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In che senso si può dire che sia iniziata la rivoluzione iraniana? Lenin spiegò le condizioni per una situazione rivoluzionaria: innanzitutto la classe dominante deve essere divisa e incapace di governare con gli stessi metodi di prima. Questa condizione è chiaramente presente in Iran.

 dal sito In defence of Marxism

In secondo luogo, la classe media dovrebbe oscillare tra rivoluzione e controrivoluzione. Anche questo si verifica ora in Iran, dove settori decisivi della classe media si sono schierati dalla parte della rivoluzione e partecipano alle manifestazioni per le strade. Terzo, i lavoratori devono essere pronti a combattere. Anche prima delle elezioni c’era stata in Iran un’ondata crescente di scioperi.

Soltanto l’ultima condizione è assente: la presenza di un partito rivoluzionario e di una leadership rivoluzionaria, come il Partito Bolscevico nel 1917. La presenza di un simile partito darebbe al movimento di massa la guida e l’organizzazione di cui ha bisogno per giungere al successo. Significherebbe una svolta e una vittoria relativamente pacifica. In assenza di un tale partito, la rivoluzione si svilupperà in un periodo più prolungato, di mesi o probabilmente di anni, con flussi e riflussi.

Una rivoluzione non è un dramma in un atto solo. Nel 1917 la rivoluzione si sviluppò lungo un periodo di nove mesi. In questo periodo vi furono momenti di incredibile sollevazione, come in Febbraio, ma ci furono anche fasi di stanchezza, sconfitte e perfino reazione, come nel periodo che seguì le giornate di luglio. Da luglio fino alla fine di agosto vi fu una fase di reazione in cui i Bolscevichi furono costretti alla clandestinità, le loro tipografie vennero distrutte, Trotskij fu incarcerato e Lenin fu obbligato a fuggire in Finlandia.

La Rivoluzione Spagnola, che è probabilmente una guida migliore per comprendere ciò che avverrà in Iran nel prossimo periodo, iniziò con l’abbattimento della monarchia (che fu determinato dalle elezioni amministrative) nell’aprile 1931. Questo evento aprì un periodo rivoluzionario che durò per sette anni, con alti e bassi, fino alla sconfitta dei lavoratori di Barcellona nei Giorni di Maggio del 1937. In questi sette anni vi fu il cosiddetto “Bienio Negro”, che seguì alla sconfitta della Comune Asturiana del 1934 e durò fino alle elezioni del Fronte Popolare nel 1936.

In assenza di un partito rivoluzionario di massa, la Rivoluzione Iraniana, come quella spagnola, potrà prolungarsi per un certo numero di anni e sarà caratterizzata da una natura turbolenta e convulsa, dall’ascesa e la caduta di diversi governi, leader e partiti, prima che venga finalmente posta la questione del potere. Ma gli eventi che si stanno sviluppando davanti ai nostri occhi segnano chiaramente un cambiamento fondamentale dell’intera situazione. Il genio è stato liberato dalla lampada in cui era stato chiuso per tre decenni. E sarà impossibile imprigionarlo di nuovo.

Molti osservatori si sono dichiarati sorpresi di fronte al movimento che è sembrato loro essere caduto dal cielo. Ma in realtà questa esplosione ha covato sotto le ceneri per un lungo periodo. La rabbia della popolazione riflette tutte le frustrazioni e lo scontento accumulati negli ultimi tre decenni. Riflette anche la situazione economica sempre più deteriorata e il tenore di vita in netto peggioramento. L’economia è stata la questione al centro della campagna elettorale e rimane la prima delle preoccupazioni per la maggior parte degli Iraniani, dopo quattro anni in cu inflazione e disoccupazioni hanno continuato lentamente a crescere.

Benché durante il governo di Ahmadinejad i settori più poveri della società abbiano goduto del denaro distribuito grazie alle rendite petrolifere iraniane, molti altri lamentano che l’aumento di liquidità ha raddoppiato o triplicato i prezzi. Il Parlamento finora ha bloccato il taglio dei sussidi sostenendo che questo avrebbe potuto incrementare ulteriormente l’inflazione, che già si aggira intorno al 24%. Ma la crisi economica significa tagli e austerità e Shamsoddin Hosseini, il ministro dell’economia, ieri ha affermato che il “quadro” delle politiche economiche iraniane nel prossimo periodo sarà la privatizzazione delle industrie statali.

