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La crisi nel Caucaso, sfociata nella guerra d’inizio agosto tra Russia e Georgia, è la conseguenza diretta delle manovre degli Usa nell’Europa orientale e in Medio Oriente, volte a contenere le nuove potenze emergenti (Russia e Cina su tutti).

Il sostegno garantito al regime di Tbilisi da parte dell’amministrazione Bush non è una novità: la prima “rivoluzione colorata” è stata inscenata grazie ai fondi americani in Georgia, portando al potere Mikheil Saakashvili con un’elezione alquanto discussa (96% dei voti) nel gennaio 2004, e da allora i legami con Washington si sono rafforzati, così come la volontà di chiudere i conti con le minoranze etniche secessioniste e con la Russia.

La Georgia: una “piccola bella democrazia”?

I milioni di dollari arrivati sulle rive del Mar Nero attraverso la Fondazione Soros e il programma di partnership strategica con la Nato hanno stimolato l’attività revanscista di Saakashvili, il cui slogan “La Georgia ai georgiani” è lo stesso della presidenza di Gamsakhurdia a inizio anni novanta, quando l’Ossezia meridionale e l’Abkhazia si videro abolire l’autonomia riconosciuta in epoca sovietica e scoppiò un conflitto che portò l’intera Georgia alla guerra civile, guerra nella quale la Russia intervenne a sua volta stabilendo poi un proprio contingente in base agli accordi firmati nel 1994.

Il problema delle minoranze etniche in Georgia è stato causato quindi dall’ultranazionalismo di Gamsakhurdia (che, ricordiamo, ha anche appoggiato il terrorismo ceceno) e dalla sua riabilitazione da parte di Saakashvili, intenzionato a risolvere la questione nazionale armi in pugno.

La provocazione organizzata da Tbilisi l’8 agosto ha distrutto quasi completamente Tskhinvali (la capitale osseta) e 1600 tra soldati del contingente russo e civili sono morti, mentre circa 30mila persone abbandonavano l’Ossezia per rifugiarsi in Russia. Le truppe di Saakashvili si sono dirette verso il tunnel di Roki, principale collegamento con la Russia, e hanno anche iniziato operazioni di pulizia etnica, una pratica diventata tipica delle guerre caucasiche, uccidendo persino intere famiglie nel sonno (da quanto trapela dalle indiscrezioni sul rapporto Osce pubblicate da “Der Spiegel”).

La controffensiva russa è stata veloce e spietata, isolando la Georgia e occupando i centri principali di comunicazione, come Gori e Poti, e l’entrata nel conflitto delle milizie dell’Abkhazia ha contribuito all’avanzata delle forze russe fino a un passo da Tbilisi. Nel frattempo Saakashvili si appellava all’Occidente, chiedendo di intervenire nel conflitto, ma oltre all’invio di qualche aiuto umanitario (e qualche carico di armi), nessuno era intenzionato a morire per Tbilisi, dopo aver aizzato la sua classe dirigente contro la Russia.

Violenze di ogni tipo sono state registrate, innescando così un vortice di odio e terrore che difficilmente avrà fine, anche perché si creano false notizie volte a dipingere i russi come animali e la Georgia un fortino dell’Occidente. Come sempre, gli intellettuali prezzolati come Andrè Glucksmann e Bernard-Henry Levi hanno tuonato, anche dalle pagine del Corriere della Sera, contro la barbarie russa, paragonando l’attuale conflitto all’invasione della Cecoslovacchia o dell’Ungheria. Questi maoisti pentiti provano a occultare il loro passato di giovani estremisti assumendosi il ruolo di alfieri dell’imperialismo, e distolgono lo sguardo ai crimini degli Stati Uniti e dell’Occidente, ignorando anche ciò che ha scritto nei mesi scorsi la Novaya Gazeta, il giornale dove lavorava Anna Politkovskaya, a proposito dei metodi utilizzati da Saakashvili. Come ha sintetizzato il londinese The Indipendent “gli americani hanno inviato coperte, gli estoni medicinali, ma sicuramente sono i francesi ad aver soccorso maggiormente le genti dell’Ossezia del Sud inviandogli il loro ‘nouveau philosophe’ Bernard-Henry Levy”.

L’attacco georgiano è stato il culmine delle provocazioni continue partite con la rivoluzione delle rose di fine 2003: ogni anno si sono registrate tensioni tra Mosca e Tbilisi, con violazioni dello spazio aereo, accuse reciproche di spionaggio con espulsioni di diplomatici, e appelli all’adesione georgiana a Nato e Unione Europea.

