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I colloqui di pace per la Siria, denominati Ginevra 2, proseguono stancamente, diretti verso un inevitabile fallimento.  Non c'è da stupirsene, viste le condizioni poste all'inizio dei lavori dai veri organizzatori, le potenze occidentali e in primis gli Usa.

La più clamorosa di esse è l'esclusione dai negoziati del governo iraniano, esclusione proposta dallo stesso scegretario generale dell'Onu, Ban-ki-Moon. La motivazione? L'Iran si ostina a non riconoscere le conclusioni di Ginevra 1!
Dopo aver messo alla porta Teheran, il negoziato è proseguito nella stessa direzione. Gli Stati uniti, insieme al Consiglio nazionale siriano filo-occidentale, esigono che Assad si dimetta prima di procedere con i colloqui. Il presidente siriano non ne ha la minima intenzione, sostenuto da Russia e Iran.
Ginevra 2 si rivela dunque una mossa propagandistica dell'amministrazione Obama e del suo fantoccio, l'Onu, per conseguire un successo mediatico, dopo che sul terreno bellico sono incapaci di ottenere il benchè minimo risultato. Anzi dopo la ritirata di Washington rispetto all'eventualità di un intervento diretto, avvenuta lo scorso settembre, la situazione si è complicata per l'imperialismo Usa.
Non tanto per l'avanzata dell'esercito di Assad, che è limitata, ma soprattutto per le divisioni crescenti fra i ribelli: la maggior parte dei gruppi combattenti non partecipa a Ginevra 2 nè si riconosce nel Cns. Ad Aleppo da mesi è in atto una guerra senza quartiere per il controllo della città tra le milizie filo qaediste dello Stato islamico dell'Iraq e del levante (Isis), tra cui il fronte Al Nusra, e una nuova coalizione ribelle, il Fronte islamico, sostenuto dall'Esercito libero siriano. Tale conflitto avrebbe provocato 500 morti nella sola Aleppo nel mese di gennaio ed è ormai esteso a tutto il nord della Siria.
In questa situazione, gli appelli umanitari rimangono inascoltati: il corridoio umanitario per i profughi di Homs è stato bloccato per settimane perchè i "signori della guerra" siriani ormai rispondono solo a se stessi. Tutto ciò non impedisce al Congresso a Washington di ripristinare gli aiuti militari ai "ribelli" (quali?) sospesi temporaneamente nel novembre 2013.
L'imperialismo ha dunque scatenato una belva, quella dell'odio settario, che è molto difficile da placare. Il campo di battaglia si è esteso all'Iraq, dove gli attentati sono tornati alla frequenza e alla ferocia del periodo 2003-2006. Si propaga al Libano, dove le èlite sunnite non perdonano ad Hezbollah l'intervento a fianco di Assad nell'estate del 2012, uno dei fattori che ha cambiato il corso della guerra civile.
Infine, la crisi siriana non è estranea alla crisi di consensi di Erdogan in Turchia che è travolto dalle proteste di massa di Gezi park e da scandali di corruzione che coinvolgono il governo e il suo blocco di potere. Il primo ministro turco paga l'appoggio ai ribelli siriani, in una guerra che non è vista con favore dalla popolazione e che ha scaricato sulle classi più povere una vera e propria crisi umanitaria, con centinaia di migliaia di profughi siriani nel campi allestiti nel cuore dell'Anatolia.
La guerra civile in Siria si inserisce dunque pienamente nella nuova situazione di instabilità creata dal declino dell'egemonia Usa nella regione e ne acuisce ancor di più le tensioni. I colloqui di Ginevra non porteranno ad alcuna "pace". La prospettiva più probabile sarà un conflitto prolungato e sanguinoso, dove barbarie e atrocità ancora più terribili la faranno da padrone.
Il regime di Assad, che attualmente guiadagna terreno dal punto di vista militare, non può ritornare ad essere un'attrattiva per le masse, pur sfinite dalla guerra, visti i suoi "padrini", i governi reazionari di Russia e Iran e la sua politica prona agli interessi del capitale.
La risposta alla barbarie imperialista può venire solo per mezzo una prospettiva rivoluzionaria e internazionalista nella regione. Tale prospettiva può nascere dalla lotta di classe, in primo luogo in paesi come Egitto e Turchia, che prima o poi farà sentire i suoi effetti anche in Siria.

 

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