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Negli ultimi quattro anni la Fiat le ha provate tutte per tenere fuori la Fiom dai suoi stabilimenti ed ha anche cambiato nome per tre volte, approdando ora, dopo aver messo da parte la famigerata newco, al ritorno a Fga (Fiat group automobiles), con la costituzione di tre aree diverse di suddivisione della produzione.

In questo nuovo progetto veniva riconfermata la chiusura agli iscritti Fiom nella prima fascia (la stessa manodopera utilizzata nella Fip) con la differenza che ora i metalmeccanici della Cgil non potevano dirsi esclusi del tutto dai processi produttivi perché ancora presenti nelle altre fasce lavorative.

Circa 1.900 lavoratori continuavano a restare in cassa integrazione in modo continuativo o quasi. La Fiom ha avanzato ripetutamente la richiesta di un contratto di solidarietà, utile a far in modo che tutta la forza lavoro potesse rientrare in fabbrica. Una richiesta chiaramente transitoria, nell’attesa di altri sviluppi ancora oggi sconosciuti, sui futuri programmi produttivi della casa automobilistica.

A distanza di due anni dalla prima rivendicazione, la Fiat, insieme ai sindacati firmatari, trova oggi l’accordo sul tema. Un peso in questa scelta lo hanno avuto le varie sentenze, a partire dall’ultima della Corte di cassazione che riconfermava l’obbligo di Fiat a riassumere i 145 iscritti Fiom discriminati.

Ancora una volta non viene coinvolto l’intero stabilimento, dal momento che le circa 800 postazioni sono tutte da ricercare nelle fasce B-C, cioè stampaggio, logistica e test driver.

In questo quadro i contratti di solidarietà divengono una legittima richiesta delle altre sigle per evitare che la paternità di questa seppur transitoria vittoria vada alla Fiom.

La formulazione di questi contratti resta diversa da quella avanzata dalla Fiom, che richiedeva chiaramente il coinvolgimento di tutti i lavoratori per una ragione di carattere economico e politico-sindacale: i lavoratori in cassa da tempo chiaramente percepirebbero un maggior introito rispetto alle attuali retribuzioni, ma sopratutto finirebbe di fatto la distinzione tra cassintegrati e lavoratori.

I contratti di solidarietà non ricalcano a pieno le nostre rivendicazioni e prevedono una perdita economica rispetto al salario intero ma vanno in una direzione che consente di avanzare con più forza una controtendenza, minando quella che per gli industriali rimane un totem: la maggiore produttività, utile a fare profitti ma assolutamente inconcepibile in una fase di bassa richiesta di merci come quella attuale.

Il mercato automobilistico in Europa dà qualche piccolo segno di risveglio.

A febbraio, nei 28 paesi Ue, sono state immatricolate 861.058 auto (+8%) rispetto allo stesso mese del 2013: è il sesto consecutivo di crescita. Nei primi due mesi dell’anno, le immatricolazioni sono salite complessivamente del 6,6%.

Fiat Chrysler automobiles (Fca) a febbraio in Europa ha registrato oltre 59mila vetture, il 5,8% in più rispetto all’anno scorso, raggiungendo una quota complessiva del 6,6%. Questi dati non devono però trarre in inganno: continuano i rischi di chiusura di stabilimenti che sono tutti sotto le loro capacità produttive a pieno organico.

La diminuzione dell’orario di lavoro a parità di salario è una rivendicazione imprescindibile per mantenere momentaneamente inalterata l’occupazione.

Lo scontro in Fiat continua quindi ad avere un ruolo centrale.

L’accordo firmato da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria ricalca a pieno le strategie Fiat, proponendo lo stesso schema d’esclusione e di sanzioni previste per chi non accetta tale imposizione divenendo così, in particolare in casa Cgil, oggetto del contendere tra la confederazione e i metalmeccanici guidati da Landini.

È in atto un cambio di natura dei sindacati e proprio per questo non è più possibile tentennare ma occorre rispondere colpo su colpo. La crisi è ancora lunga e le condizioni consentono ai padroni di avanzare richieste che mai prima d’ora avrebbero sognato

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