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Derubricata dall’agenda politica, la situazione del Meridione viene commentata un paio di volte l’anno per qualche giorno, giusto il tempo di aggiornare le statistiche, produrre qualche articolo dai toni allarmistici e gridare allo scandalo per l’inefficienza del popolo meridionale e dei suoi amministratori, abituati a vivere di sperpero delle risorse pubbliche.

Dal nostro punto di vista, invece, si tratta di riprendere un ragionamento sulla crisi del capitalismo italiano e della sua specificità meridionale, provando a delineare una proposta in grado di fornire delle parole d’ordine chiare e un programma all’altezza della fase.
Se il divario tra il Nord e il Sud è un dato strutturale del capitalismo italiano per come si è venuto a configurare storicamente, negli ultimi dieci anni e in particolare nella recente crisi economica, il distacco tra le due aree del paese è aumentato significativamente.
Nel 2012 il Pil del Mezzogiorno è calato del 3,2%, più di un punto rispetto al resto del paese (2,1). Dal 2007 il prodotto dell’area si è ridotto cumulativamente del 10,1%.

La crisi e il rischio desertificazione industriale

Assistiamo ad un crollo senza precedenti degli investimenti pubblici e privati. Al centro vi è la crisi del settore industriale, che ha fatto emergere il Sud come anello debole del già fragile capitalismo italiano (nell’industria in senso stretto gli investimenti si sono ridotti tra il 2007 e il 2012 di quasi il 47%). Nello stesso periodo si stima che siano 131mila le aziende che hanno chiuso i battenti al Sud. A queste vanno aggiunte quelle che hanno fatto ricorso a man bassa alla cassa integrazione.
Sono dati che, come ammette la stessa Svimez nel suo rapporto 2013, fotografano il processo di deindustrializzazione che sta caratterizzando il Sud, facendolo ripiombare in una situazione paragonabile a quella di decenni fa.
Ovviamente siamo di fronte ad un processo che ha tempi e modalità differenti, con alcune zone dove poco e nulla rimane dell’insediamento industriale e altre dove invece si concentrano stabilimenti con ancora un numero considerevole di lavoratori.
Se è vero che nell’industria si sono persi 250 mila posti di lavoro, rimangono ancora nel Mezzogiorno 690 mila occupati nell’industria.
Non è solo l’industria ad essere in crisi, ma tutti i settori economici, compresi i servizi, che con una caduta cumulata del prodotto del 5,1%, hanno contribuito per ben il 43% alla recessione complessiva dell’economia meridionale. Altro settore in crisi verticale è quello dell’edilizia, che fino a pochi anni fa rappresentava proprio il paracadute per quei lavoratori che venivano licenziati.
Per quanto non sia un dato omogeneo in tutto il territorio meridionale, alcune regioni segnalano un aumento della domanda di lavoro in agricoltura, proprio come risposta alla crisi degli altri settori.

