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Pubblichiamo una sintesi della risoluzione approvata dal coordinamento nazionale di FalceMartello. A partire dalla crisi di Rifondazione comunista avanziamo la proposta di costituirci in movimento politico per il partito di classe.

I recenti avvenimenti in Rifondazione comunista hanno confermato le ipotesi che abbiamo tracciato negli ultimi anni sullo stato e la traiettoria del partito. Al congresso hanno partecipato 5mila iscritti in meno rispetto a due anni fa. In proporzione i “voti passivi” sono ulteriormente aumentati, per non parlare di quelli inesistenti (con la compilazione di verbali di congressi che non si sono mai tenuti). Su 12mila voti espressi nel congresso almeno 2-3mila avevano queste caratteristiche.

Il crollo del partito è particolarmente evidente nel Mezzogiorno. Le federazioni con più di mille iscritti in Italia sono solo quattro (Milano, Roma, Napoli, Cosenza), ma le due del Meridione sono quelle che hanno mostrato maggiori segnali di disgregazione.

Ma anche al Centro-Nord, a parte poche realtà in controtendenza, il quadro resta pesantemente negativo. Il caso della Liguria è forse il più eclatante, se si considera che in federazioni come Savona ed Imperia non hanno partecipato al congresso più di trenta compagni (nel caso incredibile di Savona, distribuiti su una quindicina di circoli formalmente esistenti).

Rifondazione ha oggi meno militanti, meno voti, meno insediamento operaio e meno giovani di quelli che aveva Democrazia proletaria negli anni ’80, ma di questa organizzazione possiede tutti i tratti peggiori (non a caso gran parte dei dirigenti con più di cinquant’anni provengono da lì).

Una liquidazione di fatto

Nel dibattito abbiamo riscontrato un generale arretramento (con poche eccezioni) del livello politico dell’organizzazione. In molti circoli è stato sostanzialmente impossibile ingaggiare un confronto razionale sulle posizioni politiche.

Il ritornello “le tre mozioni dicono le stesse cose” spesso veniva pronunciato da chi non aveva neanche aperto i documenti. In generale il clima prevalente era di sfiducia, demoralizzazione e frustrazione, fattori che la maggioranza ha provato a usare contro di noi, riuscendoci in molti casi, con la cantilena del correntismo.

La critica più “politica” che ci è stata rivolta è che confidiamo troppo in una ripresa del conflitto di classe. Una critica per certi aspetti incredibile, ma che in questo ambiente ha avuto il suo effetto.

In particolare su questo terreno si sono distinti i compagni del terzo documento che, oltre a raccogliere voti facendo leva sul senso di sfiducia, si sono adoperati in una campagna “basista” di bassissimo livello, che si è tradotta nel peggior trasformismo al Cpn dove hanno fatto da stampella all’elezione di Ferrero, facendo emergere chiaramente la volontà di integrarsi pienamente nella tanto vituperata “casta dirigente”.

Rispetto al congresso di Napoli del 2011, dove il nostro documento riceveva un consistente voto d’opinione, a Perugia raccogliamo un consenso più in linea con le nostre dimensioni reali e con la scelta di non dare una prevalenza esclusiva all’impegno nel congresso.

Si è prodotta una ulteriore selezione al negativo del quadro militante del partito. Il partito non esiste più in intere zone del paese, ma anche dove riesce a mantenere un presidio di compagni è pressoché incapace di svolgere un ruolo attivo nel conflitto reale che attraversa il paese.

Questo processo di disgregazione è destinato a continuare, e a poco servirà lo sforzo generoso di un drappello di militanti (sempre meno) che continuano a credere, più per ragioni sentimentali che per una realistica valutazione politica, alla rigenerazione del partito.

Se ancora ce ne fosse bisogno la vicenda della lista Tsipras ha dimostrato una volta di più quanto andavamo dicendo sulla liquidazione di fatto del partito. Meno di 2.500 iscritti (dati della segreteria nazionale) hanno partecipato alla “consultazione” interna sull’adesione alla lista, a conferma del carattere disperato di questa scelta che non si lega ad alcuna prospettiva di rilancio del Prc.