Questo spiega in parte il carattere militante di un movimento di opposizione rabbioso e determinato, che ha trovato il suo improbabile simbolo nel sessantottenne Mir-Hossein Mousavi, che aveva fatto – e tuttora fa – parte del ceto dominante iraniano. Quando la popolazione comincia a dimenticare le proprie paure ed è pronta a battere le armi da fuoco della polizia in un Paese come l’Iran, è l’inizio della fine. Questo meraviglioso movimento di massa è ancora più incredibile dal momento che è disorganizzato e privo di dirigenti riconosciuti.

L’eroismo delle masse

Il fattore decisivo è stato l’improvvisa irruzione delle masse sulla scena della storia. L’eccezionale eroismo delle masse si può vedere nella manifestazione oceanica di ieri, tenuta in sprezzo degli avvertimenti del regime che avrebbe sparato sui dimostranti. Almeno un milione di manifestanti ha ignorato le minacce di proiettili e spargimenti di sangue per chiedere la libertà in Iran. Otto persone sono morte ieri e non si conosce il numero dei feriti. Eppure il movimento continua con la stessa intensità.

Robert Fisk, uno dei più intelligenti giornalisti britannici, è stato testimone di quello che ha chiamato “Il giorno del destino dell’Iran”, e ha inviato un vivace resoconto di quanto è accaduto:

“Un milione di persone ha marciato da Piazza Engelob a Piazza Azadi – dalla Piazza della Rivoluzione a quella della Libertà – sotto gli occhi delle brutale polizia antisommossa di Teheran. La folla cantava e gridava e rideva e si prendeva gioco del loro ‘Presidente’ chiamandolo ‘spazzatura’. Uno studente scherzava: ‘Ahmadinejad ci ha chiamati Polvere, e noi gli abbiamo mostrato una tempesta di sabbia!’ ”

Prosegue Fisk:

“Non accadeva dalla Rivoluzione Iraniana del 1979 che proteste di massa di simili dimensioni, o con una tale soverchiante popolarità, attraversassero le strade di questa torrida città avvolta nella disperazione. Spingevano e premevano e si affollavano attraverso vie strettissime per raggiungere il viale principale dove si trovava la polizia antisommossa con elmetti di acciaio e manganelli, allineata da entrambi i lati della strada. La gente li ignorava completamente. E i poliziotti, totalmente sopraffatti numericamente da queste decine di migliaia di manifestanti, sorridevano con aria imbarazzata e – con nostro sbigottimento – annuivano agli uomini e alle donne che chiedevano libertà. Chi avrebbe creduto che si trattasse di un corteo vietato dal governo?”

Qui vediamo il vero volto della rivoluzione. Le masse sono a contatto con la temuta polizia antisommossa e semplicemente la ignorano. La polizia, di fronte a un movimento di massa, oscilla e lascia strada, “sorridendo con aria imbarazzata” e annuendo in senso di approvazione. Questo episodio è una ripetizione pressoché identica di quanto Trotskij descrive nella sua Storia della Rivoluzione Russa:

