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IV Conferenza Gc, Primo bilancio a lavori ancora in corso

Siamo circa a metà delle conferenze di base dei Giovani comunisti, la mozione 2 raccoglie oltre un quarto dei consensi. Ne discutiamo con Paolo Cipressi e Giovanni Savin.

Che tipo di consenso state raccogliendo?

Giovanni: I punti più alti sono quelle federazioni dove da anni si è fatto un lavoro certosino. Milano, dove si confermano dei compagni che seppure da poco hanno diretto i Gc e hanno fatto un gran lavoro, come si è visto per esempio nella manifestazione per il 40esimo di Piazza Fontana; oppure Caserta, dove abbiamo raccolto il 74%.

Dove la discussione è vera abbiamo avuto un confronto molto serrato con tutti i compagni, che ha portato a esiti positivi. Altre conferenze hanno visto invece un dibattito un po’ “teatrale” con critiche di settarismo e accuse di ogni genere, ma queste sono cose che dobbiamo lasciare ai margini. A noi interessa il livello del dibattito.

Paolo: I Gc sono ancora in campo, incontriamo tanti militanti che vogliono rilanciare una presenza giovanile comunista nelle scuole, nei posti di lavoro, nella società. Anche dove ci sono gruppi piccoli vediamo una forte volontà di costruire e un forte spirito critico rispetto agli errori del passato. A mio avviso quello dei Gc è il dibattito migliore che c’è nel partito: come intervenire nelle lotte operaie, come affrontare i fascisti nei quartieri, una forte critica sulle alleanze col Pd. Anche dove abbiamo di fronte organizzazioni di destra forti, la volontà non manca. Stiamo incrociando questo dibattito, nonostante il tentativo di estrometterci con la finzione che ci fosse un solo documento, un blocco di maggioranza, e che non esistesse un’altra posizione politica. Raccogliamo consensi anche fra compagni che vengono a conoscenza del nostro documento solo nel corso del dibattito stesso.

 

Quali sono i punti che ricorrono nel dibattito? E quali sono le richieste all’organizzazione?

Giovanni: Si chiedono indicazioni su come agire nel proprio luogo di studio o di lavoro, come affrontare il disinteresse verso la politica o l’immagine del Prc come un partito “uguale agli altri”. C’è tanta voglia di capire. Il primo documento presenta una specie di “lista della spesa”, ma il punto è come organizzare la rabbia e come renderla vincente.

Paolo: C’è una fortissima richiesta di organizzarsi e di fare militanza politica, di fare dibattito per uscire un minuto dopo con cose concrete da fare: come stare nelle lotte, come tenere aperte le sedi, come combattere il razzismo, i fascisti. Anche compagni molto giovani avanzano richieste nette e precise: non vogliono ancora un partito che parla solo di elezioni e alleanze; la questione del Pd è molto sentita nella base dei Gc. C’è anche una forte richiesta di attivismo sociale, di ripetere esperienze come quella delle Brigate di solidarietà, di riproporre quel modello di militanza anche su scala più grande.

C’è chi ha teorizzato che i Giovani comunisti siano cosa a parte dal partito. Che rapporto c’è oggi fra i Gc e il partito?

Giovanni: A me pare che i giovani siano molto al di sopra di questo finto dibattito che è scaturito solo dalla volontà di estromettere una parte importante del partito, spesso coloro che hanno riaperto le sedi dopo la scissione, che si sono impegnati nella ricostruzione di Rifondazione comunista, che invece considerano chiaro ed evidente che il Pd è un antagonista e lo vedono anche nelle giunte locali. Si fa la lotta contro l’inceneritore e dietro vedi la longa manus del Pd e dietro a loro questo o quel costruttore. Vogliamo parlare della Merloni, dove i Gc di Perugia fanno un intervento mentre Maria Paola Merloni è deputata del Pd?

Basta illudere su scorciatoie che portano a nuove sconfitte, a non sapere cosa dire alla nostra base. Nel Mezzogiorno questo è ancora più evidente dati i rapporti del Pd e dell’Udc con le mafie.

Paolo: Molte sedi vivono grazie al fatto che sono entrati nel partito ragazzi di 15-16 anni, o a grazie a compagni che sono tornati perché hanno capito l’importanza di prendersi una sede fisica, un simbolo, una bandiera. È una parte del partito che con generosità ed entusiasmo porta avanti la baracca, con tanta voglia di cambiare le cose. C’è come una riappropriazione del partito che credo sia un sentimento più generale, la richiesta di essere parte in causa nelle decisioni. Si nota anche una forte disaffezione rispetto a un finto dibattito sull’autonomia, si vuole un dibattito a 360 gradi, e anche una forte critica a un certo tipo di dirigenti, al distacco che spesso c’è fra segreterie, Cpf e la base del partito.

Sull’altro versante vedo anche un certo disinteresse dai settori “alti” del partito verso questo dibattito, non c’è grande attenzione.

