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L’omicidio di Chokri Belaïd, un importante leader della sinistra tunisina, ha fatto esplodere di nuovo la Tunisia. Lo sciopero generale, convocato in occasione dei suoi funerali l’8 febbraio, ha portato in piazza una folla di dimensioni oceaniche. Tra un milione e un milione e mezzo di persone hanno accompagnato il feretro di Belaid per le strade di Tunisi, a decine e decine di migliaia sono scese in piazza in tutte le città del paese. La Tunisia, un paese con poco più di 10 milioni di abitanti, non aveva mai visto nulla di simile.

 

I compagni di lotta e la famiglia Belaïd incolpano dell’ omicidio le cosiddette “Leghe per la protezione della rivoluzione”, bande di teppisti fascisti legati ad Ennahda, il partito islamico al potere, che in questi mesi hanno preso di mira le sedi del sindacato e dei partiti di sinistra. Il tutto all’interno di una campagna di intimidazione e violenza, aiutate dalla complicità silenziosa delle forze dell’ordine.

 

L’esplosione rivoluzionaria del 6-8 febbraio è stato il culmine di una serie di mobilitazioni senza soluzione di continuità, che hanno messo in crescente difficoltà il governo a guida Ennahda.

Nelle elezioni dell’assemblea costituente dell’ottobre 2011, con una affluenza di appena il 50% degli iscritti al voto, Ennahda, il partito principale della coalizione, ha ottenuto appena il 37% dei voti e i suoi alleati anche meno: il CPR 8,7% e Ettakol 7%. La vittoria islamista aveva quindi i piedi di argilla e, nei mesi seguenti, la popolarità del governo è ulteriormente diminuita.

La ragione è che niente è cambiato per quanto riguarda la condizione di vita delle masse. La disoccupazione, ad esempio, si attesta tra il 17 e il 18% totale (rispetto al 13% prima della rivoluzione) ed è al 40% tra i giovani.

Nell’autunno abbiamo assistito a tutta una serie di mobilitazioni a livello regionale e alcune di queste si sono tramutate in vere e proprie rivolte, come nella regione di Siliana. Scioperi regionali si erano svolti a Gafsa, Sidi Bouzid, Sfax e Kasserine il 6 dicembre.

La pressione dal basso, unita agli attacchi e alle provocazioni delle forze reazionarie, aveva costretto i dirigenti sindacali ad indire uno sciopero generale nazionale per lo scorso 13 dicembre. Questa convocazione era considerata da tutti come prettamente politica, il cui unico obiettivo doveva essere il rovesciamento del governo. All’ultimo momento, i dirigenti dell’Ugtt (la centrale sindacale) decidono di revocare lo sciopero, in cambio di un misero aumento del 6% dei salari dei dipendenti pubblici. La decisione è stata presa con una maggioranza molto ristretta e c’era un diffuso malcontento tra la base, che poi ha trovato la possibilità di esprimersi nelle giornate di febbraio.

Il governo, diviso e in grande difficoltà, ha dovuto gettare la spugna dopo lo sciopero dell’8 febbraio, a causa della forza del movimento operaio. Dopo ripetuti tentativi di formare un governo di tecnici, il primo ministro Hamadi Jebali si è dimesso lo scorso 20 febbraio. Il partito a cui Jebali apparteneva è fermamente contrario a questa ipotesi, che invece trova consensi nella confederazione degli industriali tunisina e, incredibilmente, anche fra il gruppo dirigente dell’Ugtt.

Ci auguriamo che i vertici sindacali non comprendano bene a cosa servirebbe un governo di “unità nazionale”: a imporre tutta una serie di politiche antioperaie, come l’ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro, il taglio dei sussidi per l’acquisto dei generi alimentari di base e una riduzione del numero dei dipendenti pubblici. Tutte proposte contenute in un recente memorandum del Fmi indirizzato alle istituzioni tunisine

Il movimento operaio tunisino si deve opporre a questa prospettiva e lanciare la parola d’ordine di una seconda rivoluzione. La rivoluzione in Tunisia del 2010/11 non è stata completata. Ben Ali è stato rovesciato, ma il suo regime e il sistema capitalista di cui era paladino sono ancora in piedi. All’epoca della rivoluzione non esisteva un’alternativa chiara offerta da una qualunque delle organizzazioni di sinistra o progressiste, che avrebbero potuto condurre il movimento oltre i confini della democrazia borghese, verso un’autentica trasformazione sociale. In queste condizioni, il movimento è stato frenato e deragliato lungo linee democratico-borghesi.

Oggi, milioni di lavoratori e di giovani hanno già sperimentato le gioie della “democrazia” capitalista in Tunisia. Sono pronti e determinati a combattere e andare fino in fondo. Ciò che serve è una direzione rivoluzionaria, armata di un programma che li possa condurre alla vittoria.

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