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Lottare, occupare, resistere!

La Conferenza Nazionale dei Giovani Comunisti (Gc) che si terrà tra dicembre e gennaio ha un valore fondativo. I Gc sono in un certo senso all'anno zero. Nel febbraio 2009  il passato esecutivo nazionale ha completamente aderito alla scissione di Sinistra e Libertà. Da allora veti fatti di personalismi e di scontri per la successione nei posti dirigenti hanno completamente immobilizzato la nostra attività.

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Ciò che è rimasto del precedente coordinamento nazionale è stato commissariato a luglio con una decisione clamorosa e senza precedenti che ci ha visto frontalmente contrari. In molte federazioni i Giovani comunisti sono da ricostruire quasi da zero.

Questo appello nasce da compagni e compagne che negli scorsi anni hanno mantenuto una posizione di critica frontale alla deriva governista e alle spinte liquidatorie che hanno messo a repentaglio l’esistenza stessa di Rifondazione comunista e condotto i Giovani comunisti allo stato attuale. Siamo stati contrari alla partecipazione al governo Prodi, all’Arcobaleno, abbiamo sostenuto con convinzione la svolta di Chianciano e nello scorso anno abbiamo lavorato ovunque fosse possibile alla ricostruzione dei Gc come organizzazione militante, combattiva, che mettesse in pratica quella svolta a sinistra che oggi vediamo messa pesantemente a rischio dalle scelte più recenti del gruppo dirigente del partito.

Non abbiamo quindi continuità da rivendicare con posizioni politiche e pratiche che nel passato hanno creato le premesse della nostra crisi attuale. Non guardiamo indietro, ma avanti, a un percorso faticoso, ma anche entusiasmante, di costruzione dei Gc nelle lotte, nel conflitto e nella rinascita di un pensiero e di una prospettiva anticapitalista e rivoluzionaria.

Questa ricostruzione può avvenire sulla base di posizioni politiche e metodi completamente differenti dal passato. Può avvenire dal basso, facendo risuonare in maniera chiara quella svolta a sinistra che nel partito è stata appena sussurrata. I Gc possono essere la parte più dinamica di Rifondazione, scuotendo il partito dall'elettoralismo che ancora lo domina, basandosi sugli attivisti più avanzati che provengono dall'esperienza dell'Onda o dalle recenti lotte operaie. O al contrario la loro ricostruzione può essere semplicemente la restaurazione dei vecchi meccanismi verticistici: il ritorno del sempre uguale mascherato da diverso.

O questa conferenza porta alla luce un corpo di teorie e una militanza di natura rivoluzionaria o la ricostruzione dei Gc sarà un atto autoreferenziale, un campo di allevamento di giovani burocrati. Nel primo caso crediamo che l'organizzazione sarebbe presto riconosciuta come uno strumento vitale e fondamentale da migliaia di giovani. Nel secondo caso, la sigla tornerà forse a vivere, ma ad uso e consumo dell'autoconservazione dell'apparato.

Crisi, conflitto e prospettiva

Nell’assumerci questo compito ci conforta la constatazione che nella società italiana, nonostante la sconfitta devastante della sinistra, il conflitto sociale non è stato domato e continua a manifestarsi con forza e ricchezza di contenuti e soggetti.

La crisi del capitalismo è più che mai strutturale. Le contraddizioni fondamentali del sistema si approfondiscono, si caricano di risvolti nuovi e di una gravità sempre maggiore. L'alternativa tra socialismo o barbarie, delineata da Marx e poi da Rosa Luxemburg, è ancora oggi il bivio di fronte a cui si trova l'umanità.

La crisi significa licenziamenti, disoccupazione, impoverimento, devastazione sociale, ma significa anche repressione, diffusione delle peggiori culture reazionarie, omofobe, razziste. La condizione delle donne è esemplare del clima oscuro profuso a piene mani al quale si accompagna un aumento della violenza sui loro corpi. Massimo della precarietà nel lavoro, reintroduzione del foglio bianco di autolicenziamento, aumento dell’età pensionabile in nome della parità, smantellamento della sanità territoriale, progressivo svuotamento del diritto all’aborto e parallelamente a tutto questo si propugna il modello femminile “televisivo” come unico canale di emancipazione: le donne hanno valore solo come begli oggetti di accompagnamento, per il resto devono solo penare.

