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L'intervento di Claudio Bellotti

Compagni, si è parlato di golpe monetario, con un’espressione forse non molto scientifica, ma sicuramente esplicita. Ieri il segretario ha usato l’espressione “bonapartismo finanziario” per descrivere quanto sta accadendo.

Ebbene, il frutto di questo golpe monetario, la manifestazione di questo bonapartismo finanziario nel nostro paese è il governo Monti. Ora, scusate, io da ieri ho un rospo e lo devo sputare, spero di non essere l’unico ad averlo. Se c’è il golpe finanziario, di cui il frutto è il governo Monti e di cui il regista è il Presidente della Repubblica Napolitano, come è stato regista dello scandaloso intervento in Libia, io non mando messaggi di saluto e non applaudo il messaggio ipocrita che ha mandato a questo congresso parlando della carta costituzionale nel momento in cui viene picconata con la votazione della parità di bilancio da inserirvi. A proposito di schiena dritta, caro compagno Ferrero!

 

Detto questo, uno dei sottoprodotti di questa manovra, non penso fosse voluto però ci aiuta, è che ha fatto piazza pulita di due anni di un dibattito estenuato in cui il nostro gruppo dirigente ci ha fatto perdere tra primarie di programma, fronti democratici, comitati di liberazione ed altre aggregazioni. Questo mi consente di saltare a pie’ pari questo punto e parlare di altro.

Si parla di crisi strutturale. Ma cosa vuol dire? Perché noi rimaniamo schiavi di queste parole che avvolte ci incantano un po’. In un certo senso anche la crisi ciclica è connessa alla struttura del capitalismo, come ben sappiamo. Ne abbiamo una in corso, ne abbiamo avuta una all’inizio degli anni 2000, all’inizio degli anni ’90. Però è chiaro che qui stiamo parlando di qualcosa di diverso. L’ex governatore della banca centrale europea Trichet, nel suo discorso di addio, quando si andava ad insediare Draghi, ha usato esattamente questa stessa espressione: crisi strutturale.

Poiché i rappresentanti del grande capitale non parlano per fare sensazione, penso che dobbiamo riferire questa espressione, appunto, ad alcuni fatti precisi. Al fatto che è completamente destabilizzato il ciclo del debito, l’intero sistema finanziario internazionale, al fatto che sono destabilizzati i rapporti internazionali e sicuramente anche i rapporti di classe. Rispetto all’Unione Europea, di cui parlava Trichet in quel discorso, noi dobbiamo sapere che la risposta in campo non è univoca. Ovvero è univoca nell’attacco al lavoro, ai diritti, al welfare – come qua già si è detto –, non è univoca nelle proposte, ma questa articolazione non discende da schieramenti più o meno progressisti nei cosiddetti poteri forti, ma discende semplicemente dalla diversa collocazione dei diversi paesi nella crisi. Se Sarkozy dice certe cose non è perché ha più ragione della Merkel ma perché la Francia oggi è messa peggio della Germania.

Tra le risposte che vengono avanti c’è un intero filone che guarda in direzione di un’ulteriore integrazione dell’Unione Europea. Si parla degli Eurobond, si parla del potenziamento non solo in termini quantitativi, ma della struttura del fondo di stabilità, la proposta Prodi fatta qualche mese fa, altre ce ne sono in campo. E queste cose fanno innamorare anche molti gruppi dirigenti della sinistra. Per esempio questa cosa degli Eurobond piace ad un sacco di gente. Io penso che dobbiamo essere molto concreti e sobri nel guardare cosa significa tutto questo. Intanto vorrei sapere perché una banca, un fondo, un sistema di titoli – quello che sia – che incorpori tutte le attuali contraddizioni del sistema dell’Eurozona dovrebbe essere più stabile e più forte? Io penso che semplicemente non farebbe altro che generalizzare ulteriormente gli effetti di questa crisi. Tuttavia se vogliamo guardare anche agli aspetti più politici una parte di queste proposte si lega a ragionamenti che propongono una gestione continentale non solo della politica del debito ma dell’intero bilancio degli Stati. Appunto qualcuno dice che ci vorrebbe un ministero delle finanze che faccia le finanziarie di tutta Europa. Io non sono convinto che questa cosa possa mai realizzarsin ma se mai fossen altro che commissariamenti, altro che autocrazia finanziaria! E allora compagni, veramente, io non capisco come si possa scrivere in  un documento congressuale e dire in una relazione cose di questo genere.

