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Una cosa è certa: in Valsusa i montagnini non mollano. Se ne è reso conto il potere a tutti i livelli, da Monti a Ferrentino, e se ne è inquietato al punto di sferrare ogni attacco possibile (mediatico, repressivo, istituzionale) a un movimento che con la caparbietà propria di chi sa di essere nel giusto, contrattacca con le armi che gli sono congeniali (digiuni, marce, feste, assemblee, occupazioni). Ma fortunatamente se ne sono resi conto anche quei giovani e lavoratori che non hanno più voglia di subire la protervia del capitale: le manifestazioni spontanee in tutta Italia seguite alla caduta di Luca dal traliccio ne sono un esempio. E così il potere deve fronteggiare un orizzonte di dissenso più ampio, e si trova in oggettiva difficoltà: certo, non demorde e alterna roboanti dichiarazioni decisioniste a falsi tavoli di condivisione, elargizione di spiccioli a prove muscolari.
La realtà è che il movimento No Tav in questa fase ha assunto quella supplenza politica, insieme alla Fiom che si è opposta a Marchionne, diventando però esempio non solo di opposizione, ma anche della progettualità di un conflitto attivo ed efficace contro lo stato di cose esistente.
Da un lato c’è la pratica di una progettualità fatta di piccole azioni di lotta e di solidarietà che sanno spesso scavare più a fondo delle altisonanti dichiarazioni, di un interrogarsi mai retorico sulle scelte e sugli sbagli che si commettono, di una condivisione solidale della lotta che è sempre e comunque patrimonio gelosamente preservato. E il valore aggiunto a tutto questo viene dato dalla pratica costante di solidarietà e attenzione di tutti nei confronti di ognuno, e di ognuno nei confronti di tutti.
Qualche esempio: all’ultima assemblea sono arrivate le cassette dei prodotti dell’orto di Luca Abbà che la gente del movimento ha prima raccolto e poi comprato, perché né i prodotti della terra né il lavoro di chi ci ha sudato sopra si spreca; e ancora, è stata lanciata una colletta per ricomprare l’attrezzatura al reporter cui era stata danneggiata, perché non si priva un free lance della possibilità di lavorare, ed è doveroso ripagare dopo un atto sbagliato dovuto all’insopportabile atteggiamento codista della maggior parte dei media. Questa coerenza costante tra enunciazioni e pratiche spicciole è alla base dell’autorevolezza del movimento No Tav.


Una lotta nazionale


Dall’altro lato c’è l’assunzione piena, rigorosa e cosciente da parte del movimento intero della portata non localistica che la lotta ha assunto.
La Tav ha assunto il carattere di vertenza generale perché il movimento ha saputo svelare gli interessi giganteschi che governi e grande capitale sono disposti a difendere a spada tratta, mentre si smantella lo stato sociale e conquiste decennali. La partecipazione dei valsusini a tutte le principali mobilitazioni di protesta di questi anni ha contribuito inoltre a generalizzare nella pratica il movimento.
L’abbiamo già sottolineato: è questo che fa paura al potere. È per questo che la mobilitazione massmediatica è stata così imponente, è per questo che la repressione è stata così esagerata, è per questo che lo spiegamento di forze a favore del Tav è così omogeneo: fa paura una popolazione che non si fa più turlupinare dai media, fa paura un movimento che pensa con la sua intelligenza collettiva, fa paura chi dimostra al potere che sa lottare per sé e per gli altri in un mondo dove egocentrismo e autoreferenzialità la fanno da padrone.
E il mondo politico che fa? Del Pd sappiamo. Una canzone molto in voga nel movimento dice “Avanti o Coop alla riscossa, la grande opera si farà” e opera una sintesi efficace della posizione del partito di Bersani che, a parte le riottosità dei sindaci valsusini contrari al Tav e ostinatamente iscritti al Pd, non conosce sbavature. Si spinge fino ad insane alleanze Pd-Pdl in comuni non ininfluenti come Avigliana, con la creazione di una lista civica unitaria in opposizione a quella capeggiata dall’attuale sindaca Mattioli, anche lei iscritta al Pd ma convintamente No Tav.
Né l’emersione dalla palude piddina di una “nouvelle vague ecologista” torinese (Antonio Saitta, presidente della Provincia in testa) contraddice le scelte Sì Tav del partito, visto che al momento si batte solamente contro la conversione del previsto tunnel di sicurezza del Frejus in tunnel di collegamento, giustificando questa posizione proprio “per dare più forza alla volontà di realizzare la nuova linea ferroviaria Torino-Lione che dovrebbe essere costruita anche per favorire il trasferimento delle merci dalla gomma alla rotaia”. Antonio Ferrentino ha applaudito convinto e ha preso la tessera anche degli Ecologisti democratici…
Perché pure in casa Sel non c’è proprio una linea politica condivisa: Ferrentino e altri otto, con una lettera inviata a Vendola, hanno dato vita a una minoranza interna che ha apertamente imboccato un percorso Sì Tav. Vendola ha risposto ribadendo l’opposizione di Sel alla Torino-Lione, ma la sua ambigua posizione, Sì Tav a casa propria sulla Napoli-Bari, No Tav a casa degli altri per opportunismo politico, denuncia da sé tutto il cerchiobottismo politico del leader pugliese, evidente non solo nella vicenda Tav ma anche in molte altre occasioni.