Al congresso di Perugia abbiamo detto apertamente che il carattere del nostro impegno nel partito cambia e che rispetto a un dibattito interno e a una attività sempre più asfittici privilegeremo l’intervento aperto nel movimento, fra i giovani e i lavoratori. L’“alleggerimento” della nostra presenza negli organismi dirigenti è quindi in linea con questi obiettivi.

Tale scelta avrà ricadute anche a livello locale, con una distribuzione di forze che mantenga la partecipazione al dibattito del partito ma che garantisca la costruzione prioritaria dell’intervento sul fronte del movimento, del lavoro sindacale e giovanile.

Gli effetti della crisi

Dopo la riuscita dell’assemblea di Bologna dello scorso 6-7 luglio e le iniziative locali che sono seguite, abbiamo bisogno, prima di ogni altra cosa, di riaffermare le basi ideologiche, politiche e teoriche del nostro movimento.

Rifiutiamo l’idea, molto diffusa a sinistra, che un movimento politico possa essere lanciato a partire da quattro slogan, dal minimo comune denominatore o sulla base di un logo più o meno accattivante. Respingiamo in una parola il metodo utilizzato da Cremaschi ed altri compagni nella formazione di Ross@.

Il fatto che non si registrino sviluppi fondamentali nella situazione politica italiana e nel conflitto sociale, se da un lato non può essere considerato positivo dall’altro ci dà tempo e ci permette di non fare scelte affrettate.

Dalle prime iniziative locali che abbiamo organizzato nel corso dell’autunno emergono alcune questioni che vanno prese in considerazione.

Nonostante la profonda crisi del Prc e di ciò che resta della sinistra di classe in Italia non esiste tra gli elementi avanzati una spinta alla formazione di nuovi partiti o nuove aggregazioni politiche. L’elemento dell’unità, contro la frantumazione e lo scissionismo, è l’elemento chiaramente prevalente in questa fase.

Il partito di classe può formarsi solo nel calore delle mobilitazioni, è una necessità che non può trovare risposta con autoproclamazioni di piccole organizzazioni. In questa fase la priorità è quella di raccogliere, organizzare e temprare i quadri in vista dei rivolgimenti futuri e per questo lavoro esiste uno spazio significativo.

Le contraddizioni che si stanno accumulando nella società sono troppo profonde perché a un certo punto non si sviluppino movimenti di massa dal carattere rivoluzionario.

La disgregazione a sinistra che oggi gioca un ruolo di freno si trasformerà nel suo contrario, in un problema serio per la classe dominante che vedrà fortemente minato lo strumento burocratico rappresentato in passato dalle mastodontiche direzioni riformiste del movimento operaio.

Nel frattempo permane e per certi aspetti si approfondisce (per durata e durezza della crisi) l’impasse politico e sociale che ha caratterizzato il quadro politico italiano nel corso degli ultimi cinque anni, in particolare dalla primavera del 2011.

Il ruolo della Fiom

La recente deriva del gruppo dirigente della Fiom, che ha avuto il suo inizio con la vicenda della ex Bertone di Grugliasco (dove a differenza di Pomigliano il gruppo dirigente ha accettato il ricatto di Marchionne) ha favorito e rafforzato questo processo, che in ogni caso ha basi generali e spinte oggettive, che sono state ampiamente analizzate in altri testi dai noi pubblicati.

In questa fase, temporanea quanto si vuole, dobbiamo concentrarci su un lavoro di discussione politica, teorica e sulla propaganda, rivolgendoci più che agli attivisti storici (bruciati da mille sconfitte) agli elementi avanzati che sorgeranno dai conflitti, in particolare i più giovani.

La questione del partito di classe resta un’esigenza strategica del movimento operaio italiano, ma non trova una traduzione immediata, la strada è sbarrata dall’assenza di un conflitto generalizzato.

Questo fattore sta producendo forti elementi di demoralizzazione nel movimento, tra gli attivisti di lunga data, particolarmente sul fronte sindacale, che per sua natura è il più esposto alle pressioni della crisi economica e della classe dominante, che si esprimono attraverso il ruolo della burocrazia sindacale.

