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Il compito centrale di questo Cpn è in primo luogo quello di tracciare una prospettiva. Il bilancio delle elezioni europee deve essere integrato a considerazioni più vaste riguardanti il contesto economico, il conflitto di classe, i rapporti internazionali.

 

Ricordando che qualsiasi consultazione elettorale non è altro che un pallido riflesso dei processi reali in corso nella società, evidenziamo i seguenti elementi nell’analisi del voto.

1) Si manifesta una polarizzazione ai due estremi dell’arco politico. La destra e l’estrema destra crescono, in alcuni casi in modo clamoroso (Francia), unendo demagogicamente le classiche posizioni reazionarie e nazionaliste (contro gli immigrati, contro l’Europa) con rivendicazioni che puntano a raccogliere voti popolari e persino di classe: si pensi alla Lega nord che conduce la campagna referendaria contro la legge Fornero, o a Marine Le Pen che rivendica la nazionalizzazione della Alstom per salvaguardarne il patrimonio industriale.
La sinistra, nell’arco di una crescita complessiva coglie i migliori risultati nei paesi dove più marcato e chiaro è stato il conflitto di classe e i movimenti di massa: Spagna, Portogallo, Grecia.
In Grecia buon risultato del Kke (confermato anche alle amministrative, dove anche Antarsya ha aumentato il suo consenso) segnala come la crescente moderazione del profilo di Syriza abbia generato una critica alla sua sinistra. Discorso in parte analogo vale per il successo imprevisto di Podemos in Spagna che si affianca comunque a una avanzata di Izquierda Unida e a un crollo senza precedenti dei pariti maggiori (Pp e Psoe uniti non raggiungono il 50 per cento dei voti).

2) Questa polarizzazione, pallidissimo riflesso dei profondi antagonismi sociali e politici che attraversano il nostro continente, erode le basi della “grande coalizione” europea, senza tuttavia giungere a metterne in discussione, ad oggi, la capacità di governare. Il voto in Germania e il successo del Pd di Renzi in un paese, l’Italia, che potenzialmente rischia di diventare il vero punto di deflagrazione degli assetti europei, permettono a Ppe e Pse di tentare una parziale “svolta”.

3) Tale “svolta”, caldeggiata anche dal governatore della Bce e spinta dal timore generato soprattutto dal risultato francese, consisterà in un allentamento della politica monetaria, in un possibile ammorbidimento del fiscal compact (i cui termini letterali sono in ogni modo inapplicabili e dovranno essere abbandonati come lo furono quelli di Maastricht) e in generale in un tentativo di allinearsi alle politiche espansionistiche ed inflazionistiche già largamente praticate in Usa, Gran Bretagna, Giappone.

Deve essere chiaro che quando parliamo di “svolta” non intendiamo prefigurare una fase di autentiche riforme sociali o democratiche. Un parziale abbandono dell’austerità è una necessità che verrà gestita, fra mille contraddizioni, in congiunzione con le usuali politiche antioperaie e antipopolari: flessibilizzazione ulteriore, privatizzazioni e liberalizzazioni, attacco ai diritti sindacali e democratici in generale.
Ma soprattutto questa possibile svolta, la cui profondità è comunque tutta da misurare nel concreto, andrà incontro a tre limiti ben precisi:
- la crescente tensione nei rapporti internazionali, che si riflette anche all’interno dell’Unione europea e che imporrà estenuanti mediazioni tra i diversi governi, con buona pace di tutte le chiacchiere “federaliste”.
- la profondità della crisi sociale (v. il recente rapporto Istat) che è ben lungi dall’essere superata, anche in presenza di una modestissima crescita economica quale è quella preventivata per l’anno in corso.
- la possibilità di una nuova crisi a livello internazionale. Quest’ultimo elemento deriva dal carattere delle politiche economiche fin qui seguite a livello internazionale, che di fatto non hanno risolto la crisi neppure nel senso capitalistico del termine (ossia distruggendo il capitale in eccesso, sia come capitale fittizio che come sovraccapacità produttiva in numerosi settori). Le contraddizioni sono state spostate, scaricate sugli Stati, sulla moneta, sulle banche centrali, spostate avanti nel tempo, ma in nessun modo risolte. La crescita di nuove bolle speculative, le crescenti tensioni economiche e politiche su scala internazionale, l’enorme e crescente disparità dei redditi, sono tutti fattori che possono scatenare nei prossimi anni una nuova crisi paragonabile a quella del 2008.

Chiariti quindi i limiti di questa supposta “stabilizzazione”, è possibile dare una valutazione equilibrata del voto in Italia. L’elemento in maggiore controtendenza rispetto al quadro europeo (ma non tedesco) è il successo senza precedenti del Pd e di Renzi. Per la prima volta da diversi anni la classe dominante dispone di un governo solido, omogeneo, basato su un partito nel quale per tutta una fase le contraddizioni interne verranno, se non superate, perlomeno sopite.
Le opposizioni parlamentari non saranno in grado, nel breve periodo, di impensierire il governo. La crisi della destra assume un carattere prolungato sia per l’emorragia elettorale che per la crisi di direzione che non ha soluzioni a portata di mano. La Lega non può egemonizzare uno schieramento di destra su scala nazionale mentre il Movimento di Grillo vedrà ulteriori brusche sbandate a destra e a sinistra nel tentativo di superare la battuta d’arresto
Il trionfo di Renzi ricaccia nel silenzio la sinistra Pd e getta nello smarrimento il gruppo dirigente della Cgil. Susanna Camusso, già indebolita dalla conclusione del congresso nazionale della Cgil, sbanda da una opposizione annunciata al governo nel corso del congresso nazionale a comunicati di lodi sperticate per il risultato elettorale. È la manifestazione plastica dell’indebolimento di un apparato che si sente mancare il terreno sotto i piedi, che non ha alcuna fiducia nella capacità dei lavoratori e della propria base di mettere in campo un conflitto che non sia puramente simbolico e che cerca disperatamente dalle controparti una legittimazione che viene costantemente negata.
La vittoria elettorale consente a Renzi di accelerare il passo. L’attacco al pubblico impiego in tutte le sue articolazioni, alle agibilità sindacali, una nuova ondata di privatizzazioni, ulteriori controriforme dei diritti sui luoghi di lavoro, oltre alla legge elettorale, saranno le tappe di questa nuova offensiva.