I giovani subiscono in maniera ancora più accentuata le contraddizioni più generali della società. I salari d'ingresso nel mondo del lavoro sono tornati nel 2002 ai livelli di 20 anni prima. Il divario fra i redditi reali dei giovani e quelli del resto della classe è passato dal 20% del 1989 al 35% del 2004. Le prospettive di sviluppo lavorativo sono state praticamente azzerate. Un terzo dei giovani viene assorbito da lavori creati nel campo dei servizi senza alcuna prospettiva di sviluppo (call center, grande distribuzione ecc.). A questo si somma che scuola, università e casa sono stati i settori più colpiti da tagli, aumenti dei costi e politiche di liberalizzazione. Per far ingoiare un simile scenario, questa società non può che ricorrere ad un aumento della repressione: politiche familistiche, aumento dell'autoritarismo, dei divieti, del ricorso all'uso della forza pubblica. Politiche che vanno a braccetto con la peggior demagogia “giovanilistica”.

Si delinea un tentativo di atomizzazione e frammentazione di ogni espressione autonoma del conflitto e delle classi subalterne, e al tempo stesso di una violenta irreggimentazione, vere e proprie nuove “leggi contro i poveri”, che colpiscono in primo luogo gli immigrati, ma che scaricano su tutta la società e in particolare sui giovani la loro cultura oppressiva.

Tutto questo non passa tuttavia senza opposizione. Lo scorso anno l’Onda ha manifestato il gigantesco potenziale di conflitto che vive fra gli studenti e in tutto il mondo della scuola. Il conflitto operaio torna a far parlare di sé, con decine se non centinaia di aziende presidiate e in lotta contro i licenziamenti e con la vittoria della Innse lo scorso agosto, con l’ostinata battaglia dei metalmeccanici della Fiom contro la distruzione del contratto nazionale di lavoro. La manifestazione del 17 ottobre contro il pacchetto sicurezza costituisce un ulteriore segnale di resistenza e la base per il rilancio di un movimento antirazzista di massa, che unisca la battaglia per i diritti di cittadinanza alla battaglia sociale contro gli effetti della crisi.

Il centro della nostra conferenza è qui: nella relazione fra crisi, conflitto e prospettiva politica.

Dobbiamo innanzitutto metterci completamente a disposizione delle lotte in corso. Casse di resistenza, volantinaggi di solidarietà, presenza ai picchetti: tutto questo è necessario per creare una connessione forte fra i Gc (e il partito tutto) e il conflitto che si manifesta, particolarmente nei suoi punti più alti e di rottura. Dobbiamo assumere per questi interventi una prospettiva di lavoro a medio e lungo termine, che privilegi la costruzione di una capacità di intervento sul campo, la conquista di una autorevolezza politica nel vivo stesso della lotta, l’emergere di quadri politici fra le nostre fila e fra coloro che avvicineremo, capaci di essere elemento trainante e punto di riferimento. Non si tratta insomma di essere una pur apprezzabile compagnia di giro che oggi porta solidarietà qua e domani là. La nostra aspirazione non è solo quella di essere parte della lotta, ma di esserne la punta avanzata. L’obiettivo è collegare le diverse mobilitazioni, generalizzarle, provando a indicare una via per la vittoria. E questo non è possibile senza che in ogni lotta si affermi un programma politico complessivo. Un programma che sia un ponte di unificazione tra le diverse lotte. Ma anche un ponte che colleghi le singole vertenze alla lotta più generale per abbattere questo sistema. E infine un ponte tra i giovani che sono colpiti dalla crisi del sistema e la nostra organizzazione.

Questo è anche il tema che si pone all'interno del movimento studentesco. Abbiamo assistito lo scorso autunno allo scoppio dell'Onda. Si è trattato di un avvenimento di portata storica per le dimensioni raggiunte dal movimento. Il governo ha potuto tuttavia prendere il movimento per stanchezza, facendosi forte dei suoi limiti politici e organizzativi. Si pone quindi la necessità di una riflessione approfondita sul bilancio di questo movimento e soprattutto sulle sue prospettive future. Sarebbe mortale per noi aprire a quelle posizioni che lo scorso anno, teorizzando la “irrappresentabilità” del movimento hanno di fatto magnificato tutti i suoi lati deboli, peraltro manifestando poi nella pratica le peggiori propensioni al leaderismo e alla manovra alle spalle degli studenti. Oggi quelle posizioni tentano di razionalizzare il ripiegamento del movimento proponendo la prospettiva dell’“autoriforma” dell’università, autoriforma che nel contesto reale non può che significare accomodamento alle logiche di privatizzazione e di frantumazione del sistema educativo pubblico.

La stessa forza dell'Onda ha reso ancora più evidenti i limiti strutturali del movimento studentesco italiano: l'assenza di una organizzazione studentesca nazionale, con una chiara discriminante antifascista e dotata di un programma di coerente difesa del diritto allo studio. Crediamo che i Gc debbano farsi promotori di simile struttura. Il rischio altrimenti è che una seconda Onda evapori altrettanto rapidamente come la precedente.

