopolari. Per sgominare la resistenza è prassi comune ricorrere a bombardamenti indiscriminati, senza fare distinzione tra civili e “terroristi”.

Il 21 agosto nel villaggio di Azizabad novanta civili, tra cui sessanta bambini, sono stati uccisi. Addirittura l’Onu ha inchiodato gli Usa, una sua inchiesta infatti è giunta alla conclusione che l’aviazione ha preso di mira i civili non curandosi affatto dei talebani. In questo modo non si fa altro che accrescere l’odio verso l’occupazione straniera.

Dopo questa ennesima strage, anche il governo Karzai si è sentito in dovere di chiedere di “riconsiderare i termini della missione Nato”.

Le perdite della coalizione sono aumentate in maniera costante negli ultimi anni. Nel solo mese d’agosto ben 45 militari sono stati uccisi, il numero più alto in un mese dal 2001. In questi ultimi mesi la guerriglia ha lanciato un’offensiva in grande stile, la cui azione più clamorosa è stato l’assalto alla prigione di Kandahar, dove sono stati liberati ben 1200 detenuti tra cui almeno 400 guerriglieri.

La missione della Nato (denominata Isaf) ha aumentato costantemente i propri effettivi nel corso di questi sette anni. Ora impiega 52mila uomini, a cui si devono aggiungere 19mila soldati americani dislocati alla frontiera tra Pakistan ed Afghanistan per un totale di 71mila unità. Nel 2003 erano poco più di 10 mila. Nonostante questo spiegamento di forze, è opinione comune, che Karzai controlli non più di un terzo del paese. Se domani le truppe Nato si ritirassero, Karzai sarebbe un uomo finito. Come l’esperienza dell’Iraq avrebbe dovuto insegnare, non basta avere sulla carta un’enorme potenza militare per riuscire a controllare un paese, contro una guerriglia che gode dell’appoggio di settori maggioritari della popolazione.

Bush e Condoleeza Rice amano ripetere che l’operazione di pace in Afghanistan è contro il terrorismo di Al Qaeda ed i talebani. La situazione è in realtà più complessa. Numerosi gruppi e milizie si stanno schierando apertamente contro la missione Isaf. Tra le milizie più importanti, vi è quella di Hekmatyar, uno dei principali leader mujaheddin ai tempi dell’invasione dell’Urss, che ha la sua roccaforte a Peshawar e che dispone di forze “più numerose e meglio equipaggiate di quelle dei talebani” secondo il capo di stato maggiore dell’esercito afgano, Bismillah Khan. Il partito di Hekmatyar (Hezb-I-Islami) ha due esponenti nel governo di Kabul ma allo stesso tempo si è più volte scontrato con le forze Nato per il controllo della regione. I protettori di Hezb-I-Islami sono i servizi segreti pakistani. Alla frontiera tra Pakistan ed Afghanistan si verificano scontri continui, ma ad essere coinvolti non sono i “terroristi”, bensì gli eserciti afgano e pakistano. Lo scorso 3 settembre le truppe Usa hanno sconfinato nel Waziristan del Sud, una delle aree tribali semi-autonome del Pakistan ed ucciso almeno venti persone.

Le forze armate alleate e quelle afgane spingono per una lotta più incisiva contro i talebani e le altre forze guerrigliere che hanno molte delle loro basi in territorio pakistano, ma questa è una richiesta che Islamabad non può assolutamente accontentare, visti i legami che da decenni l’apparato dello Stato pakistano mantiene con i signori della guerra, soprattutto di etnia pashtun.

Secondo il Generale McKiernan, comandante in capo dell’Isaf, il contingente deve restare nel paese nei prossimi 10-15 anni, che sarebbe come dire per sempre. All’interno della borghesia americana la condivisione della strategia portata avanti finora sembra unanime. Nel luglio scorso il candidato democratico alla presidenza, Barack Obama, in visita a Kabul ha chiesto che vengano mandati in Afghanistan altri 10mila uomini, “nell’ambito della guerra al terrorismo, abbiamo bisogno di più uomini elicotteri ed assistenza non militare” (il manifesto, 20/07/2008). Obama propone di ritirare le truppe dall’Iraq per ridislocarle appunto in Asia centrale. Insomma, dalla padella alla brace!

All’appello americano il governo Berlusconi ha subito risposto. Non si può aumentare in maniera significativa i 2600 uomini del contingente italiano, in quanto l’esercito è già impegnato su altri fronti come Libano e Kosovo (missioni, ricordiamolo, iniziate o confermate dal precedente governo Prodi), ma l’aiuto alla Nato ci sarà, inviando i caccia Tornado e cambiando le regole d’ingaggio per i soldati italiani, che potranno intervenire in tutte le zone del conflitto su richiesta alleata con tempi di risposta molto più rapidi.

Per l’imperialismo è a rischio il controllo sull’Asia centrale, una regione chiave per le risorse di materie prime ma soprattutto per la sua posizione strategica. Di fronte al protagonismo crescente della Cina e soprattutto della Russia nell’area, unito alla crescente forza della resistenza afgana, non si vede come le forze della Nato possano ottenere una vittoria che permetta agli Usa di uscire dall’isolamento e rafforzi la posizione dell’imperialismo.

L’instabilità ed i conflitti non potranno far altro che aumentare, coinvolgendo sempre più paesi oltre al Pakistan, all’Afghanistan ed all’Iraq, rendendo sempre più impellente la necessità di una risposta di classe, indipendente dagli interessi di ogni potenza imperialista.

16 settembre 2008

 

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