Saakashvili in questi anni oltre a ricevere cospicui finanziamenti americani (la sola Fondazione George Soros ha dato 42 milioni di dollari al governo georgiano, così come la società di relazioni estere del consigliere di McCain ha ricevuto 900mila dollari da Saakashvili) e aiuti militari israeliani, ha distrutto ciò che rimaneva dello stato sociale georgiano: il paese “top reformer” della Banca Mondiale è uno dei più poveri dell’ex Urss, migliaia di lavoratori sono disoccupati a causa delle privatizzazioni, l’inflazione divora i salari da fame e il governo è invischiato nella corruzione peggiore.

Questa “piccola bella democrazia” (parole di un ministro inglese) non ha avuto esitazioni a reprimere con violenze di piazza le imponenti manifestazioni antigovernative del dicembre 2007, così come a incarcerare gli oppositori e qualcuno anche ammazzarlo. Il giovane democratico Saakashvili in quell’occasione non esitò a proclamare la legge marziale, e a far di tutto per tacitare le opposizioni, oscurando i canali televisivi a lui non favorevoli e incarcerando gli attivisti per i diritti umani, oltre a rinfocolare le ostilità con la Russia.

Quando c’è malcontento nel paese, un forte squilibrio sociale e una situazione esplosiva, cosa c’è di meglio per la borghesia se non ricompattare la nazione contro un nemico? Ed è questo quanto ha fatto il presidente georgiano, dapprima accusando i manifestanti del dicembre 2007 di essere agenti russi e poi con la guerra di quest’estate.

La Russia e l’Unione Europea

Nell’est europeo e nel Caucaso negli ultimi anni stiamo assistendo a una penetrazione incessante e senza freni da parte di Usa e Nato, unita a una crescente russofobia da parte di alcuni governi, che anche in questa crisi si sono distinti come fedeli cani da guardia dell’imperialismo americano: dai Paesi Baltici impegnati a riabilitare gli ausiliari delle SS e a discriminare le minoranze di etnia russa (che in Lettonia e in Estonia sono prive di cittadinanza), alla Polonia di Lech Kaczynski, in prima linea contro Mosca e strenua sostenitrice dei piani americani dello scudo stellare.

L’ascesa della Russia negli ultimi anni è stata rapida e il ricordo di un paese in ginocchio e sottomesso a Fmi e Banca Mondiale è ormai lontano, offuscato dalla crescita economica e dalle esportazioni di gas e petrolio che fanno di Mosca una potenza mondiale. Alcune avvisaglie si erano avute col blocco del gas all’Ucraina negli scorsi anni, e con le prese di posizione della diplomazia russa e gli interventi sempre più duri da parte di Putin nei confronti della politica americana, ma Mosca non aveva mai attaccato militarmente i paesi vicini.

Al progressivo e continuo accerchiamento condotto tra esercitazioni militari, “rivoluzioni colorate” e scudi stellari, la Russia ha risposto cercando nuove alleanze con la Cina, aumentando gli scambi con alcuni paesi Ue (Germania e Italia su tutti) e riaffacciandosi in America Latina, dove la Gazprom è entrata nel mercato energetico.

La moderazione espressa dalla Germania o dall’Italia nella crisi caucasica non è dovuta quindi a ragioni di etica politica o dall’amicizia tra Berlusconi e Putin, ma dai 57 miliardi di euro di scambi commerciali tra Mosca e Berlino e dagli investimenti Eni in Siberia. Il potere energetico di Mosca è enorme, e con la costruzione dei nuovi gasdotti il Cremlino è riuscito a legare a sé pezzi importanti del mondo politico europeo (l’ex cancelliere tedesco Schroeder è il presidente del consorzio per la costruzione del gasdotto Nord Stream) e a rendere impossibile le sanzioni, anche perché potrebbe chiudere il rubinetto del gas lasciando al freddo tutta l’Europa.

La mediazione di Sarkozy ha provato quindi a non scontentare nessuno, e nello stesso tempo a smarcare l’Unione Europea dalla posizione oltranzista americana, scontrandosi però con “l’altra Europa”, quella dei governi dell’Est filo-americani e timorosi della rinnovata forza di Mosca. Questo dimostra ancora una volta come l’Europa sia divisa al proprio interno dagli interessi contrapposti dei vari governi, interessati non tanto alla libertà e alla democrazia e al benessere dei propri popoli, ma agli affari con Usa e Russia.

Abkhazia e Ossezia del Sud dichiarano l’indipendenza

L’indipendenza del Kosovo a metà febbraio ha rappresentato l’apice della strategia americana nell’Europa orientale, imposta e voluta fortemente da Washington e dai suoi alleati sul continente. Il rischio di un effetto domino su scala globale è stato ampiamente sottolineato sul nostro giornale, così come avevamo scritto che “la partita del Kosovo rappresenta un altro tassello dello scontro crescente tra Russia e Stati Uniti, che non si attenuerà nel futuro” (L’indipendenza del Kosovo scatena nuove tensioni nei Balcani, Falce Martello n° 208).

