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Riciclaggio, truffa e appropriazione indebita: queste sono solo alcune delle accuse mosse da diverse procure nei confronti dell’ex tesoriere della Lega Nord, Belsito, e che hanno provocato un vero e proprio terremoto all’interno del movimento “padano”. Le fortune del suo fondatore, Umberto Bossi costretto alle dimissioni da segretario generale, sembrano arrivate al capolinea.

I rapporti con la ’ndrangheta, su cui già altre indagini su dirigenti e amministratori locali leghisti avevano puntato il dito, affossano la credibilità e la purezza “celtica” del partito.

Dopo quasi vent’anni di governo locale nelle regioni a nord del Po e dieci di governo nazionale, la lega “antipartiti” si rivela agli occhi di milioni di persone come del tutto simile a tutti gli altri partiti borghesi: un ricettacolo di corruzione e malaffare, di clientele e favoritismi. Un verminaio ripugnante. Da padroni a ladroni a casa nostra, questa è la fine di uno slogan e di un’epoca per il movimento reazionario che ha imperversato al Nord negli ultimi due decenni.

Un partito dei padroni

Il “Senatur” in canottiera delle origini lascia il passo a quello delle auto di lusso dei figli, dei diamanti del suo entourage, dei fondi neri in lontani stati africani. Si sa, quando un movimento cade in disgrazia, i mass media abbondano di particolari più o meno piccanti nelle loro cronache.

Cronache simili a quelle di Tangentopoli, all’inizio degli anni novanta: niente pare sia cambiato. La corruzione della seconda Repubblica è del tutto simile a quella della prima. Anzi, non si è mai fermata in questi venti anni. Non lo ha fatto perchè è endemica nel capitalismo, un sistema dove tutto è lecito per realizzare il sacro profitto. Semplicemente, per tutto un periodo, il sistema stesso preferiva nascondere gli scandali quotidiani sotto il tappeto.

Oggi, di fronte a una crisi del capitale di natura epocale, equilibri che sembravano consolidati si rompono per lasciare spazio a nuovi, non ancora ben definiti, ma che si prefigurano nient’affatto migliori dei precedenti.

Lungi da noi essere dispiaciuti, ma non ci pare un caso che insieme a quello della Lega, il sistema di potere organizzato da Formigoni, governatore della Lombardia dal 1995 (!), sembra arrivato al capolinea, sotto i colpi della scure degli indagati e degli arrestati della sua maggoranza (ma anche dell’opposizione, vedi Penati) e alla caduta in disgrazia dei suoi principali sponsor. Dopo il crack del San Raffaele è infatti arrivato il turno delle indagini sulla Fondazione Maugeri, altro colosso della sanità privata lombarda. E che ci sia solo un cambio di cavallo, lo dimostra il fatto che il San Raffaele sia stato acquistato da un altro boss della sanità privata, Rotelli, e non posto sotto il controllo e la gestione pubblica.

Come vent’anni fa, le inchieste della magistratura aiutano oggettivamente i processi di rottura e di riaggregazione all’interno del sistema politico ed economico italiano. Come vent’anni fa, la magistratura non condannerà i veri responsabili del disastro, cioè i grandi gruppi capitalisti. Si concentrerà su alcuni di essi, ormai bolliti (do you remember Raul Gardini?) e su alcuni partiti (come sta accadendo), per consentire al sistema di proseguire a vivere indisturbato, se non rafforzato. La stessa magistratura che macina inchieste sugli affari sporchi della Lega è quella che ha recentemente assolto tutti gli imputati per la strage di Piazza della Loggia a Brescia.

Il futuro della Lega

La resa dei conti all’interno della Lega Nord è in atto e i maroniani ne usciranno vincitori. Insisteranno su una nuova immagine, quella del ritorno alle origini, dell’“orgoglio leghista”, brandendo il vessillo dell’opposizione a Monti e, almeno per un periodo, la presentazione alternativa al Pdl, come in questa tornata amministrativa. In alcune occasioni lo faranno da posizioni di forza, come quella di Tosi a Verona, che ha ottenuto il sostegno alla sua candidatura a sindaco di buona parte dei dirigenti locali del Pdl, incuranti delle scomuniche di Alfano.

