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Il 27 giugno, con lo sgombero del presidio della Maddalena – di cui tutti ricordiamo l’inaudita violenza, l’uso spropositato di lacrimogeni, la fuga a perdifiato nei boschi –, è di fatto iniziata l’occupazione militare di parte del territorio di Chiomonte, in valle di Susa.

La base militare, costruita durante la prima metà di luglio e delimitata da una doppia recinzione di imponenti proporzioni, include un sito archeologico neolitico tra i più importanti d’Europa con annesso museo dei reperti, vigne, boschi, campi di lavanda: tutto devastato o inaccessibile. Infine, un tratto di una carreggiata dell’autostrada A32, chiuso al traffico a tempo indeterminato.

Del fantomatico cantiere nemmeno l’ombra, di lavori ad oggi nessuna traccia, salvo quelli previsti per l’ampliamento della “zona rossa”.

L’area, peraltro, non è stata dichiarata “di interesse strategico” e di conseguenza non è sottoposta a nessuna forma ufficiale di militarizzazione: manca un decreto della Presidenza del consiglio dei ministri, ipotesi più volte scartata dal ministro Maroni.

Ma gli effetti di questo “presidio vasto” deciso dal prefetto e monitorato quasi quotidianamente dal Comitato provinciale per l’ordine pubblico, corrispondono di fatto a quelli della creazione di un sito d’interesse militare.

Provare a violarne i confini significa incorrere nel reato di violazione di provvedimento di autorità (sempre che non si commettano anche altri reati, visto che ultimamente si viene fermati anche solo per “possesso di macchina fotografica”).

La logica di guerra, testimoniata dalla presenza di forze speciali nei boschi, è avvalorata da storie di quotidiana repressione, deliberatamente oscurate dai principali media nazionali. Perquisizioni, fermi, intimidazioni sono all’ordine del giorno.

Nonostante ciò il movimento ha strenuamente resistito per tutta l’estate. Luglio ha messo in campo due grandi manifestazioni, estremamente partecipate, un attendamento stabile attorno al cantiere, scontri notturni tra attivisti e polizia. E un’intensa battaglia mediatica: da una parte quotidiani e televisioni mainstream, che raccontano con dovizia di particolari la violenza perpetrata da black block e anarco-insurrezionalisti “armati fino ai denti”, dall’altra parte l’attivismo online impegnato a diffondere la verità dei fatti attraverso i siti, le dirette radio, le testimonianze dirette dei feriti su youtube.

Terminato il campeggio, che ha visto la lotta popolare misurarsi con il contrasto diretto al “cantiere”, oltre ad un ampio programma di assemblee ed incontri informativi sulle ragioni della lotta, si è aperto un periodo di sedimentazione e consolidamento di una pratica di resistenza che ha saputo tenere le proprie posizioni metro per metro, senza lasciare un attimo di respiro all’apparato militare che occupa la Maddalena. Per avanzare di qualche metro verso quello che dovrà diventare il vero cantiere, le forze di polizia hanno dovuto sudare parecchio. Persino la costruzione di una recinzione, in valle è un’opera estremamente complessa per le forze di polizia, dal momento che i coraggiosi attivisti presidiano il territorio sfidando i lacrimogeni e si arrampicano sulle ruspe per bloccare i lavori.

Pur manifestandosi sempre all’altezza della situazione, il movimento ha visto, specie nell’ultimo mese, un significativo processo di turn over tra le sue fila: gioca senza dubbio un ruolo sostanziale la fatica dell’assedio, che naturalmente prosciuga energie e tempo, ma anche la necessità di veder evolvere le proprie tattiche resistenti su terreni di più ampio respiro, dove coinvolgimento e partecipazione alla lotta possano trovare nuove vie di sviluppo e ampliamento.

Questioni sulle quali, peraltro, stanno già lavorando i Comitati della valle, che si preparano ad affrontare un autunno decisamente caldo ed una nuova fase della lotta: sempre più forte è la convinzione che la Torino-Lione non sia più solo il problema di un territorio, ma piuttosto un problema di scelte economiche disastrose e di un modello di sviluppo distruttivo, imposto con la violenza, costruito col sudore e col sangue dei lavoratori per arricchire la solita cricca di banchieri e grandi industriali.

