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Il capitale si sposta dove è meglio remunerato. Nel 2010 il giornale finanziario The Economist riconosceva questa verità sul funzionamento del sistema capitalista scrivendo che “ i costi salariali in paesi come la Cambogia, il Vietnam ed il Laos sono soltanto una frazione di quelli cinesi”. Per questa ragione, già negli anni ’90, una parte del tessile cinese si era spostato in quei paesi e nel Bangladesh. Mentre all’epoca il salario minimo in Cina superava i 100 dollari mensili, in Cambogia e Vietnam toccava a malapena i 50 dollari, in Laos poco più di 40. Sulla base di un enorme tasso di sfruttamento, fatto di giornate lavorative di 14-16 ore, numerose multinazionali, soprattutto del tessile (Zara, HM, Adidas, Nike, Asics, Walmart) hanno spostato parti della loro produzione in Cambogia. Oggi, il tessile conta 500mila operai, principalmente giovani e donne, e determina il 75% dell’export totale del paese. Con queste cifre, è evidente l’enorme potere concentratosi – potenzialmente – nella classe operaia del settore tessile di quel paese. Gli ultimi mesi indicano una significativa ondata di scioperi operai anche in Cambogia. E’ la fine del silenzio operaio anche in quel paese?

Ai primi di giugno, 4mila operaie della ditta taiwanese Sabrina sita vicino alla capitale Phon Pen, fornitrice della Nike, hanno deciso che la misura era colma ed hanno scioperato per rivendicare un aumento della paga da 74 a 88 dollari mensili. Dopo diversi giorni di blocco della fabbrica, migliaia di poliziotti in assetto anti-sommossa hanno rotto con la violenza il presidio che comunque ha provato eroicamente a resistere. I padroni si sono giustificati affermando che il loro salario è superiore alla paga minima (56 dollari) e dunque protestare è da ingrati. La ferocia delle multinazionali in queste zone del pianeta - sbattuta in prima pagina per alcuni giorni dopo la tragedia operaia del Rana Plaza in Bangadesh - è cosa quotidiana. Ma l’ordine capitalista sembra più fragile. Nei primi tre mesi del 2013 le agitazioni operaie sono aumentate di quattro volte rispetto al 2012, anno che a sua volta aveva registrato un picco quantitativo di mobilitazioni. Già alla fine del 2012 si erano registrate alcune importanti mobilitazioni: alla Kingsland, che produce biancheria per Walmart e H&M, l’azienda aveva chiuso e licenziato tutte le operaie senza alcuna indennità. 200 di loro avevano allora iniziato un presidio davanti ai cancelli dello stabilimento per impedire fisicamente il trasferimento dei macchinari fin quando, fatto inedito in Cambogia, l’azienda ha tirato fuori 200mila dollari di buonuscita.

Ma non c’è soltanto una mobilitazione che cresce in quantità. Provenienti in gran parte dalle campagne e prive di una tradizione politica o sindacale, le lavoratrici hanno saputo costruire una propria forza sindacale che nel 2010 contava già 80mila aderenti. Le campagne sindacali più frequenti in questi primi anni di resistenza operaia riguardano i salari, la trasformazione dei frequentissimi contratti di 3 mesi in contratti a tempo indeterminato e la lotta contro l’insalubrità nei luoghi di lavoro, spesso causa di malori per eccessivo calore, assenza di ventilazione, denutrizione, esposizione a prodotti chimici ecc. In rottura con un sistema politico repressivo e paternalista, le operaie cambogiane hanno ignorato il recente appello alla calma del primo ministro Hun Sen – da giovane khmer rosso e dagli anni ’80 potente primo ministro amico del potere vietnamita e cinese! - ed hanno anche iniziato a protestare per chiedere la liberazione delle loro compagne accusate di aver “incitato” le altre a scioperare.

Decine di milioni di proletari asiatici stanno sperimentando direttamente il terreno di una implacabile lotta di classe. Sono loro i nostri migliori alleati per finirla col dispotismo capitalista. Se nei prossimi decenni sapranno costruire un partiti rivoluzionari capaci di esprimere la loro combattività e la loro freschezza classista, nessuna forza al mondo li potrà fermare.

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