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camila-vallejo-chileLa situazione difficile della sinistra italiana induce spesso a guardare alle vicende estere con un misto di ingenuità e provincialismo, ed è un peccato perché l’internazionalismo significa semmai studiare con attenzione le lezioni della lotta di classe negli altri Paesi, convinti come siamo che le contraddizioni fondamentali del sistema capitalistico abbiano un carattere mondiale.

 

Con questa nota vorremmo riportare sul pianeta Terra le discussioni francamente surreali che abbiano incontrato all'interno della sinistra a proposito del risultato elettorale in Cile e in particolare dell’elezione della compagna Camila Vallejo a deputata. Quest’ultimo particolare, condito da foto suggestive di questa giovane dirigente comunista, sembra aver acceso anche l’interesse dei mezzi di comunicazione di massa, specialmente quelli di centrosinistra, che hanno raccontato queste elezioni più o meno in questi termini: “In Cile vincerà ancora Michelle Bachelet, che fa parte di una famiglia perseguitata da Pinochet, e porterà con sé in parlamento anche la procace pasionaria Camila Vallejo”. A leggere notizie date in questo modo, verrebbe da fare le valigie al volo, portarsi dietro un bel vinile degli Inti Illimani e trasferirsi a Santiago per ammirare la rivoluzione cilena, interrotta nel ’73 dal golpe di Pinochet, ricominciare da dove l’avevamo lasciata, col pueblo unido e tutto il resto.

Ci tocca quindi spiegare brevemente ciò che è veramente successo; purtroppo è tutto molto più prosaico e contraddittorio. Nel 2006 durante il primo mandato presidenziale della socialista Michelle Bachelet scoppia la “rivoluzione dei pinguini”, il primo episodio di una serie di mobilitazioni studentesche che con alti e bassi hanno influenzato la vita politica cilena da allora fino a oggi. Va ricordato che in Cile esiste una forte tradizione di movimenti studenteschi che risale almeno agli anni Settanta: queste lotte hanno in qualche modo riallacciato quel filo rosso che era stato spezzato dalla ferocia della dittatura militare. Le rivendicazioni di queste lotte erano la gratuità degli studi e dei servizi agli studenti (inclusi i trasporti pubblici), il rifiuto dell’assetto scolastico stabilito ancora ai tempi di Pinochet, la rinazionalizzazione del sistema scolastico che durante la dittatura era stato “municipalizzato”, ovvero – proprio come in Italia a partire dagli anni Novanta – improntato ad una autonomia autoritaria degli istituti che va nella direzione della privatizzazione.

 

Le proteste studentesche

Represso e poi ingannato con delle concessioni parziali il movimento del 2006, criminalizzata e isolata una seconda ondata di protesta studentesca avvenuta nel 2008 (stiamo parlando di movimenti di massa prolungati, con cortei e occupazioni di istituti e appoggiati anche dalle organizzazioni di lotta dei docenti), Michelle Bachelet passa il testimone al governo di destra di Sebastián Piñera nel 2010. L’anno successivo riprendono le proteste su un livello ancora più alto. Camila Vallejo emerge come una figura politica di rilevanza nazionale proprio in quel periodo, quando è eletta al vertice della Federazione Studentesca dell’Università del Cile (FECh). La visibilità che acquista la Gioventù Comunista in quei mesi è enorme, più che il carisma personale di Vallejo il ruolo decisivo nel consenso che raccoglie la sua leadership è dovuta alle idee anticapitaliste molto radicali che esprime, che svecchia l’immagine tradizionale dei comunisti cileni come partito ben organizzato ma burocratico (del resto ai tempi di Allende rappresentava paradossalmente l’ala più moderata di Unidad Popular).

Non è questo il luogo per analizzare nel dettaglio gli sviluppi del movimento studentesco cileno negli ultimi tre anni, ma è interessante sottolineare la parabola politica di Camila Vallejo. Nel dicembre 2011 viene sconfitta alle elezioni interne della FECh, dove è superata da Gabriel Boric, espressione della lista Creyando Izquierda formata da alcuni collettivi di sinistra slegati dai partiti. In quella inattesa sconfitta di una dirigente così popolare è facile leggere la diffidenza degli studenti verso il Partito Comunista Cileno (PCCh), che già nel 2011 è visto troppo interessato agli sbocchi elettorali e in particolare impegnato in una estenuante trattativa con la Concertación, ovvero il centrosinistra formato dal partito democristiano (complice delle controriforme di Piñera) e dal partito socialista.

Sia Vallejo sia Boric sono stati oggi eletti deputati: Camila nelle liste del PCCh, all’interno del nuovo centrosinistra in cui sono entrati anche i comunisti, Gabriel come indipendente di sinistra fuori dalle coalizioni elettorali. Questo esempio fa capire che il rapporto tra le dinamiche del movimento studentesco e quelle elettorali, spesso molto opaco in Italia, è invece molto importante per comprendere alcuni aspetti della situazione politica cilena.