La situazione (facendo le debite differenze) ricorda per certi aspetti quella in cui si è trovato ad operare il movimento operaio internazionale negli anni ’30. Una situazione densa di opportunità e di situazioni rivoluzionarie, con un’accelerazione frenetica dei processi che acutizzava all’estremo le responsabilità e le pressioni a cui erano sottoposti i rivoluzionari, producendo un’inevitabile, e per certi aspetti necessaria, selezione dei quadri dirigenti.

L’esperienza storica degli anni ’30

Per non dare adito a dubbi ribadiamo che Sinistra, Classe, Rivoluzione non si caratterizzerà più in futuro come una tendenza di sinistra di Rifondazione comunista (come lo è stata per molti anni FalceMartello) ma come un movimento politico indipendente che si rivolge all’insieme della classe e alle sue organizzazioni.

A tutti i militanti (del Prc e non) con i quali entreremo in contatto dobbiamo porre la seguente domanda: “Bisogna continuare la lotta per la Rifondazione comunista o costruire un nuovo partito dei lavoratori?”.

A questo proposito alcune lezioni di metodo ci vengono dall’esperienza degli anni ’30 e dal modo in cui venne affrontata dai rivoluzionari dell’epoca la questione del partito operaio.

Il 12 marzo 1933, Lev Trotskij inviava alla Segreteria internazionale dell’Opposizione di sinistra, una lettera che costituiva il primo bilancio della sconfitta subita dal movimento operaio e dal Partito comunista tedesco (Kpd):

“Lo stalinismo tedesco sta crollando, non tanto sotto i colpi del fascismo quanto per decomposizione interna. Come un medico non abbandona il malato finché gli resta un soffio di vita, il nostro dovere è di tentare di riformarlo finché sussiste la minima speranza. Ma sarebbe un delitto restare legati a un cadavere. E la Kpd non è ormai altro che un cadavere… Evidentemente la nostra svolta non consiste nel ‘proclamare’ noi stessi il nuovo partito. Non se ne parla nemmeno. Ma dobbiamo dire: il partito ufficiale tedesco è politicamente liquidato, non potrà risuscitare; noi non vogliamo ereditare i suoi errori. L’avanguardia degli operai tedeschi deve costruire un nuovo partito. Noi, bolscevichi-leninisti, offriamo loro la nostra collaborazione” (Citato nella Rivoluzione perduta di Pierre Brouè).

Cinque anni più tardi, in condizioni molto diverse dalla Germania, la questione si porrà anche negli Stati Uniti. In una discussione con i compagni del Socialist workers party, Trotskij riprenderà la questione del partito dei lavoratori da un’altra angolatura:

“Man mano che la crisi si aggrava e si moltiplica la disoccupazione i sindacati, in quanto tali, non possono svolgere altra azione se non quella difensiva. (…) La burocrazia sindacale è sempre più disorientata, la base sempre più scontenta, e questo malcontento cresce tanto più. (…) In questa situazione dobbiamo dare una risposta. Se i dirigenti sindacali non sono pronti all’azione politica, noi possiamo chiedergli di elaborare un nuovo orientamento politico. Se rifiutano, bisogna denunciarli. La situazione obiettiva è questa. (…) Il problema non è lo stato d’animo delle masse, ma la situazione obiettiva, e il nostro lavoro è mettere il materiale arretrato delle masse di fronte a compiti che sono determinati dai fatti obiettivi non dalla loro psicologia. È la stessa cosa per la questione particolare del Labor party. Se la lotta di classe non è annientata, se non lascia posto alla demoralizzazione, allora il movimento troverà un canale nuovo, e questo canale sarà politico. È l’argomento fondamentale a favore di questa parola d’ordine. (…) Che cosa significa? Vuol dire che siamo sicuri che la classe operaia, i sindacati vogliono aderire alla parola d’ordine del Labor party? No, non siamo sicuri che i lavoratori aderiranno a questa parola d’ordine. Quando iniziamo una battaglia, non siamo sicuri di vincerla. Possiamo soltanto dire che la nostra parola d’ordine corrisponde alla situazione obiettiva, che i migliori elementi lo capiranno e che i più arretrati che non lo capiranno, si screditeranno” (Seconda discussione sul Labor party).