Ripresa  dell’emigrazione e disoccupazione record

Ma la conseguenza più evidente della crisi è la diminuzione vertiginosa degli occupati. Nel Mezzogiorno solo nell’ultimo anno si registrano 335mila posti di lavoro in meno, con il numero degli occupati che ritorna ad essere pari a quello della fine degli anni ’90.
A farne le spese sono in primo luogo le giovani generazioni, considerando che al Sud il tasso di disoccupazione giovanile è del 40% (tra le giovani donne arriva al 51%): il doppio rispetto a quello di 35 anni fa.
In base ai dati Istat, nel 2012 i giovani Neet (acronimo inglese che identifica coloro che non lavorano, non studiano e non sono impiegati in tirocinio o stage) hanno raggiunto i 3 milioni e 327 mila. Di questi, quasi 2 milioni sono donne (58% circa) ed 1 milione e 850 mila si trovano nelle regioni meridionali.
Ma la condizione più grave è quella delle donne, la cui situazione non è legata solo alla mancanza di lavoro ma anche alla qualità dell’impiego che trovano. Il 67,6% delle donne che lavorano al Sud devono accontentarsi di un part-time perché non hanno trovato un lavoro a tempo pieno e una su 5 ha un contratto a termine. Le laureate, in oltre la metà dei casi, svolgono una professione che richiede un titolo di studio più basso. La disparità riguarda anche i salari: una donna meridionale guadagna meno del 70% della retribuzione media di un maschio del Centro-Nord. In questo contesto è inevitabile che per le donne si aprano le porte della marginalità sociale. Non stupisce, visti i tagli ai servizi sociali che aggravano ancora di più la situazione al Sud.
Se ne accorge anche la Svimez che segnala come riemerga con forza il modello sociale tradizionale, dominante al Sud, della donna, non lavoratrice, che viene relegata al ruolo di casalinga a cui spetta il ruolo di allevare i figli e accudire gli anziani e i disabili.
Ma le donne, in particolare quelle giovani, a differenza delle ondate degli scorsi decenni sono anche protagoniste, insieme ai loro coetanei, della ripresa su larga scala dell’emigrazione dal Sud in particolare verso il Nord, ma anche verso l’estero.
Negli ultimi venti anni sono emigrati dal Sud circa 2,5 milioni di persone, oltre un meridionale su dieci residente al Sud nel 2010. Il 25% di coloro che emigrano sono laureati.
Un’emigrazione che si differenzia da quella dei decenni scorsi perché vengono meno le rimesse che una volta ritornavano nei luoghi d’origine, considerando che spesso chi emigra oggi ha lavori precari o sottopagati e riesce a malapena a sopravvivere.
Per chi ha la fortuna di trovare un lavoro al Sud le disuguaglianze col resto del paese non sono finite. Ad un costo del lavoro dell’industria meridionale che è il 20% di quello del Centro-Nord, fa da contraltare il divario nelle retribuzioni che al lordo sono il 18% in meno di quelle del resto del paese, come peggiori sono pure le condizioni di lavoro.

Austerità e crimini ambientali

Le politiche di austerità portate avanti negli ultimi anni non fanno altro che peggiorare la situazione.
In particolare il pareggio di bilancio e la spending review colpiscono il Sud più che il Nord.
Considerando le manovre portate avanti dal 2010-2012, i tagli alla spesa incidono per il 2,9% del Pil nel Centro-Nord e del 5,7% nel Sud. Contrariamente alla vulgata di un Sud parassitario che sopravvive solo grazie alla spesa pubblica, veniamo da decenni di riduzioni e tagli dei fondi destinati al Sud! Vale anche per le spese della pubblica amministrazione: ad esempio, l’anno scorso, l’importo della spesa di personale per abitante è stato nei comuni meridionali più basso del 10% rispetto al dato nazionale.
Ma è soprattutto la spesa sociale a essere colpita; l’unico risultato ottenuto è che non vengono garantiti neppure i servizi essenziali sul terreno dell’istruzione, della sanità o dei trasporti e più in generale dell’insieme dello stato sociale.
Discorso a parte merita la vera e propria emergenza ambientale che riguarda il Sud. Dalla questione rifiuti alle trivellazioni, dalla proliferazioni di centrali, al dissesto idrogeologico, dall’inquinamento dell’aria e delle acque, ai roghi dei rifiuti tossici, il Sud in questi anni è stato al centro di innumerevoli disastri ambientali: un intero territorio saccheggiato e distrutto, in alcuni casi in modo irreversibile!
La devastazione dell’ambiente è una delle forme in cui si esprime il capitalismo nella sua fase di declino. Una ricerca di profitto che mette al rischio la stessa sopravvivenza degli abitanti di alcuni territori come i comuni della Campania o di città come Taranto, con gli indici tumorali schizzati alle stelle. Una logica, questa sì parassitaria, che coinvolge grandi gruppi industriali, del Sud come del Nord, amministrazioni e criminalità organizzata, come è appurato nell’affare dello smaltimento dei rifiuti. Il paradosso è che c’è il rischio che lo stesso disinquinamento sia l’ulteriore occasione di profitto da parte degli stessi attori!
La Svimez individua tra i possibile drivers della crescita le energie rinnovabili, di cui il Sud potrebbe essere potenzialmente ricco. Ma il paradosso dell’anarchia della produzione capitalistica fa sì, ad esempio, che mentre nel Mezzogiorno d’Italia siano installati la maggior parte dei parchi eolici presenti sul territorio nazionale, gli investimenti in questo settore vengono fatti principalmente da multinazionali estere.

