Breadcrumbs

Nonostante le aggressioni subite e la morte di un compagno tra le file operaie va avanti in Bolivia la lotta per la nazionalizzazione completa del giacimento minerario di Colquiri. Venerdì scorso una marcia impressionante dalla città di El Alto fino a Plaza Mayor di San Francisco de La Paz ha manifestato tale volontà.

«Chiediamo al governo centrale la nazionalizzazione immediata di questo distretto minerario. Da questo momento saremo i guardiani fedeli della ricchezza delle nostra risorse naturali» (da El Pais), ha sostenuto Juan Carlos Trujillo della Cob (Central obrera boliviana). È questa una battaglia centrale per rimettere in moto il processo rivoluzionario verso il socialismo. Dopo la nazionalizzazione di Glencore – la stessa multinazionale svizzera che vorrebbe rilevare gli impianti Alcoa nel Sulcis – la lotta operaia contri i limiti dell'“economía plural” e contro le oligarchie cooperativiste, vere e proprie teste d'ariete delle multinazionali, raggiunge nuovi livelli.

 

Antecedenti: dalla nazionalizzazione delle miniere del 1952 a oggi

La nazionalizzazione delle miniere in Bolivia risale al rovesciamento rivoluzionario del vecchio stato oligarchico tenuto in piedi da una giunta militare con a capo Huigo Ballivian, fortemente appoggiata dai padroni e dai  “terratenientes” (l'8% della popolazione che deteneva oltre il 95% del suolo coltivabile). Il 9 aprile del 1952 si concretizzò quindi una delle maggiori rivoluzioni dal contenuto proletario di tutta la storia del continente.

Un'assemblea dei minatori di Colquiri

Una lotta all'ultimo sangue guidata dai minatori e che lasciò sul campo quasi 500 vite. Anche la Cob venne creata in quei giorni. Dopo un governo provvisorio e con il rientro dall'esilio argentino di Victor Paz Estenssoro, il 21 luglio seguente, l'intero popolo boliviano potè recarsi alle urne per eleggere un nuovo governo che (con Estenssoro presidente)  subito si adoperò per realizzare la riforma agraria, la riforma educativa e, appunto, la nazionalizzazione delle miniere. Con un decreto del 31 ottobre del 1952 venne creata la Corporación Minera de Bolivia (Comibol) nazionalizzando (con indennizzo, a differenza di quanto propose la Cob) le miniere fino ad allora dominate dai gruppi Patiño, Hochschild e Aramayo. L'articolo 17 del decreto sottolineava: «Nelle miniere nazionalizzate si eserciterà il controllo operaio, con la partecipazione dei lavoratori, mediante delegati, nell'amministrazione locale di ciascuna di esse». Ma tale partecipazione si ridusse progressivamente trasformando Comibol in una macchina clientelare e il ciclo rivoluzionario si concluse nel 1964 con un golpe che instaurò la dittatura di Ovando e Barrientos.

Rieletto nel 1985, Estenssoro cambiò direzione iniziando la distruzione di Comibol con il “decreto supremo 21060” che favorì nuovamente l'ingresso dei privati. Con il processo rivoluzionario del 2003 che ha portato al potere Evo Morales si registrò un cambio di impostazione con la partecipazione dello stato come protagonista e promotore dello sviluppo del comparto minerario. Tuttavia la Costituzione boliviana (art. 369) riconosce come attori produttivi non solo l'industria statale ma anche quella privata e le società cooperative.

 

Il ruolo delle cooperative

L'articolo 55 della Costituzione prevede che: «Il sistema cooperativo si basa sui principi di solidarietà, uguaglianza, reciprocità, equità nella distribuzione, finalità sociali e assenza di scopo di lucro». All'articolo 310 ribadisce che: «Lo Stato riconosce e tutela le cooperative come forme di lavoro solidaristico e di cooperazione, senza scopo di lucro». La realtà è ben diversa da quanto enunciato. In quelle operanti nelle miniere vige il cottimo e scarse sono le misure di sicurezza, per non parlare del lavoro minorile. Si lavora a mani nude e senza supporti tecnologici in una condizione di precarietà (si lavora senza una pianificazione) tale da creare un'accesa competitività con i lavoratori salariati: non solo non mancano casi di furto di materiale estratto ma con espedienti per la più rapida e massiccia estrazione si mette a repentaglio la propria vita e degli altri lavoratori. Certo, non tutte le cooperative si discostano dai principi sanciti, sebbene è il caso di dire che le relazioni sociali sotto il capitalismo portano esse ad abbandonare questa filosofia. Ma in particolari casi, come ad esempio nel comparto minerario, le cooperative sono una maschera dietro la quale si nasconde il volto dei padroni. Come sostenuto anche da Morales, «ci sono le imprese dietro le cooperative». Ma al tempo stesso Evo frena per la nazionalizzazione completa: «La Costituzione boliviana riconosce tre settori nel comparto minerario: privato, cooperativista e statale. Si commette un errore quando si afferma che dovremmo nazionalizzare come se i cooperativisti fossero stranieri. Sono boliviani e per costituzione hanno il diritto di sfruttare la miniera».