Per non parlare dei costi della repressione del dissenso. Nella base militare di Chiomonte turnano, sulle 24 ore, circa 2mila agenti tra polizia, carabinieri, guardia di finanza e forestali, tutti in trasferta e alloggiati in numerosi alberghi della valle e della cintura di Torino.

Mentre il governo prepara la sua nuova manovra di tagli drammatici ai servizi sociali, alle pensioni e agli stipendi dei lavoratori, il movimento No Tav rileva che lo scavo della galleria gegnostica e di servizio costerà non meno di 143 milioni di euro per 56 mesi di lavoro. Una motivazione che da sola giustifica il senso dell’opposizione all’opera. Ancor più interessante è la stima, emersa dalle dichiarazioni ufficiali dei media, secondo cui il dispositivo militare (1.920 uomini su 4 turni al costo medio di 265 euro al giorno) predisposto per contrastare l’opposizione popolare costerà nel medesimo periodo 186 milioni l’anno, per un totale di 868 milioni: sei volte il valore dell’opera e niente meno che due volte il valore del finanziamento a fondo perduto che l’Unione europea ha promesso all’Italia. Senza contare il costo delle dotazioni – lacrimogeni, ad esempio, sui quali di certo non si risparmia – e degli alberghi in cui risiedono le forze di polizia e senza contare i danni che il presidio militare ha causato all’economia locale.

Nel frattempo i sindacati di Polizia segnalano di non avere i mezzi adeguati, sia di difesa sia offensivi, per contrastare i No Tav.

Luca Pantanella, vice-segretario nazionale dell’Ugl Polizia ha lamentato: “Abbiamo solo scudi e manganelli”. Il segretario guarda con invidia ai colleghi europei che hanno a disposizione proiettili di gomma, cannoncini spara-reti per fermare le persone e flashbang, un dispositivo che stordisce con la luce e un forte rumore.

In occasione di queste recenti dichiarazioni, la polizia ha fatto a sua volta trapelare un dato significativo: il fortino costa 90mila euro al giorno e oltretutto, con l’inizio del campionato, si rischia di rimanere a corto di personale negli stadi!

Non poteva chiaramente mancare l’appoggio del Pd torinese alle “difficoltà” manifestate dai sindacati di polizia. Esposito, insieme alla segretaria provinciale Paola Bragantini, ha rivendicato un’ulteriore militarizzazione della Valle di Susa, che la Maddalena diventi sito di “interesse strategico nazionale” – che a differenza di oggi sarebbe difeso dai militari con altre regole d’ingaggio – e ha proposto che i costi debbano essere pagati con una percentuale dei fondi per la Torino-Lione. “In questa fase si possono usare i fondi dell’Ue o del ministero delle infrastrutture. E in un futuro, se sarà necessario, anche una parte di quelli destinati alle compensazioni”, ha dichiarato Esposito.

Il Pd ha inoltre annunciato una consulta permanente con le forze dell’ordine, schierandosi ancora una volta a favore della repressione del dissenso. Insomma, uno sperpero inverosimile di risorse economiche per difendere con la forza un cantiere inesistente che la popolazione non vuole: bella alternativa di governo che ci propongono!

Ma la Val Susa continua a lottare, peraltro in un contesto di ripresa delle lotte dopo i 27 milioni di no alla privatizzazione dell’acqua. E una prima vittoria: i vigili del fuoco hanno annunciato a settembre che si ritireranno dalla “coalizione di forze dell’ordine” che presidiano la valle. La Cgil ha convocato lo sciopero generale contro la manovra e questo sciopero dovrà essere l’inizio per far cadere il governo. Il movimento No Tav, pur con una visione critica nei confronti delle scelte concertative della Cgil, vi ha giustamente aderito. La battaglia contro la Tav è di tutto il movimento operaio: ci tagliano scuola, servizi e pensioni per ingrassare affaristi e speculatori. Dobbiamo batterci negli attivi sindacali, nei luoghi di lavoro affinchè la Cgil si mobiliti contro la Tav e la inserisca nella sua piattaforma contro la manovra del govenro. Insieme ai lavoratori e agli studenti possiamo unire le forze e seminare prospettive di mobilitazione comune, a partire dalla necessità di una vera alternativa ad un modello di sviluppo che non abbiamo scelto, ma che ci è stato imposto con la forza: un modello fatto di criminali manovre sulla pelle dei lavoratori, di sfruttamento, di speculazioni affaristico-finanziarie, di devastazione e saccheggio di territori, di repressione del dissenso.

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