Il progetto di Maroni è quello di “deistituzionalizzare” l’immagine della Lega non facendola uscire dalle istituzioni, che continua a occupare. Centinaia sono infatti i suoi uomini nelle giunte, nei consigli di amministrazione delle municipalizzate, delle banche e delle grandi aziende pubbliche. Sarà un’operazione ardua mantenere tutte queste posizioni di potere e il futuro della Lega sarà probabilmente fatto di scissioni silenziose, che probabilmente non approderanno a nulla di duraturo. L’esempio dei vari Formentini e Pagliarini, per fare solo alcuni nomi del passato che ruppero con la Lega, insegna.

La Lega uscirà dall’attuale crisi sicuramente indebolita, ma sbaglia chi afferma che scomparirà. Il declino dell’economia italiana e l’impoverimento generalizzato forniscono spazi a formazioni che si pongono fuori dal coro dell’unità nazionale e indicano una via d’uscita a destra alla disperazione delle classi medie e delle fasce più arretrate del proletariato.

La crisi della Lega è un altro tassello della scomposizione e ricomposizione delle forze politiche italiane sotto effetto della crisi economica e dell’affermazione dell’unità nazionale sotto l’egida di Monti (e di Napolitano). Anzi ne è la prima vittima anche se il successo del governo dei Professori colpisce profondamente ambedue i partiti che facevano parte dell’ossatura del governo Berlusconi. Pure il Pdl, infatti, è dilaniato dalle lotte interne e dalla caduta inarrestabile di popolarità di Silvio Berlusconi.

Crisi e antipolitica

La borghesia italiana, adiuvata dai giornali e dalle Tv che contano, e sostenuta dal presidente della Repubblica, capisce che ormai il bipolarismo non è più adatto a garantire la stabilità di cui ha tanto bisogno per tutelare i propri interessi e continuare l’attacco ai ceti popolari. Vorrebbe quindi continuare l’esperienza dell’unità nazionale anche dopo le elezioni del 2013. La nuova legge elettorale in discussione, proposta dal trio Alfano-Bersani-Casini, è funzionale a questi propositi, escludendo l’obbligo di coalizione e proponendo un sistema proporzionale con un’alta soglia di sbarramento. Non è affatto sicuro che questo tentativo riesca, ma la direzione di marcia è chiara.

L’attuale epoca di transizione, dove la fiducia nei confronti delle attuali formazioni politiche è prossima allo zero, dove la destra è in crisi e dove il conflitto sociale sta ritornando in campo, dovrebbe essere feconda per la sinistra, oggi fuori dal parlamento.

In un momento dove risulta chiaro che il problema non è più tra Nord e Sud o tra italiani e immigrati ma tra chi si arricchisce e chi diventa sempre più povero perchè vive solo del proprio lavoro, i comunisti dovrebbero avere autostrade di fronte a sè per la propria propaganda.

La propaganda incessante dei mass media sul finanziamento pubblico, che trae la sua origine dai fatti che hanno avuto protagonista la Lega trova invece la sinistra, e in primis il Prc, in una posizione di retroguardia e del tutto difensiva. Non si può combattere infatti l’antipolitica con la difesa della “politica”, cioè dell’esistente. Non si può, davanti alla giusta indignazione contro lo sperpero dei fondi pubblici da parte di tutti gli schieramenti, difendere l’esigenza dei finanziamenti ai partiti “buoni”, vale a dire al nostro.

Si corre il rischio di essere visti come un ingranaggio della stessa macchina che dovremo avere tutto l’interesse a sfasciare e si porta acqua a movimenti come quello di Grillo, oggi visto come antisistema ma che domani sarà pronto a integrarsi al capitale come fece la Lega Nord vent’anni fa. Oggi più che mai chi vuole difendere gli interessi dei lavoratori e delle loro famiglie non può tenere il piede in due scarpe. Una politica e un programma anticapitalista e di opposizione a qualunque governo dei padroni è l’unico antidoto all’antipolitica.

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