 

La situazione a Colquiri dopo la nazionalizzazione di Glencore

Nell'aprile del 2011 il governo ha proposto la nazionalizzazione dei giacimenti di Porco, Colquiri, Bolivar, gestiti dalle multinazionali Glencore (tramite la Sinchi Wayra) e San Vicente gestito dalla Panamerican Silver. Subito si sono levate a mezzo stampa delle voci circa una contrarietà alla nazionalizzazione da parte operaia. Non è andata effettivamente così, in quanto la maggior parte dei lavoratori e la stessa Federación Sindical de Trabajadores Mineros de Bolivia (Fstmb) si sono espressi a favore al tavolo dei negoziati con il governo. Eugenio Rejas, ex dirigente del Sindacato de trabajadores mineros di Porco, sostenne all'epoca la posizione dei lavoratori, ovvero «che non si ripeta la triste storia di Comibol che, invece di essere un'impresa statale efficiente è stata la cause del fallimento del comparto minerario pubblico a causa di una corruzione galoppante». Queste difformità diffuse a mezzo stampa trovavano collocazione nella campagna contro la nazionalizzazione del giacimento di Huanuni. E questo nonostante tale nazionalizzazione abbia prodotto i seguenti risultati: incremento del 130% della produzione di stagno dal 2006 al 2009 e aumento dell'occupazione passando da 800 a 5000 lavoratori. Ora, come per il giacimento di Huanuni, anche per Colquiri si lotta per una nazionalizzazione al 100%. Dopo che nel giugno scorso si è proceduto alla nazionalizzazione di Glencore (o meglio, del 45% delle sue azioni) il governo boliviano ha chiesto ai minatori delle cooperative di far parte della nuova compagnia statalizzata: l'80% di essi ha votato a favore mentre una minoranza di cooperativisti supportati dalla Federazione delle cooperative minerarie (Fencomin) non solo non ha accettato tale decisione ma chiede di controllare la parte più ricca ingaggiando violenti scontri, assaltando la sede della Fstmb e uccidendo il compagno 22enne Héctor Choque. E dal momento che non mancano legami tra la Fencomin e le correnti più a destra del Mas (il partito di Morales), dal 29 agosto, con il Decreto 1337, si è concessa alla minoranza di minatori affiliati alla “Cooperativa 26 de febrero” la maggior parte del giacimento.

 

Per la nazionalizzazione al 100% di Colquiri

C'è quindi in gioco la “Agenda de octubre”, cioè il programma che prevedeva un pacchetto di nazionalizzazioni e controllo operaio che ha permesso la vittoria di Evo Morales nel 2005 aprendo una nuova pagina del paese andino. Siamo consapevoli che una vittoria del popolo e della classe lavoratrice di Colquiri produrrà finalmente una rottura politica del governo con le oligarchie cooperativiste reazionarie. Al tempo stesso una sconfitta produrrà effetti opposti. Per questo la rivendicazione della nazionalizzazione al 100% non è negoziabile. Sulla scia del pronunciamento del sindacato dei minatori di Huanuni, la Cob deve farsi promotrice di uno sciopero generale di tutte le categorie e di tutti i settori (ad iniziare da quello minerario e degli idrocarburi), allargando il campo a tutte le forze vive della popolazione attraverso comitati e assemblee popolari che diano espressione alla richiesta della nazionalizzazione immediata e completa del giacimento di Colquiri, senza indennizzo e sotto il controllo diretto dei lavoratori, compresi quelli che ora sono sfruttati dal meccanismo cooperativista.

 

---

 

Appendice: Dal cono sud al Sulcis passando per l’Africa. Perchè la Glencore non è una speranza per i lavoratori dell’Alcoa.

La multinazionale svizzera ha manifestato interesse per l’acquisizione degli stabilimenti Alcoa a Portovesme, nel Sulcis. Ovviamente ponendo particolari condizioni sul costo dell’energia, sulle infrastrutture e sul personale. Ovviamente a spese dei soliti. Già questi elementi - ammesso che l'acquisto si realizzi - dovrebbero far riflettere. Ma chi sta portando i lavoratori di tavolo in tavolo senza una strategia complessiva per portare la vittoria a casa dovrebbe anche conoscere la storia di Glencore, una storia veramente istruttiva. Fu fondata dallo statunitense Marc Rich (tra i principali commercianti di materie prime a livello internazionale) che costruì la sua fortuna grazie al commercio illegale di petrolio con l’Iran e grazie all’evasione fiscale, cosa che gli fece passare dei guai con la giustizia, almeno in teoria: Rich fuggì infatti in Svizzera e nel 2001 ricevette un “Presidential pardon” (una cancellazione della pena) da parte di Bill Clinton. Attraverso le sue controllate in tutto il mondo ha cercato di prendere il controllo del commercio mondiale dello zinco perdendo 172 milioni di dollari in operazioni speculative. Glencore è coinvolta in ogni tipo di abuso. Uno studio delle sue attività in Congo (“Contracts, human rights and taxation: how a company exploits a country”) (3) è facilmente reperibile sul web. Ma parlano anche le pioggie acide che in Zambia interessano 5 milioni di abitanti, grazie alla contaminazione della miniera Mopani, così come le espropriazioni forzate e i 700 milioni di dollari di multe per danni ambientali in Colombia. Anche in Equador la multinazionale è ai ferri corti con il governo Correa. L’unica speranza per i lavoratori di Alcoa, se non li si vuole prendere in giro, è quella della lotta per il controllo del proprio posto di lavoro, per la nazionalizzazione di Portovesme. Se gli americani vanno via dopo aver ricevuto ingenti agevolazioni non è auspicabile l’arrivo di altri pescecani. In Bolivia si lotta per le nazionalizzazioni, qui bisognerebbe raccoglierne l’esempio.

 

Visita il sito dei marxisti boliviani

Joomla SEF URLs by Artio