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Timor est

Ancora una volta, dopo il Kosovo e la Bosnia, assistiamo a una nuova missione militare dell’Onu a Timor est, dove stanno sbarcando migliaia di soldati, prevalentemente australiani, tra i quali vi saranno anche 200 paracadutisti italiani. Ancora una volta l’intervento viene mascherato dietro un diluvio di propaganda, che tenta di accreditare l’Onu come il difensore dei diritti dei popoli oppressi.

Attraverso quest’orgia di buoni sentimenti si tenta di far scordare il ruolo vergognoso che paesi come gli Usa, la Gran Bretagna e l’Australia hanno giocato in passato nel sostenere il regime indonesiano di Suharto, uno dei regimi più sanguinari della storia, responsabile di 25 anni di oppressione sulle masse indonesiane e di 15 anni di massacri a Timor est.

Il popolo timorese è stato prima illuso e poi abbandonato dall’Onu nelle mani dei suoi carnefici. Comprensibilmente si sono ora create enormi illusioni che l’intervento Onu possa far cessare l’oppressione nazione su Timor. Purtroppo le cose non stanno così, e Timor rischia di passare da un’oppressione all’altra, e forse anche alla spartizione del suo territorio.

Dopo quasi una generazione di terribile repressione, gli abitanti di Timor est sono determinati a liberarsi dal dominio indonesiano.

Nell’estate del 1998, dopo quasi 25 anni di dittatura spietata, la crisi economica asiatica ha fatto da detonatore di un movimento di massa in Indonesia, inziato dagli studenti universitari, che ha costretto alle dimissioni il dittatore Suharto (vedi anche FalceMartello n. 125). Il regime ha dovuto fare un passo indietro rimuovendo Suharto e tentando di darsi un’immagine. Dietro alle belle parole, tuttavia, sono ancora i militari e i vecchi soci di Suharto a controllare le leve fondamentali del potere. Gli Usa e gli altri paesi imperialisti hanno come obiettivo quello di garantire una transizione senza scosse a un regime formalmente democratico, ma che nei fatti non cambi nulla di fondamentale nella situazione indonesiana, e in particolare che nonmetta a rischio gli enormi investimenti di multinazionali come la Nike, che sul lavoro a basso prezzo dell’Indonesia hano fatto le loro fortune.

Parte integrante di questa strategia sono le elezioni per la cosiddetta Assemblea Consultiva, e anche la concessione del referendum a Timor est.

La concessione di un referendum, dopo molti anni di lotta sanguinosa è il risultato diretto della rivoluzione in Indonesia. Quindi è chiaro che il destino della lotta per la liberazione di Timor est è indissolubilmente legato con lo sviluppo della rivoluzione indonesiana stessa.

Gli imperialisti, spaventati dal potenziale rivoluzionario della situazione, hanno spinto il governo di Jakarta a concedere il referendum. Speravano che questo avrebbe sbloccato la situazione.

Habibie e i suoi generali pensavano di poter mantenere il controllo sulla provincia mobilitando e armando le cosiddette milizie composte dalla feccia peggiore della società e così condizionare il voto intimidendo la popolazione e costringendola a votare per una sorta di autonomia, ma pur sempre all’interno dell’Indonesia.

Il referendum

I risultati del referendum sono stati molto chiari: anche prendendo per buoni i dati ufficiali, quasi l’ottanta per cento della popolazione ha votato per l’indipendenza. Se teniamo conto della massiccia intimidazione che ha influenzato il risultato, probabilmente più del 90% è favorevole all’indipendenza. In queste circostanze dobbiamo difendere il diritto della popolazione di Timor est di determinare il proprio futuro. Tuttavia, le cose non sono così semplici, la cricca che domina l’Indonesia non ha la minima intenzione di concedere l’autodeterminazione per paura degli effetti che questo potrebbe avere sulle altre popolazioni oppresse in Indonesia.

Il regime indonesiano, che sotto la bandiera di una falsa democrazia, sta continuando la vecchia politica dello sfruttamento e dell’oppressione di tutti i lavoratori, contadini e minoranze nazionali, è determinato a fermare il processo di auto determinazione a Timor est.

