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Pensate di mettere i bambini di sette anni a fare un esame: è barbaro. Ha portato a indicazioni di stress, a bambini che soffrono di insonnia, che chiamano la linea telefonica Childline”. Con queste parole, dense di umanità, si espresse nel 2004 l’insegnante britannica Jane Bassett in un convegno organizzato dal comitato genovese per la difesa del tempo pieno.

In Gran Bretagna vigeva già dagli anni ’90 un articolato sistema di test scolastici – inaugurato dai conservatori e rafforzato dal New Labour di Blair – che schedava e selezionava i bambini a scuola fin dai sette anni. I test sono funzionali alla costituzione di league tables, classifiche annuali basate sui risultati delle singole scuole. Secondo il sindacato degli insegnanti (Nut), il sistema delle league tablesdemoralizza studenti e professori ed abbassa il livello dell’insegnamento”, concentrato sempre più sulle materie dei test e sulla capacità di rispondere a domande chiuse. Numerose ricerche indipendenti hanno confermato che con questo sistema si sono approfondite le diseguaglianze sociali. I bambini ed i ragazzi con “punteggi bassi” nei quiz sono stati sistematicamente allontanati dalle loro scuole, specie se private; inoltre, le scuole con risultati complessivi più bassi, frequentate di solito da ragazzi di famiglie più povere, sono state ulteriormente penalizzate con tagli nei finanziamenti. Avete inteso, voi che a sinistra blaterate di meritocrazia?

 

Negli Stati Uniti la generalizzazione del sistema dei test si è dispiegata in modo ancor più profondo col No child left behind (Non lasciare indietro nessun bambino, sic!) di Bush nel 2001. L’effetto è stato devastante: dopo l’introduzione dei test è aumentato l’abbandono scolastico nella fascia fra gli 11 e i 12 anni. Lo scotto maggiore è stato pagato dagli alunni disabili e da quelli la cui lingua domestica non coincide con quella dell’insegnamento, considerati come “zavorre” che abbassano la “performance” della scuola. La ricerca di una scuola elementare di prestigio diventa già una questione di classe. Per entrare nella scuola elementare dell’esclusivo Upper East Side di Manhattan, ad esempio, le famiglie pagano perché i figli partecipino alle prove, da un minimo di 250 a un massimo di 495 dollari, e spesso si rivolgono agli insegnanti privati per allenare i bambini ad affrontare lo stress dell’esame.

Per aggiungere un tocco di farsa alla seriosità con la quale i “sacerdoti” dei test presentano le loro vedute, ricordiamo che secondo un’indagine del 2009 del Chicago Tribune almeno un terzo degli insegnanti delle scuole di Chicago dichiarava di avere subito pressioni per alterare i risultati dei test. Negli Usa i test hanno anche accresciuto la competizione tra insegnanti, a causa dei sistemi premiali e punitivi legati ai risultati delle proprie classi nei test. A Houston, grande città del Texas, il Provveditorato ha cercato di licenziare 1.300 insegnanti le cui classi risultavano indietro nelle classifiche. Nello stesso solco, nel marzo 2010 l’amministrazione scolastica della California ha pubblicato la lista delle 187 scuole considerate “cronicamente” le peggiori dello Stato per emettere un diktat: o chiudete i battenti, o licenziate il preside e metà del personale scolastico oppure, vi trasformate in “charter schools”, ghetti scolastici nei quali non valgono i regolamenti scolastici nazionali ed un insegnante può essere licenziato in tronco.

La morale di questa storia è una sola: test e quiz di ingresso non si riformano, si “abbattono”!

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