“Gli operai della Erikson, una delle principali fabbriche del distretto di Vyberg, dopo una riunione la mattina scesero sulla Prospettiva Sampsonievsky, in una folla di 2.500 persone, e in una piazzetta minuscola si imbatterono nei cosacchi. Tagliando loro la strada con i cavalli, gli ufficiali prima ordinarono una carica attraverso la folla. Dietro di loro, riempiendo l’intero spazio della Prospettiva, galoppavano i cosacchi. Momento decisivo! Ma i soldati a cavallo, con cautela, in una lunga fila, cavalcarono attraverso il corridoio appena creato dagli ufficiali. ‘Alcuni di loro sorridevano,’ ricorda Kayurov, ‘ e uno di loro strizzava l’occhio agli operai’. Questo gesto era carico di significati. Gli operai erano incoraggiati da un tipo di assicurazione amichevole, non ostile, che a poco a poco contagiò i cosacchi. Vi furono altre strizzate d’occhio. A dispetto degli sforzi degli ufficiali, i cosacchi, senza disobbedire apertamente, non riuscirono a costringere la folla a disperdersi, ma consentirono che passasse attraverso lo sbarramento. Questo accadde tre o quattro volte e portò le due parti ancora più vicine. Singoli cosacchi iniziarono a rispondere alle domande degli operai e perfino a fermarsi a conversare per un momento con loro. Della disciplina non che rimaneva che una patina sottilissima che rischiava di rompersi da un momento all’altro. Gli ufficiali correvano a separare le loro truppe dagli operai, e, abbandonata l’idea di disperderli, disponevano i cosacchi in riga attraverso la strada per creare una barriera che impedisse ai manifestanti di raggiungere il centro. Ma neppure questo serviva: fermi sull’attenti in perfetta disciplina, i cosacchi non impedivano agli operai di ‘tuffarsi’ sotto i loro cavalli. La rivoluzione non sceglie le sue strade: fece i suoi primi passi verso la vittoria sotto la pancia del cavallo di un cosacco. Davvero notevole!”

Il coraggio dei manifestanti iraniani è ancora più impressionante poiché molti di loro avevano già appreso la notizia del brutale assassinio di cinque iraniani nel campus dell’Università di Teheran, abbattuti da colpi di pistola dei miliziani del Basiji. Fisk descrive la scena:

“Quando ho raggiunto i cancelli del college ieri mattina, molti studenti piangevano dietro l’inferriata del campus, gridando ‘massacro’ e vestendo un panno nero sul vestito in segno di lutto. In quel momento la polizia antisommossa è tornata e li ha caricati respingendoli ancora una volta nei cortili dell’università”.

Ancora Fisk:

“In alcuni momenti, il corteo per la vittoria di Mousavi ha rischiato di schiacciarci tra muri umani di uomini e donne che cantavano. Inciampavano nei tombini e nelle radici sporgenti per cercare di tenere il passo con la sua auto, con grandi striscioni di tessuto verde stesi davanti all’auto del loro leader politico. Cantavano in coro, di continuo, le stesse parole: ‘Carri armati, pistole, Basiji, non avete più effetto adesso.’ Mentre gli elicotteri del governo rombavano sopra le loro teste, queste migliaia di persone guardavano in alto e gridavano sopra il frastuono delle eliche: ‘Dov’è il mio voto?’ Potrà sembrare banale durante giornate così epiche, ma questo è stato veramente un momento storico.”

Anche i cittadini che non partecipavano direttamente alla manifestazione esprimevano la loro solidarietà dalle finestre e dai tetti, come descrive Fisk:

“[…] un uomo è caduto sulla strada, con la faccia coperta di sangue. Ma la grande massa di persone è andata avanti, sventolando le loro bandiere verdi e gridando con gioia alle migliaia di Iraniani che assistevano dai tetti.

Di notte, tutti hanno visto una casa di riposo per anziani e fuori sul terrazzo sono usciti i vecchi e gli invalidi che devono essersi ricordati del regno dell’odiato Shah, forse perfino del suo terribile padre, Reza Khan. Una donna che doveva avere almeno 90 anni sventolava un fazzoletto verde e un uomo ancora più anziano è emerso sul minuscolo terrazzo levando in aria la sua stampella. Le migliaia di persone di sotto gridavano la loro gioia rivolti a questo vecchio.

Mentre camminavamo accanto a questa enorme corrente umana, una strana spavalderia si è impossessata di tutti noi. Chi avrebbe osato attaccarli ormai? Che cosa avrebbe potuto negare il governo a una massa di queste dimensioni e con tanta determinazione? Domande pericolose.”

Fisk sottolinea che i manifestanti non erano soltanto persone della classe media e studenti:

“Non c’erano soltanto le donne alla moda, giovani e con gli occhiali da sole, della parte nord di Teheran. C’erano anche i poveri, i lavoratori manuali e donne di mezza età con lo chador integrale. Qualcuna, poche, teneva sulle spalle i figli neonati o teneva per mano i bambini, parlando loro ogni tanto, cercando di spiegare il significato di questa giornata a una mente che non avrebbe ricordato negli anni a venire di essere stata presente qui in questo giorno dei giorni.”

