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Indetto lo sciopero generale per il 17 giugno


Due giorni di scontri e barricate hanno seguito il brutale tentativo della polizia di sgombrare i manifestanti da Piazza Taksim e dal parco Gezi, in vista della prova di forza di Erdogan che ha promosso manifestazioni di massa ad Ankara e Istanbul. Cinque sindacati e organismi professionali hanno indetto uno sciopero per il 17 giugno.



La repressione brutale della polizia contro i manifestanti accampati nel parco da diciotto giorni è stata preceduta da minacce sempre più dure e da ultimatum da parte del primo ministro turco Erdogan. In settimana, ha avuto un incontro con alcuni rappresentanti del movimento di solidarietà con piazza Taksim, fingendo di ascoltarli, sostenendo che l’intero progetto di radere al suolo Gezi Park per far posto a un centro commerciale sarebbe stato sottoposto a referendum, ecc. Era solo una tattica diversiva per tentare di dividere i manifestanti e isolarli dal sostegno dell’opinione pubblica, permettendo così di bollarli come “oltranzisti “ e “terroristi”. Ha minacciato di radere al suolo piazza Taksim in 24 ore “utilizzando un linguaggio che capiscono”.

Nonostante queste promesse, i partecipanti al movimento hanno respinto ogni compromesso e hanno deciso di continuare la protesta. Sabato scorso, a loro si sono uniti i militanti della confederazione sindacale DISK che commemoravano il 43esimo anniversario dello sciopero generale regionale degli edili di Tulza nel 1970.

L’attacco al Parco Gezi contro manifestanti disarmati è stato brutale e senza quasi preavviso. L’obiettivo era chiaramente non solo liberare la piazza e il parco, ma farlo usando una forza sproporzionata e con un’azione rapida per impedire ai manifestanti di avere rinforzi. Un compagno in Turchia ha scritto: “la polizia ha attaccato Gezi e le poche strade limitrofe con una enorme quantità di gas di lacrimogeni e di idranti. A Taksim dicono che questo attacco non ha paragoni con nulla che si sia visto in questi diciotto giorni di resistenza. La gente in fuga dalla piazza ha cercato rifugio in un albergo, ma la polizia li ha inseguiti e ha investito di gas anche l’hotel. A volte è difficile credere alle cose che si vedono”.

Un corrispondente del giornale britannico, Observe,r ha descritto la scena in un modo simile: “la polizia aveva dato 15 minuti di preavviso per liberare il parco e l’adiacente piazza Taksim prima di assalire il campo dei manifestanti. La polizia li ha avvertiti: “è un atto illegale, questo è il nostro ultimo avvertimento – evacuate”. Poi ha agito velocemente per cogliere i manifestanti in piazza e nel parco di sorpresa. Sono stati rapidamente dispersi dai lacrimogeni e dai proiettili di gomma. Dopo 20 minuti, è arrivato un bulldozer per demolire le strutture e le tende utilizzate dal movimento anti-governativo. Anche bambini e turisti sono stati coinvolti nell’assalto, tra i tanti feriti”.

Sono state arrestate centinaia di persone e, nel caso di Istanbul, detenuti negli autobus della polizia antisommossa. Secondo le associazioni professionali degli avvocati, sono stati arrestati in 441 a Istanbul, 56 nella capitale Ankara, altre decine in tutto il paese tra quanti hanno partecipato alle manifestazioni di protesta. Centinaia sono i feriti, contrariamente alle notizie diffuse dalle autorità, con almeno tre ancora in terapia intensiva, tra cui un ragazzo di quattordici anno colpito alla testa da un candelotto di gas lacrimogeno, sottoposto a due interventi chirurgici e tuttora in condizioni critiche. Anche un altro manifestante, Can Tekin, è nel reparto di terapia intensiva dopo che la polizia lo ha colpito alla testa con un proiettile di gomma domenica mattina. Dilan Dursun (19 anni) ha subito un intervento chirurgico al cervello dopo essere stata colpita alla testa da un lacrimogeno durante le proteste ad Ankara. Anche lei è in terapia intensiva. A decine sono stati feriti da proiettili di gomma e gas lacrimogeni lanciati contro la testa e il corpo dei manifestanti.