Rispondendo a un dirigente del Socialist workers’ party sul rapporto che doveva stabilirsi tra il Labor party e l’avanguardia rivoluzionaria, osserverà:

A Minneapolis, non possiamo dire ai sindacati di aderire al Socialist workers’ party. Sarebbe una baggianata, anche a Minneapolis. Perché? Perché il declino del capitalismo si svolge dieci, cento volte più rapidamente dello sviluppo del nostro partito. È una contraddizione nuova. La necessità di un partito politico dei lavoratori è posta dalle condizioni obiettive, ma il nostro partito è troppo piccolo, manca di autorità per organizzare i lavoratori nei suoi stessi ranghi. Ecco perché noi diciamo agli operai, alle masse: ‘avete bisogno di un partito’. Ma non possiamo dirgli immediatamente di unirsi al nostro. In un meeting di massa, cinquecento sarebbero d’accordo sulla necessità di un Labor party ma cinque soltanto sarebbero per aderire al nostro, cosa che dimostra che la parola d’ordine di un Labor party è una parola d’ordine per l’agitazione. La seconda è per l’avanguardia. Bisogna usare tutte e due le parole d’ordine o una sola? Io dico: entrambe. La prima, un Labor party indipendente, ci prepara il terreno. Aiuta gli operai e li prepara ad avanzare, apre la strada al nostro partito. Il senso di questa parola d’ordine è questo” (Seconda discussione sul Labor Party).

La differenza di metodo tra la proposta politica che avanziamo e quella del Pcl, del Pdac o di altri gruppi dell’estrema sinistra è ben spiegata in queste osservazioni, dove Trotskij, con una brillante applicazione del metodo dialettico, invitava i compagni dell’epoca a non cadere nel formalismo e a non confondere il livello di comprensione delle masse con quello degli attivisti coscienti.

I compiti attuali

Consideriamo vitale per la prossima fase aprire una discussione sulla questione del partito di classe, come storicamente è stata avanzata nel movimento marxista.

A tal proposito pubblicheremo testi e organizzeremo seminari e assemblee pubbliche che saranno pubblicizzate sul nostro sito (marxismo.net).

Nel frattempo continueremo la discussione sul programma che si concluderà con la Conferenza nazionale di fine anno (6-7-8 dicembre 2014).

I passaggi centrali che prepareranno la Conferenza sono i seguenti:

• Seminario nazionale sulla crisi e gli anni ’30 - Bologna, 2-3-4 maggio 2014;

• Assemblea preparatoria per il congresso mondiale della Tendenza marxista internazionale - Milano, 14-15 giugno 2014;

• Festa Rossa (Festa nazionale di Sinistra, Classe, Rivoluzione) - Modena, 3-6 luglio 2014;

• Congresso mondiale della Tendenza marxista internazionale – Atene, 29 luglio-3 agosto 2014.

Un percorso di discussione ricco ed articolato che oltre agli eventi nazionali ed internazionali vedrà numerosi momenti di confronto locale.

Vogliamo anche affrontare la questione della nostra stampa. Mentre gran parte della stampa di sinistra è in bancarotta, vogliamo un giornale più approfondito sul piano politico, più connesso alle lotte, che esca con maggiore frequenza e una rivista teorica che affronti le grandi questioni politiche e teoriche in cui si imbattono i comunisti nel nuovo contesto internazionale.

Il nostro è un progetto che si rivolge a tutti quei militanti che sono alla ricerca di un’alternativa al capitalismo, a cui si può aderire in base al programma e al metodo richiamato in questo testo. Ogni giovane o lavoratore seriamente intenzionato a cambiare la società e a battersi per gli interessi della classe lavoratrice è ben accetto nelle nostre file.

Le porte sono invece sbarrate per i saltimbanchi e i globetrotter della sinistra, i carrieristi “trombati” e i rivoluzionari della tastiera.

Siamo partiti con il piede giusto e intendiamo continuare su questa strada, senza lasciarci condizionare da un dibattito sterile e frivolo che si svolge in una certa sinistra che è incapace di apprendere dalle sconfitte e che finisce inevitabilmente per commettere sempre gli stessi errori.

Il nuovo inizio è cominciato.

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