Questa proposta può andare incontro alle attese di un settore significativo di giovani che dall’esperienza dello scorso anno sono usciti insoddisfatti e alla ricerca di ulteriori e più forti ambiti di confronto e di mobilitazione.

Siamo poi per sviluppare le pratiche sociali (Brigate di Solidarietà, mercatini del libro, esperienze di mutualismo) tracciando un primo bilancio e alcune prime generalizzazioni politiche dell'esperienza fin qui condotta. Siamo convinti che tale pratiche debbano mantenersi in stretto contatto con la lotta e con un approccio politico complessivo. Le pratiche sociali hanno sempre infatti un rischio implicito. Come dimostra tutta la precedente esperienza del movimento operaio, se si fossilizzano su sé stesse possono tramutarsi nel loro contrario: da strumenti di cambiamento a forme di puntellamento dello stato di cose esistente. È questa del resto l'esperienza di un secolo di mutualismo sociale, cooperativismo e associazionismo nel nostro paese e non solo

Dobbiamo farci promotori di una battaglia antifascista che sappia collegarsi ai movimenti di massa. Il nostro obiettivo è collegare la lotta ai fascisti alle ragioni del movimento studentesco e operaio. È necessario in particolare scardinare la guerra tra poveri e la xenofobia verso i lavoratori stranieri. Abbiamo nei migranti un naturale alleato contro razzismo, xenofobia e fascismo. La nostra organizzazione deve essere impegnata in una campagna antirazzista permanente. La lotta contro i Cie (ex Cpt) è una parte di questa attività, ma non la esaurisce. Volantini in lingua, sportelli di assistenza legale e scuole d'italiano con l'obiettivo di permettere ai migranti di accedere alle nostre riunioni e di integrarsi nell'attività politica. Tutto questo dovrebbe essere una costante, non una rara eccezione.

Giovani comunisti: organizzazione sotto tutela o militanti a tutto tondo?

Questi obiettivi di intervento possono essere perseguiti solo se i Giovani comunisti sapranno ricostituirsi come organizzazione politica a tutto tondo, capace di investire sul conflitto e sulla crescita di tutti i propri militanti, su una formazione politica permanente, sulla costruzione dei propri organismi in base alla capacità effettiva di ciascuno e ciascuna di contribuire, su un dibattito politico trasparente, su pratiche profondamente democratiche e anche su una capacità di autofinanziamento.

Rifiutiamo l’idea dell’organizzazione giovanile che lascia l’“alta politica” al partito dei “grandi” e si propone come luogo di socializzazione, o di una militanza senza progetto e di fatto sotto tutela.

Lo scorso anno diversi fra i compagni che poi hanno dato vita alla scissione di Sinistra e Libertà ci hanno proposto la tesi della “irrappresentabilità” dei movimenti e del conflitto. A questa tesi, che tuttora serpeggia fra le nostre fila, ci contrapponiamo frontalmente. Il conflitto di classe non ha rappresentanza perché chi doveva rappresentarlo, la sinistra e noi in primo luogo, ha rifiutato di farlo coerentemente sacrificandolo sull’altare di un governismo cieco che ha infine demolito ogni nostra credibilità. Da qui si riparte senza scorciatoie ma anche senza sconti.

Riteniamo che una nuova stagione di alleanze fra il nostro partito e il Partito democratico e qualsiasi tentativo di far reincarnare il fantasma dell’Unione e del centrosinistra sarebbe disastroso e profondamente irresponsabile quale che sia la forma in cui si ripropone (accordi tecnici, legislature costituenti o qualsiasi altro marchingegno). Vogliamo assumere e praticare fino in fondo l’idea cardine che una sinistra anticapitalista, della quale il nostro partito e i Gc devono far parte a pieno titolo, possa costruirsi e crescere solo al di fuori e contro il bipolarismo e i partiti che ne sono protagonisti. Nella palude ci siamo già stati e non siamo disposti a ritornarci!

L’unità che vogliamo

I Giovani comunisti sono pienamente investiti del dibattito sul futuro della sinistra che attraversa il Prc, e non potrebbe essere altrimenti. Siamo tuttavia preoccupati per il fatto che ad oggi questo dibattito ruota quasi esclusivamente attorno alle ricadute elettorali, la necessità di superare gli sbarramenti domina in maniera silenziosa ma opprimente tutto l'orizzonte unitario. La Federazione della Sinistra per come oggi si configura è figlia di questa impostazione. Tra tutte le possibili vie unitarie, è forse quella peggiore.  Essa è innanzitutto un modello di ambiguità. Chi vuole può vedervi una riedizione della Sinistra Arcobaleno. Ad altri può sembrare invece l'incubatrice dell'unificazione con i Comunisti Italiani. Nessuna di queste due prospettive è chiaramente enunciata, ma tutte e due sono potenzialmente  implicite. Tra l'altro il modello “federativo” è inefficace sul piano organizzativo e politico. Si tratta di un'unità di vertice dove in compenso i diversi soggetti conservano le proprie strutture burocratiche. Si ha così il peggio di tutti e due i mali: divisione reale e unità fittizia.

