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L’estate scorsa la lotta contro il Tav in Valsusa è tornata alla ribalta della cronaca a causa degli scontri con la polizia. Ogni occasione è buona per presentare la protesta come un problema di ordine pubblico: i solerti parlamentari del Pd hanno addirittura chiesto l’intervento del ministro Cancellieri.

Ricordiamo di cosa stiamo parlando: settanta chilometri di tracciato dentro una montagna che contiene amianto e uranio, centinaia di miliardi di euro buttati via per un’opera irrinunciabile per Monti e Hollande, ma che persino la Corte dei conti francese nel luglio scorso ha dichiarato “non sostenibile dal punto di vista del bilancio, della reddititvità finanziaria e socio-economica, né dal punto di vista ambientale”.

Gli argomenti incontrovertibili e la sua tenuta negli anni hanno dato al movimento No Tav il suo carattere popolare e non elitario e gli hanno consentito di essere riferimento per le molte lotte che si sono accese in questi anni in Italia.

A maggior ragione, in un contesto di crisi economica in cui tagli, aumenti delle tasse, diminuzione dei servizi e abbattimento dei diritti dei lavoratori in nome dell’austerità, la politica dell’attuale governo, finalizzata a un’insopportabile criminalizzazione del dissenso, deve trovare una risposta popolare, generale e di massa non solo della Valsusa, ma da parte della classe lavoratrice, dei giovani e di tutti i settori oppressi nella società.

In valle durante l’estate scorsa c’è stata incertezza su come affrontare il proseguimento della lotta. Spia di queste perplessità è stato lo sfilacciarsi della partecipazione popolare.

Ora si stanno riconvocando i comitati, riproponendo i modi e metodi della democrazia partecipata. Tuttavia, affinchè questa democrazia non sia solo una petizione di intenti, dobbiamo partire dalla consapevolezza del carattere generale della nostra lotta, superando le iniziative velleitarie, che puntano sulla demagogia dello scontro per lo scontro, e farci promotori di un movimento contro il governo e le forze politiche che lo sostengono, insieme ai tanti che pagano il conto della crisi e delle aberrazioni di questo sistema economico.

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