La polizia è anche entrata nell’hotel Divan di Istanbul, dove molti avevano trovato rifugio e cercavano un medico. Hanno sparato gas lacrimogeni e arrestato persone, nonostante la presenza di numerosi turisti e bambini. I medici che avevano costruito un pronto soccorso a Gezi sono stati minacciati dal primo ministro e molti di loro sono stati arrestati sabato durante il brutale assalto al campo. Gli ospedali sono stati attaccati dalla polizia con i lacrimogeni; sono stati arrestati medici e pazienti (vedi il video di questo episodio in un ospedale tedesco). Ancora una volta, la polizia non ha rispettato i giornalisti che descrivono i fatti, arrestando e attaccando diversi giornalisti.

Un’altra prova dell’aumento del livello di repressione si vede nelle numerose segnalazioni che nei veicoli della polizia antisommossa l’acqua sia stata addizionata con prodotti chimici che producono una reazione allergica a contatto con la pelle. L’uso massiccio di spray urticanti e gas lacrimogeni hanno già fatto guadagnare al primo ministro il soprannome di Erdogas o Erdogan il chimico.

Per la prima volta, sono state utilizzate nella repressione unità dell’esercito. In questo momento il governo si è limitato a usare la Gendarmeria, che è sotto il controllo del Ministro degli Interni, ma il vice primo ministro Bülent Arinc ha minacciato l’uso dell’esercito contro i manifestanti, se necessario. “Ci si richiede di fermare la protesta se è illegale. Useremo la polizia, se non ci sono abbastanza agenti della Gendarmeria o delle forze armate. La legge ci da questa autorità”, ha sostenuto Arinc in un’intervista televisiva del 17 giugno.

Secondo i media turchi, circa 1.000 poliziotti antisommossa sono arrivati a Istanbul il 16 giugno dalle province del sud-est ed est di Diyarbakir, Sirnak, Siirt, Elazig e dalla capitale Ankara. È chiaro che la dura repressione della polizia contro il movimento sta avendo effetti sulla polizia stessa. Ci sono voci non confermate del suicidio di 6 agenti di polizia e un ufficiale, parlando in forma anonima alla tv russa RT, ha descritto l’enorme pressione cui sono sottoposti, senza nemmeno tempo per mangiare, con solo un’ora per dormire sul pavimento o su una panchina. Come abbiamo visto in precedenza nelle rivoluzioni tunisina ed egiziana, anche le forze repressive dello stato possono essere influenzate da un movimento rivoluzionario e cedere sotto la pressione. Per questo si minaccia l’impiego delle forze armate se la polizia non bastasse. Tuttavia, come è emerso chiaramente nei 10 anni di governo dell’AKP, l’esercito non è completamente sotto il suo controllo e ogni tentativo di usarlo contro il movimento di massa da parte di Erdogan sarebbe molto pericoloso.

L’intervento della polizia contro il movimento, sabato 15, è stato rapido e brutale, ma non ha raggiunto il suo scopo, che era quello di ristabilire la “normalità” prima del comizio di Erdogan a Istanbul domenica. Decine di migliaia, forse centinaia di migliaia di persone sono uscite nelle strade di Istanbul, Ankara e decine di altre città e paesi in tutto il paese tra sabato e domenica per protestare contro la violenza della polizia.

Lo stesso articolo dell’Observer descrive la resistenza che ha avuto luogo nella notte di sabato: “nelle prime ore del mattino gruppi di manifestanti hanno bloccato la strada principale per l’aeroporto di Ataturk al confine occidentale della città, mentre a est, la polizia ha sparato gas lacrimogeni per bloccare i manifestanti che tentavano di attraversare il ponte principale che attraversa il Bosforo verso Taksim. In migliaia si sono radunati nel quartiere operaio Gazi, dove ci furono pesanti scontri con la polizia nel 1990, mentre i manifestanti si sono riuniti anche ad Ankara in tutto il Kugulu centrale, compresi i parlamentari dell’opposizione che sedevano nelle piazze, nel tentativo di impedire che la polizia sparasse gas lacrimogeni”.

