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Riceviamo e volentieri pubblichiamo una riflessione critica di un compagno dei Giovani comunisti di Trieste sulla proposta di alleanza democratica, o Cln, che è uno degli assi portanti della linea del Prc e della Federazione della sinistra nell'ultimo periodo.

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Da Bersani a Vendola, da Ferrero a Di Pietro, un fantasma si aggira per l'opposizione: il fantasma di un comitato di liberazione nazionale. Questa fantomatica istituzione dovrebbe – come la sua versione originale ha liberato l'Italia dal nazifascismo – liberare l'Italia dal fenomeno Berlusconi. Questa teoria si basa sostanzialmente sull'idea dell'esistenza di uno stato di “emergenza democratica” che deve essere contrastata, per l'appunto, da tutti i cittadini che credono nella democrazia. Si tratta di una teoria legittima o di una elaborazione basata su di una visione ristretta della scena politica attuale? L'analisi di questa teoria (e tattica!) è doverosa in questo momento specie per le forze comuniste riunitesi nella Federazione della Sinistra. Quella del CLN è una delle parole d'ordine fondanti di questo nuovo soggetto politico.

Il presupposto su cui si fonda la teoria del CLN, e quindi la prima questione da affrontare è quella dell'esistenza dell'emergenza democratica. Si sentono nominare i numerosissimi attacchi che i governi Berlusconi hanno portato ai diritti del lavoro, ai diritti civili, ad istutizioni come scuola e sanità, alla cultura stessa del Paese: prova inconfutabile, sembrerebbe, della particolarità, quasi dell'unicità del caso italiano. La lente interpretativa dell'emergenza democratica, quindi, considera Berlusconi come un'aberrazione, un'eccezione rispetto alla globalità ed alla norma della società in cui viviamo: una patologia da contenere e sconfiggere. Il miglioramento conseguente alla sconfitta politica, sociale e culturale del modello berlusconiano non sarebbe un miglioramento in assoluto, quanto un ritorno ad un modello di società “civile e democratica”, in cui si possa tornare alla “normalità”. Per le forze dell'attuale opposizione, gli ultimi vent'anni della politica italiana sono paragonabili ad una specie di Medio Evo, un'età oscura, in cui si vive auspicando un ritorno ad un modello diverso, ma preesistente, in cui si possa “tornare a fare politica in modo migliore”. Il paragone medievale può essere considerato calzante: i filosofi medievali erano loro stessi convinti di vivere in tempi bui e lamentavano con nostalgia un'età dell'oro ormai perduta, e a parte qualche eccezione non si rendevano conto di vivere in un tempo ed in un contesto semplicemente diversi. Se l'obiettivo o nostalgia della sinistra e del centro-sinistra è una mitica età dell'oro, non si può fare a meno di chiedersi a che età dell'oro ci si riferisca! Considerare la Prima Repubblica come un contesto ottimale tale da essere rimpianto non è altro che una nostalgia passatista e rinunciataria, “living in the past”, canterebbero i Jethro Tull.

