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Dicembre 2012: “Higher education: not what it used to be” (Istruzione superiore: non più come una volta).

Febbraio 2013: “Student-loan delinquencies among the young soar” (Cresce tra i giovani l’insolvenza per debiti di studio).

Titoli di volantini? No. A lanciare l’allarme sono, rispettivamente, l’Economist e il Wall Street Journal che riportano così i dati resi pubblici dalla Federal reserve (Banca centrale Usa), dal Bureau of labour statistics (sezione del Ministero del lavoro) e dal Department of education (Ministero dell’istruzione). è dunque la stessa stampa borghese che trema all’idea di dover affrontare l’ennesima ondata di debiti finanziari innescata, questa volta, da una politica di tagli e privatizzazioni nel sistema dell’istruzione. Ciò, sommato alla disoccupazione che da anni colpisce anche i giovani statunitensi, sta portando sull’orlo del collasso “l’eccellenza a stelle e strisce”.

Un sistema, quello dell’istruzione americana, che molti, ingenuamente, reputano “da imitare”, per la sua efficienza e poiché parrebbe consentire a tutti, indipendentemente dalle possibilità economiche, di accedere ad università prestigiose, pubbliche o private. Una magia del capitalismo? No, semplicemente una trappola per le categorie economicamente deboli della società, che smaschera le contraddizioni strutturali di questo sistema. Ecco come funziona: il governo federale consente di prendere in prestito i soldi necessari per pagarsi gli studi, a patto che tale denaro venga poi restituito. Pena il pagamento di interessi. In sostanza: finisci di studiare e sei già in debito prima ancora di aver iniziato a lavorare. Ma cosa succede se finisci gli studi e non trovi un lavoro?

Negli ultimi vent’anni gli studenti in debito al termine della laurea di primo livello sono cresciuti dal 45% al 94%. Nell’aprile 2012, tale debito ha complessivamente raggiunto il trilione di dollari, con una media pro-capite di circa 26mila dollari (precisamente: il 40% degli studenti ha debiti per meno di 10mila dollari, il 47% tra 10mila e 50mila dollari, il 3,7% sopra i 100mila dollari). Secondo la Federal reserve, dal 2004 ad oggi la popolazione sotto i trent’anni in ritardo di almeno 90 giorni nel pagamento dei debiti è salita dal 21% al 35%.

Tagli a finanziamenti e sussidi hanno fatto esplodere la situazione. Quarant’anni fa le università pubbliche venivano finanziate per tre quarti delle loro spese, nel 2012 siamo passati al 25% (con picchi negativi del 6%); le borse di studio coprivano mediamente il 70% di una retta universitaria, ora il 34%. Ecco perché dal 2000 ad oggi le tasse sono raddoppiate, facendo salire l’incidenza media del costo degli studi su uno stipendio annuo nel periodo 2001-2010, dal 23% al 38%. Conseguenze di tutto ciò: abbandono degli studi e, per gli istituti in difficoltà, chiusura o abbassamento della qualità dell’istruzione, classi sovraffollate, professori part-time sottopagati, corsi tenuti on-line.

è così che l’illusione in un “modello educativo dell’equità e dell’eccellenza” si è trasformata nell’incubo di un “modello educativo di debiti e d’élite”. Non serve dunque cambiare paese o sistema d’istruzione: qualunque forma di privatizzazione aumenterà sempre il divario tra “chi può”, e comodamente rimane a galla, e “chi non può”. Il problema che accomuna tutte queste realtà, diverse ma simili negli effetti che determinano sulla vita delle persone, è congenito in un sistema che, per sopravvivere, ha bisogno di finanziare banche, grandi opere e interventi militari, piuttosto che garantire istruzione, lavoro e vite dignitose alle nuove generazioni; semplicemente ci preferisce ignoranti, perfetti esecutori di ordini, ma senza troppe lamentele e opposizioni.

è necessario portare avanti la lotta contro qualunque forma di privatizzazione dell’istruzione, contributi scolastici, test Invalsi e Anvur, numero chiuso.

Il diritto allo studio deve essere per tutti pubblico, gratuito e di qualità: la nostra lotta prosegue, sempre e dovunque, contro tutto ciò che implica selezione di classe.

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