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El Militante argentino appoggia la parziale nazionalizzazione di Ypf (Yacimientos Petrolíferos Fiscales) portata avanti dal governo di Cristina Fernandez Kirchner, respinge le minacce imperialiste di rappresaglia contro questi provvedimenti e chiama alla solidarietà popolare internazionale.

Il provvedimento del governo dichiara di interesse pubblico lo sfruttamento degli idrocarburi e conferisce allo stato argentino il 51% delle azioni di Ypf, detenute in precedenza dalla multinazionale spagnola Repsol, senza toccare la parte detenuta dal gruppo Petersen-Eskenazi e altri azionisti minori.

Ypf è nata nel 1922 come compagnia di stato del petrolio argentino. Fu il governo peronista di Carlos Menem ad iniziare il processo di svuotamento e di privatizzazione che si concluse nel 1999 con la vendita della società alla multinazionale spagnola del petrolio Repsol.

Come riportato dalla stessa presidente Cristina Fernandez Kirchner, dal 1999 al 2011 Ypf ha avuto un utile netto di 16.450 milioni di dollari, di cui l’80,5% è stato distribuito tra gli azionisti.

Queste misure di nazionalizzazione del governo sono stati accolti con gioia dalla classe operaia in Argentina e hanno provocato un brivido di paura per i grandi imprenditori argentini e i loro mass media (Clarín, La Nación), così come per i partiti di opposizione di destra (Coalizione civica, Ucr, Pro) con l’eccezione de Proyecto Sur e del Frente Amplio Progressista.

In Spagna registriamo la reazione isterica del Cda di Repsol, a cui si è subito allineato il Psoe (la politica estera è la continuazione della politica interna), mentre Izquierda Unida ha difeso il diritto dello Stato argentino a prendere possesso delle loro risorse e descritto come vergognosa la difesa del governo spagnolo di Repsol e le minacce rivolte all’Argentina.

Pur sostenendo le misure del governo, abbiamo alcune riserve sulla procedura utilizzata per realizzarle.

Ypf aveva un capitale al 100% statale all’inizio della privatizzazione: chiediamo che si ritorni a quel punto. Non condividiamo la posizione del governo quando sostiene che il modello scelto per il futuro di Ypf non è la nazionalizzazione ma il recupero della sovranità e del controllo sugli idrocarburi.
Per molti anni, in diversi settori dell’economia controllati dallo Stato, si è avuto un approccio in base al quale lo Stato era inutile e solo i privati potevano efficacemente gestire le risorse dello Stato.

Si dà così l’impressione che, facendo eco ai pregiudizi alimentati negli ultimi 20 anni dagli stessi soggetti interessati alle privatizzazioni, il governo voglia inviare un segnale conciliante al capitale argentino e internazionale, senza ricordare che la decisione di espropriare la gran parte delle azioni detenute da Repsol è stata la conseguenza del ruolo reazionario giocato in questa impresa dal capitale privato, che tuttora rimarrebbe in Ypf.

Ai pregiudizi interessati degli imprenditori, rispetto a uno Stato burocratico, spendaccione e corrotto, opponiamo una Ypf nazionalizzata al 100% sotto il controllo democratico dei lavoratori, non sulla base della partecipazione della burocrazia sindacale, ma attraverso l’elezione di delegati eletti direttamente nelle assemblee dei lavoratori a tutti i livelli (produzione, trasporto, commercializzazione e trasporto) che siano revocabili in qualsiasi momento, con lo stesso salario che proviene loro dalla loro precedente occupazione.

Per ultimo non ci convince per nulla l’indennizzo accordato a Repsol per l’espropriazione delle sue azioni. La presidente Kirchner l’ha detto in maniera solare: questa gente ha fatto più di 16.400 milioni di dollari di guadagni netti dopo averla comprata nel 1999 per 15.000 milioni di dollari convertibili in pesos.

Le organizzazioni operaie e popolari del nostro paese dovrebbero immediatamente lanciare una campagna internazionale di solidarietà per ottenere
il massimo appoggio dalle organizzazioni sindacali in tutto il mondo, a partire dall’America Latina e dalla Spagna, a sostegno della nazionalizzazione di Ypf e contro le minacce imperialiste alla classe operaia argentina e al suo governo.

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