Queste manifestazioni di massa sono una replica esatta di quelle avvenute all’epoca della rivoluzione del 1979, che fu poi dirottata dall’ayatollah Khomenei e dalla sua cricca reazionaria. Lo Shah possedeva un colossale apparato repressivo, ma una volta che le masse scesero in campo, crollò come un castello di carte. Nelle ore precedenti l’odiato Basiji aveva attaccato gli studenti. Ma verso sera erano proprio i membri del Basiji a essere inseguiti da centinaia di manifestanti nella parte ovest della città. Al calare del sole c’erano sparatorie nei sobborghi di Teheran. Quelli che avevano ritardato troppo la fuga da Azadi sono stati colpiti dal fuoco del Basiji. Il conto finale è di otto morti, oltre a un numero imprecisato di feriti.

Il regime vacilla

Questo splendido movimento di massa ha cambiato ogni cosa nello spazio di 24 ore. L’arroganza del potere ostentata da Mahmoud Ahmadinejad soltanto un giorno prima è scomparsa. Al suo posto vi sono segni di panico nel regime. Sabato e domenica ci sono stati repressione, violenze e spargimento di sangue, ma lunedì tutto è cambiato. Alle autorità deve essere sembrato di essere andati a dormire ed essersi risvegliati nel 1979. Questo è esattamente il modo in cui venne rovesciato lo Shah 30 anni fa, con manifestazioni di massa e la possibilità di uno sciopero generale.

Ora temono che possano esserci violenti scontri e perfino una Guerra civile, che non sono sicuri che vincerebbero. Quando la classe dominante teme di poter perdere tutto, è sempre pronta a fare concessioni e offrire qualcosa. Adesso le autorità stanno offrendo un nuovo conteggio dei voti ma non nuove elezioni. Questa decisione proviene dal Leader Supremo, il vero potere nello Stato, il quale aveva inizialmente confermato il risultato elettorale.

L’ayatollah Ali Khamenei ha accettato un’inchiesta sul risultato delle elezioni, forse per modificarlo di uno o due punti percentuali. Ma queste concessioni sono troppo poche e arrivano troppo tardi. Non serviranno a calmare i manifestanti, ma otterranno proprio il risultato opposto. Ogni passo indietro del regime verrà visto come un segno di debolezza e li spingerà ad azioni ancora più audaci. Mousavi ha chiesto l’annullamento delle elezioni, mentre il regime sta offrendo soltanto un riconteggio parziale.

La gravità della crisi sta avendo effetti sull’economia. Il risultato delle elezioni ha provocato il panico nella comunità economica. Il Financial Times riportava oggi:

“Ieri la reazione della comunità economica iraniana alla rielezione di Mahmoud Ahmadinejad a presidente non lascia spazio a dubbi. La Borsa di Teheran è crollata, mentre importanti bazaaris hanno minacciato di chiudere le contrattazioni oggi per protesta.”

Il fatto che i bazaaris, che in precedenza erano consolidati sostenitori del regime, stiano minacciando lo sciopero è un’ulteriore indicazione che l’ampiezza della rivoluzione va aumentando costantemente. In ogni caso, l’assenza di una seria leadership significa che la resa dei conti finale potrà essere rimandata. Il Financial Times, questo perspicace organo del Capitale internazionale, scrive:

“L’ondata di rabbia potrebbe presto quietarsi, specialmente se l’esplosione diventerà più violenta. Ma gli analisti stanno valutando se al suo posto sorgeranno campagne di disobbedienza civile in settori della società che hanno appoggiato Moussavi – compresi quegli uomini d’affari con interessi nei mercati iraniani che hanno minacciato lo sciopero per oggi, i sindacati e gli studenti – o proteste da settori del clero che pure hanno sostenuto la sua candidatura.

‘Vi saranno molti scontri isolati su diverse questioni d’ora in avanti, dal momento che la popolazione si è convinta che non esista più una via pacifica per il cambiamento’, sostiene un analista.”

