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Il congresso nazionale di Rifondazione comunista (2-4 dicembre) si è riunito in circostanze obiettivamente straordinarie, a pochi giorni dall’insediamento del governo Monti e alla vigilia della presentazione della sua manovra economica.


Va detto fin da subito che il dibattito proposto è stato in gran parte al di sotto della profondità necessaria ad affrontare la nuova fase. La relazione di Ferrero ha disegnato un’opposizione certamente scontata al governo Monti, ma più subìta che assunta come base di una più ampia discussione strategica. Le proposte avanzate in merito alla crisi economica sono state di un minimalismo disarmante, la parola d’ordine “un’altra manovra è possibile” ha misurato tutta la internità di questo gruppo dirigente alle logiche del sistema, tanto da proclamare la necessità di “salvare l’euro”, con tanto di suggerimenti alla Bce su quali misure sarebbero necessarie per bloccare la speculazione che, pare di capire, Ferrero attribuisce principalmente alla logica “sbagliata” che presiede alle decisioni di Francoforte.


Il Pd avrebbe inoltre “sbagliato” a non chiedere le elezioni: a quanto pare, insomma, tutti “sbagliano” e basterebbe che ascoltassero di più il compagno Ferrero per vivere in un paese migliore.


Quasi nessun accenno nella relazione allo stato del conflitto di classe, in Italia e nel mondo, una mancanza rilevata da più interventi e con particolare nettezza dal compagno Loffredo di Pomigliano d’Arco. Non è mancato il solito profluvio di appelli unitari, in particolare a Vendola e a Sel, che però come da copione non è sembrato particolarmente scosso e ovviamente non si è presentato al congresso. È venuto invece Antonio Di Pietro che ha detto qualche carineria per poi ribadire che lui i comunisti in un nuovo centrosinistra ce li vedrebbe bene…


Silenzio totale, infine, su tutto ciò che riguarda la strategia sindacale del partito.
Altro grande assente dalla relazione e dal dibattito è stata la Federazione della sinistra, fino al paradosso che il portavoce nazionale della stessa, il compagno Massimo Rossi, nel suo intervento ha ritenuto più utile parlare dell’esperienza del bilancio partecipato da lui praticato quando era sindaco del comune di Grottammare (Ascoli Piceno).


Gran parte del gruppo dirigente uscente ha ricalcato questo copione, con qualche increspatura quale ad esempio quella proposta da Giovanni Russo Spena, che si è spinto a dire che se, come pare probabile, il governo Monti potrà giungere a fine legislatura (primavera 2013) sarà difficile proporre un accordo a un Pd che per un anno e mezzo si sarà speso a sostenerne la politica economica.


Alberto Burgio ha proposto invece la tesi che le condizioni attuale siano analoghe a quelle che portarono all’affermarsi del fascismo; bando quindi, secondo Burgio, a parole d’ordine velleitarie e pericolose quali “non pagare il debito”, e porte aperte all’unità, all’unità, all’unità, all’unità, all’unità…
Nonostante tutto il congresso ha messo anche in luce un ampio corpo di partito che per quanto ridotto sensibilmente nell’insediamento rimane tenacemente aggrappato alla prospettiva del conflitto sociale e dell’alternativa di società; esemplare a questo proposito l’intervento del segretario provinciale di Avellino Tony Della Pia, ma non è stato l’unico.


La questione dell’unità del partito è stata agitata incessantemente dal gruppo dirigente. Abbiamo ritenuto giusto e necessario mettere alla prova queste belle parole proponendo, in sede di commissione politica, la redazione di un ordine del giorno comune che evidenziasse l’impegno di tutto il partito nella costruzione dell’opposizione al governo Monti. Tentativo caduto nel nulla per mancanza di interlocutori, posto che la maggioranza della commissione rappresentante la mozione 1 ha respinto fin dal principio la nostra proposta.


Falliva anche un tentativo di accordo con i rappresentanti della terza mozione che in un incontro con una nostra delegazione, pur dichiarando il proprio accordo con molte nostre proposte, precisavano di ritenere imprescindibile che un documento comune contenesse un passaggio sulla proposta di “unità comunista”, una posizione chiaramente volta a impedire qualsiasi accordo data la nostra nota posizione di contrarietà e il carattere centrale che in molte federazioni essa ha assunto nella campagna congressuale dei compagni del terzo documento.


Scontata a questo punto la presentazione di un documento conclusivo da parte nostra, così come il voto contrario alla ricandidatura del compagno Ferrero a segretario nazionale, e alla segreteria successivamente eletta, sempre col nostro voto contrario e l’astensione dei rappresentanti della terza mozione.


Nel nuovo comitato politico nazionale, ristretto a 150 componenti (rispetto ai 280 eletti  a Chianciano) eleggiamo 20 compagni e compagne, un incremento significativo rispetto ai 12 che avevano sottoscritto la nostra mozione nell’organismo uscente. Ecco gli eletti, 11 compagni e 9 compagne, proposti in base a criteri politici (l’articolazione di posizioni presente nella mozione), territoriali e di sostegno alla mozione (dieci le regioni rappresentate in ragione del voto espresso per la mozione): Mara Armellin (Veneto), Francesco Bavila (Lombardia), Claudio Bellotti (Direzione uscente), Donatella Bilardi (E. Romagna), Maria Lucia Bisetti (Piemonte), Margherita Colella (Trentino), Antonio Erpice (Campania), Lucia Erpice (Lazio), Alessandro Giardiello (Direzione uscente), Francesco Giliani (E. Romagna), Patrizia Granchelli (Lombardia), Luisa Grasso (Sicilia), Domenico Loffredo (Campania), Lidia Luzzaro (Calabria), Sonia Previato (Lombardia) Jacopo Renda (Lazio), Dario Salvetti (Toscana), Paolo Scarabelli (Liguria), Marco Veruggio (Direzione uscente, Liguria), Ilic Vezzosi (Emilia Romagna).


Entrano nel collegio nazionale di garanzia Luigi Minghetti e Serena Capodicasa.


Nota finale di demerito per Liberazione, che in tre giorni di cronache è riuscita a non citare neppure per sbaglio l’esistenza di due mozioni di minoranza che nell’insieme rappresentano oltre tremila compagni: piccoli mezzi per piccole battaglie…

 

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