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Prossimo obiettivo: Iran

Tutti, a Washington come a Gerusalemme, sono d’accordo: il punto non è se, ma quando avverrà. Stiamo parlando dell’attacco di Israele all’Iran, che Netanyahu considera una “minaccia all’esistenza stessa di Israele”.

 

Negli ultimi anni le pressioni nei confronti di Teheran si sono fatte sempre più forti. Le sanzioni di Usa e Unione europea dall’inizio di febbraio si sono allargate al petrolio e al sistema bancario, con l’obiettivo di minare alle fondamenta il regime iraniano. Quattro scienziati iraniani che lavoravano allo sviluppo del programma nucleare sono stati assassinati, con ogni probabilità da agenti del Mossad in collaborazione con la Cia.


L’ipocrisia dell’imperialismo


Il problema per l’imperialismo e per Israele è infatti il programma nucleare dell’Iran, che secondo Teheran ha scopi pacifici, mentre per l’imperialismo nasconde l’intenzione di dotarsi di un arsenale atomico. Questa seconda ipotesi è probabile, visto che da un punto di vista puramente economico un paese che affoga nel petrolio non avrebbe alcuna necessità di costruire centrali nucleari. Inoltre dal punto di vista politico la scelta di Teheran è perfettamente comprensibile. I mullah hanno assistito alla fine del regime di Saddam e alla distruzione nei fatti dell’Iraq come stato unitario. Dall’altro lato del pianeta, i governanti della Corea del Nord, che possiede la bomba nucleare, dormono sonni tranquilli.

Se l’Iran arrivasse ad ottenere la bomba atomica, ciò costituirebbe una minaccia pericolosissima per Israele e per gli interessi Usa nell’area. È bene ricordare che ciò che muove Obama e Netanyahu non sono certo ideali pacifisti. Israele è l’unico paese non dotato di armi nucleare in Medio oriente mentre gli Usa sono la principale potenza nucleare del globo. Non sono nemmeno mossi da scrupoli democratici: gli Usa sostengono da sempre i regimi più reazionari della regione, come quello saudita, e non hanno mosso un dito quando le forze armate di questo paese hanno represso nel sangue la rivoluzione in Bahrein, il piccolo arcipelago che si affaccia sul Golfo Persico. Per difendere i propri interessi in una regione cruciale come il Medio Oriente, gli Usa non hanno mai badato a “quisquilie” come i diritti umani o le ragioni della democrazia, come gli avvenimenti dell’ultimo decennio dimostrano in modo esauriente.

Israele teme per l’indebolimento della sua posizione in Medio Oriente. L’intervento americano in Iraq, lungi dall’aver rafforzato l’imperialismo e quindi anche lo Stato della stella di David, ha consolidato l’Iran come potenza emergente nella regione. La rivoluzione araba ha fatto il resto. Ha tolto di mezzo Mubarak, l’alleato più affidabile per Netanyahu (ricordiamo che l’Egitto era il paese che dopo Israele riceveva più aiuti militari dagli Usa a livello mondiale) e sta minacciando la stabilità di un altro paese confinante come la Siria. Risultato: Israele non ha più nessuno di cui fidarsi ai suoi confini. Anche i rapporti con la Turchia si sono raffreddati dopo l’uccisione di dieci attivisti turchi della Freedom Flotilla da parte delle truppe d’assalto israeliane nel 2010.

Un discorso simile vale anche per gli Stati Uniti. Anche Obama è rimasto con ben pochi alleati su cui basarsi. È rimasto solo Israele. La Casa bianca non vede di buon occhio un attacco all’Iran, anzi sembra che abbia anche offerto a Teheran di condurre negoziati diretti. Ma in ultima analisi, la politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente non si decide a Washington, ma a Gerusalemme.

Il governo Netanyahu vuole questa prova di forza non solo per riaffermare che dal 1967 in poi ha sempre fatto quello che ha voluto nelle sue relazioni con i paesi vicini (con la notevole eccezione della guerra in libano dell’estate 2006), ma anche come risposta ai problemi interni.