Debolezza della leadership

Neppure gli scioperi più combattivi e le manifestazioni di piazza possono risolvere la questione centrale: la questione del potere statale. Non è sufficiente che qualche poliziotto sorrida ai manifestanti. A meno che la polizia e l’esercito passino dalla parte della popolazione, le armi della Repubblica Islamica rimangono nelle mani dell’amministrazione di Ahmadinejad e dei suoi protettori clericali. La questione della dirigenza è sempre quella essenziale.

Ancora nel 1999 il regime soppresse un’ondata di proteste studentesche nell’arco di pochi giorni: questa volta i manifestanti sembrano molto più determinate. I tentativi di repressione hanno sortito il risultato opposto a quello sperato. C’è fermento e rabbia nell’Università di Teheran dopo l’assalto brutale degli scagnozzi armati di Ahmadinejad. Circa 400 studenti favorevoli alle riforme, molti dei quali indossavano maschere verdi per nascondere la propria identità, si erano radunati in precedenza in una moschea all’interno dell’università invocando le dimissioni di Ahmadinejad. Alcuni sostengono che membri di una milizia religiosa abbiano attaccato i loro dormitori. “Hanno picchiato i nostri amici e portato via almeno un centinaio di studenti. Non abbiamo idea di dove siano”, ha detto uno di loro. 120 docenti universitari si sono dimessi per protesta.

Ma il coraggio dei manifestanti non è condiviso dai loro leader. Uomini come Mirhossein Mousavi sono capitati in quella posizione per via delle casualità della storia. Appartiene alla stessa categoria filosofica dei Kerenskij e dei Padre Gapon. Simili individui emergono repentinamente in superficie, sospinti dalla marea dei grandi eventi storici, raggiungono una fama immeritata per un breve periodo, e quindi spariscono senza lasciare tracce, cancellati come la schiuma di un’onda nell’oceano, trascinati via da altre più poderose correnti. Primo Ministro negli anni ’80, Mousavi era scomparso dai riflettori e si era dedicato al suo passatempo preferito – la pittura astratta. Adesso la storia l’ha preso per la collottola e l’ha gettato sopra il palcoscenico, dove assiste a uno scomodo spettacolo.

Eppure, a dispetto dei suoi attacchi contro la politica interna ed estera del regime, il signor Mousavi non è mai stato un oppositore della Repubblica Islamica. Al contrario, si è definito, proprio come il presidente, un uomo “di principi” che ambisce al ritorno ai veri valori e principi della rivoluzione islamica del 1979. Ma ha condito il suo messaggio con richieste di maggiore democrazia e una gestione pragmatica dell’economia.

La sua candidatura, per giunta, è stata quasi casuale. Era da principio restio a correre per la presidenza, ma ha ricevuto insistenti pressioni da Mohammad Khatami, l’ex presidente riformista. Una volta ufficializzata la candidatura, ha ricevuto l’appoggio di Akbar Hashemi Rafsanjani, un personaggio politico di spicco del campo conservatore che attualmente dirige sia il Consiglio delle Opportunità, un organismo che si occupa di macro-politica, sia l’Assemblea degli Esperti, che nomina il Leader Supremo.

Anche se ci si sarebbe aspettato di avere a che fare con un centrista, a poco a poco la campagna di Mousavi ha adottato gli stessi slogan dei riformisti, con ancora maggiore forza. Ha precisato il proprio messaggio durante le manifestazioni per attrarre l’istruita classe media urbana, biasimando l’estremismo del presidente e mettendo in ridicolo le sue politiche economiche demagogiche.

Ma mentre i giovani riformisti – molti dei quali erano ancora nelle piazze di Teheran ieri pomeriggio per proteste inizialmente pacifiche che sono sfociate in violenze – guardano a lui aspettandosi un cambiamento radicale, il signor Mousavi ha altre idee. Scrive Fisk a proposito delle manifestazioni:

“Mirhossein Mousavi era tra loro, sul tetto di un’auto tra il fumo e il caldo, senza sorridere, sconcertato, ignaro che una simile manifestazione di proporzioni storiche potesse esplodere in mezzo alla disperazione della carneficina seguita alle elezioni iraniane. Sebbene ufficialmente abbia perso le elezioni di venerdì scorso, ieri la sua è stata una vera e propria parata trionfale attraverso le strade della capitale. È finita, inevitabilmente, in sparatorie e sangue.”