Ancora nel 2012 la posizione ufficiale di Camila Vallejo è di ferma contrarietà all’entrata dei comunisti nel centrosinistra, che molti nel movimento studentesco denunciano come una strumentalizzazione a favore di quella Bachelet contro cui si era sollevato il movimento del 2006 e del 2008. Camila rilascia delle dichiarazioni molto esplicite, dove dice che non potrebbe mai appoggiare Michelle Bachelet, che non è disposta a prendere ordini dal partito e che non le sarebbe possibile chiedere ai giovani cileni di votare per la Concentración. Nel giro di pochi mesi, tuttavia, si forma Nueva Mayoría (Nuova Maggioranza), una coalizione del tutto simile alla Concentración, di cui entra a far parte organicamente anche il partito comunista. Nella Nueva Mayoría c’è il partito democristiano (quella Dc che nel 1973 giustificò a posteriori il golpe di Pinochet), tre partiti che si posizionano tra la socialdemocrazia e il liberalismo (tra cui il partito socialista), il partito comunista e altri due partiti minori. Si tratta insomma di una coalizione analoga all’Unione di Romano Prodi.

 

Una coalizione interclassista

Camila Vallejo ha infine accettato di candidarsi nel centrosinistra, spendendo anche la sua immagine in iniziative pubbliche con Bachelet. In questo modo ha obiettivamente, quali che siano le sue convinzioni personali, contribuito a creare l’ennesima illusione in un centrosinistra “contaminato” dalle ragioni dei movimenti, una favoletta che in Italia conoscono bene gli attivisti di sinistra. Alle elezioni il partito comunista si è presentato sotto il simbolo della coalizione, concordando e in parte contendendo tramite delle primarie le candidature con gli altri partiti della Nueva Mayoría, ottenendone solamente otto per la Camera dei Deputati e zero per il Senato. Secondo la legge elettorale cilena, per ogni collegio ogni coalizione può presentare due candidati. I brillanti risultati di preferenze di alcuni dirigenti giovanili comunisti (Karol Cariola, segretaria generale della Gioventù Comunista e leader studentesca, ha trionfato col 52% nelle primarie del suo collegio, mentre Camila Vallejo, candidata senza passare dalle primarie, ha preso il 44% nel suo collegio alle elezioni vere e proprie) da un lato dimostrano le possibilità che avrebbero avuto i comunisti con una campagna indipendente e basata su volti nuovi e idee radicali – proprio Cariola e Vallejo sono viste come esponenti dell’ala comunista più combattiva e ostile all’alleanza col centrosinistra; ma dall’altro lato obbligano a ridimensionare la portata dei risultati, che rappresentano i voti della coalizione e non del partito. In generale queste elezioni si sono caratterizzate per una bassa affluenza (per la prima volta inferiore al 50% degli aventi diritto) e per uno scarsissimo entusiasmo popolare, preludio a esplosioni sociali e giovanili tipiche di quando un regime politico ha perso legittimità agli occhi delle masse.

I voti raccolti dagli otto candidati comunisti sono 220mila, che corrispondono al 3,6% e hanno permesso l’elezione di solamente 6 deputati. Questi sei parlamentari riusciranno in ciò in cui hanno fallito le decine di parlamentari di Rifondazione nei vari governi Prodi? Saranno ostaggi dei democristiani e di Michelle Bachelet, ammesso che quest’ultima vinca il ballottaggio delle elezioni presidenziali. Il programma della coalizione di centrosinistra è pieno di promesse, ma contiene poche propostre concrete, in un momento in cui la crisi economica inizia a colpire duramente anche il Cile. Con il calo del prezzo del rame, per la prima volta da dieci anni il paese potrebbe avere un deficit commerciale. I padroni chiedono misure a tutela dei profitti, mentre i minatori e i lavoratori portuali sono stati protagonisti di numerosi scioperi nei mesi di marzo e aprile per rivendicare aumenti salariali e miglioramenti delle condizioni di lavoro. A chi darà ascolto Michelle Bachelet? Nutriamo forti dubbi che si schiererà a favore di operai e studenti.

Ci sarebbe dunque da augurarsi che la posizione anti-Concentración espressa nel 2012 da compagne come Camila e Karol, che evidentemente è condivisa da molti militanti sia del partito comunista sia della sua organizzazione giovanile, si riaffacci nel dibattito del partito e sappia legarsi alle mobilitazioni studentesche e proletarie che proseguiranno o nasceranno in Cile anche durante un eventuale secondo mandato di Bachelet. La scelta che avranno di fronte Camila e i suoi compagni sarà drastica: rompere con la propria storia o rompere l’alleanza coi democristiani.

Se dopo tante parole sprecate nei documenti politici contro la “personalizzazione della politica” e l’immagine stereotipata delle donne, invece di parlare delle questioni politiche più scottanti ci si limiterà a ripetere quanto è carismatica e fotogenica Camila Vallejo, si sarà persa un’altra occasione di imparare qualcosa dall’America Latina che possa tornarci utile anche qui in Italia.

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