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Il tracollo della sinistra alle ultime elezioni politiche non ha risparmiato la Sardegna. Non è  bastata la candidatura mediatica dell'operaio Pirotto (a quanto pare su indicazione di Sandro Ruotolo) a portare le ragioni del quarto stato in Parlamento.

I lavoratori sardi, ad iniziare da quelli del Sulcis, hanno scelto la rottura portata avanti dal Movimento 5 stelle che nell'isola raccoglie più consensi di quelli di Pd e Sel messi insieme (alla Camera 29,68 contro 28,84%). Niente di diverso quindi dal trend nazionale (giusto qualche variazione percentuale), a dispetto di chi da anni, come fanno i massimi dirigenti locali del Prc, parla di specificità sarda. È l'Italia la vera specificità rispetto a quanto avviene in Europa in termini di mobilitazioni e di stato di salute della sinistra

E proprio dalle dichiarazioni di alcuni dirigenti del Prc sardo vorremo partire per affrontare una seria discussione fra compagni sulle prospettive della sinistra in Sardegna. Abbiamo perciò deciso di passare in rassegna quanto prodotto di recente da due autorevoli compagni: l'ex segretario regionale Gianni Fresu e il consigliere comunale di Cagliari (nonché membro della segreteria regionale*) Enrico Lobina. Entrambi si sono spesi contro la necessità di un congresso del partito. Il primo in favore di una nuova costituente anche nella prospettiva di influenzare il Pd1, il secondo per una «forza non ideologica alternativa al neoliberismo e soberanista2».

A quale subalternità deve rinunciare la sinistra?

Sebbene abbia recentemente manifestato la volontà di non rinnovare la tessera del Prc, l'impianto della sua tesi, che ora analizzeremo, non solo è radicato tra i dirigenti e diversi militanti del partito, ma rischia di pesare nelle prossime scadenze. Secondo Gianni «negli ultimi anni siamo stati impegnati, più che a costruire il nostro progetto politico e dargli credibilità, a ragionare in termini di posizionamento rispetto agli altri: PD sì, PD no; governo sì, governo no. […] Fondare o affondare il proprio progetto sulla politica delle alleanze (alleati sempre e comunque oppure mai) è indice di subalternità politica: in entrambi i casi il soggetto non sono io, bensì l’altro, in ragione del quale, in un senso o nell’altro, configuro tutte le mie scelte di tattica e strategia3».

Tutto ciò ci pare una forzatura dato che la rottura con il Pd è stata propugnata dalla sola minoranza interna che si raggruppa intorno a questa rivista. La rottura con il Pd a livello nazionale è  stata sempre subita per la volontà di quel partito di guardare sempre più al centro (fino a sostenere il governo Monti insieme al Pdl) e a livello locale è stata pressoché sempre ricercata. La recente estromissione dalla giunta pugliese conferma il tutto. Il problema quindi non si pone, ma lo si crea artificialmente per considerare anche le nostre posizioni come subalterne rispetto all'altro, rispetto al Pd. FalceMartello rivendica le prese di posizione rispetto a un partito che negli anni (e per il futuro) ha dimostrato quali interessi rappresentare.

Tacere di fronte a ciò, come se ci fosse una terza via (Pd nì?), apre le porte al più scontato posizionamento all'interno del centrosinistra. Posizionamento che in nome della “coalizione democratica, progressista e autonomista” ha sempre caratterizzato (altro che «PD sì, PD no») tutte le segreterie regionali: sia l'ultima che (forse a tal proposito) non convoca la conferenza programmatica sebbene prevista per l'autunno trascorso, sia la penultima, guidata dalla compagna Laura Stochino (per la quale «siamo organici al centrosinistra»), sia quella guidata dal compagno Fresu. Lasciamo stare le precedenti per non essere ridondanti. A a questa subalternità che la sinistra sarda deve rinunciare. Proporre costituenti finalizzate a percorsi già battuti non ci interessa.

“Soberanismo”? E con chi?