Fu “novella storia”? Forse no. Forse Berlusconi non è un'eccezione, ma una declinazione del capitalismo: l'evoluzione di un sintomo, non una nuova malattia. A ben vedere, le strategie politiche del Presidente del Consiglio non presentano nessun elemento di radicale novità rispetto al modello capitalista e neoliberista che costituisce il principale paradigma della società odierna. Se si cerca di analizzare le politiche dei suoi governi con occhi critici e con la consapevolezza che al giorno d'oggi il padrone non va in giro in carrozza e col cappello a cilindro, ci si può rendere conto di come il Cavaliere non presenti nessun vero contenuto nuovo. Casomai lui ed i suoi lacché ripropongono in modo spregiudicato e spesso estremista i punti saldi del capitalismo neoliberista. Dalla politica del lavoro, che fa dei lavoratori i capri espiatori da sacrificare sull'altare della crisi, alle politiche sui beni comuni (dall'istruzione all'acqua), da privatizzare per guadagno, non c'è nulla che non si muova nella direzione del profitto. Non si salva nemmeno il rapporto con le istituzioni e con la giustizia. Se l'analisi marxiana della legge come espressione della classe dominante si riferiva a processi “nascosti”, Berlusconi non ha fatto altro che renderli espliciti con la spregiudicatezza che sappiamo: i suoi tentativi di plasmare le leggi secondo il suo tornaconto personale riempiono le prime pagine ed i salotti delle prime serate. Non lasciamoci intimidire dal fatto che persone come Berlusconi non si lascino incasellare comodamente nelle etichette che utilizzavamo tempo fa. L'unica cosa che separa il Cavaliere dal padrone vecchio stampo è la sua spregiudicatezza. E questa deriva dal fatto che si muove in un contesto che ha saputo plasmare: la maggior parte degli italiani lo ha votato, dunque crede in lui. Come è stato possibile ottenere tutto ciò? L'argomento esula dallo scopo di questo articolo, ma la risposta più comune, semplicistica, ma non sbagliata, individua nella proprietà dei mezzi di comunicazione il fattore determinante. Chiaramente l'analisi seguente semplificherà i termini della questione: ma Berlusconi rimane un imprenditore che fonda sulla sua proprietà dei mezzi di produzione (materiale e culturale) il suo operato politico, espressione degli interessi della sua classe: interessi compilati in ideologia e poi diffusi presso gli italiani. Più che un'aberrazione sembra un caso da manuale. Le particolarità del berlusconismo sono chiaramente esistenti, ma non sono tali da giustificare i paragoni coi regimi nazifascisti, né tantomeno l'uso di questi paragoni per trarne conclusioni di tattica politica. Certo, conosciamo tutti le esternazioni del Presidente sul Ventennio, spesso risolte in forma di battute incivili e di pessimo gusto: ma il berlusconismo rimane principalmente un'ideologia borghese che esercita il suo potere in modo sottile e pervasivo, con mezzi molto differenti da quelli del nazifascismo.

Quali sono gli effetti di questa analisi alternativa? Da un punto di vista teorico e strategico, il considerare Berlusconi un'eccezione rispetto ad un ordine ideale di vita politica e non considerarlo come una evoluzione nelle espressioni del capitalismo porrebbe i comunisti in una posizione difensiva eterna. Il capitalismo si evolve, e le sue espressioni cambiano: a Berlusconi seguirà qualcos'altro, e poi qualcos'altro ancora. Se non sapremo interpretare questi fenomeni nel modo corretto, e cioé come espressioni storiche e quindi naturali del capitalismo, finiremo per trincerarci in una posizione difensiva, un CLN eterno, un'emergenza democratica permanente. Altro che rivoluzione permanente! La società continua ad avere bisogno di un'alternativa che i comunisti possono proporre, specie in questi momenti di crisi: ed il passato non è un'alternativa sufficiente.

Da un punto di vista tattico, invece, si comprende che in questo scenario un CLN sarebbe probabilmente inutile: sconfiggerebbe forse Berlusconi, ma non il suo pensiero, la sua lezione, gli effetti che questo fenomeno ha avuto sull'Italia e sugli italiani. Il Cavaliere oltre a fare politica propone un modello di vita che, come abbiamo visto e vediamo quotidianamente, ormai è diffusissimo nel nostro paese. Queste idee gli sopravviverebbero. Per questo la sconfitta del modello berlusconiano passa innanzitutto per la sintesi di teoria e prassi, cioé la militanza. Proporre a chi porta sulle sue spalle tutto il peso dell'attuale capitalismo e delle sue crisi un modello alternativo richiede un lavoro di creatività, analisi ed impegno da non trascurare. Contro chi sostiene la fine della storia e l'inevitabilità del capitalismo opponiamo quindi la nostra intelligenza, i nostri sogni, la nostra forza organizzata. Non ci basta sconfiggere Berlusconi: vogliamo superare anche ciò che ha prodotto e ciò che lo ha prodotto.

Giacomo Bonetti – Giovani Comunisti (Trieste)

 

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