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Sono ormai passati venti giorni dal 20 agosto, data delle elezioni in Afghanistan, che dovevano rappresentare un passaggio storico per la democrazia in questo paese. Niente è più lontano dalla realtà.
La consultazione si è svolta in un clima di terrore, nel bel mezzo dell’occupazione di oltre 100mila truppe Nato e Usa che fronteggiano una guerriglia che controlla intere regioni. In questo contesto, nessun dato è certo: l’affluenza alle urne si potrebbe attestare tra il 40 e il 50%, ma c’è chi dice che invece è stata del 30% mentre nelle regioni del Sud, devastate dall’offensiva occidentale contro i talebani, solo il 10% degli aventi diritto si è presentato alle urne.

Per quanto riguarda la vittoria di uno dei candidati, la situazione non è migliore. Il presidente in carica, Karzai, ed il suo principale sfidante, Abdullah, nei primi giorni dello scrutinio erano testa a testa, più i giorni passano, più il divario a favore di Karzai sembra aumentare, raggiungendo il 45% dei voti. È possibile che quest’ultimo possa essere dichiarato vincitore al primo turno, ma ciò non dipenderà dai reali voti ottenuti, ma da quanto il governo afgano e soprattutto i suoi protettori Usa riterranno pericoloso un eventuale ballottaggio per la stabilità del paese. I brogli sono stati massicci da ambedue le parti, anche se la parte del leone l’hanno avuta i sostenitori di Karzai, potendo disporre a piacimento dell’apparato dello Stato.

Se il presidente uscente è un pupazzo degli americani, lo sfidante, Abdullah Abdullah, non è certo uno dalle mani pulite. Fra i massimi esponenti dell’Alleanza del Nord, subalterna agli Stati Uniti nell’invasione del 2001, è stato per diversi anni ministro degli esteri di Karzai. Gode dell’appoggio dei “signori della guerra” del nord dell’Afghanistan, che hanno rotto con l’attuale presidente, vista la sua crescente impopolarità.

Le elezioni presidenziali non hanno fatto quindi che svelare la totale instabilità in cui vive l’Afghanistan e aggiungere ulteriori motivi di contrasto. Se gli Stati Uniti volevano utilizzare il voto del 20 agosto come uno spot a favore della propria politica nella regione, il fallimento non poteva essere maggiore. In realtà è l’intera strategia dell’amministrazione di Washington ad essere un insuccesso.

Obama ha lanciato negli scorsi mesi un’offensiva nelle regioni del Pakistan confinanti con l’Afghanistan, con l’obiettivo di sgominare i talebani. Tale offensiva ha provocato almeno due milioni di profughi civili, senza intaccare in maniera fondamentale la forza della guerriglia e contribuendo a destabilizzare ancor di più il Pakistan.

Fra le alte sfere dell’esercito Usa lo scontento per il “pantano” afgano, che segue quello iracheno, si approfondisce. Nell’ultimo rapporto inviato ad Obama il 31 agosto dal generale Mc Chrystal, comandante della missione Usa, si chiede “una nuova strategia per l’Afghanistan”. Tale strategia consisterebbe in un aumento delle truppe sul campo di battaglia, come suggerito da settimane dai media americani, capitanti da Wall Street Journal e dal New York Times. Alcuni generali Usa avrebbero suggerito di inviare altre 20mila truppe, visto che, come spiega il settimanale britannico The Economist del 22 agosto “La guerra va male e gran parte del sud è fuori dal controllo del governo. Gruppi di insorti isolati e disparati hanno preso forze e coraggio trasformandosi in un’unica insurrezione contro le forze occidentali ed il governo eletto”.

Gli insuccessi al fronte si accompagnano alla crescente impopolarità della guerra all’interno degli Stati Uniti, dove nei sondaggi per la prima volta i contrari all’intervento superano i favorevoli. Sempre più americani vedono che non c’è molta differenza fra la politica di Bush e quella di Obama, solo un cambiamento di obiettivi: per George W. centrale era l’Iraq, per Barack l’Afghanistan.

Insomma, se afgani e pakistani hanno già capito che l’Obama “messaggero di pace e di democrazia” era solo pura illusione, i lavoratori e giovani americani lo stanno iniziando a comprendere.




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