Crisi economica e guerra


La situazione sociale in Israele si sta sempre più deteriorando sotto l’effetto della crisi economica mondiale. Un israeliano su cinque è povero, mentre il 40% delle persone in età lavorativa è disoccupato. Tutto ciò ha portato all’esplosione di un movimento di protesta mai visto nella storia del paese. Ci sono state mezzo milione di persone in piazza in un paese di 7 milioni di abitanti e, aspetto molto significativo, il movimento era pesantemente influenzato dalle rivoluzioni nel mondo arabo. Slogan come “lotta come un egiziano” e “Piazza Tahrir è qui” evidenziano ancora una volta come la lotta di classe riesce a superare le divisioni religiose più profonde ed è la vera forza motrice in senso progressista della storia.

Seriamente preoccupato per un brusco calo della popolarità, il governo israeliano ha bisogno di diversivi per la rabbia delle masse. Così individua i nemici esterni, come l’Iran, e conduce i suoi raids a Gaza, che colpiscono regolarmente vittime innocenti, donne e bambini.

Anche i mullah iraniani scelgono una strada simile, dilaniati da una lotta di potere senza quartiere al loro interno e le difficoltà economiche crescenti, con molti stabilimenti industriali che hanno chiuso negli ultimi due anni e con un’inflazione e un tasso di disoccupazione crescenti. Risulta comodo anche per il regime iraniano individuare un nemico esterno per distogliere l’attenzione dei giovani e dei lavoratori dai problemi reali.

La lotta al vertice tra la Guida suprema Ali Khamenei e il presidente Mahmud Ahmadinejad ha avuto nelle elezioni legislative dello scorso 2 marzo un vincitore, con l’affermazione delle liste vicine a Khamenei. Ciò accelera le possibilità di un conflitto, essendo la fazione che fa capo alla Guida la meno disposta a un compromesso con l’imperialismo.

Se ci fosse un attacco israeliano, difficilmente sarebbe un’offensiva terrestre. È molto più probabile un attacco aereo, di cui Israele può vantare precedenti, come nel 1981, quando ha colpito il reattore nucleare in costruzione di Saddam Hussein, o nel 2007 quando ha condotto un’operazione simile contro la Siria. La Giordania e l’Arabia Saudita hanno già affermato che consentiranno il transito dei bombardieri israeliani sui loro territori. Un invito all’aggressione, non è un segreto infatti che le borghesie arabe gradirebbero liberarsi di un paese scomodo come l’Iran degli ayatollah senza fare il lavoro sporco in prima persona.

I giornali israeliani parlano di un attacco in grande stile: un impiego di 100 aerei che bombardino l’Iran per due o tre giorni. Gli obiettivi sensibili sarebbero circa 600. Gli americani hanno chiesto agli israeliani di informarli preventivamente di un’eventualità del genere, ma Netanyahu ha risposto che il suo paese vuole mantenere una “libertà di manovra”. Volenti o nolenti, Washington non avrà altra scelta che appoggiare l’attacco, che tuttavia porterà con sé serie conseguenze per la stabilità di tutta la regione.Non tanto per l’opposizione delle borghesie arabe, che o non hanno voluto o sono sempre state incapaci di rispondere allo strapotere militare di Israele, ma quanto per la risposta delle masse.

I giovani e i lavoratori di tutto il mondo arabo vedrebbero l’attacco come quello che è in realtà: una brutale aggressione da parte dell’imperialismo e dei suoi lacchè israeliani. Nel giro di 24 ore verrebbero distrutte tutte le ambasciate americane nell’intero Medio Oriente e la rivoluzione araba trarrebbe nuovo vigore entrando in una nuova fase.

In Iran il movimento di massa è entrato in riflusso dopo le enormi mobilitazioni del 2009. È probabile che all’inizio il regime possa trovare giovamento da un attacco imperialista e godere di un notevole appoggio. Infatti le masse odiano i mullah, ma odiano ancora di più gli Usa e Israele. Il sentimento patriottico tuttavia si scontrerà con l’incapacità del regime di offrire una resistenza degna di questo nome alla potenza di fuoco di Israele. Come spesso è successo nella storia, le masse faranno esperienza della pavidità dei propri governanti e comprenderanno che solo prendendo il destino (e le armi) direttamente nelle proprie mani potranno resistere e sconfiggere l’oppressore interno e straniero. Una guerra che si potrà tramutare in lotta rivoluzionaria, che sconvolgerà l’intera regione e farà tremare le classi dominanti.

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