Secondo Hurryet Daily News: “si sono verificati scontri tra polizia e manifestanti anche nei quartieri di Mecidiyeköy e Nisantasi del distretto Şişli, così come nel quartiere di Galata di Beyoğlu. Alcuni manifestanti hanno cercato di costruire una barricata su Ergenekon Avenue a Şişli, ma sono stati dispersi con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua. Un altro gruppo ha bloccato la strada di accesso all’autostrada nel quartiere Nurtepe del distretto Kagithane. Un altro gruppo di manifestanti, dopo essere stato cacciato dalla polizia da Osmanbey in direzione Nişantaşı, ha costruito una barricata per fermare la polizia che ha poi utilizzato una grande quantità di gas lacrimogeni al fine di disperdere i manifestanti, molti dei quali si sono rifugiati in un centro commerciale”.


In migliaia hanno tentato di sfilare da Kadikoy verso Taksim, ma sono stati bloccati a Osmanbey dove ci sono stati scontri feroci. Questo video mostra le masse che tentano di attraversare il ponte sul Bosforo sabato sera:

Si vedono interi quartieri che scendono in piazza e costruiscono barricate sfidando la brutalità della polizia. Questa volta, però, la polizia era pronta ed è riuscita a mantenere isolati i diversi quartieri, impedendo di convergere in Piazza Taksim, fermando i traghetti che collegano il lato anatolico e quello europeo di Istanbul e anche alcune linee della metropolitana.

Non solo le persone uscivano per strada sapendo che avrebbero dovuto affrontare gas lacrimogeni e cannoni ad acqua della polizia, e mettere a rischio la propria vita, ma venivano anche sostenute da chi sbatteva pentole e padelle dai balconi, urlando contro la polizia e lanciando oggetti contro gli agenti. In alcuni quartieri la polizia ha sparato per rappresaglia candelotti di gas lacrimogeni dentro le case. Un’indicazione del diffuso stato d’animo di opposizione in certe aree può essere visto nel video che mostra l’arresto del giornalista di Labour World Gokhan Bicici, in cui si vede la gente che lancia ogni sorta di oggetti contro la polizia dai balconi.

Ad Ankara, anche sabato, decine di migliaia (vedi foto) hanno partecipato al corteo funebre per il saldatore di 26 anni Ethem Sarisuluk (vedi video a destra), ferito il 1° giugno in una manifestazione e morto dopo in ospedale. L’autopsia ha rivelato che è stato ucciso da un proiettile 9 millimetri sparato alla testa. Un video dell’incidente mostra un poliziotto che spara a un gruppo di manifestanti. Mostrando l’assoluto disprezzo persino verso i morti, la polizia ha cercato di impedire il corteo funebre, attaccando poi i partecipanti (guarda il video). Tutte le immagini su questo episodio sono del sito della resistenza Sendika.org.

Il movimento non è limitato a Istanbul e Ankara, ci sono state manifestazioni di migliaia e decine di migliaia di persone a Izmir, Hopa, Bursa, Canakkale, Antalya, Antakya, Adana, Eskişehir e in altre città.

La prova di forza di Erdogan

Dopo un discorso infuocato alla manifestazione di Ankara sabato, Erdogan ha preparato una dimostrazione di forza per domenica proprio a Istanbul. Mentre in decine di migliaia stavano combattendo la polizia altrove, decine di migliaia di suoi sostenitori si sono riuniti presso il sobborgo di Istanbul Kazlicesme. I media filo-governativi hanno parlato di un milione di persone, che è chiaramente una menzogna. Altre notizie di stampa parlavano di 200.000 persone. Naturalmente, la gente è stata portata alla manifestazione dal governo e dal comune utilizzando gli autobus pubblici, con l’apertura di linee dei traghetti chiuse per altre parti della città. Ai partecipanti spettava trasporto gratuito, bandiere gratuite e, soprattutto, non avevano paura di essere attaccati con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua. Un rapporto in un giornale turco spiega come: “fin dalle prime ore del mattino di domenica, decine di autobus municipali hanno scortato migliaia di persone alla periferia di Istanbul, a Kazlicesme, per una manifestazione a favore del premier Recep Tayyip Erdogan ... I trasporti in città sono stati rafforzati con barche che trasportavano la folla a Kazlicesme dalla parte asiatica della città.”