All'interno della Federazione, è impossibile misurare il reale peso di un soggetto con il risultato che piccoli apparati burocratici possono tenere in scacco intere strutture di militanti. L'organizzazione giovanile del Pdci, la Fgci, ci propone oggi un percorso unitario. È una proposta netta, alla quale sarebbe ingiusto dare risposte evasive. Nel documento approvato dalla loro conferenza ritengono necessario mettere da parte le differenze per giungere all'unità. Noi proponiamo di ribaltare il ragionamento: attraverso attivi unitari dove una testa valga un voto è necessario discutere di tutte le differenze in campo, verificare la loro entità e provare a superarle nella pratica. L'unità nella lotta, affrontando apertamente i punti controversi, è l'unica che possa realmente generare una maggiore forza nell'azione. Se unità deve essere, si cominci dando realmente la parola alla base per confrontarsi sia sulle nostre impostazioni politiche che sulle battaglie che intendiamo costruire.

Intendiamo condurre una battaglia senza tregua contro ogni forma di carrierismo e di burocratismo, che oggi si presentano nei Gc con una ipocrisia “unitaria” che vuole strumentalizzare la giusta voglia di unità che esiste nella militanza. Pubblicamente si spendono belle parole d'unità, mentre nei corridoi manovre e contromanovre paralizzano l'azione politica. Le differenze politiche vengono messe da parte o create a seconda se si trova la “quadra” sui nomi da inserire negli organismi dirigenti. Questo tipo di unità non ci interessa e non fa bene ai Giovani Comunisti.

Niente può sostituire la necessità di creare un'organizzazione politica che aumenti il livello di comprensione e la capacità di analisi dei propri militanti. Siamo perché i Gc vengano costruiti basandosi su un nuovo gruppo dirigente, che metta al centro quei compagni che nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro, sui territori, si dimostrano capaci di essere al centro dell’intervento e del conflitto.  Sono queste le figure che dobbiamo mettere al centro della nostra organizzazione.

Infine, è necessario affrontare il tema della formazione politica e iniziare quel dibattito sullo stalinismo che riteniamo oggi irrimandabile. Questo dibattito è stato trasformato in una accozzaglia di luoghi comuni in passato dall'antistalinismo di plastica di Bertinotti e oggi da una strisciante campagna di rivalutazione dei peggiori luoghi comuni della storiografia stalinista. Per quanto

ci riguarda, siamo i primi interessati a questo dibattito. Abbiamo il più completo rispetto per le posizioni politiche in campo, ma esigiamo con forza che esistano canali di discussione reali per affermare la nostra convinzione: lo stalinismo non fu una continuazione del marxismo, ma una sua degenerazione.

Questi sono i contenuti e le prospettive che intendiamo porre al centro della conferenza, e che nelle prossime settimane arricchiremo con il contributo di tutti i compagni e le compagne che vorranno confrontarsi con noi. È davvero l’ora di chiudere la fase delle discussioni chiuse nei corridoi e di ridare la parola a tutti e tutte, raccogliendo la generosità e la combattività che continuano a esprimersi nelle lotte e devono trovare pieno protagonismo in una nuova fase della vita dei Giovani comunisti.

Per aderire al documento o per contattarci:
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  Dario Salvetti 3335454692

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I primi firmatari dell’appello


Serena Capodicasa, Matteo Molinaro, Dario Salvetti, Giovanni Savino (ex coordinamento nazionale Gc), Paolo Cipressi (comitato provvisorio di gestione Gc), Filippo Agazzi (coordinatore Gc Parma), Andrea Bettinelli (coordinatore Gc Crema), Tatiana Chignola (Gc Firenze), Margherita Colella (Gc Caserta), Emanuele Cullorà (coordinatore Gc Milano), Pierre Ginon (Gc Trieste), Antonino Grimaldi (coordinatore Gc Modena), Mimmo Loffredo (Gc – circolo Prc Fiat Pomigliano - Napoli), Alessio Marconi (coordinatore nazionale Csp-Csu), Ilario Pinnizzotto (Gc Messina), Mauro Piredda (coordinatore Gc Sassari)

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