Breadcrumbs

Al di là delle traiettorie successivamente assunte, c’è una costante nelle mobilitazioni che hanno attraversato il mondo a partire dalla deflagrazione della crisi capitalistica nell’ormai lontano 2007: in ognuna di esse si può rintracciare un episodio, un singolo avvenimento che fa da detonatore all’esplosione della rabbia popolare. Dal suicidio del giovane tunisino Mohamed Bouazizi, che ha dato il via alla “primavera araba”, fino al più recente aumento del prezzo del trasporto pubblico nelle principali città del Brasile, la dinamica sembra ripetersi in forme molto simili fra loro: delle proteste che coinvolgevano un numero ristretto di attivisti, si trasformano rapidamente in movimenti di massa in grado di mettere in discussione non solo le politiche dei governi, ma la loro stessa legittimità a governare.

“La necessità si esprime attraverso il caso” afferma una delle leggi fondamentali della dialettica, e il caso ha voluto che anche in Turchia la rabbia accumulatasi in un decennio di politiche antipopolari imposte col pugno di ferro da Tayyp Erdogan e dal suo partito, l’Akp, rompesse gli argini proprio in corrispondenza di un fatto apparentemente secondario: la costruzione di un centro commerciale che ricalca la forma di una caserma in stile ottomano là dove oggi sorge una delle poche aree verdi di Istanbul, Gezi Park. In un articolo pubblicato il 4 giugno scorso sul nostro sito (www.marxismo.net), Jorge Martin scriveva: “la polizia turca è conosciuta per la sua brutalità (ci sono stati violenti scontri anche alla manifestazione del primo maggio, quando ha impedito al corteo di entrare a piazza Taksim). Tuttavia, stavolta è successo qualcosa di diverso. Forse il fatto che i manifestanti continuassero a tornare notte dopo notte, nonostante venissero sottoposti allo stesso brutale trattamento. O forse il fatto che la popolazione li vedesse come semplici cittadini e non come fanatici ‘radicali’. Comunque sia, le proteste e la repressione brutale della polizia hanno scatenato un’ondata di simpatia che ben presto è diventata un movimento di massa contro il governo diffuso in tutto il paese”.

 

In un contesto segnato dalla più grave crisi capitalistica della storia, le situazioni che consentono alle “persone comuni” di iniziare a riflettere approfonditamente su quel che accade intorno a loro tendono ad aumentare; così come tende a crescere l’intensità con la quale la classe dominante prova ad imporre al resto della società le sue esigenze ed i suoi programmi. È del tutto naturale che guardando in tv e sui social network le immagini dei brutali pestaggi operati dalla polizia nei confronti di manifestanti inermi la gente si sia chiesta: “Perché tutta questa violenza per un centro commerciale?”; “Perché distruggere l’unico parco nel cuore di Istanbul?”; “A chi giova tutto questo?”.

Che in questa vicenda solamente un ristretto numero di speculatori aveva qualcosa da guadagnare è apparso chiaro fin da subito. Ma il nodo di fondo era e rimane un altro. Da una protesta contro la speculazione edilizia, la lotta ha assunto molto rapidamente un carattere antisistema. Questo il regime di Erdogan non poteva tollerarlo e ha scatenato la repressione. La rabbia accumulata nel corso degli anni dai giovani e dai lavoratori turchi affonda le radici nei processi materiali che hanno sconvolto gli equilibri sociali del paese a partire dal 2002, anno d’ascesa dell’Akp al potere. Se è vero che durante il decennio Erdogan il reddito-pro capite è passato dai 2.800 dollari del 2001 ai 10.500 del 2011, con una crescita media del Pil del 5,2%, è vero anche che questo è avvenuto sulla base di un incremento del tasso di sfruttamento della forza-lavoro che ha pochi precedenti nella storia. Le politiche di massima flessibilità, introdotte sotto la regia dell’onnipresente Fondo monetario internazionale, faranno sì che in un brevissimo lasso di tempo il paese arrivi ad avere la settimana lavorativa media più alta d’Europa (53 ore), il tasso più basso di assenze lavorative per malattia (solo 4,6 l’anno nel 2013), un numero impressionante di morti sul lavoro ed un salario minimo netto che nel 2013 è di poco più di 300 euro al mese. A corollario di questo, la Turchia − secondo i dati dell’Ocse − risulta essere fra i primi tre paesi del mondo col gap più elevato fra il 20% più ricco ed il 20% più povero della popolazione. Il disegno politico del premier è completato dal mantenimento di un elevato livello di repressione nei confronti del movimento operaio – solo dal 2010 è possibile scioperare in alcuni settori del pubblico impiego – e dall’introduzione di una serie di misure volte alla graduale re-islamizzazione del paese, alcune delle quali, come l’introduzione del divieto di vendita degli alcolici dalle 22 alle 6 del mattino e il divieto di baciarsi in alcuni luoghi pubblici, particolarmente invise a giovani e giovanissimi.