Ed è ciò che avvenuto nel delicato equilibrio caucasico, dove l’Abkhazia e l’Ossezia meridionale hanno potuto rifarsi a questo precedente all’indomani degli attacchi georgiani, e il riconoscimento di Mosca alla loro indipendenza è la risposta alle pressioni di Washington sul Kosovo e all’avanzata verso il Caucaso.

Ovviamente i due nuovi stati non hanno alcun futuro indipendente: il 90 per cento degli abkhazi ha passaporto russo, mentre l’Ossezia meridionale guarda da sempre ai connazionali dall’altra parte della frontiera, quindi un assorbimento nella Federazione Russa non è da scartare a priori, anche se Mosca in questa fase non ha interesse all’espansione territoriale, ma piuttosto ad avere governi da essa dipendenti ai propri confini.

Inoltre, l’indipendenza di due nazioni nell’ambito di una regione etnicamente frammentata come il Caucaso può riaccendere il fuoco dell’odio nazionalista dovunque: basti pensare al Nagorno Karabakh, alla Cecenia, al Daghestan, all’Agiaria… insomma il rischio di un’orgia di violenza da far impallidire le guerre balcaniche di metà anni ’90.

La strategia degli Usa in difficoltà

La reazione russa è stata sottovalutata dagli Stati Uniti, che credevano di poter fare ingoiare ancora una volta l’ennesima manovra volta a rafforzare la propria influenza ai danni di Mosca. Così non è stato, e le reazioni isteriche dell’amministrazione Bush non sono mancate, condite da minacce come l’esclusione perenne della Russia dal Wto e l’espulsione dal G8.

Parole accolte in modo beffardo da Medvedev, che ha ribadito ancora una volta che la Russia non è più quella di 10 anni fa, mentre l’invio di 10 navi da guerra nel Mar Nero è stato così commentato da Putin: “Risponderemo ma con calma e senza isteria”.

Washington forse ha capito che il suo ruolo di gendarme globale ormai è superato dagli eventi. Cerca di riaffermarlo in ogni modo, provando a mostrare i muscoli ancora una volta e serrando le fila dei suoi alleati, come dimostrato dalla firma polacca al protocollo sullo scudo stellare.

Il timore americano è la possibilità di un blocco sino-russo, in grado di destabilizzare ulteriormente l’equilibrio mondiale e di poter costruire un’alternativa alla potenza economica degli Usa. La dipendenza energetica dell’Europa e le impennate dei prezzi petroliferi sono altri fattori che impensieriscono non poco gli americani, che non riescono più a egemonizzare economicamente il mondo.

Gli unici alleati pronti a seguire Bush fino in fondo sono la Polonia, l’Ucraina, l’Estonia, la Lettonia e la Lituania, oltre che la Georgia, mentre Repubblica Ceca, Ungheria e Romania hanno scelto di restare in secondo piano, vista la loro dipendenza energetica dalla Russia.

L’Italia, che nella vicenda georgiana ha provato ad avere una posizione più “indipendente” da Bush, in realtà comunque permette la partenza di carichi d’armi da Camp Darby per la Georgia, mentre il controllo logistico delle operazioni nel Mar Nero è a Napoli e da Sigonella partono gli aerei diretti a Tbilisi.

Ancora una volta la Nato dimostra non di essere un’organizzazione di benefattori volta a salvaguardare la sicurezza europea, ma il braccio armato del capitalismo americano.

La sinistra e la guerra

Per i lavoratori non esiste una borghesia “buona” da difendere contro una “cattiva”, né su scala nazionale, né su scala internazionale. Questo è il nostro punto di partenza nel definire il nostro atteggiamento verso la guerra.

L’imperialismo russo e l’imperialismo americano hanno la stessa natura di oppressione, violenza e ingiustizia, ma alcuni grandi teorici della sinistra non sembrano essere d’accordo: è il caso di Heinz Dieterich, che il 16 agosto ha pubblicato su Rebelion.org un articolo dall’eloquente titolo “Medaglia d’Oro per Vladimir Putin”, dove si incensavano le doti politiche e militari del premier russo.

Definire Putin uno stratega antimperialista e indicarlo come esempio per i popoli dell’America Latina è quanto di più lontano possibile da ciò che si chiama solidarietà internazionalista di classe. Vien da chiedersi se, secondo questo eminente teorico del riformismo del XXI secolo, in Russia esistano condizioni progressiste per i lavoratori, o se la guerra possa portare a una svolta rivoluzionaria.

In dieci anni di governo, Putin ha portato avanti una linea ferocemente antioperaia, mandando le forze dell’ordine a reprimere i lavoratori in lotta, come nel caso dello sciopero dei lavoratori Ford di San Pietroburgo del novembre-dicembre 2007, attaccando i diritti sindacali e le condizioni di vita della classe operaia russa. Le discriminazioni continue di cui sono oggetto nella Russia odierna le minoranze etniche e lo sfruttamento a cui sono sottoposti i milioni di lavoratori provenienti da altri stati dell’ex Urss, contribuiscono certamente a fomentare l’odio verso Mosca.