Qui l’occhio attento di Fisk dà un ritratto psicologico preciso e penetrante del leader riformista, “non sorridente, sconcertato e ignaro” degli enormi poteri che ha liberato e che, come l’Apprendista Stregone, non è in grado di controllare. Le oscillazioni di Mousavi sono state notate dalla stampa borghese. Il Financial Times scrive:

“è parso combattuto tra invitare i manifestanti a continuare e fermarli per evitare le violenze e le uccisioni a cui si è assistito la scorsa notte. […] Il signor Mousavi inizialmente ha cercato di spegnere le proteste di ieri temendo nuove violenze – ma poi si è unito ai manifestanti sulle strade. Il dilemma che deve affrontare è dato dal fatto che queste manifestazioni sono le più grandi dalla rivoluzione islamica del 1979.”

Mousavi ha invitato i suoi sostenitori a non partecipare a una manifestazione organizzata oggi nella capitale, ha affermato il suo portavoce. “Mousavi… insiste che i suoi sostenitori non partecipino alla manifestazione programmata per oggi per proteggere le loro vite. La manifestazione dei moderati è stata annullata,” ha detto il portavoce. Ma mentre scrivo queste pagine la radio riferisce che una grande folla si sta radunando nuovamente sulle strade di Teheran, e secondo i resoconti le dimostrazioni di oggi saranno ancora più grandi di quelle di ieri.

La possibilità di scontri sanguinosi è sempre presente. Commenta un giornalista:

“La rabbia e l’odio negli occhi di entrambe le parti – qualunque sia il risultato, qualcuno ne sarà deluso, […] La polizia ha cercato di restare il più possibile pacifica, ma non tutti ascoltano i comandanti della polizia. […] Non è facile calmarli. Che cosa succederà quando la catena di comando sarà rotta, quando entrambe le fazioni cesseranno di ascoltare i loro capi? Sarà una situazione molto pericolosa.”

In ogni caso, dato il livello della rabbia popolare, gli effetti di una simile situazione non saranno quelli che ci si attendeva. Anche un solo scontro sanguinoso, e l’intera situazione esploderà. L’idea di uno sciopero generale è stata già avanzata. Un atto di terrorismo di stato di grandi proporzioni troverà la reazione di un’ondata di scioperi e proteste che potrebbe facilmente trasformarsi in un’insurrezione come nel 1979. Mousavi vuole a tutti i costi evitarlo. Ha affermato: “Essendo rispettoso della polizia, raccomando alle forze armate di evitare reazioni violente nei confronti delle azioni spontanee della gente e di non lasciare che la fiducia della popolazione in quest’organo importante venga danneggiata.”

L’avevamo previsto

Le proteste attuali erano state previste in anticipo dai marxisti. Quasi dieci anni fa scrivevamo che le grandi manifestazioni studentesche erano “i primi colpi della rivoluzione iraniana.” In pochi allora diedero alcuna attenzione a quella previsione. Ma l’Iran ha continuato a occupare una posizione centrale nelle prospettive della Tendenza Marxista Internazionale. In un discorso al congresso mondiale della TMI nell’agosto 2008 io dissi:

“L’Iran è pronto per la rivoluzione. Là vi sono tutte le condizioni elencate da Lenin per una rivoluzione: divisioni al vertice, fermento tra le classi medie, una classe operaia potente con tradizioni rivoluzionarie, ondate di scioperi importanti, etc. L’unico fattore che manca finora è quello soggettivo – il partito rivoluzionario. Il lavoro dei nostri compagni iraniani è di grandissima importanza per la TMI. Dobbiamo stare loro vicino.