È in questo contesto che una mobilitazione di poche decine di attivisti è riuscita a trasformarsi in un movimento nazionale ramificato in ogni angolo del paese. Le manifestazioni si susseguono ormai ininterrottamente dallo scorso 28 maggio. Ma la data da segnare in rosso è quella di venerdì 31 maggio, giorno in cui centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza ad Istanbul scontrandosi a lungo coi reparti anti-sommossa della polizia. Che non fosse un fuoco di paglia lo si è capito il giorno dopo, quando un nuovo corteo di massa è partito dalla parte asiatica della città con l’obiettivo di raggiungere piazza Taksim per unirsi alle proteste. Ai cortei del sabato hanno partecipato fianco a fianco tutti i settori della società che la borghesia ha strumentalmente provato a tenere divisi per anni. Sorprendeva vedere sfilare insieme turchi, curdi, aleviti, tifosi di squadre rivali fra loro, studenti, disoccupati, lavoratori e liberi professionisti. A testimonianza del fatto che la radicalizzazione politica tende a spazzare via tutte le barriere artificiali che in “tempi normali” si reggono grazie alla pace sociale.

Sotto la spinta di queste imponenti manifestazioni nella città del Bosforo, le mobilitazioni si estendevano nel frattempo al resto della Turchia. Secondo i dati ufficiali del Ministero dell’interno, tra il 31 maggio e il primo giugno ci sono state oltre 90 manifestazioni in 48 province, con più di mille persone arrestate. Gli stessi dati ufficiali per il 2 giugno parlano di oltre 200 manifestazioni in 97 città. La generalizzazione delle lotte otteneva una prima importante vittoria, quella di spingere i sindacati Kesk (settore pubblico) e Disk (settore privato) a convocare lo sciopero generale per il 5 giugno: di 48 ore nel primo caso, di 24 nel secondo.

Tornato dall’estero e compreso che la sola repressione non poteva bastare a fermare le mobilitazioni, Erdogan ha provato ad affinare la sua tattica allo scopo di isolare e sconfiggere il movimento. Nell’incontro coi rappresentanti della “Piattaforma Taksim” si è mosso da attore consumato: dopo aver finto di ascoltare le ragioni della controparte, si è e spinto a proporre l’indizione di un referendum sul prosieguo dei lavori. In realtà il suo vero obiettivo era uno solo: dividere i manifestanti e isolarli dal sostegno dell’opinione pubblica, facendo passare quelli che si rifiutavano di trattare con lui come “estremisti” e “terroristi”.

Che fosse un bluff lo si è capito il 12 giugno, quando piazza Taksim è stata sgomberata con liquidi urticanti, lacrimogeni e pallottole. Sabato 15 lo stesso trattamento è stato riservato agli attivisti della cittadella di Gezi Park. La prova di forza cercata dal regime è culminata con una manifestazione indetta dall’Akp per domenica 16 ad Istanbul, con pullman e treni messi a disposizione del partito e incentivi di ogni tipo per provare a portare quanta più gente possibile in piazza.

Sulla base di questi eventi Disk e Kesk hanno convocato un nuovo sciopero generale di 24 ore per lunedì 17 giugno, al quale hanno partecipato anche i sindacati di medici, dentisti ed ingegneri. Anche il principale sindacato turco Turk-is è stato parzialmente coinvolto in questa dinamica: alcune categorie hanno aderito allo sciopero e lanciato un appello pubblico per unirsi alla battaglia degli altri lavoratori.

Lo sciopero ha avuto un carattere molto routinario, e ciò è da addebitare ai vertici sindacali. Gli attivisti rivoluzionari devono porsi il compito di trasformare le organizzazioni dei lavoratori, per portarle all’altezza dei compiti posti dal movimento.

Per fermare la controffensiva di Erdogan, il movimento deve infatti, organizzarsi e armarsi di un programma politico chiaro in grado di unire le rivendicazioni democratiche con quelle sociali ed economiche. Secondo alcuni rapporti, i comitati di azione sono già stati istituiti in alcuni quartieri. Si tratta di coordinare il lavoro di questi organismi con quello dei “comitati dei lavoratori” e coi sindacati. Queste strutture devono collegarsi a livello locale, regionale e nazionale grazie ad un programma comune. La parola d’ordine agitativa deve essere quella dello sciopero generale ad oltranza per far cadere il governo, che è l’unico modo per raggiungere una qualsiasi delle rivendicazioni democratiche e sociali del movimento.

L’esperienza recente dell’Egitto ci dice che quando il movimento operaio si riversa compatto nella lotta non esiste forza in grado di arginarlo. Anche in Turchia esistono tutte le condizioni perché questo accada.

Joomla SEF URLs by Artio