Ma si dice “no .. no tutto questo è chiaro che deve accompagnarsi alla fioritura della democrazia nel nostro continente. Non la Commissione, non il Consiglio ma il Parlamento Europeo deve governare questi processi”. A parte che nel parlamento europeo i primi tre gruppi, che credo rappresentino l’80% delle forze presenti (popolari, partito socialista europeo e liberal-democratici) sono assolutamente concordi sulle ricette che vengono avanti. Ma vedete questa utopia, siamo arrivati a Padoa Schioppa, siamo arrivati al prodismo di 20 anni fa, a quelle teorizzazioni che vedevano (c’erano anche economisti vicino al nostro partito che prevedevano che attraverso l’integrazione europea si sarebbe arrivati ad una grande onda espansiva) un’onda lunga del capitalismo espansiva nel continente e nel mondo. Tutto questo non si è mai realizzato. Perché? Vogliamo domandarcelo una buona volta? Ieri il compagno Ferrero ha ricordato come il Partito Comunista Italiano votò contro l’adesione al sistema monetario europeo pur dichiarandosi europeista. Erano gli anni in cui nel Pci si incominciavano a candidare gli Altiero Spinelli, i Guido Rossi ed altre figure. Io ricordo anche un altro dibattito che ci tocca più da vicino: a metà degli anni ’90, quando la parola d’ordine con la quale noi ci confrontammo con il processo di creazione della moneta unica fu “Sì all’Euro No a Maastricht”. È noto che abbiamo avuto sia l’euro che Maastricht. E dopo Maastricht tante altre cose anche peggiori. Per cui questo sogno riformista che ha sempre accompagnato il processo di integrazione europea non si è mai realizzato e non si realizzerà mai. E dunque vorrei dare al compagno Ferrero la triste notizia che non è vero che “un’altra manovra è possibile”. In questo quadro un’altra manovra non è possibile: o rompi il quadro, o avrai questa manovra!

Proprio per la natura di questa situazione è chiaro che qualsiasi singola parola d’ordine compresa quella temutissima del default di per se stessa può essere piegata a esigenze di ristrutturazione del sistema. Il default argentino è stato pagato dai lavoratori, dai pensionati, dalla piccola borghesia, dal risparmio popolare non è stato esattamente una conquista popolare. E dunque quando si dice “vogliamo salvare l’Euro” e poi però non escludiamo di non ripagare il debito io veramente mi perdo.

Sollevo questo punto perché un’altra questione che vorrei citare – non posso approfondire – è come si inserisce il conflitto di classe in questo quadro dato. Questo grande assente, Paolo, dalla tua relazione. Perché la sinistra, anche quella rivoluzionaria, comunque quella più di sinistra nel nostro paese in altre epoche storiche ha discusso se il conflitto – anche operaio – era o non era una leva di ristrutturazione di ammodernamento del sistema. E sicuramente in altre fasi storiche ed in certe parti del mondo lo è stato. La lotta di classe era anche una forma di allargamento del mercato interno, di innovazione, e quant’altro. Ma oggi non è così. E se capiamo cosa vuol dire parlare di crisi strutturale significa dire che il conflitto non può essere ricondotto a ipotesi di ristrutturazione progressiva del sistema. Io penso in tutto il mondo, anche se nella variegata sinistra c’è chi dice che questo in Cina o nell’America Latina invece può succedere. Ma certamente non può succedere nel nostro continente. E allora compagni, se noi dobbiamo fare delle rotture, se noi dobbiamo fare dei balzi per porci all’altezza della situazione, dobbiamo farli innanzitutto nella nostra comprensione e conoscenza. La critica all’economia politica cominciamo a farla al nostro interno se vogliamo portarla fuori.