L’esercito indonesiano, con l’appoggio del governo, ha organizzato e incitato gruppi disperati di sottoproletari (gli stessi che furono usati contro gli studenti indonesiani) per uccidere incendiare e distruggere. Se non possono impedire a Timor est di conquistare l’indipendenza, vogliono provocare una tale distruzione da non lasciare che rimanga nulla. Nelle loro intenzioni questa deve essere una lezione sanguinosa per tutti quelli che avessero l’intenzione di seguire l’esempio di Timor est.

L’ipocrisia dei paesi imperialisti

Nel 1965 l’imperialismo Usa ha appoggiato attivamente il massacro di un milione e mezzo di comunisti in Indonesia. All’insaputa dell’opinione pubblica mondiale il mostro Suharto fu aiutato a prendere il potere dalla Cia, che consegnò ai macellai indonesiani la lista di tutti quelli che erano di sinistra, degli studenti e dei lavoratori sindacalizzati. Gli Stati Uniti, l’Australia e l’Inghilterra hanno sempre mantenuto l’appoggio militare ed economico alla dittatura indonesiana e le Nazioni Unite non hanno alzato un dito per fermare la barbarica repressione della popolazione indonesiana. Dieci anni dopo, in seguito alla rivoluzione Portoghese, Timor est avrebbe potuto ottenere l’indipendenza. Questo fu brutalmente represso dal regime indonesiano, con l’appoggio attivo e l’incoraggiamento degli Stati Uniti e dell’Australia. Gli imperialisti erano spaventati dalla possibilità che Timor est potesse diventare una nuova Cuba in Asia e che questo avrebbe avuto ripercussioni rivoluzionarie in tutta l’area.

Per quasi quindici anni l’occidente ha chiuso gli occhi fingendo di non vedere gli orrori che si stavano compiendo a Timor est. Periodicamente le Nazioni Unite hanno votato risoluzioni formali di condanna dell’aggressione indonesiana, ma queste servivano piuttosto a creare una cortina di fumo dietro la quale l’occupazione poteva continuare. Gli Usa, l’Australia e l’Inghilterra hanno continuato a fornire soldi, investimenti ed armi, usate dal regime indonesiano contro la popolazione di Timor est.

Il movimento indipendentista disarmato

Con la caduta della dittattura di Suharto nel 1998, sotto la spinta delle mobilitazioni popolari e della crisi economica, la situazione a Timor pareva finalmente trovare una via d’uscita. Purtroppo i dirigenti del Fretilin (il Fronte di liberazione nazionale di Timor est) anziché tentare di legare la loro lotta per l’indipendenza alla rivoluzione indonesiana, hanno preferito gettarsi nelle braccia dell’Onu e della diplomazia imperialista nella vana speranza che le grandi potenze patrocinassero la loro causa.

I dirigenti di tutti i settori del movimento indipendentista, anche quelli più a sinistra, come il partito socialista timorese, guardano verso la cosiddetta "comunità internazionale" per garantire l’applicazione dell’indipendenza.

Facendo questo diventano dipendenti dalle manovre e degli intrighi degli interessi dei diversi imperialismi in competizione tra di loro per il controllo dell’area. Il ruolo delle masse per loro è secondario. Più grave ancora è il fatto che abbiano convinto i militanti e gli attivisti per l’indipendenza con la fiducia nella capacità delle Nazioni Unite di sostenere la sicurezza e gli interessi nazionali della popolazione.

Questo è stato fatale. Xanana Gusmao, il leader del Fretilin e del Consilio nazionale della resistenza timorese (CNRT) ha fatto un appello ai suoi sostenitori a non rispodere e non difendersi dai brutali attacchi dell’esercito indonesiano e delle milizie. Per esempio dopo la firma dell’accordo del 5 maggio fra Indonesia, Portogallo e Nazioni Unite, i giovani pro indipendentisti volevano organizzarsi contro gli attacchi delle milizie.

Gusmao ha chiesto loro di non farlo:

"Il gruppo RDTL è appena sceso nelle strade a manifestare. Iniziative di questo tipo dimostrano solo mancanza di disciplina, di visione politica così come una incomprensione della situazione attuale, una situazione che sta causando più sofferenza alla popolazione e costringe i dirigenti a nascondersi.

Quelli che pensano che manifestare è una dimostrazione di coraggio si sbagliano. Le manifestazioni provocano ed incitano le milizie a continuare i massacri. Questo dimostra soltanto che l’RDTL non pensa agli interessi della popolazione di Dili. RDTL e altri gruppi stanno fornendo alle milizie un pretesto per continuare ad ammazzare la popolazione. Stanno commettendo un grave errore. Un errore che mette in discussione la disciplina e l’organizzazione interna della resistenza, che dimostra come ogni gruppo sta perseguendo i propri obiettivi senza pensare alle sofferenze della popolazione.