Una rete di solidarietà e di lotta

E veniamo a noi. L’opposizione del Prc al progetto della Torino-Lione è fuori discussione, detta confermata e ribadita in ogni istanza del partito, e il calo di attenzione che il movimento No Tav ha avuto nei nostri confronti ha ragioni che è abbastanza semplice elencare, in primis le scelte elettorali scellerate da parte della dirigenza torinese. Come rilanciare il nostro intervento e proporre il nostro programma, cercando di non ledere l’autonomia del movimento? Ci prova Locatelli, nuovo segretario del Prc torinese, arrivato da Bergamo a sedare la rissosità interna alla prima mozione che ha paralizzato la federazione per un bel po’ di anni. Intervenendo nel dibattito in valle, ha perorato la creazione di “una rete di solidarietà e di lotta contro il Tav e tutte le grandi opere speculative che stanno distruggendo il nostro paese”, una rete di collegamento della conflittualità che ha trovato occasione di esprimersi in tutta Italia nelle tante manifestazioni di solidarietà a Luca, ma che potrebbe diventare lo strumento attraverso il quale rompere l’isolamento della valle e cortocircuitare quelle istanze di rinnovamento profondo che stanno attraversando la classe senza trovare punti di appoggio su cui radicarsi. Si potrebbe trattare in buona sostanza di innestare, sul patto di mutuo soccorso che già unisce la valle con le realtà di lotta che in questi anni si sono relazionate con i No Tav, un fattore organizzativo capace di amplificare le mobilitazioni locali proiettandole a livello nazionale per fare scaturire  le valenze unificanti e generali dei singoli conflitti.
Vedremo se alle parole seguiranno i fatti. Certo che, per essere efficace, questa parola d’ordine deve essere assunta dal partito a ogni livello ed essere conseguente sulle alleanze elettorali a tutti i livelli. Le prese di posizione troppo sporadiche del gruppo dirigente nazionale non aiutano un percorso di questo tipo. Per fare una proposta concreta, sarebbe importante che per l’11 aprile, data in cui è annunciata sia la ripresa delle “occupazioni temporanee” nell’area del “non cantiere” della Maddalena sia lo sciopero generale della valle, il partito rilanciasse l’invito fatto dal movimento ai resistenti di tutta Italia a esprimere la propria solidarietà con azioni locali, con una campagna nazionale di sostegno.
Infine, porre con forza l’espulsione di ogni logica privatistica nel settore del trasporto pubblico locale e nazionale, ponendoli sotto il controllo dei lavoratori del settore e degli utenti, costituirebbe una parola d’ordine unificante per le tante vertenze nei territori.
Si tratta di lavorare perché la lotta No Tav, il suo portato di speranze e di futuro possibile, sappia che ha al suo fianco un partito che lotta per quelle stesse ragioni e che sa dare a quelle ragioni la completezza politica che è necessaria per portarle a buon fine. Credo che sia il nostro compito.

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