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Ciò che rende palese l’insostenibilità di questo sistema economico non è il cumulo di macerie lasciato per terra negli ultimi sei anni – che sono poi il sangue e la disperazione di milioni di persone – ma la prospettiva di un ulteriore inarrestabile peggioramento delle condizioni di vita per un numero indefinito di generazioni future.

Per toccare con mano la profondità della crisi del capitalismo basta guardare le condizioni in cui versano intere aree del nostro paese, condannate, se le cose non cambieranno, ad una condizione di inferiorità economica e sociale permanente. Due recenti studi pubblicati dalla Banca d’Italia e dallo Svimez fotografano la situazione economica del Mezzogiorno al tempo della crisi capitalista.

 

Il bilancio della crisi

Nonostante un costante calo degli investimenti industriali a partire dall’inizio dello scorso decennio, compensato da uno speculare aumento degli stessi al Nord, l’industria meridionale prima della crisi riusciva a mantenere una crescita dell’1% annuo, contro l’1,3% del resto del paese. Dal 2007 in poi quest’area è stata il traino in negativo di tutta l’economia nazionale, mostrando all’ennesima potenza tutti i difetti strutturali dell’economia nazionale e della sua borghesia. La riduzione del potere d’acquisto delle famiglie meridionali (-9,3% contro il -3,5% del Centro-Nord) ha innescato una spirale negativa sulla produzione.
Questa la prima spiegazione del crollo del Pil meridionale del 10,1% nel quinquennio 2008-2012, rispetto al 5,8% del resto del paese. La conferma viene dal dato scorporato per settori, che mostra a livello generale una difficoltà della produttività della grande industria, fino ad ora immune dalle problematicità della Pmi meridionale e, nello specifico di quella ad alto valore aggiunto: petrolchimico, gomma, lavorazioni di minerali e trasporti, mentre tengono − si fa per dire, trattandosi comunque di cali, sebbene inferiori al 10% − alimentare e industria energetica. Un settore che ha consentito di ridurre il divario dal Nord è quello delle costruzioni che, pur essendosi contratto notevolmente (-20,6%), con enormi ripercussioni sul piano occupazionale e pur venendo da un periodo di difficoltà negli anni precedenti, vede un peggioramento inferiore rispetto al drammatico -37% del Centro-Nord. Tuttavia chi vive al Sud legge nella filigrana di questo dato l’evidenza di una speculazione edilizia che continua a divorare aree sempre più estese senza che a questa devastazione corrisponda una situazione abitativa favorevole per i giovani e i lavoratori.
Le ricadute immediate di questa crisi sono due: sul piano occupazionale e su quello dei salari. La prima è descritta dal numero degli addetti industriali ogni mille abitanti, che al Sud sono 38,8 contro il 95,7 al Nord, esito di un processo per cui il 60% dei posti di lavoro persi si concentra nell’area del paese che vede occupata il 27% della popolazione attiva. Tenendo conto della Cig (a cui pure accede un numero inferiore di lavoratori del Sud rispetto al Nord a causa della notevole precarizzazione delle condizioni lavorative negli ultimi anni) e di chi cerca lavoro, il tasso di disoccupazione corretto arriva al 28,4% contro il comunque terrificante 11,4% del Centro-Nord. L’esito finale per i lavoratori del Sud è un salario lordo inferiore rispetto ai loro colleghi del Nord del 17,7%, divario ridotto dalle oramai sempre più ridotte politiche di riequilibrio che portano la distanza al 12% circa.
Non è difficile supporre che la ridotta competitività dell’industria del Mezzogiorno, la cui produttività per lavoratore è già oggi inferiore del 19% rispetto al resto del paese, imporrà a lorsignori ulteriori riduzioni di salario, peggioramenti delle condizioni di lavoro, licenziamenti e così via in una sorta di ritorno del sempre uguale.