In Russia il Partito comunistga (Kprf) e i sindacati non hanno perso tempo ad appoggiare l’offensiva contro Tbilisi, sfruttando l’ostilità diffusa verso l’imperialismo americano presente nella classe operaia e nel popolo russo. Il pericolo di questa strategia politica consiste nell’avvelenamento della coscienza di classe, nel permettere alla classe dominante di sfruttare sentimenti onesti di solidarietà, ad esempio contro le minoranze russe discrimiante nei Paesi baltici o in Crimea, per diffondere il germe del nazionalismo e legittimare le proprie ambizioni strategiche ed economiche..

C’è da dire anche che il segretario del Kprf Zyuganov, in un’intervista pubblicata sul sito del partito, prende posizione in favore del popolo georgiano, distinguendolo dalla cricca di Saakashvili. Se questa posizione è corretta, resta però da capire perché il Kprf appoggia in toto la politica estera del governo russo, e non da oggi, e l’avventura caucasica.

I comunisti, ancora una volta, hanno il dovere di lottare e ribadire la necessità di costruire un’alternativa alla guerra imperialista che non si basi sull’appoggio a una delle due fazioni della borghesia internazionale. La questione nazionale non si risolverà mai con il capitalismo, il Caucaso multietnico è una polveriera potenzialmente molto più pericolosa dei Balcani, anche per il fitto intreccio di gasdotti e oleodotti, come il Baku-Tbilisi-Ceyhan, progettato appositamente ai danni dei russi. Secoli di resistenza prima alle invasioni ottomane e persiane, poi all’espansionismo zarista, hanno portato allo sviluppo di un groviglio di odio e di tensioni, culminate poi con l’invasione nazista (e la collaborazione di migliaia di appartenenti ad alcuni gruppi etnici con Hitler) e con le deportazioni staliniane, che hanno rinvigorito l’astio verso Mosca.

La politica bolscevica all’indomani del 1917 provò a garantire i diritti nazionali a tutte le etnie, dando vita a una stagione di fioritura culturale e sociale senza eguali, nota col termine di korenizatsiya (indigenizzazione). Il potere sovietico doveva essere “nazionale nella forma, socialista nel contenuto”, secondo la famosa frase di Lenin, e così fu fino al consolidamento del Termidoro staliniano, che portò a una concezione del rapporto con le nazionalità non-russe basato sullo sciovinismo e sulla vendetta contro interi popoli.

La Georgia fu la prima vittima della brutalità di Stalin già nel 1922, quando l’intero Comitato Centrale bolscevico georgiano si dimise per la violazione continua da parte di Ordzhonikidze e della cricca staliniana dei diritti nazionali, causando così lo scontro con Lenin.

I risentimenti reciproci fra abkhazi, georgiani e osseti così covarono sotto la cenere durante l’era sovietica, con tensioni minori in Ossezia e molto più grandi in Abkhazia, per riesplodere all’indomani del crollo dell’Urss.

Il carattere mafioso del capitalismo nei paesi ex-sovietici e la creazione di vere e proprie zone grigie dove poter smerciare armi, droga e denaro sporco contribuiscono non poco a complicare ulteriormente la situazione gravando sulle spalle dei lavoratori doppiamente oppressi.

Come comunisti riteniamo che l’unica soluzione alla questione nazionale e alla guerra è l’abbattimento di questo sistema: il capitalismo, la necessità di ricavare sempre più profitti, la corsa delle grandi potenze all’occupazione di posizioni strategiche e militari, il cinico gioco condotto sulla pelle e sulle aspirazioni nazionali dei diversi popoli, rischiano nel Caucaso di aprire un baratro senza fine. Il nazionalismo e lo sciovinismo, sia esso russo o georgiano, possono avvelenare ancora una volta intere generazioni, permettendo al tempo stesso di continuare l’arricchimento del complesso militare-industriale e la morte di milioni di persone.

16 settembre 2008

Il socialismo può risolvere la questione nazionale, attraverso una federazione dove ognuno possa esprimersi nella propria lingua, coltivare la propria cultura e difendere la propria identità senza dover avere il timore di essere discriminati, perseguitato o deportato. L’espropriazione della borghesia e la solidarietà internazionale possono gettare le basi per una nuova società, senza guerre e senza sfruttamento.

L’unica utopia è poter pensare che sia giusto morire per un pezzo di frontiera in più, o in meno, e poterlo risolvere in questo sistema, dove i lavoratori vanno a crepare al fronte o sotto le bombe, e la Borsa continua a fare affari.


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