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Nei prossimi mesi saremo impegnati in una campagna in difesa dei sindacati di classe. Il punto di attacco non può essere che la Fiat, considerando il ruolo di apri-pista che questa ha rappresentato per l’insieme del padronato su questo fronte.

 

È ormai dal referendum di Pomigliano del 2010 che Marchionne tenta di azzerare la possibilità di organizzare il dissenso negli stabilimenti del gruppo.

L’uscita da Confindustria e l’applicazione del contratto aziendale, con il conseguente mancato riconoscimento dei sindacati non firmatari dell’accordo, delineano un nuovo tipo di relazioni industriali, che sono assunte a modello, in parte o in toto, da altri gruppi industriali.

A farne le spese, sono state la Fiom e gli altri sindacati non allineati alla volontà dell’azienda, i cui rappresentanti in tutti gli stabilimenti del gruppo non vengono riconosciuti dall’azienda: mancanza di agibilità sindacale, ma non solo. Gli strumenti utilizzati in questi anni sono stati di ogni tipo: dalla mancata riassunzione alla decurtazione in busta paga per gli iscritti alla Fiom, fino alle intimidazioni, al mobbing e ai ricatti individuali.

Un atteggiamento autoritario e discriminatorio che attacca i delegati e gli attivisti ma che ricade sui lavoratori, a cui è negato il diritto concreto di scegliere non solo a quale sindacato iscriversi ma come organizzarsi e con quali obiettivi. In altre parole, di quale sindacato abbiamo bisogno.

Proprio perchè si tratta dell’organizzazione del conflitto dentro e fuori dalla fabbrica, è un problema che non può essere risolto soltanto nelle aule di tribunale, ma dai concreti rapporti di forza nel vivo dello scontro di classe.

La strategia di Marchionne prevede il paradosso di condizioni massacranti per ritmi e carichi di lavoro negli stabilimenti dove si lavora (si pensi alla Sevel o a Pomigliano) affiancati da interi stabilimenti in cassa integrazione. Vanno aggiunti i siti che sono stati chiusi in questi anni e la situazione dell’indotto, che esce estremamente sacrificato dalle scelte dell’azienda. È ovvio che l’attacco ai sindacati è parte integrante della strategia aziendale; serve per poter imporre peggiori condizioni di lavoro e disinnescare la possibile reazione dei lavoratori.

Dobbiamo dotarci di uno sguardo internazionale per poter verificare dove va la Fiat e il peso che l’Italia ha nel risiko di Marchionne che, a nostro giudizio, rimane ancora centrale nella prospettiva della multinazionale torinese.

Uno sguardo d’insieme serve anche a confrontare le esperienze dei diversi paesi; casi simili avvengono anche fuori dall’Italia dove la crisi del capitalismo crea le condizioni per rendere i lavoratori più ricattabili.

La Fiat, mentre perde quote sul mercato italiano ed europeo, ottiene il grosso dei profitti dai paesi emergenti, gli stessi paesi dove i livelli di sindacalizzazione sono più bassi o dove vi sono sindacati estremamente moderati. Proprio per questo la campagna avrà un respiro internazionale, con l’obiettivo di raccogliere la solidarietà degli altri lavoratori del settore e non solo, costruendo momenti di confronto e unendo le esperienze di lotta, rivendicando la necessità della nazionalizzazione, per garantire la salvaguardia occupazionale e respingere i ricatti.

Lo strumento principale attorno a cui si svilupperà la campagna sarà Radio Fabbrica, foglio dei lavoratori del gruppi Fiat che, in poco tempo, ha riscosso un interesse crescente tra i lavoratori del gruppo.

L’obiettivo dichiarato è quello di costruire un percorso per incentivare la ripresa della mobilitazione in Fiat e non solo.

Di lavoro da fare ce n’è e tanto, dentro e fuori i luoghi di lavoro, come tra i giovani e gli attivisti sindacali e politici, per riprenderci il diritto ad organizzarci e a difendere il nostro futuro.

Per sostenere e collaborare alla campagna è possibile scrivere a Radio Fabbrica:

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Feacebook: Radio Fabbrica

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