Mi rendo conto che i giovani stanno cercando di mobilitare la popolazione di Dili per una manifestazione di massa, questo dimostra soltanto che questi giovani sono privi di qualsiasi senso di responsabilità. Chi rimane a piangere quando la popolazione è uccisa? Chi si occuperà dei feriti? Voglio ricordare a tutti che la presenza delle Nazioni Unite in Timor est non significa che la vittoria sia dalla nostra parte. Il compito delle Nazioni Unite è quello di organizzare la consultazione popolare dell’8 agosto. Dobbiamo quindi tutti contribuire a questo processo, seguendo le indicazioni della squadra delle Nazioni Unite. A questo scopo rinnovo il mio appello a rimanere tutti calmi e ai giovani di Dili di obbedire agli ordini e chiedo che agiscano con senso di responsabilità e con disciplina. Senza disciplina, saremmo deboli, e fino a quando non pretendiamo disciplina da noi stessi, non possiamo chiederla agli altri. Dobbiamo sempre ricordarci di questo." (dichiarazione Cnrt del 10 maggio 1999).

"Non ce lo aspettavamo"

Al culmine degli attacchi barbarici delle milizie pro-integrazioniste e dell’esercito, lo stesso Gusmao non esitò a consigliare alle forze guerrigliere del Falintil di "non intraprendere azioni che potrebbero portare essere interpretate come l’inizio di una guerra civile" (dichiarazione Cnrt del 7 settembre 1999). In realtà c’era già una sanguinosa guerra civile unilaterale che stava devastando le città e i villaggi di Timor est.

Basandosi sulle informazioni ricevute dal dirigente del Cnrt Jose Ramos Horta, L’Australian financial review ha riportato il 14 settembre che i 3.000 guerriglieri "che hanno passato gli scorsi 20 anni evitando i soldati dell’esercito indonesiano nella giungla, si sono ora radunati in un’area delimitata - questa era una delle condizioni previste dall’accordo delle Nazioni Unite del 5 maggio per il referendum sull’indipendenza". Duemila di loro sono rimasti accampati nel campo di Waimori, a quattro ore da Dili, e altri mille sono in altre parti del territorio. "È incredibile, un’incredibile senso della disciplina" ha sottolineato Horta, aggiungendo che i guerriglieri erano "agli ordini di Xanana Gusmao".

Ecco come i dirigenti del movimento di resistenza hanno disarmato politicamente e militarmente la gioventù timorese. Molti di coloro che erroneamente hanno avuto fiducia nelle Nazioni Unite sono ora stati uccisi dai soldati e dai miliziani scatenati. Sabato 19 settembre, Xana Gusmao ha ammesso in un servizio televisivo sulla BBC che "ci aspettavamo qualche uccisione e violenza ma non a questi livelli. Questo è stato enorme e barbarico. Non siamo stati ingenui, eravamo pronti ad affrontare rappresaglie, ma non di queste dimensioni".

Il ruolo dell’Australia

Purtroppo il popolo timorese dovrà sperimentare sulla propria pelle l’ipocrisia delle potenze imperialiste. L’Australia in passato è stato l’unico paese a riconoscere ufficialmente l’occupazione di Timor est da parte dell’Indonesia, e ha mantenuto ottimi rapporti con il regime indonesiano, fino a concludere nel 1991 un accordo per lo sfruttamento delle risorse petrolifere e di gas naturale.

Jon Land, rappresentante del gruppo australiano di solidarietà Asiet dichiara correttamente: "Il reale obiettivo di qualsiasi intervento armato estero a Timor est, che sia prima o dopo la riunione del parlamento indonesiano per ratificare il referendum del 30 agosto, sarà quello di assicurarsi che gli interessi a lungo termine delle potenze imperialiste siano garantiti sia a Timor est che in Indonesia. Anche se la maggiori potenze capitaliste hanno accettato che Timor est diventi uno stato indipendente, vogliono che questo avvenga senza cambiamenti radicali e senza una seria umiliazione o indebolimento delle forze armate indonesiane.