Si è detto “l’accumulo di forze” come se fossimo nel 1891 a scrivere il programma di Erfurt della socialdemocrazia tedesca. Non c’è quell’accumulo di forze, ci saranno, come ci sono stati in tutti i punti di rottura in questi anni – qui sì vale l’esempio latinoamericano – tentativi e ancora altri, altri, altri fino a quando da qualche parte non riusciremo, non riuscirà la nostra gente a rompere quel muro, come è stato precisamente in quel continente in cui i progetti di integrazione, guidati in quel caso dagli Stati Uniti d’America, sono saltati di fronte alle sollevazioni popolari. Ed allora lì si apre un’altra discussione.

Allora cosa ci stiamo a fare noi in questa discussione? Mi è stato raccontato un piccolo aneddoto su un congresso in un circolo credo in Lombardia. Una compagna ci ha criticato – ha il diritto di farlo – dicendo “Ma voi da dieci anni proponete le stesse posizioni”… no, da molti di più! Siamo marxisti, compagni! Le nostre idee hanno 150 anni! E dunque poichè abbiamo assistito a 10 scissioni in questo partito – non abbiamo presentato una mozione per preparare l’undicesima – sarà questo che noi faremo e penso che questo sarà non solo un elemento di arricchimento, ma anche di autentica costruzione e tenuta di questo partito. Grazie.

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L'intervento di Alessandro Giardiello

 

A Chianciano tre anni fa abbiamo difeso l’identità comunista del nostro partito. Ho ascoltato ieri la relazione del segretario e vorrei riprenderla su un punto in particolare, quello in cui Paolo ci invitava ad avere non solo l’orgoglio di area ma un orgoglio di partito. Bene! Io vorrei ricordarti, Paolo, che tre anni fa c‘eravamo anche noi, minoranze, a salvare l’identità comunista di questo partito. C’eravamo tutti, forse non proprio tutti, ma noi c’eravamo e teniamo a questo partito, amiamo questo partito, lo abbiamo costruito in questi anni ed io chiedo anche rispetto. Penso che alcuni interventi dei compagni del secondo documento ieri lo hanno dimostrato ed in particolare abbraccio il compagno Loffredo che con tanto entusiasmo ha difeso il lavoro che è stato portato avanti da questi compagni a Pomigliano.

Questa minoranza che ottiene un grande risultato in questo congresso non è felice per sé. È felice di avere ottenuto questo risultato per il partito perché siamo convinti che più lavoratori guarderanno a questo partito nella misura in cui queste idee, le idee del Partito di classe, vivono in Rifondazione Comunista. E quindi credo che meritiamo rispetto e lo dico in particolare perché si insiste su questa idea del documento unitario. Scusate, mi pare che un compagno su cinque non lo abbia votato questo documento, abbia votato i documenti di minoranza. Finiamola! Chiamiamolo documento di maggioranza per non dare l’idea che esiste chi è proprietario di questo partito e chi invece è ai margini.

Io credo che la discussione che abbiamo di fronte sia molto importante perché siamo in una svolta epocale e dopo aver salvato l’identità comunista dobbiamo passare al progetto, dobbiamo far vivere questa prospettiva e non possiamo limitarci alla semplice protesta. È necessario dare vita ad una piattaforma che si opponga alla crisi da un punto di vista alternativo e di classe. Nel nostro documento abbiamo provato a dare un contributo. Ci sono dei punti essenziali che ci differenziano rispetto all’analisi della crisi economica sono stati illustrati, credo bene, ieri dal compagno Bellotti, non li riprenderò. Ed è ovvio che da analisi diverse discendono anche risposte diverse alla crisi.

Ora però la questione urgente da affrontare è che di fronte alla caduta di Berlusconi. Abbiamo gioito per un minuto, però dal minuto dopo ci siamo posti il problema che non era stato risolto il punto fondamentale e cioè come costruire una opposizione in questo paese al governo unico delle banche e della finanza,  del grande capitale che sta aggredendo i popoli d’Europa e nel mondo. L’attacco che sta subendo il mondo del lavoro e la grande maggioranza della popolazione non ha precedenti, compagni. In tutta Europa la banca europea decide e i governi obbediscono e si accordano per cancellare conquiste, diritti sociali, libertà democratiche. E la classe resiste!!!