 

Siete anche accusati di voler strumentalizzare i “mal di pancia” della base…

Giovanni: Quello che emerge non è mal di pancia, ma una sorta di “ultimo avviso”. E di fronte a questo si pratica la classica politica della doppia verità togliattiana: si sentono belle relazioni sulla crisi del capitalismo, ma quando poi si sollevano domande concrete, chi sono i nostri avversari, come dobbiamo agire, le risposte fanno appello al cosiddetto “Cln”, o alla svolta di Salerno o altri argomenti del genere, quasi si dovesse tenere la base sotto tutela in quanto incapace di intendere e di volere. So che è un’affermazione dura, ma penso risponda al vero.

 

Il documento 1 è una coalizione di diverse posizioni. Nelle conferenze questa dialettica si manifesta?

Giovanni: Dipende dalle federazioni, esiste un settore del primo documento che ha preso posizioni anche molto radicali. Non si capisce però come questa radicalità si concilia con lo schieramento all’interno di un documento che esula completamente da quel terreno. È come se ci fosse il “convitato di pietra”.

 

E quale sarebbe?

Giovanni: il Pd e le alleanze! E allora si tenta o di sviare il dibattito, o di giustificare qualsiasi scelta sulla base del pericolo del “neoduce Berlusconi”. Noi chiediamo a questi compagni e compagne di essere coerenti, altrimenti si finisce che anche all’interno della prima mozione c’è una parte sotto tutela.

Paolo: Ci sono molti compagni che sostengono in modo leale il primo documento chiedendo una svolta nell’organizzazione e quindi mettendo in discussione determinate teorie politiche, hanno una visione critica ad esempio sulla questione dello stalinismo, chiedono che ci sia un nuovo modo di pensare ai gruppi dirigenti, di creare una autentica vita democratica nei Gc. Su tutto questo non chiudiamo gli occhi, vediamo idee e una volontà precisa e siccome crediamo di poter dare voce a questa richiesta di svolta, saremo a disposizione. Non ci interessa solo “prenderci” un risultato.

 

Come valutate gli emendamenti al primo documento?

Giovanni: Francamente sono un po’ uno specchietto per le allodole, senza voler offendere nessuno. Si accenna una posizione più a sinistra ma senza uno sbocco chiaro. Inoltre trovo sbagliato che si utilizzino esperienze che sono di tutto il partito per provare a intestarle a una parte sola, questioni come l’antifascismo o le Brigate di solidarietà attiva che, ripeto, devono essere di tutti e non strumento per costruire il prestigio dell’uno o dell’altro.

Paolo: Noi abbiamo fatto un documento alternativo perché se si hanno idee e metodi differenti da proporre bisogna presentarli con trasparenza. Non abbiamo mai accettato l’idea di sollevare questo o quel punto nel documento unitario per strappare la rappresentanza all’interno di un accordo che secondo noi era in una cornice di continuità col passato.

 

Cosa vi aspettate dalla Conferenza nazionale?

Giovanni: Speriamo non sia uno spettacolo triste come l’ultima! Speriamo di non vedere una battaglia personalistica e di apparati.

Paolo: Ci aspettiamo che non sia la conferenza di autocelebrazione di una qualche percentuale, e tantomeno di qualche “capo”, che sia un dibattito vero. Noi andremo con lo stesso spirito con cui stiamo andando nelle federazioni, non ci stiamo a fare la celebrazione di noi stessi, della bandiera, non ci stiamo al dibattito dei saluti con le altre organizzazioni, ai baci e agli abbracci. Sia pure aspro, ma che produca qualcosa di buono per i compagni che il giorno dopo tornano nei territori a lavorare. Infine ci aspettiamo che escano gruppi dirigenti in cui non si venga nominati per disciplina d’area o perché si è fatta tanta politica nella sede di Viale Policlinico, ma vengano messi compagni e compagne che siano riconosciuti per le lotte e per il lavoro sul campo.

 

Autocritiche?

Giovanni: Dobbiamo toglierci quell’etichetta che ci vogliono attaccare, che peraltro già è piuttosto sbiadita: i settari, i minoritari, ecc. Spiegare pazientemente ed avere un atteggiamento franco ma anche sereno verso tutti i compagni e compagne. Non sempre è facile in una conferenza in cui a volte qualcuno prova a buttarla un po’ in “caciara”, ma bisogna comunque insistere, mettere a frutto le esperienze che facciamo, parlare di più del lavoro che si fa in situazioni come ad esempio la Fiat di Pomigliano, offrirlo come un contributo.

Paolo: Dobbiamo metterci in testa che dopo questa conferenza siamo un fattore determinante nei Giovani comunisti. Il nostro documento è servito a organizzare tanti compagni e dobbiamo costruire, anche dove siamo minoranza dobbiamo sempre spronare, mettere in pratica quanto abbiamo scritto, sperimentare anche attività nuove, le esperienze migliori delle pratiche sociali e affiancarle al lavoro nelle scuole e nei luoghi di lavoro, sapere attivare anche altri attorno a noi.

Se faremo questo cresceremo tutti ancora di più.

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