Per un programma  anticapitalista

Quelli che appaiono come semplici dati quantitativi dimostrano chiaramente che a più di 150 anni dall’unità d’Italia, il dualismo tra Nord e Sud non è stato superato. Il motivo è dovuto alle caratteristiche stesse del capitalismo italiano e al suo ritardo rispetto alla storia di altri paesi europei.
Se dal punto di vista capitalistico questo dualismo è necessario, lo stesso non si può dire per chi è costretto a subirne le conseguenze, spesso drammatiche.
Proprio per questo solo con un’alternativa rivoluzionaria che parta dagli interessi dei lavoratori, dei giovani e dei disoccupati, sarà possibile ridare una prospettiva ad un territorio oggi privo di un futuro degno. Veniamo da un periodo in cui le compatibilità col sistema e una logica governista hanno reso le organizzazioni della classe operaia, quelle politiche e sindacali, corresponsabili dello sfacelo del Sud. È necessario che si abbandoni una fraseologia generica e si facciano proposte precise su cui riannodare il filo spezzato del dibattito sul Mezzogiorno. Ci limitiamo a quelle che consideriamo prioritarie.
Se è giusto individuare il centro della questione nella crisi industriale (non siamo tra quelli che pensano che il Sud possa vivere semplicemente di turismo), è da lì che bisogna partire, lottando per la difesa di tutti i posti di lavoro, attraverso il blocco dei licenziamenti e per la nazionalizzazione sotto il controllo operaio di tutte le aziende che delocalizzano.
Se il lavoro che c’è è poco, si distribuisca tra tutti attraverso la riduzione d’orario di lavoro a parità di salario. Va rivendicata l’abolizione di ogni forma di incentivi alle imprese e un piano di investimenti pubblici volto al potenziamento dell’industria al Sud in settori strategici della produzione e dei servizi. Contro ogni forma di gabbie salariali e di discriminazione dei lavoratori del Mezzogiorno occorre lottare per uguali condizioni di lavoro e di salario su tutto il territorio nazionale.
Allo stesso modo occorre riprendere la parola d’ordine del salario garantito per i disoccupati e gli inoccupati, non solo per il diritto sacrosanto di tutti a sopravvivere, ma anche per evitare ogni forma di ricatto al ribasso e contrastare la precarietà e il lavoro nero, cosa che va fatta anche attraverso il controllo dei registri contabili e la modifica del sistema degli appalti nelle pubbliche amministrazioni.
Contro la logica del profitto che caratterizza le stesse aziende pubbliche e che le spinge a investire nei territori più profittevoli, lottiamo per un piano di investimenti pubblici in infrastrutture, strade, ferrovie, scuole e ospedali e per il potenziamento del trasporto pubblico, così come per la bonifica immediata di tutti i territori e le acque inquinati da rifiuti tossici, aree industriali dismesse, ecc.
E più in generale per la tutela del territorio, contro la cementificazione e l’abusivismo edilizio: abbattimento immediato degli ecomostri e riqualificazione delle aree degradate, per un piano di riassesto idrogeologico e un piano energetico che valorizzi le energie rinnovabili e le potenzialità del Sud in questa direzione.
L’unico modo per lottare seriamente contro la criminalità organizzata, che in questa crisi cresce e si rafforza, è colpire gli interessi economici di mafia, camorra e ’ndrangheta, e proprio per questo è necessario rivendicare l’esproprio senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori delle aziende legate alla criminalità organizzata e la confisca dei beni da riutilizzare per la pubblica utilità. La lotta alla mafia è prima di tutto una lotta da effettuare sul terreno economico, e solo succesivamente su quello culturale.
Occorre garantire ai Comuni una spesa adeguata nei servizi di assistenza e in politiche sociali, a partire dalla re-internalizzazione dei servizi, il che significa mettere in discussione il patto di stabilità e rifiutare il pareggio di bilancio a livello locale come a livello nazionale.
A chi ci chiede chi potrebbe mai portare avanti questo programma rispondiamo che può farlo solo un’organizzazione che si ponga un obiettivo decisivo, quello della conquista del potere e delle leve fondamentali dell’economia, rompendo le compatibilità che il capitalismo impone, in questa fase più che mai.

