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Le forze di sicurezza egiziane hanno smantellato e represso nel sangue i presidi di protesta dei Fratelli musulmani (Fm), installati nelle piazze Al-Nahda e Raba’a al-Adawiyya al Cairo per mobilitarsi contro il rovesciamento di Morsi. Quest’operazione delle forze repressive dello stato egiziano è stata brutale. Questo sviluppo non sorprende: è il risultato della tensione fra vecchi alleati – i generali e i Fratelli musulmani – che ha raggiunto il punto di rottura dopo la rimozione e l’arresto di Morsi. Ma cosa è successo in Egitto dopo l’impressionante prova di forza messa in atto dal movimento insurrezionale di massa che ha spazzato via il governo dei Fratelli musulmani?

Le masse, che a milioni hanno determinato la caduta prima di Mubarak e poi di Morsi, sono temporaneamente rifluite dall’iniziativa politica, lasciando campo aperto alle forze reazionarie. Lo scontro è stato deciso dalla forza dell’apparato dello stato, ancora nelle mani dei generali, e dall’impopolarità del governo Morsi, logorato da un anno di governo fatto di privatizzazioni, islamizzazione della costituzione e obbedienza ai piani del Fondo Monetario Internazionale e dell’imperialismo statunitense. Finché Morsi era in grado di contenere il movimento delle masse, i generali dell’esercito erano contenti di sedersi in seconda fila, preservando il loro potere, la loro ricchezza e la loro impunità. Ma quando i Fm non hanno più contenuto il movimento delle masse, i generali hanno colto l’opportunità per sferrare ai Fm un duro colpo, preparando il terreno per la dispersione forzata dei sit-in con una manifestazione di massa il 26 luglio. Con pochissime onorevoli eccezioni, quella manifestazione è stata appoggiata dalle organizzazioni di sinistra e dalle maggiori federazioni sindacali.

I presidi organizzati dai fratelli musulmani sono stati ritratti dai media internazionali come la versione “musulmana” di piazza Tahrir: organizzati, pacifici, democratici. Questo era l’obiettivo dell’offensiva lanciata dai leader dei Fm: difendere la “legittimità” del governo Morsi, mobilitare la loro base sociale, sventolare la bandiera della “democrazia”. Ma nel contempo i Fm hanno armato delinquenti che hanno attaccato i giovani rivoluzionari e le minoranze religiose. È scandaloso che i leader delle forze principali della sinistra su scala mondiale siano incapaci di presentare un’analisi di classe di questi eventi e ondeggino fra una sensazione di sollievo per il pugno di ferro contro le forze oscurantiste dei Fm e pianti per la “democrazia”. Queste “menti illuminate” cedono alla pressione ideologica delle loro rispettive classi dominanti, decise nell’affermare che la “piazza” non può comandare. I leader di “sinistra”, particolarmente in Europa, appoggiano il diritto delle masse di protestare contro i dittatori o contro governi impopolari “eletti democraticamente”, ma negano il diritto delle stesse persone di rovesciare un governo “eletto democraticamente” con mezzi rivoluzionari.

Il Consiglio superiore delle forze armate è ora il bastione principale della reazione in Egitto e controlla il 40% dell’economia. Il suo primo avversario è il movimento operaio. Le principali forze del sindacalismo indipendente egiziano hanno sostenuto attivamente la campagna di raccolta firme organizzata dal gruppo giovanile “Tamarrod” (Ribellione) per cacciare Morsi.

Il movimento operaio dopo il 30 giugno

La debolezza politica e organizzativa di queste forze rispetto ai compiti posti dall’accelerazione degli eventi, però, non ha tardato a manifestarsi. Quando, infatti, il 1° luglio i militari diedero a Morsi l’ultimatum, la federazione egiziana dei sindacati indipendenti, il congresso democratico del lavoro e la centrale sindacale permanente di Alessandria lanciarono un appello allo sciopero generale che non si materializzò, lasciando così spazio alle manovre reazionarie. Il sindacato ufficiale egiziano, invece, sin dalla sua nascita profondamente integrato nell’apparato statale e “spartito” nel dicembre 2012 tra Fratelli musulmani e burocrati dell’era Mubarak, si accodò ai generali.

Molti lavoratori egiziani aspettavano probabilmente un miglioramento dalla cacciata dei Fratelli musulmani. Queste speranze sono state alimentate anche dalla partecipazione di Kamal Abu Eita – fino a luglio segretario della federazione sindacale indipendente – al governo nominato dai generali. Queste speranze si sono già infrante con la repressione da parte dell’esercito, osservata passivamente dal ministro Abu Eita, dello sciopero dei lavoratori dell’acciaio di Suez. Inoltre, Abu Eita si è spinto a dichiarare che “l’operaio egiziano campione dello sciopero sotto il vecchio regime deve ora diventare il campione della produzione”. La sua nomina come ministro del lavoro è un tentativo di cooptare la direzione del movimento sindacale. Più diventano chiare le intenzioni del nuovo governo ad interim, però, più lo scetticismo e l’opposizione alla linea di collaborazione prendono forza nel mondo sindacale combattivo, dal congresso permanente dei lavoratori di Alessandria – non affiliata ad alcuna centrale – fino ad una consistente minoranza della federazione sindacale indipendente.

Le lotte operaie sono in netta crescita nel 2013 ed il nuovo governo è cosciente di avere davanti a sé una forza sempre più fiduciosa in se stessa. Nel solo primo trimestre 2013 le azioni collettive di lotta operaia in Egitto (2.413) hanno superato il totale raggiunto nell’intero anno 2012 (1.969), a sua volta un picco rispetto agli anni precedenti. Tra le rivendicazioni centrali ci sono la riassunzione di operai licenziati, il raddoppio del salario minimo (ora a 700 pound, circa 90 euro), la stabilizzazione dei precari, la difesa del diritto di sciopero ed una legge sulla libertà sindacale.

Mancanza di una direzione rivoluzionaria

La chiave per capire la situazione presente risiede nel fatto che la rivoluzione egiziana manca di una direzione rivoluzionaria, ovvero, con le parole di Trotskij, “quella tendenza che sta crescendo insieme alla rivoluzione, che è in grado di prevedere il proprio domani e dopodomani, che si affida ad obiettivi chiari e sa come raggiungerli.

L’esistenza di una direzione rivoluzionaria accelererebbe il processo che invece, nelle circostanze attuali, assume la forma di un processo prolungato. In Egitto le masse a fine giugno avevano già il potere nelle loro mani ma non lo sapevano, non erano sufficientemente organizzate e coscienti del loro essere classe. La situazione è in uno stallo in cui nessuna delle due parti può rivendicare la vittoria. Questo è ciò che permette all’esercito di elevarsi al di sopra della società e di presentarsi come arbitro supremo della nazione. Il bonapartismo rappresenta un grave pericolo per la rivoluzione egiziana. Lo sperimenteranno anche i giovani rivoluzionari, spina dorsale della campagna di Tamarrod contro Morsi e poi sostenitori dei generali come presunto “male minore”. Nella capacità di saldare in un’unica forza politica la gioventù rivoluzionaria e le nuove avanguardie operaie si deciderà la rivoluzione egiziana.

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