La situazione in Iran è molto simile a quella nella Russia prima del 1905. Una volta che le masse iraniane cominceranno a muoversi, fate attenzione. La rivoluzione imminente potrà prendere strade diverse ma c’è una cosa di cui possiamo essere sicuri: non sarà un’insurrezione fondamentalista! 28 anni di potere dei mullah hanno li hanno totalmente screditati tra le masse e i giovani. La maggioranza della popolazione è giovane e senza esperienze; sarà aperta alle idee rivoluzionarie e al marxismo. La rivoluzione iraniana cambierà l’intera situazione nel Medio Oriente, mostrando che l’autentico anti-imperialismo non deve essere fondamentalista. Questo avrà un impatto sull’intera regione.”

Queste parole sono state confermate dagli eventi recenti. La rivoluzione iraniana ha impiegato molto tempo per maturare, ma questo l’ha resa ancora più forte. Le precedenti insurrezioni degli eroici studenti iraniani sono state schiacciate dalla repressione sanguinosa e dall’arresto dei loro dirigenti. Tuttavia, come abbiamo previsto allora, queste sconfitte sono state soltanto provvisorie.

“Data la mancanza di una leadership, la repressione potrà avere l’effetto di ritardare il movimento temporaneamente, ma solo al costo di causare un esplosione ancora più violenta e incontrollabile in futuro” (I primi colpi della Rivoluzione Iraniana, 17 luglio 1999). Questa predizione si è ormai completamente avverata. La lotta continuerà, con inevitabili alti e bassi, finché non sarà raggiunta la resa dei conti decisiva.

A proposito degli obiettivi urgenti del movimento rivoluzionario scrissi all’epoca:

“I lavoratori e i giovani iraniani hanno mostrato più volte un grande potenziale rivoluzionario. Ciò che serve è dare al movimento una forma organizzata e un programma e prospettive chiari. Sulla strada del compromesso e della collaborazione di classe non è possibile alcuna soluzione. La condizione prioritaria per il successo è il movimento indipendente della classe lavoratrice, insieme ai suoi alleati naturali, e una decisiva rottura con la borghesia liberale. È necessario costituire comitati d’azione che organizzino e coordinino il movimento su scala locale, regionale e nazionale. È necessario prepararsi per l’autodifesa nei confronti delle milizie fondamentaliste, e fare appello alla base dell’esercito perché passi dalla parte della popolazione.

Soprattutto, è necessario predisporre un programma concreto che colleghi la lotta per i diritti democratici con domande programmatiche per la soluzione dei problemi più urgenti della classe lavoratrice, dei contadini, dei disoccupati, le donne e i giovani. Questo programma comporterà necessariamente una rottura radicale con il capitalismo e porrà all’ordine del giorno la lotta per il potere operaio e un movimento nella direzione del socialismo in Iran. La condizione necessaria per il successo di questa lotta è la partecipazione attiva della classe lavoratrice, e specialmente il settore decisivo dei lavoratori dell’industria petrolifera. Una volta che la classe operaia avrà il potere in Iran, potrà iniziare un movimento che si diffonderà come il fuoco in tutta la regione. Avrà un effetto ancora maggiore della rivoluzione russa del 1917, specialmente se sarà guidato da un partito marxista rivoluzionario cosciente. La creazione di questo partito è perciò l’obiettivo più urgente per l’avanguardia dei lavoratori e degli studenti iraniani. Armata con idee, programma e strategia corrette, la classe lavoratrice iraniana sarà invincibile.”

Non c’è molto alto da aggiungere. Non stiamo più discutendo di prospettive astratte ma di fatti. Il meraviglioso movimento dei lavoratori e degli studenti iraniani è la risposta definitiva a tutti gli scettici e i codardi che mettono in dubbio la capacità della classe lavoratrice di cambiare la società. La Rivoluzione in Iran è iniziata ed è destinata a superare una lunga serie di stadi prima di completare il suo corso. Ma alla fine siamo sicuri che trionferà. Quando il momento sarà giunto, vi saranno ripercussioni esplosive in tutto il Medio Oriente, l’Asia e il mondo intero.

Facciamo appello ai lavoratori di tutto il mondo perché vengano in aiuto dei nostri fratelli e sorelle iraniani.

Abbasso la tirannia e la repressione!
Viva la Rivoluzione Iraniana!
Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!

Londra, 16 giugno 2009


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