Una battaglia di idee

Il dato che ha suscitato più clamore nei commenti della stampa nazionale al rapporto Svimez 2013 è stato il calo demografico che colpisce il Sud che, continuando con questa tendenza, potrebbe caratterizzarsi come regione depressa abitata da popolazione inattiva avviandosi verso lo spopolamento. È un bell’esempio di come ragionano alcuni ricercatori che individuano uno sviluppo costante e lineare dei processi, senza porsi il problema della discesa in campo del conflitto.
C’è la necessità di condurre una battaglia senza ambiguità per l’unità delle lotte sul territorio nazionale, non solo sul piano materiale ma anche su quello delle idee, contrastando l’ideologia razzista e reazionaria che ha avuto la Lega come alfiere in questi anni, ma anche forme speculari di meridionalismo che magari vedono nell’epoca borbonica una fantomatica età dell’oro per il popolo del Sud.
Dalla Cassa del Mezzogiorno fino all’utilizzo dei fondi europei, passando per i più volte utilizzati incentivi alle imprese, i risultati ottenuti sono stati al di sotto delle aspettative. Ogni strumento utilizzato non è servito ad altro che a dare possibilità di profitto per le imprese, specie dei grandi gruppi industriali, salvo poi far pagare la crisi ai lavoratori con peggiori salari, peggiori condizioni di lavoro e disoccupazione. Non è un caso che l’attacco di Marchionne sia partito proprio da Pomigliano, e che prima ancora ci sia stata la stessa nascita dello stabilimento di Melfi, il prato verde Fiat!
Ad oggi vediamo venir meno da parte delle classi dominanti qualsiasi pretesa di sviluppare un ragionamento di ampio respiro. L’affanno è su come evitare che non vadano sprecati fondi europei o nello speculare su come avere uno sbocco nei paesi del Mediterraneo, quando nessun dato conferma una capacità del Sud di competere su questo fronte se si escludono i prodotti energetici (tra l’altro negli scambi con i paesi del Mediterraneo l’Italia viene dopo Cina e Francia).
Di fronte allo scenario prodotto dalla crisi non ce la si può cavare con appelli ribellistici o con la retorica sul sottosviluppo che ha caratterizzato anche parte della sinistra italiana.
Togliatti nel ’48 sollevò la questione di coloro che vivevano in condizioni disumane nei Sassi di Matera, che divennero il simbolo, lo scandalo, dell’arretratezza del Sud.
Oggi i Sassi di Matera sono in gran parte ristrutturati e attirano turisti dal resto del paese e dall’estero, ma questo non impedisce ai giovani lucani di continuare ad emigrare.
La pietra dello scandalo è ancora tutta qui! Quello che è venuto meno in questi anni è l’illusione togliattiana di un capitalismo che armoniosamente e gradualmente possa ridurre le diseguaglianze tra Nord e Sud. Da questo dato bisogna ripartire per ricostruire una sinistra di classe che a partire dalle lotte, che certo al Sud in questi anni non sono mancate, renda possibile un’alternativa socialista al sistema capitalista.

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