Si manifesta una volta di più in tutta la sua ampiezza il problema centrale di questa fase: a fronte di un governo che riunifica il fronte padronale e di opposizioni populiste o apertamente reazionarie, il movimento operaio manca dello strumento politico.
Dare risposta a questo problema è il compito centrale che si pone di fronte al nostro partito, se vogliamo davvero affermare l’utilità e il significato storico della nostra militanza: lavorare a costruire nel nostro paese un partito dei lavoratori, che organizzi innanzitutto i settori più coscienti e combattivi alzi finalmente la bandiera dei nostri interessi, distinti e contrapposti da quelli difesi da tutti gli altri partiti che recitano le commedie parlamentari.

Il risultato dell’Altra Europa per Tsipras va misurato in relazione a questo compito, e non col metro della sopravvivenza elettorale. Il risultato della lista ha un aspetto positivo: il raggiungimento del quorum, che a sinistra del Pd mancava dal 2006 in un'elezione nazionale e che libera, almeno parzialmente, gli ambienti della sinistra da un pessimismo che li opprimeva da troppo tempo.
Il quattro per cento è stato però raggiunto per il rotto della cuffia e, a differenza degli altri paesi dell'Europa meridionale dove la sinistra cresce, in queste elezioni europee si perdono ancora voti. Se infatti sommiamo il risultato del 2013 di Rivoluzione civile a quello di Sel, e ai voti della lista Tsipras quelli di Idv e Verdi, i consensi mancanti sono pari a oltre 570mila, finiti nell'astensione e nel voto al Pd.
Le ragioni per questa performance tutt'altro che esaltante sono le stesse che tuttora gettano pesanti interrogativi per il futuro della lista. La sua natura di cartello elettorale, con obiettivi e strategie contraposte al suo interno e il programma riformista, con al centro lo slogan “salvare l'Europa”, la rendono distante dalle necessità attuali del movimento operaio.
Tre punti critici vanno messi al centro della nostra discussione.
1) Programma. Su questo la lista Tsipras ricalca fedelmente tutti gli errori della sinistra negli ultimi vent’anni. È la linea di sempre, quella di condizionare l’Europa, ieri “Sì all’euro, No a Maastricht” (Bertinotti 1996), oggi “Sì all’euro, No all’austerità” (Tsipras 2014). Rivitalizzare la democrazia, applicare politiche economiche keynesiane, Europa dei popoli e di pace, illusioni profuse a piene mani nella rigenerazione del sistema.
2) Politicamente il rapporto col Pd rimane un problema aperto, anche se oggi si finge che sia risolto. In realtà è questione aperta a livello europeo, posto che la linea di Tsipras e delle forze che predomineranno nel nuovo gruppo al Parlamento europeo è quella di cercare la collaborazione con Schulz e il Pse. Lo stesso Renzi è oggetto della speranza che possa “liberarci dall’austerità” (Vendola). La questione del rapporto col Pd è oggi particolarmente evidente nel conflitto interno a Sel ma attraversa in realtà l’intero corpo della lista.
3) Insediamento. Il voto alla lista Tsipras ha un tratto significativo nella prevalenza delle grandi città, voto quindi con forte tratto di opinione, che può favorire processi di attivazione anche a livello giovanile, ma che è ben lontano dal rappresentare un chiaro insediamento di classe, anche se le quasi 20mila preferenze raccolte nel collegio nordest dalla compagna Paola Morandin, operaia Electrolux e delegata Fiom, indicano un potenziale. Rimane stridente lo scarto tra la necessità di una sistematica battaglia nei luoghi di lavoro e nel movimento sindacale contro la deriva burocratica che si è manifestata in modo più clamoroso che mai nel congresso della Cgil, e l’assoluta mancanza di elaborazione di un piano anche minimo di lavoro del partito in questo campo.
4) Basi teoriche. Vogliamo ribadire che è questo il punto più debole di tutta l’operazione: l’interclassismo, l’“europeismo di sinistra”, l’abissale distanza da qualsiasi lettura di classe che pervadono ad oggi la cultura politica “fondante” questa operazione costituiscono, molto di più del numero ridotto di voti, la vera misura della distanza tra ciò che è in campo e ciò che sarebbe necessario. Il vero collante è l’elettoralismo e sarà così per questo come per qualsiasi altro processo che si produca “a freddo”, ossia in assenza di un risveglio della lotta di classe che crei le condizioni per una reale selezione di programmi, proposte, gruppi dirigenti, oltre che per una moltiplicazione delle forze militanti.
La proposta del partito di classe rimane al centro della nostra prospettiva e certo non trova soluzione con questo percorso. Continua quindi anche in questo ambito la nostra battaglia politica e programmatica, che altro non è che la preparazione delle battaglie reali, che si daranno quando quei milioni di lavoratori e di giovani oggi ancora silenti (almeno nel nostro paese), saranno costretti a cessare la delega e a scendere in campo in prima persona.

 

Claudio Bellotti,
Franco Bavila,
Gemma Giusti,
Jacopo Renda,
Lina Rinaldi,
Vittorio Saldutti

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