Erdogan ha usato il comizio per tentare di dipingere un paese unito attorno a lui, con solo una piccola minoranza di radicali, terroristi e vandali contro. Il premier ha detto “queste centinaia di migliaia di persone non sono quelle che hanno bruciato e distrutto. Queste centinaia di migliaia di persone non sono traditori, come quelli che lanciano bottiglie molotov contro il mio popolo. Qualunque cosa decideremo, rimarremo all’interno del quadro democratico e dello stato di diritto. Non abbiamo mai superato i limiti della legalità”.

Ha continuato ad accusare i manifestanti di tutto, di essere parte di un complotto internazionale, di essere responsabili del bombardamento di Reyhanli, di essere amici di Ocalan. “Mi chiedo che cosa stessero facendo questi stranieri che sono venuti a piazza Taksim da tutti gli angoli del mondo. Abbiamo visto lo stesso complotto a Reyhanli ... Queste trame oscure non riusciranno mai nel loro tentativo di destabilizzare il paese. Non hanno fatto i conti con la determinazione del popolo.” Ha anche detto che “c’era chi aveva messo fianco a fianco la bandiera di Ataturk e quella di un terrorista”, riferendosi al leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) Abdullah Ocalan da anni in carcere.

Era interessante la sua insistenza su considerazioni religiose, a significare che teme di perdere l’appoggio di sezioni dei suoi sostenitori tra gli strati più poveri della società. “Sono entrati in una moschea con le scarpe, hanno attaccato le nostre sorelle con la testa velata”, ha affermato, facendo riferimento all’incidente del 2 giugno, quando l’imam della moschea di Dolmabahçe Beşiktaş ha consentito che venisse installato un posto di pronto soccorso all’interno della moschea e, naturalmente, nella confusione del via vai di feriti, alcuni hanno dimenticato di togliersi le scarpe, cosa a cui nessuno ha fatto caso date le circostanze (http://youtu.be/yuBbhfT_Qm0). Contrariamente all’idea diffusa dal governo di credenti aggrediti durante le manifestazioni, si è persino creato un gruppo chiamato musulmani anticapitalisti attivo nelle manifestazioni e a piazza Taksim il venerdì 14 giugno c’è stato chi ha svolto la tradizionale preghiera islamica, accompagnata da un divieto temporaneo di consumo di alcolici come segno di rispetto.

Erdogan ha poi proceduto a minacciare i manifestanti: “identificheremo uno per uno coloro che hanno terrorizzato le strade delle nostre città. Abbiamo tutte le registrazioni delle città, telecamere di sorveglianza, possiamo risalire ai profili nei social media per trovare quelli che hanno provocato. incidenti”.

Domenica sera, dopo il comizio di Erdogan, c’erano gruppi di teppisti dell’AKP armati di mazze, mannaie e coltelli in alcune zone della città, che minacciavano chiunque si opponesse al primo ministro.

Queste minacce sono state ripetute e aumentate domenica e lunedì da altri ministri del governo. “d’ora in poi lo stato dovrà, purtroppo, considerare tutti coloro che rimangono in piazza come sostenitori o membri di una organizzazione terroristica”, ha detto un ministro. “Il nostro primo ministro ha già sottolineato [agli attivisti] lo scopo delle proteste. Le proteste d’ora in poi saranno considerate un favore ad alcune organizzazioni separatiste che vogliono rompere la pace e dare priorità al vandalismo e al terrorismo” ha detto il ministro presso l’Unione europea Egemen Bağış in un’intervista all’emittente A Haber.

Sullo sciopero proclamato dai sindacati KEKS e DISK per lunedì 17 giugno, il ministro degli Interni ha dichiarato che si trattava di uno sciopero illegale: “chiedo ai dipendenti pubblici di non partecipare ad azioni illegali”, ha detto Muammer Güler rispondendo alle domande dei giornalisti, “in caso contrario ne pagheranno le conseguenze”.

