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Il 12 giugno, poco dopo la chiusura dei seggi per le elezioni presidenziali iraniane, il governo ha annunciato che Ahmadinejad era stato rieletto con un margine schiacciante. Ciò ha immediatamente provocato una mobilitazione spontanea che ha portato per diverse settimane centinaia di migliaia di persone in piazza.

In che senso si può dire che quel giorno sia iniziata la rivoluzione iraniana? Lenin spiegò le condizioni per una situazione rivoluzionaria: innanzitutto la classe dominante deve essere divisa e incapace di governare con gli stessi metodi di prima. Questa condizione è chiaramente presente in Iran.

In secondo luogo, la classe media dovrebbe oscillare tra rivoluzione e controrivoluzione. Anche questo si verifica ora in Iran, dove settori decisivi della classe media si sono schierati dalla parte della rivoluzione e partecipano alle manifestazioni in piazza. Terzo, i lavoratori devono essere pronti a lottare: ancora prima delle elezioni c’era stata in Iran un’ondata crescente di scioperi. Soltanto l’ultima condizione è assente: la presenza di un partito rivoluzionario e di una leadership rivoluzionaria, come il Partito bolscevico nel 1917. La presenza di un simile partito darebbe al movimento di massa la guida e l’organizzazione di cui ha bisogno per giungere alla vittoria. In assenza di un tale partito, la rivoluzione si svilupperà in un periodo più prolungato, di mesi o probabilmente di anni, con flussi e riflussi.

Molti osservatori si sono dichiarati sorpresi di fronte al movimento che è sembrato loro essere caduto dal cielo. Alcuni, anche a sinistra, credono che le proteste siano una macchinazione dell’imperialismo Usa. In realtà questa esplosione ha covato sotto le ceneri per un lungo periodo e la rabbia della popolazione riflette tutte le frustrazioni e lo scontento accumulati negli ultimi tre decenni. È un prodotto anche della situazione economica sempre più deteriorata col tenore di vita delle masse in netto peggioramento. L’economia è stata la questione al centro della campagna elettorale e rimane la prima delle preoccupazioni per la maggior parte degli iraniani, dopo quattro anni in cui inflazione e disoccupazione hanno continuato lentamente a crescere.

Benché durante il governo di Ahmadinejad alcuni settori più poveri della società abbiano goduto del denaro distribuito grazie alle rendite petrolifere iraniane, molti altri lamentano che l’aumento di liquidità ha raddoppiato o triplicato i prezzi. Il Parlamento finora ha bloccato il taglio dei sussidi sostenendo che questo avrebbe potuto incrementare ulteriormente l’inflazione, che già si aggira intorno al 24%. Ma la crisi economica significa tagli e austerità e Shamsoddin Hosseini, il ministro dell’economia, ha affermato recentemente che il “quadro” delle politiche economiche iraniane nel prossimo periodo sarà la privatizzazione delle industrie statali.

Questo spiega in parte il carattere di un movimento di opposizione rabbioso e determinato, che ha trovato il suo improbabile simbolo nel sessantottenne Mir-Hossein Mousavi, che aveva fatto – e tuttora fa – parte del ceto dominante iraniano. Quando la popolazione mette da parte le proprie paure ed è pronta a sfidare le armi da fuoco della polizia in un paese come l’Iran, è l’inizio della fine.

Il fattore decisivo è stato l’improvvisa irruzione delle masse sulla scena politica. L’eccezionale eroismo delle masse è testimoniato dalla manifestazione oceanica del 15 giugno, tenuta a sprezzo delle minacce del regime di sparare sui dimostranti. Almeno un milione di manifestanti ha ignorato le minacce di proiettili e della repressione per difendere i propri diritti. Otto persone sono morte in quella manifestazione e non si conosce il numero dei feriti. Eppure il movimento ha continuato per settimane con la stessa intensità. Chiediamo ai tanti amici di Ahmadinejad che si collocano a sinistra come sia possibile che milioni di persone siano disposte in Iran a farsi sparare ubbidendo agli ordini della Cia. Robert Fisk, uno dei più intelligenti giornalisti britannici, è stato testimone di quello che ha chiamato “Il giorno del destino dell’Iran”, e ha inviato un vivace resoconto di quanto è accaduto:

“Un milione di persone ha marciato da Piazza Engelob a Piazza Azadi – dalla Piazza della Rivoluzione a quella della Libertà – sotto gli occhi delle brutale polizia antisommossa di Teheran. La folla cantava e gridava e rideva e si prendeva gioco del loro ‘Presidente’ chiamandolo ‘spazzatura’. Uno studente scherzava: ‘Ahmadinejad ci ha chiamati Polvere, e noi gli abbiamo mostrato una tempesta di sabbia!’”

