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La sinistra punita per le politiche di collaborazione di classe

Le recenti elezioni in India sono state dipinte dai mass media borghesi come una “fuga dalla sinistra." Ma ciò non è affatto vero. La realtà è che le politiche dei due principali partiti comunisti sono state tali che le masse non potevano identificarli come un’alternativa reale al partito del Congresso. Per i loro errori i due partiti comunisti hanno pagato un prezzo molto caro: il nostro compito è quello di imparare dall’esperienza per rompere con le politiche di collaborazione di classe.
La sconfitta è ancor più rilevante perché è avvenuta in un momento in cui non solo la classe dominante indiana è di fronte alla frammentazione ed alla decomposizione delle sue principali istituzioni politiche tradizionali ma anche quando la borghesia mondiale attraversa una crisi politica ed economica senza precedenti, che sta portando alla degenerazione del sistema di democrazia borghese. Ciò dovrebbe portare alla crescita della sinistra rivoluzionaria, ad una condizione: che si portino avanti politiche rivoluzionarie.

L’arretramento dei partiti comunisti non è casuale, come non lo sono le dimissioni di Prachanda (il leader della guerra gia maoista, ndt) da primo ministro del Nepal. Ambedue derivano dalla stessa politica scorretta di subordinare le esigenze delle masse e della classe operaia ad una alleanza con la cosiddetta “borghesia progressista” che non farà altro che servirsene per strangolare la rivoluzione e difendere così i propri interessi.

I media borghesi che non avevano previsto la vittoria del partito del Congresso, (come tra l’altro non avevano fatto nemmeno i leader del partito) oggi salutano con entusiasmo Sonia Gandhi, presentando il suo successo come il prodotto di fattori irrilevanti come il carisma dei principali dirigenti del Congress o le manovre dei diversi partiti. I mass media padronali dedicano un’attenzione speciale a spacciare la menzogna deliberata che le elezioni marcano “un esodo dalla sinistra”.

A parte il fatto che la “libera scelta” delle masse non è solo corrotta in migliaia di modi attraverso la corruzione e le promesse clientelari ma è anche controllata dai massmedia, l’algebra ingannevole della democrazia borghese è segnata dall’abisso tra i voti reali da una parte ed i seggi assegnati realmente dall’altra. I seggi conquistati dai partiti infatti riflettono ben poco i voti ottenuti dagli stessi.

Ciò è più chiaro se confrontiamo i voti ed i seggi ottenuti dai due principali partiti borghesi (il Congress ed il Bjp) rispettivamente nelle elezioni del 2004 e del 2009. Alle politiche del 2004 i dure partiti ottennero il 48,7% del totale dei voti, percentuale che è rimasta praticamente identica nel 2009 (48,9%). Ma il numero dei seggi ottenuti nella Lok Sabha (la Camera bassa del Parlamento indiano, ndt) è cresciuto in maniera significativa, da 283 nel 2004 a 321 nel 2009. Ciò è stato possibile grazie ad un travaso di voti dal Bjp, di destra, al Congress. La performance del Bjp non è mai stata così cattiva dal 1989.

Il Pci-M perde 27 seggi, ma a livello percentuale perde solo lo 0,3% dei voti, attestandosi al 5,3%. Situazione simile per il Pci, che rimane stabile all’1,4% ma perde 6 seggi.

I due partiti comunisti, disperati ed umiliati, nonostante la rottura con l’Alleanza progressista unita (la coalizione guidata dal Congress), non sono riusciti ad intercettare questo spostamento a sinistra , cosa che ha fatto invece il Congress, nonostante la sua politica antipopolare, all’insegna delle controriforme economiche ed aggiustamenti “strutturali” neoliberali, in accordo con la globalizzazione capitalista. La politica errata dei vertici del Pci (partito comunista indiano) e del Pcm (Partito comunista indiano marxista), centrata sulla ricerca di un’alleanza con la borghesia “democratica” ha consentito al Congresso di presentarsi negli ultimi anni come un partito dal “volto umano”.

È difficile infatti capire il verdetto di queste ultime elezioni senza prendere in considerazione le tendenze e gli avvenimenti che si susseguono dal 1991, l’anno in cui si elesse l’undicesima legislatura, che fra parentesi è stato anche l’anno della “vittoria del capitalismo” globale dopo il crollo dei regimi stalinisti. Il governo guidato da Narashima Rao, del partito del Congress, formatosi dopo la vittoria di quest ultimo, divenne totalmente impopolare a causa di una serie di provvedimenti che favorivano i ricchi, che accrescevano la corruzione e i prezzi dei generi di prima necessità.

I due principali partiti comunisti non fecero una vera opposizione al governo lasciando la classe operaia in uno stato di confusione. Le elezioni del 1996 videro il Congress vincere ancora, ma con un palamento molto più frammentato. Si sarebbe potuto aprire uno scenario molto interessante se i vertici comunisti non avessero preso una posizione subalterna alla borghesia.

Sulla base dello slogan di un alternativa “non Congress, non Bjp” i leader del Pci-M proposero un governo di fronte unico, presieduto dal Janata Dal di V.P. Singh (un partito di centro, ndt) con l’appoggio esterno del Pci-M e del Congress. Tale governo andò in mille pezzi sin dall’inizio, in uno stato di crisi perenne, cambiando due primi ministri in due anni, terminando il suo cammino a metà del 1998.