Io su questo voglio porre un punto. Nella tua analisi, vedi Paolo, a volte e non solo nella relazione al congresso, l’ho visto anche in Direzione, spesso dipingi un quadro cupo. In particolare, non è tanto il fatto, ed è stato già rimarcato, che non hai affrontato nella tua relazione la questione del conflitto sociale, ma si insiste sul fatto che le lotte sociali, le lotte operaie siano state lotte di resistenza. Io credo che è sbagliato il metro di analisi. La gran parte dei quadri di questo partito si è formata negli anni ’70, in un’epoca completamente diversa. Mobilitazioni come quelle che abbiamo visto nell’autunno caldo o nel maggio ’68 in Francia non potranno mai riproporsi in questa fase storica. Se vogliamo avere dei paralleli, dei paragoni a cui richiamarci per costruire una analisi ed interpretare i processi dobbiamo pensare a quella che è stata la crisi degli anni ’30, ai processi che in quella fase storica si sono sviluppati.

Deve essere chiaro che resistere in un contesto di crisi come questo, dove è molto difficile scioperare per qualsiasi lavoratore, non significa che è crollato il livello di coscienza. Perché come abbiamo visto in America Latina dalla resistenza agli attacchi del grande capitale sono partite le grandi rivoluzioni in America Latina. E quindi dalla lotta di Cochabamba in Bolivia ed alte lotte poi sono nati dei processi rivoluzionari. Da questo punto di vista credo che noi dobbiamo avere la capacità di fronte alla aggressione che viene portata avanti alla democrazia e ai diritti sociali, ovunque si vuole distruggere la possibilità stessa delle persone di organizzarsi e difendersi. E c’è ancora oggi chi, e sono quelli a cui abbiamo rivolto la proposta del fronte democratico, pensa che i sacrifici debbano essere accettati perché sono equi e si debbano accettare le cosiddette riforme strutturali.

Compagni, la realtà è che il riformismo, la socialdemocrazia è morta!!! È incapace di dare risposte!!! È l’esperienza che ci viene dalla Grecia, dalla Spagna. Stiamo entrando in una nuova epoca, è un’epoca rivoluzionaria. Non possiamo avere un approccio gradualista di fronte ad avvenimenti che hanno questa portata. Siamo di fronte ad una catastrofe sociale che uccide il lavoro, la casa, il futuro, i diritti. Non ci sono delle isole nelle quali possiamo ritirarci. Non c’è da contrattare un meno peggio. E questo lo dico anche rispetto alle amministrazioni locali, che decidono molto del futuro della nostra gente, nella quali siamo forza di governo e quindi la questione non si pone solo rispetto al governo nazionale. Non c’è un meno peggio da contrattare, dicevo, possiamo solo rinunciare, dobbiamo difendere l’esistenza stessa delle nostre classi di riferimento e lottare per un cambiamento radicale. È del tutto evidente che la politica ufficiale governa sotto dettatura del capitalismo europeo e internazionale e che non c’è niente di alternativo nelle proposte che vengono portate avanti dal Partito Democratico rispetto alle ricette della Banca Europea e del FMI.

Questo Partito Democratico che cosa ha di democratico? A me pare che di democratico abbia sempre meno. Non lo è stato a Pomigliano né a Mirafiori quando venivano messi in discussione diritti fondamentali, diritti costituzionali. Non lo è stato nemmeno Di Pietro quando, dopo la manifestazione del 15 ottobre, ha proposto di restaurare la Legge Reale. Voi sapete cosa significa compagni. O quando come è stato ricordato hanno raccolto le firme per un referendum per cancellarci definitivamente come comunisti dal Parlamento Italiano. Compagni la democrazia è fatta di cose sostanziali e credo che noi quando parliamo di una battaglia per i beni comuni, una battaglia per la soddisfazione dei bisogni elementari delle nostre classi di riferimento dobbiamo mettere al centro un cambiamento di quelli che sono i punti di riferimento, le scelte di fondo dell’economia. Tutto questo compagni richiede il ripristino del controllo pubblico e politico sull’economia, la nazionalizzazione dei gruppi strategici, delle aziende in crisi, la creazione di un polo pubblico nell’economia industriale e finanziaria controllato democraticamente dai cittadini e dai lavoratori. È questa l’unica via per uscire dalla crisi evitando il massacro sociale e la lotta per la fuoriuscita dal capitalismo. Non solo dal liberismo. Il problema non è la speculazione finanziaria, l’origine della crisi è nella produzione, il punto da aggredire è la causa: la proprietà privata dei mezzi di produzione.

