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La pesante sconfitta del Fronte di Sinistra guidato dal CPI(M),Partito Comunista Indiano (Marxista), nelle elezioni dello Stato del Bengala Occidentale, i cui risultati sono stati annunciati il 13 maggio, è un significativo punto di svolta per la sinistra del subcontinente indiano.

 

da www.marxist.com

Dei 294 seggi in gioco alle elezioni l'alleanza borghese, guidata da Mumta Bannerjee del Trinamool Congress, ha ottenuto 228 seggi. Il CPI(M) è stato sconfitto ottenendo appena 61 seggi e questo ha segnato la fine del suo dominio ininterrotto durato 34 anni. Hanno inoltre perso nel Kerala (uno stato del sud del paese, ndt) e questi risultati sono ancora una volta aggravato la propaganda delle classi dominanti e dell'imperialismo secondo cui il marxismo e il comunismo sarebbero un lascito del passato. Questo risultato ha anche dato un po' di respiro al senso di colpa di quei palloni gonfiati, un tempo di sinistra, che hanno abbandonato il socialismo rivoluzionario per salire sul carro della borghesia, unendosi al coro assordante del cliché per cui "il socialismo è finito". Tuttavia, questa sconfitta può anche indicare che il sipario è calato su un'ideologia fallita e sul "metodo delle due fasi" [prima la democrazia, poi il socialismo, NdT], ma il ruolo della sinistra e dei comunisti sarà determinante nelle lotte dei giovani indiani e del proletariato che scaturiranno dagli eventi burrascosi che incombono.

Il Partito Comunista dell'India è stato costituito a Berlino e a Tashkent nel dicembre del 1920 da alcuni esuli indiani sotto la guida del partito bolscevico, all'epoca guidato da Lenin e Trotskij. A causa dell'entusiasmo suscitato dalla Rivoluzione Russa d'Ottobre rispetto a coloro che stavano conducendo lotta di liberazione nazionale in India contro il colonialismo britannico, il CPI guadagnò una base di massa in un arco di tempo relativamente breve. Il ruolo dei CPI in questo movimento di liberazione nazionale è stato sminuito dagli storici ufficiali in India e Pakistan, ma è stato anche degradato a causa dei compromessi del suo gruppo dirigente durante la seconda parte della Seconda Guerra Mondiale, quando esso capitolò agli imperialisti dopo gli accordi di Yalta e Potsdam tra Churchill, Roosevelt e Stalin.

Anche dopo la Partizione i dirigenti comunisti hanno continuato a perseguire la politica menscevica delle due fasi, la cui essenza era sostenere che il carattere della rivoluzione indiana non fosse "socialista-proletario", ma "democratico-borghese". Hanno appoggiato la borghesia indiana che era guidata e rappresentata da Nehru. Ciò ha portato a inevitabili differenziazioni all'interno del CPI, che si scisse nel 1964 con la formazione del CPI(M). Nel 1967 ci fu un'altra scissione che ha portato alla fondazione di un altro partito, il CPI(ML). Nonostante le piccole differenze ideologiche tra il CPI e il CPI(M), la politica delle due fasi è stata la stella polare di entrambe le fazioni. In una certa misura questo rifletteva la rottura tra Cina e URSS in quel periodo; la loro unica differenza riguardava quale parte della borghesia indiana gli uni o gli altri considerassero "progressista". Quello che è stato dimostrato dalle condizioni sociali che troviamo oggi in India è che nessuna parte della classe dominante indiana ha alcun ruolo progressista da giocare - né lo ha mai avuto.