Il Bjp si avvantaggiò della situazione, riunì attorno a se una serie di formazioni uscite dal Fronte unico nella Alleanza democratica nazionale (Nda), e vinse le elezioni nel 1999. Nei suoi cinque anni di governo la Nda ha portato avanti una politica di liberalizzazione economica, simile a quella dei governi precedenti, ma questa volta è cresciuta un’opposizione che ha prodotto uno spostamento a sinistra nelle elezioni del 2004, dove la Nda è stata sconfitta ed il Fronte di sinistra (giurato da Pci e Pci-M) ha ottenuto 61 seggi.

Siccome nessuno dei partiti borghesi aveva i numeri sufficienti per formare un governo, ancora una volta i dirigenti del Pci-M hanno formato un’allenaza con il Congress all’interno dell’ Aleannza progressista unita (Upa), sulla base della difesa della laicità e della democrazia e sulla necessità di lasciare il Bjp al di fuori del governo.Hanno persuaso anche altri partiti di sinistra ad aderire e sono rimasti parte dell’Upa, fornendogli una facciata di sinistra, nonostante che il governo portava avanti politiche di privatizzazione filocapitaliste. I dirigenti del Pci-M hanno fornito un aiuto prezioso al Congress alimentando all’interno della classe operaia l’illusione che il governo poteva difendere gli interessi sia dei ricchi che dei poveri. Il Pci-M ha mantenuto questa posizione fino a quando il Congress non lo ha cacciato fuori dall’Upa, sulla base dell’accordo nucleare tra India e Usa.

La presa di distanza da questo accordo, dopo quattro anni di alleanza, cercando di assumere un facciata più di sinistra, è stata tropo tardiva. Le masse, frustrate dall’inattività totale della sinistra, non sono riuscite a capire la differenza tra la politica del Congress e quella del Pci-M.

Anche dopo essere stati sbattuti fuori dall’Upa i dirigenti del Pci-M si sono rifiutati di imparare la lezione e di adottare una politica indipendente da quella della borghesia, cercando ancora una volta altri settori “progressisti” della stessa. Invece di un chiaro appello alla classe operaia ad opporsi alle politiche del Congress, hanno lanciato uno nuovo fronte con altri partiti borghesi, tutti ex- alleati del Bjp, chiamandolo “Terzo fronte”. Questo Fronte non era basato su un chiaro programma ma solo su una retorica folle anti Congress ed anti –Bjp, risultando così ben poco attraente per la classe operaia. Era visto dalla gente, e con molte ragioni, a destra del Congress, dato che era composto da partiti alleati al Bjp.

Frustrate dall’impotenza della direzione della sinistra e confusi dalle politiche moderati di quest’ultima, le masse sono scivolate rapidamente nell’apatia. Il Congress ha così avuto un doppio vantaggio: quello dovuto al rifiuto della destra e quello dovuto all’inerzia ed all’apatia delle masse.

Negli stati del Bengala occidentale, del Kerala e del Tritura, dove il Pci-M è al potere, i vertici comunisti sono stati i promotori dell’apertura agli investimenti privati ed esteri, tagliando la spesa sociale, proibendo gli scioperi in diversi settori, abbassando le tasse ai capitalisti, espropriando con la violenza le terre ai contadini, ecc. Con questi comportamenti i dirigenti del Pci-M sono arrivati allo scontro diretto con i contadini a Singur e Nandigram. Sono queste politiche di subordinazione al grande capitale che allontanano a poco a poco gli attivisti e gli elettori dalla sinistra.

Anche quando si oppongono alle privatizzazioni lo fanno difendendo i settori più deboli del capitalismo nazionale contro l’invasione delle multinazionali. Nel favorire una politica estera indipendente, difendono gli interessi della borghesia indiana, cercando di proteggerla dall’imperialismo statunitense.

Non c’è dubbio che il totale congiunto dei voti per il Congress e per il Bjp non è cambiato ed il Congress ha preso voti soprattutto dal Bjp e dai suoi alleati, mentre il voto per la sinistra non è cambiato in maniera significativa. La perdita di seggi da parte del Pci-M non è il risultato di uno spostamento a destra, come detto dai media borghesi, ma dalla perdita di consensi soprattutto nelle zone di appoggio tradizionali, dove il partito è al governo e dell’incapacità della direzione stalinista di rispondere al forte spostamento a sinistra. Invece di fornire una opposizione rivoluzionaria alla borghesia al governo, la sinistra ne è rimasta soggiogata.

La borghesia ha già avviato la sua macchina di propaganda chiedendo al nuovo governo di favorire le “riforme economiche” e gli aggiustamenti globali in linea col capitalismo globale. Dopo avere registrato il mandato degli elettori che diceva “via dalla destra” la borghesia oggi cerca di tramutarlo in “nessun cambiamento”, rivendicando così la validità del programma del precedente governo. Questo significherà far pagare i costi della crisi sempre più alla classe operaia ed ai contadini, facendo dell’India un paradiso per il capitalismo mondiale.

Se la direzione stalinista continua a spostarsi a destra, questo ritarderà ancor di più il ritorno alla lotta da parte della classe operaia.

Il messaggio che proviene dalle elezioni è: abbandonare le politiche di collaborazione di classe e senza alcun indugio condurre la classe operaia e gli oppressi lungo un percorso rivoluzionario. Le elezioni del 2009 non sono né l’inizio né la fine della storia. Le elezioni del 2008 hanno un passato ma anche un futuro ed è a questo che ci dobbiamo preparare.

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