 

Le prospettive per il Mezzogiorno

Se l’oggi è nero, il domani prospettatoci da questo sistema sarà peggiore. Anche gli istituti di ricerca tradiscono un certo disorientamento. Peculiarità del Meridione nel contesto europeo è stata la crescita inferiore alla media nazionale nello scorso decennio, quando tutte le regioni arretrate del continente recuperavano terreno rispetto a quelle più avanzate. Gli economisti dello Svimez aggiungono che la crisi, livellando l’economia verso il basso, avrebbe dovuto ulteriormente ridurre il gap, ma ciò non è avvenuto in Italia, dove le regioni del Sud lo hanno visto aumentare significativamente. L’accumulo di crollo di consumi e investimenti, riduzione della spesa pubblica, difficoltà di accesso al credito e aumento dei tassi di interesse (più alti rispetto al Nord di quasi due punti percentuali), con conseguente aumento dei licenziamenti, ha innescato una spirale inarrestabile, il cui esito assume i contorni della catastrofe demografica per il Sud.
Dal 2001 al 2011 sono emigrate 1.313.000 persone, in prevalenza giovani, e la tendenza è in aumento, ma qualitativo, come dimostra la percentuale dei laureati che emigrano, passata dal 10,7% del 2000 al 25% del 2011. L’esito del processo è così sintetizzato nel documento dello Svimez: “Il Sud è a forte rischio di desertificazione industriale, con la conseguenza che l’assenza di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire all’area meridionale di agganciare la possibile ripresa e trasformare la crisi ciclica in sottosviluppo permanente”.

 

Limiti del riformismo e dei sindacati

La borghesia alza bandiera bianca di fronte alla catastrofe da lei stessa causata ed è costretta ad ammettere che tutte le ricette fino ad ora impiegate sono state inadeguate a sollevare l’economia meridionale, anche se hanno aiutato, e molto, alcuni padroni. Il documento sull’industria meridionale della Banca d’Italia, infatti, dedica le pagine finali ad un’analisi dei risultati ottenuti dai vari strumenti messi in campo negli ultimi vent’anni per risollevare il Sud: leggi 488 e 388, patti territoriali, contratti di programma e contratti d’area. L’esito è sempre lo stesso. Ad un peggioramento delle condizioni di lavoro non è corrisposto alcun miglioramento strutturale dell’economia. Non c’è da dubitare che il notevole ridimensionamento pubblico nell’economia, di cui anche l’attuale governo si fa portavoce, unito alle politiche imposte dall’Europa, mettendo una pietra tombale su queste politiche, deprimeranno ulteriormente la situazione.
Il fallimento delle politiche riformiste è stato aiutato anche dalle scelte sindacali. Sono stati facili profeti quanti hanno sostenuto negli ultimi anni che lo strumento dei contratti di secondo livello, su cui investivano le direzioni sindacali, avrebbero aumentato il divario tra il Sud e il Nord del paese, come si è puntualmente verificato. Mentre, infatti, il 54% dei lavoratori meridionali riceve solo il salario base, al Nord tale percentuale è del 9,5%. Accettazione delle gabbie salariali e dei contratti d’area, sostanziale tolleranza della crescente precarizzazione e contratti integrativi sono state le scelte che hanno reso i sindacati complici dell’attuale catastrofe.
L’unica alternativa è che i giovani e i lavoratori del Sud si organizzino e si ribellino al destino che questo sistema gli prospetta. Salvare tutti i posti di lavoro, ogni singola fabbrica, mettere mano ad un piano di nazionalizzazione delle industrie in crisi e di investimenti pubblici per reindustrializzare il territorio, arginando l’emorragia di giovani verso altre aree, è l’unica alternativa per il Mezzogiorno, ma a metterla in pratica non possono essere i padroni che in combutta con i ras locali hanno affamato una terra, ma chi a questa fame vuole opporsi a partire da oggi.

 

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Tutti i dati citati nell’articolo sono presi da:
-R. Bronzini et al “L’industria meridionale e la crisi”, in Questioni di economia e finanza 194, 2013.
-Anticipazioni sui principali andamenti economici dal Rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno. Conferenza stampa 26 luglio 2013, Roma.

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