I militari indonesiani sono già in una posizione indebolita a causa del loro fallimento nel controllare la situazione ad Aceh. La grave crisi ad Aceh che è stata messa in ombra dai recenti avvenimenti a Timor est, è motivo di grave preoccupazione per le potenze occidentali e per l’esercito indonesiano. Quella crisi, così come le misure di austerità imposte dalle Nazioni Unite sull’Indonesia contribuiranno inevitabilmente a provocare nuovi sconvolgimenti sociali durante e dopo l’elezione del nuovo presidente indonesiano.

Una tale prospettiva aumenta le probabilità della maggiore preoccupazione degli occidentali - una nuova lotta di massa di studenti e lavoratori per un reale cambiamento democratico." (Green Left Weekly, 8 settembre 1999).

L’articolo continua spiegando che: "Questa forza (di intervento estero, ndt) tenterà sicuramente di disarmare la guerriglia Falintil e i comitati di difesa di quartiere organizzati dai giovani pro-indipendentisti e dagli attivisti studenteschi. Questi comitati locali che sono diventati più attivi nelle ultime settimane, sono solo gruppetti che affrontano la milizia pro-integrazionista pesantemente armata. Sono in realtà l’ultima linea di difesa di una popolazione terrorizzata."

Malgrado queste analisi corrette sul ruolo delle cosiddette forze di pace, Asiet e la maggioranza della sinistra australiana non esita a chiedere e a mobilitarsi a favore dell’intervento della Nato. Il Partito socialista democratico si è addirittura mobilitato per chiedere un intervento immediato di truppe australiane a Timor est ! A loro questa sembra "l’unica soluzione immediata" per "ridurre la violenza" e per proteggere i timoresi dal genocidio o dalla deportazione di massa.

Si stanno creando, particolarmente in Australia e in Portogallo, le stesse illusioni che vedemmo in Italia durante la guerra contro la Jugoslavia, sul preteso ruolo di "difesa dei poveri kosovari aggrediti" che l’Onu (in quel caso la Nato) avrebbe svolto. Non è difficile prevedere che a Timor i risultati dell’intervento imperialista saranno analoghi: non una vittoria del diritto all’autodeterminazione dei popoli, ma più probabilmente un protettorato Onu su una parte del paese, trasformato in tutto e per tutto tranne che nel nome in una colonia australiana.

La rivoluzione indonesiana è l’unica via d’uscita

L’unica alternativa per il popolo timorese sta nello sviluppo del movimento rivoluzionario in indonesia. La rivoluzione del 1998 ha mostrato che questo movimento è già una realtà.

Da allora abbiamo visto una pausa inevitabile, con l’emergere di illusioni democratiche di ogni genere, basate sulla speranza che una volta caduta la dittatura tutti i problemi possano essere risolti pacificamente. Queste illusioni si sono viste con chiarezza nelle elezioni della cosiddetta Assemblea Consultiva, una sorta di parlamento, che hanno visto la vittoria dell’opposizione democratica di Megawati Sukarnoputri, la figlia del presidente assassinato nel 1965 dai militari. Ma questa opposizione non saprà risolvere né i problemi economici e sociali che hanno portato alla rivoluzione, né la questione nazionale. Lo dimostra il fatto che durante la campagna elettorale la stessa Megawati ha dichiarato che l’occupazione indonesiana di Timor est era "legittima, sia politicamente che dal punto di vista costituzionale". Allo stesso modo, Megawati si dichiarò "addolorata" quando nel referendum l’indipendenza vinse a grande maggioranza.

Gli unici veri alleati che il popolo timorese può trovare sono le masse indonesiane, gli studenti, i contadini e il proletariato, cioè le forze che hanno rovesciato la dittatura di Suharto, e che nel prossimo periodo dovranno constatare che non basta cambiare la facciata del vecchio regime e dargli una mano di vernice "democratica" per cambiare realmente il loro futuro.

Solo l’abbattimento del capitalismo in Indonesia e la cacciata di tutti gli eserciti stranieri, compresi quelli dell’Onu, possono creare le condizioni per una realizzazione pacifica delle aspirazioni nazionali del popolo timorese, così come di tutte le altre centinaia di nazionalità che compongono l’arcipelago indonesiano.

L’alternativa a questo sarà una barbarie crescente di scontri nazionali, interventi delle potenze imperialiste, scontri sanguinosi e il declino dell’intera regione.

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