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I militari egiziani sono tornati al potere dopo la rivoluzione del 30 di giugno. Le pressioni della piazza e le resistenze di Morsi ad abbandonare la presidenza li hanno spinti ad intervenire per evitare che la rivoluzione dilagasse in tutto il paese. Mostrando grande capacità di calcolo politico, il generale al-Sisi si è presentato alle masse come il paladino della rivoluzione. Al di là delle analisi circolate a sinistra in Europa – di solito all’insegna del piagnisteo per la violazione dei “sacri” principi liberali –, ben più interessante, anche per capire le prospettive della rivoluzione egiziana, è capire la posizione delle forze della sinistra in quel paese.

Tamarrod (Ribellione), il movimento che ha promosso la raccolta firme e la manifestazione del 30 giugno, ha appoggiato la destituzione da parte dei militari di Morsi e nelle ore seguenti all’arresto del presidente dei Fratelli musulmani, ha sottolineato come l’esercito agisse su preciso mandato del popolo. Se tra le richieste della raccolta firme c’era il conseguimento degli obiettivi della rivoluzione egiziana, i portavoce del movimento alla prova dei fatti sembrano essersi dimenticati che la rivoluzione di gennaio era contro Mubarak ma anche contro quel sistema di potere che proprio i militari incarnavano e continuano a rappresentare. Con l’escalation di violenza anche da parte della Fratellanza musulmana, la propaganda “Esercito e popolo, una sola mano” – che non si è mai fermata nel post rivoluzione – è andata rinsaldandosi. Mahmoud Badr, uno dei fondatori del movimento, ha ipotizzato di sostenere l’eventuale candidatura alla presidenza di el-Sisi. Badr è stato subito smentito dagli altri fondatori di Tamarrod, ma per il movimento l’esercito sembrerebbe rappresentare effettivamente il difensore della rivoluzione. Il movimento potrebbe presto diventare un partito politico, secondo le parole di Badr, per non commettere gli errori della rivoluzione del 25 gennaio in cui, proprio per l’assenza di un partito i giovani rivoluzionari si sarebbero allontanati dalla gente comune. Ma per avvicinarsi alla gente comune si deve divenire mezzo di stabilizzazione del potere dei generali? Il tentativo di cooptazione di Tamarrod da parte dei generali è in marcia, prova ne è pure che diversi membri di quel gruppo sono stati nominati tra i “saggi” incaricati della stesura della nuova costituzione.

Sulla stessa lunghezza d’onda dei dirigenti di Tamarrod è Sabbahi, a capo della Corrente popolare (nasserista) membro del Fronte di salvezza nazionale e uno dei personaggi politici più riconosciuti dalla gioventù rivoluzionaria. Sabbahi ha sostenuto l’intervento militare nella “guerra contro il terrorismo”. Se dopo il turno elettorale delle presidenziali, in cui era arrivato terzo, era stato l’unico esponente del fronte rivoluzionario a non sostenere – correttamente – né Morsi né Shafiq (candidati rispettivamente dei Fratelli Musulmani e dell’ex regime), invitando a ritornare in piazza Tahrir per continuare la rivoluzione, non si può dire che ora continui sulla stessa strada. Sabbahi ha definito el-Sisi un eroe popolare, di fatto avallando il parallelismo el-Sisi/Nasser sotteso a molta della propaganda dell’esercito. Sabbahi ha inoltre sostenuto che el-Sisi sarebbe un buon candidato alle presidenziali. Accodati alle posizioni di Sabbahi troviamo anche altre forze minori di provenienza nasserista e stalinista, dal Tagammu a quello che resta del Partito comunista.

Il movimento 6 aprile, nato tra i giovani dopo le mobilitazioni di Mahalla el Kubra, città industriale sede della maggiore fabbrica tessile di proprietà pubblica, si discosta parzialmente dalle posizioni precedenti. Il movimento ha contribuito con due milioni di firme alla campagna anti-Morsi ma, come sottolinea il suo dirigente Maher, occorre una reale alternativa ai Fratelli musulmani e all’esercito. Tuttavia, il carattere indefinito del movimento 6 aprile sul piano ideologico, e dunque dell’analisi delle forze di classe della rivoluzione egiziana, rende vaga la sua prospettiva politica.

L’unico gruppo a trarre le giuste conclusioni è stato quello dei Socialisti rivoluzionari. Giustamente, sottolineano come l’attacco a piazza Al-Nahda e Raba’a al-Adawiyya avrà come conseguenza di riversare più popolarità sui generali i quali non esiteranno a colpire il movimento rivoluzionario e operaio. I compagni però sostengono di non aver mai “difeso il regime di Mohammed Morsi”. È però vero che poco prima delle elezioni presidenziali, con un comunicato, sostennero Morsi - salvo poi ritirare l’appoggio per una rivolta interna dei militanti - e definirono i Fratelli musulmani come ala destra della rivoluzione, accusando la Tendenza marxista internazionale di essere degli europei un pò razzisti quando descrivevano la Fratellanza come invece un movimento controrivoluzionario espressione di un settore del capitalismo egiziano. I Socialisti Rivoluzionari hanno operato un cambio di rotta ma, in una situazione critica, la loro dirigenza ha mostrato di non saper distinguere la rivoluzione dalla controrivoluzione, un limite fatale. La rivoluzione egiziana necessita di una prospettiva politica incarnata in un’organizzazione che sappia evitare sbandamenti e mantenere una prospettiva di classe e anticapitalista.

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