Ora ringrazio il compagno Mantovani perché ha tentato nel suo intervento di farci addentrare negli arcani della tattica. Io ti faccio una domanda Ramon, con tutta l’amicizia di questo mondo, ed è una cosa alla quale non avete mai risposto: qual è la natura di classe del Partito Democratico? Noi a questa domanda abbiamo dato una risposta. Abbiamo detto che ormai il Partito democratico è un partito organicamente borghese e quindi non possiamo ridurre la questione delle alleanze ad una questione di tattica. Da parte tua viene fatta una separazione artificiale tra quella che è la tattica e quella che è la strategia. Ci deve essere una relazione tra fini e mezzi. E credo che questo non sia accettabile come interpretazione e porre la questione completamente al di fuori. Per noi la questione delle allanze con il centro sinistra ed in particolare con il Partito Democratico attiene ad una questione vecchia come il movimento operaio che si chiama indipendenza di classe.

Infine compagni, noi vorremmo rivolgerci a questa maggioranza e dire che il nostro partito è più piccolo, abbiamo subito molte scissioni ma è certamente migliore. Io vorrei dire che, nessuno lo ha detto, salutiamo la fuoriuscita dei signori delle tessere che avevano colonizzato le nostre strutture per i loro fini personali. A questi ex-compagni diciamo: non vi rimpiangiamo, il posto giusto per voi è il partito democratico!

Il problema ora è prendersi cura di questo patrimonio di militanti e lavorare alla ricostruzione del partito. Le condizioni esistono. Lavoriamo in un contesto di grande crisi economica, politica e sociale ed in situazioni come queste anche delle piccole formazioni politiche possono acquisire rapidamente un grande consenso se si sottraggono all’abbraccio mortale di un riformismo decrepito che non ha più nulla da offrire e ad un ceto politico consumato ed insensibile ad una politica di cambiamento di cui, mi duole dirlo, una parte oggi è raccolto nella Federazione della Sinistra. Il livello di coscienza della gente è indietro rispetto a noi, l’antipolitica dilaga. Tutto vero! Ma questo non potrà che peggiorare fino a quando accetteremo di sottostare alle peggiori pratiche politicistiche che permangono in una fase come questa dove i processi marciano veloci, certezze consolidate sono messe in discussione. C’è apertura a nuove idee, se siamo in grado di distinguerci come forza strategicamente alternativa al PD come si disse a Chianciano e ricostruire una credibilità attorno a queste posizioni. Non solo possiamo tornare in Paramento per la via maestra, compagni, superando gli sbarramenti con la proposta di un polo di sinistra di classe e anticapitalista. Peraltro, la via che ci propone la maggioranza non ci da alcuna garanzia. Che ci ha proposto e che continuerà a proporre un minuto dopo che si esaurirà l’esperienza del governo Monti. Ma ciò che più conta, potremo candidarci a guidare quel processo di trasformazione di cui oggi c’è più bisogno che mai.

Se saremo fermi nulla di buono potrà succedere. Diceva Rosa Luxemburg: “chi non si muove non si può rendere conto delle proprie catene”. E noi, una volta per tutte le vogliamo spezzare quelle catene. Grazie.

 

Sul sito di Rifondazione comunista potete trovare le registrazioni video del congresso di Napoli . Per la seconda mozione sono intervenute/i: Sonia Previato, Claudio Bellotti, Mimmo Loffredo, Donatella Bilardi, Marco Veruggio, Alessio Marconi, Jacopo Renda (nell'ordine sabato), Alessandro Giardiello (domenica mattina).

 

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