Tuttavia, il CPI(M) ha iniziato ad avere una base di massa maggiore nel Bengala, nel Tripura, nel Kerala e in alcuni altri Stati per via dei suoi slogan più radicali e del continuo sostegno fornito dal CPI ai regimi borghesi del Partito del Congresso. Prima della scissione il CPI come partito unito aveva vinto le elezioni in Kerala nel 1957, ed è stato al potere o all'opposizione in quello Stato all'interno di un fronte di sinistra. Ma il Bengala Occidentale, con una popolazione di 91 milioni di persone, era molto più importante. Quando il Fronte di Sinistra è andato al governo nel 1978, con Jyoti Basu del CPI(M) come primo ministro, ha portato avanti radicali riforme agrarie migliorando le condizioni delle masse, soprattutto nelle zone rurali, e consolidando la sua base. Ma queste politiche sono state, nel caso migliore, riformiste di sinistra. A quel tempo le politiche "socialiste" di Nehru venivano portate avanti anche dal Partito del Congresso a livello nazionale e la politica del CPI(M) ne era solo una versione leggermente più radicale. Però, quando il modello di capitalismo keynesiano ha cominciato a crollare su scala mondiale, insieme alla caduta del muro di Berlino, al crollo dell'Unione Sovietica e alla degenerazione capitalista della burocrazia cinese, gli imperialisti sono diventati più aggressivi e sotto la Thatcher e Reagan hanno imposto la versione monetarista del capitalismo. Questa teoria economica delle "briciole che cadono dal tavolo" ha drasticamente ridotto l'intervento dello Stato nell'economia e, quindi, ha inflitto un colpo mortale per l'ideologia riformista della socialdemocrazia internazionale.

Questi eventi misero enormi pressioni sui leader comunisti in India. Si trovarono totalmente esposti quando si imbarcarono in politiche di questo di tipo negli Stati che governavano. Per incentivare gli investimenti di capitali esteri e nazionali hanno dovuto attaccare gli operai e i contadini. Gli incentivi significavano la soppressione del diritto di sciopero e il recupero violento delle terre distribuite ai contadini poveri alla fine degli anni Settanta. L’esercizio della violenza di Stato in Singhur e Nandiram sono esempi eloquenti della insensibilità di questi leader di sinistra al potere. Invece di adottare una politica rivoluzionaria di rovesciamento del capitalismo, avevano finito per esserne i guardiani. Nel suo discorso a una riunione di investitori, l'ultimo primo ministro CPI(M) del Bengala Occidentale, Buddhadeb Bhattacharjee, ha detto: "Io sono contro gli scioperi. Purtroppo io appartengo a un partito che organizza scioperi. Sono stato in silenzio per un lungo periodo di tempo: non voglio più rimanere in silenzio". Nelle recenti elezioni ha perso il suo seggio sicuro per il CPI(M) nel West Bengala con un ampio margine.

La lezione principale di questa sconfitta è che in 64 anni l'India è diventata una delle economie a più rapida crescita, eppure ha la più grande concentrazione di povertà nel mondo. Il capitalismo indiano ha portato miseria e uno straziante degrado per le masse. I leader comunisti hanno abbandonato le posizioni rivoluzionarie e hanno adottato quello che Lenin aveva definito "cretinismo parlamentare". Si sono compromessi con il sistema e le masse li hanno respinti. La loro capitolazione al nazionalismo indiano, alla democrazia borghese e all'economia capitalista ha solo portato alla loro alienazione dal poderoso proletariato indiano e da una nuova energica generazione di giovani.

La crisi sta peggiorando. Il capitalismo non può risolvere nessuno dei problemi della rivoluzione democratica. Anche questi compiti possono essere completati solo da un'economia pianificata socialista. I partiti comunisti sono ancora i partiti tradizionali delle classi lavoratrici indiane. Per soddisfare le aspirazioni delle masse oppresse, per portar loro prosperità e sollevarle dalla miseria, questi partiti dovranno cambiare rotta. C'è un fermento diffuso in questa parte del mondo che si è amplificato dopo questa sconfitta. Gli autentici attivisti comunisti si pongono domande e cercano una via d'uscita da questa impasse. I partiti "comunisti" diventeranno davvero comunisti solo quando prima di tutto i loro scopi, la loro politica e il loro programma saranno quelli di una rivoluzione socialista che porti a una federazione socialista del subcontinente indiano.

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