Prosegue Fisk:

“Non accadeva dalla Rivoluzione Iraniana del 1979 che proteste di massa di simili dimensioni, o con una tale soverchiante popolarità, attraversassero le strade di questa torrida città avvolta nella disperazione. Spingevano e premevano e si affollavano attraverso vie strettissime per raggiungere il viale principale dove si trovava la polizia antisommossa con elmetti di acciaio e manganelli, allineata da entrambi i lati della strada. La gente li ignorava completamente. E i poliziotti, totalmente sopraffatti numericamente da queste decine di migliaia di manifestanti, sorridevano con aria imbarazzata e – con nostro sbigottimento – annuivano agli uomini e alle donne che chiedevano libertà. Chi avrebbe creduto che si trattasse di un corteo vietato dal governo?”

Qui vediamo il vero volto della rivoluzione. Le masse sono entrate a contatto con la temuta polizia antisommossa e semplicemente la ignorano. La polizia, di fronte a un movimento di massa, oscilla e lascia fare, “sorridendo con aria imbarazzata” e annuendo in senso di approvazione.

Anche all’epoca della rivoluzione del 1979, che fu poi dirottata dall’ayatollah Khomenei e dalla sua cricca reazionaria, lo Shah possedeva un colossale apparato repressivo, ma una volta che le masse scesero in campo, questo crollò come un castello di carte.

Questo splendido movimento di massa ha cambiato ogni cosa nello spazio di 24 ore. L’arroganza del potere ostentata da Mahmoud Ahmadinejad soltanto un giorno prima è scomparsa e per settimane è stata messa a dura prova. Mentre scriviamo la repressione ha preso il sopravvento, migliaia di persone sono state arrestate e i processi per decine di loro sono iniziati, ma i problemi per il regime sono solo rinviati. Le spaccature al suo interno non si sono affatto ricomposte, prova ne è l’atteggiamento di Rafsanjani, ex presidente della repubblica, che ha chiesto, in un discorso tenuto il 17 luglio davanti a centinaia di migliaia di persone, il rilascio di tutti i prigionieri politici ed ha messo in discussione i risultati elettorali. 36 alti ufficiali dell’esercito, tra cui due generali sono stati arrestati il giorno prima perché volevano assistere al discorso in alta uniforme, riflettendo lo scontento all’interno delle stesse forze armate.

Neppure gli scioperi più combattivi e le manifestazioni di piazza possono tuttavia risolvere la questione centrale: quella del potere statale. Non è sufficiente che qualche poliziotto sorrida ai manifestanti. A meno che la polizia e l’esercito passino dalla parte della popolazione, la classe dominante prima o poi riprenderà il controllo della situazione.

Il coraggio dei manifestanti inoltre non è stato condiviso dai loro leader. Uomini come Mirhossein Mousavi sono capitati in quella posizione per via delle casualità della storia. Appartiene alla stessa categoria filosofica dei Kerenskij e dei Padre Gapon. Simili individui emergono repentinamente in superficie, sospinti dalla marea dei grandi eventi storici, raggiungono una fama immeritata per un breve periodo, e quindi spariscono senza lasciare tracce, cancellati come la schiuma di un’onda nell’oceano, trascinati via da altre più poderose correnti. Primo Ministro durante la guerra contro l’Iraq negli anni ’80 e responsabile, ricoprendo quella carica, dell’assassinio di 30mila prigionieri politici nel luglio 1988, Mousavi era scomparso dai riflettori e si era dedicato al suo passatempo preferito – la pittura astratta. Adesso la storia l’ha preso per la collottola e l’ha gettato sopra il palcoscenico, dove assiste a uno spettacolo molto scomodo per lui.

Eppure, a dispetto dei suoi attacchi contro la politica interna ed estera del regime, Mousavi non è mai stato un oppositore della Repubblica Islamica. Al contrario, si è definito, proprio come il presidente, un uomo “di principi” che ambisce al ritorno ai veri valori e principi della rivoluzione islamica del 1979. Ma ha condito il suo messaggio con richieste di maggiore democrazia e una gestione pragmatica dell’economia.

I dirigenti “riformisti” come Mousavi insomma difendono lo status quo e la repubblica islamica. Ecco perché, in assenza di un alternativa, il movimento è rifluito temporaneamente. Legato a ciò, una delle principali debolezze del movimento attuale è stata la mancata partecipazione dei lavoratori, non a livello individuale nei cortei, ma come classe organizzata. Non abbiamo dubbi che le prossimi mobilitazioni che saranno inevitabili si porranno ad un livello qualitativamente più alto, ed avranno come protagonisti i lavoratori del settore petrolifero e delle principali fabbriche. L’equivalente iraniano del 1905 russo si sta preparando e quando quell’ora verrà, il mondo comincerà a tremare!

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