L'altra prospettiva che emerge dal Prc, quella della sinistra sarda “soberanista”, è portata avanti dal compagno Lobina. Essa venne già presentata in maniera più articolata con l'avvicinarsi dello scorso congresso nazionale del partito e altrettanto articolata fu la nostra risposta (peraltro l'unica). Perciò a essa rimandiamo. Perché aldilà delle singole, ma cruciali questioni (indipendenza o maggiore sovranità nel quadro dello stato italiano? anticapitalismo o sola opposizione al neoliberismo? socialismo o nuovo modello di sviluppo all'interno del capitalismo?), è opportuno chiedersi ora come si può realizzare questa opzione di fronte alle attuali evoluzioni dello scenario politico sardo.

Si strizza l'occhio alla Cup catalana e alla basca Sortu, ma se entrambe le formazioni si collocano su un terreno di scontro con la socialdemocrazia lo stesso non si può dire né di Rifondazione (pronta a correre nel centrosinistra per le prossime regionali e già al governo di alcune realtà locali persino con Udc) né dei Rossomori. Questi ultimi, esclusi all'ultimo minuto da una candidatura alle politiche in lista Pd sognano inoltre il proprio progetto del partito sardo della sinistra. Discorso a parte per Irs, più affine all'Esquerra republicana de Catalunya e allo Scottish national party di Salmond. Da tempo questa formazione ha deciso di abbandonare la purezza indipendentista per influenzare sul terreno della sovranità formazioni italiane del centrosinistra. Ma non è dato sapere quanto lo tsunami grillino possa determinare nuovi assetti: da tempo il leader Gavino Sale viene citato da Beppe Grillo, compare nei suoi show e li si è visti persino manifestare assieme contro alcuni sfratti.

Ma anche nella cosiddetta sinistra indipendentista ognuno ha il suo progetto. Se A Manca pro s'Indipendèntzia nel suo imminente congresso farà nascere il Partidu de sos traballadores sardos a seguito di un percorso politico che va avanti da più di un decennio, anche gli ultimi arrivati prenderanno una propria strada: Sinistra critica sarda, che l'anno scorso ha «sciolto la sua appartenenza all'omonima organizzazione italiana», darà vita a Sisma (Sinistra indipendentista sarda – movimento anticapitalista). E allora? Con chi?

Partire dal programma

Bisognerebbe invece chiedere “che cosa?”, considerando che tutte queste formazioni sono più o meno favorevoli all'ultima moda della politica sarda: quella zona franca che rischia di fare della Sardegna una ancor più grande terra di conquista. Come ci si pone davanti a ciò? Se pensiamo che le problematiche relative allo sviluppo diseguale e combinato del capitalismo italiano (che colpiscono duramente la Sardegna) non si risolvono con sgravi fiscali e sole agenzie sarde delle entrate, la chiave di volta per la costruzione di una sinistra anticapitalista in Sardegna sta nel conflitto di classe e nell'ambizione a unificare le diverse lotte.

Ma come fare ciò se si tende a rifiutare il congresso (la massima istanza del partito)? E sopratutto, come porsi di fronte ad esso dal momento che, nonostante la discutibile tempistica deliberata dal Cpn, ci sarà? Si ripeterà la tiritera del rifiuto dei documenti “romani”  che vengono calati nella nostra terra quando noi stessi non siamo stati capaci di realizzare la conferenza programmatica? La desertificazione industriale, la speculazione energetica, le servitù militari, la necessità di unire lotte operaie e lotte ambientali sono quegli elementi che, subito, Rifondazione in Sardegna deve fare propri per contribuire alla più generale (e reale) svolta che l'intera organizzazione deve intraprendere. Non ci saranno altri treni: o si lavora perché  da Rifondazione si dia il più grande contributo per la ricomposizione politica di classe o essa si scioglierà come neve al sole, mantenendo però vive le sue contraddizioni, pronte ad essere imbarcate in una nuova avventura.

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Note

1 Gianni Fresu: “La sinistra italiana dopo le elezioni politiche”. Su La Nuova Sardegna del 2 marzo.

2 Enrico Lobina: “Contro il liberismo, per la Sardegna”. Su Sardegna quotidiano dell'11 marzo.

3 Gianni Fresu: “Abbiamo Perso? Vuol dire che non ci hanno capito”

 

* Subito dopo la pubblicazione del nostro articolo, ci è giunta notizia che Enrico Lobina non fa più parte della segreteria regionle.

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