Tuttavia, nonostante la sua spavalderia, è chiaro che il supporto per Erdogan, che era già in calo molto prima della rivolta di Taksim, è ora precipitato ulteriormente. Un sondaggio condotto da MetroPOLL tra il 2 e il 14 giugno e pubblicato dai media filo-governativi, conteneva molti spunti interessanti. Prima di tutto, le intenzioni di voto per l’AKP sono ora al 35%, 11 punti percentuali in meno di un anno fa, e quasi 15 punti meno del voto alle elezioni politiche di due anni fa. Ciò significa che l’AKP ha perso quasi un terzo dei suoi elettori. Alla domanda su questo argomento, quasi il 50% ha risposto che il governo si è mosso in una direzione sempre più autoritaria, mentre solo il 36% ha detto che è diventato più democratico. Il 54% ritiene che il governo stia interferendo nel loro stile di vita, il 53% che i media in Turchia non sono liberi e il 54% è contrario alla politica del governo verso la Siria. La maggioranza degli intervistati ritiene inoltre che il governo e il primo ministro siano responsabili per l’escalation del conflitto a Gezi. Alla fine, il 63% ha detto che è contrario ai piani del governo per Gezi Park, tra cui la maggioranza degli elettori dell’AKP. Anche se lo stesso Erdogan continua ad essere “apprezzato” dal 53% delle persone, questa cifra si è ridotta drasticamente dal 60% di un mese fa.

È chiaro che le massicce proteste delle ultime tre settimane non avrebbe potuto aver luogo senza il sostegno attivo o passivo di una larga parte di coloro che in passato hanno votato per l’AKP e che sono sempre più delusi, dato che le politiche del governo si dimostrano sempre più autoritarie, invadono la vita privata delle persone, ma soprattutto vanno esplodendo le contraddizioni accumulate nella sfera economica.

Lo sciopero

Poco dopo l’inizio della repressione il 15, la Confederazione dei lavoratori del settore pubblico, KESK, insieme alla Confederazione rivoluzionaria dei sindacati DISK, alla TMMOB (l’Unione degli ingegneri e degli architetti), al TTB (l’Associazione dei medici) e alla TDB (l’Associazione dei dentisti), ha rilasciato una dichiarazione congiunta in cui ha proclamato un giorno di sciopero per lunedì 17.

Si tratta di un passo importante, e fa seguito allo sciopero che le stesse organizzazioni avevano già organizzato dopo la repressione all’inizio del movimento. Secondo i primi rapporti, centinaia di migliaia di persone hanno partecipato allo sciopero in tutto il paese. La partecipazione degli operatori sanitari è stata particolarmente evidente, anche se il più grande dei quattro principali sindacati, Turk-Is, non è ancora entrato in azione, il che sarebbe l’unico modo per creare la forza necessaria a paralizzare completamente il paese. Per quanto retriva sia la leadership del Turk-Is, una campagna concertata verso i suoi iscritti nei posti lavoro avrebbe certamente un forte impatto. Lo si vede dal fatto che alcune sezioni del Turk-Is di Istanbul hanno rilasciato una dichiarazione congiunta unendosi allo sciopero del 17.

Ad Ankara c’è stata una manifestazione di massa guidata dal KESK e dal DISK. A Istanbul, in migliaia si sono radunati fuori dalla sede del DISK con l’intenzione di sfilare verso piazza Taksim. Sono stati raggiunti da un numero crescente di persone del quartiere, con pentole e padelle a supporto della manifestazione. Il corteo, che risuonava di slogan che chiedevano le dimissioni del governo e contro la polizia, “via la polizia, Taksim è nostra”, è stato bloccato in via Istiklal da una barricata di forze di polizia.

È prevedibile che ci saranno ulteriori scontri in queste sere. Il movimento non è stato distrutto dalla repressione, ma allo stesso tempo non sembra avere la coesione e la leadership necessarie per andare avanti. Anche nella convocazione dello sciopero generale delle cinque organizzazioni sopra citate non ci sono vere richieste specifiche.

Negli ultimi 20 giorni, la brutale repressione del governo Erdogan è riuscita a coalizzare molte forze diverse. Quest’unità è un punto di forza della ribellione. Perché il movimento continui ad avanzare ha bisogno di essere più organizzato e di essere armato politicamente con un chiaro programma che unisca le rivendicazioni democratiche con le questioni sociali ed economiche.

Secondo alcuni resoconti, sono nati già comitati di azione in alcuni quartieri. Questi dovrebbero essere ampliati e coordinati con i comitati di lavoro e sindacati, e collegati a livello locale, regionale e nazionale, con un programma congiunto. Questi comitati devono proporre uno sciopero generale a oltranza per far cadere il governo, che è l’unico modo per raggiungere una qualsiasi delle rivendicazioni democratiche e sociali del movimento.

 

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